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Investimenti Pubblicitari nei Giornali 2004-2013 (Grafico)

10 anni di pubblicità nei media italiani: tv, quotidiani, periodici, radio, Internet. E il drastico ridimensionamento degli investimenti nella carta stampata

Nel 2008, il momento di maggiore fortuna, i quotidiani hanno raccolto pubblicità per un miliardo 800 milioni di euro. Nel 2013 sono scesi a 898 milioni di euro. Dal 2004 al 2013 i periodici sono passati da 1 miliardo 171 milioni di euro a 528 milioni.

Ho creato alcuni grafici: fanno vedere gli ininvestimenti pubblicitari a valore (milioni di euro).

Sono stati inseriti i dati dell’istituto Nielsen.

Nella carta stampata (lo sapevamo) si è assistito a un crollo.

Anche Internet è stato pesantemente toccato dalla crisi. Ma in dieci anni la raccolta di pubblicità su questo media è cresciuta di quasi 5 volte.

Ho scelto l’arco temporale 2004-2013 perché, prima del 2004, non c’erano rilevazioni sugli investimenti pubblicitari su internet.

Tabella 1: investimenti pubblicitari sui media italiani 2004-2013 (link al grafico interattivo).

Pubblicità sui media 2004-2013

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Tornare A Crescere Nei Media: Parlano 350 Top Manager

Non solo tagli: nei media bisogna tornare a crescere. Come? Lo dicono 350 dirigenti e top manager di società leader nel mondo

La ricerca, intitolata 2014 Media Growth Study, è stata fatta da Ecoconsultancy in collaborazione con The Jordan, Edmiston Group, Inc. (JEGI) di New York, principale banca d’affari indipendente nei settori media, marketing, tecnologia, informatica: la società ha seguito alcune tra le maggiori operazioni di acquisizione fatte da gruppi globali e locali (tra i clienti, ICP Media, GlaxoSmithKline, Deloitte, Penguin, Random House, Royal Bank of Scotland).

Riporto alcuni dei risultati perché spostano l’attenzione anche sul campo dei media: la stagione degli stati di crisi e dei tagli sta mostrando tutti i suoi limiti e sono gli stessi dirigenti delle principali aziende del settore a indicare la crescita (di ricavi, quote di mercato, prodotto) come unica strada per i prossimi 24 mesi. Insomma, nel mondo anglosassone, dove si avvertono già alcuni segnali di ripresa, si prova a voltar pagina dopo 4 anni di austerity.

Il rapporto è facilmente consultabile. Riporto solo alcuni spunti.

1) Per molte società è prioritario aumentare fatturati, profitti, efficienza, piuttosto che scoprire altri canali per il business. È come se nel mondo anglosassone si dicesse: «Abbiamo aperto negli scorsi anni le nuove strade da battere, ora bisogna farle fruttare».

2) Eppure la maggior parte dei dirigenti sentiti ammette che il loro settore è ancora in piena e rapida trasformazione. Concetto che si condensa in questa osservazione: il nostro prodotto vincente (top selling) del 2017 non è ancora stato inventato.

3) Solo le società di grandi dimensioni (fatturati superiori al miliardo di dollari) puntano davvero sulle acquisizioni di altre realtà per allargare il loro giro d’affari. Le altre mettono al primo posto il lancio di nuovi prodotti e la conquista di quote di mercato (facendo meglio della concorrenza e approfittando delle disgrazie altrui).

4) Il principale ostacolo alla crescita esterna è dato dall’avanzare di nuovi concorrenti (nel mondo dei media si tratta delle technology company) e dall’arrivo di prodotti gratuiti e a basso prezzo.

5) Il principale ostacolo interno è dato dalla mancanza, in azienda, di competenze nelle aree più innovative.

Futuro dei Periodici

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Pubblicità: L’Italia Diventa Europa Periferica

3 anni che cambieranno la pubblicità (e i media, che di pubblicità vivono). Sono quelli che ci attendono. Con queste conseguenze: dopo 35 anni si ferma la crescita della televisione; la pubblicità su smartphone e tablet supera quella dei periodici; la carta stampata si gioca tutto nel digitale

Una volta le notizie sulla pubblicità non m’interessavano: pensavo le leggessero solo addetti ai lavori e giornalisti specializzati.

Ma da quando la carta stampata è in crisi, ho capito che la sopravvivenza delle testate è legata alla capacità di avere una parte nella comunicazione delle aziende (oltre che dal conservare lettori). La perdita di ruolo alimenta la crisi.

Al riguardo, ieri ho letto un importante rapporto di ZenithOptimedia, una delle società globali della pubblicità. Contiene previsioni che vengono lette da chi dirige i media, il marketing, le aziende. Ho scoperto che…

LA TV SI FERMA

La raccolta mondiale di pubblicità nella tv raggiungerà il prossimo anno il picco di crescita. Poi, entro il 2016, avverrà la prima flessione dopo 35 anni. La crescita passerà di mano, sarà del digitale.

È il segnale di una svolta.

E i periodici, e l’Italia?

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Il calo della pubblicità nei giornali italiani – Previsioni fino al 2017 di PwC

I segnali di ripresa della pubblicità in luglio riguardano tv e internet. Ma i periodici e i quotidiani continuano ad andare male. Un trend che potrebbe proseguire

UN PROBLEMA DELLA CARTA STAMPATA In luglio i periodici hanno perso a valore (quanto s’incassa) il 24,1% rispetto allo stesso mese del 2012. Come i quotidiani. Peggio fa solo il cinema. Sono numeri diffusi ieri dall’istituto Nielsen. Il dato complessivo del calo degli investimenti in pubblicità è invece “solo” del 5,4%, e da inizio anno il mercato ha perso il 16%. Le buone notizie sono limitate alla tv, che torna a vedere una crescita (1,6%) al termine di 21 mesi di risultati negativi (2 anni!). Mentre internet, dopo 4 mesi in calo, segna una crescita del 5%.

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Italiani sempre più digitali – Indagine di Deloitte

Dovrei chiamare questo post: l’altro post. Come fa l’Espresso, che a ogni numero presenta L’altra copertina; e fa vedere quale avrebbe potuto essere la copertina della settimana se un fatto più importante, o una diversa scelta della direzione, non avesse fatto cambiare idea.

Se avessi trovato maggiore consistenza nella notizia, oggi avrei pubblicato un post sul survey di Deloitte, società di consulenza presente in tutto il mondo, intitolato State of the Media Democracy.

PASSIONE DIGITALE Anticipato ieri da Corriere Economia, il rapporto dice, innanzitutto, che gli italiani sono onnivori di internet. La propensione a usare computer portatili, smartphone e tablet è tra le più alte registrate nei paesi avanzati. Questa è una notizia, perché conferma e rafforza quanto era stato messo in luce quasi un anno fa da una ricerca di Boston Consulting Group, altra grande società di consulenza, sull’entusiasmo degli italiani per i device usati per navigare su internet e il digitale. Forse possiamo dire senza sbagliare che il nostro mercato è promettente per quegli editori che sapranno giocare bene le carte della transizione al nuovo mondo della comunicazione.
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Se il digitale inizia a (ri)pagare – Lo scenario dei media secondo l’Economist

Da più parti ripreso l’articolo dell’Economist «Counting the Change», «Misurando il cambiamento».

Descrive le trasformazioni subite dai media e dall’industria dell’intrattenimento nel passaggio al digitale. Riguarda i giornali, i libri, il cinema, la musica, la televisione.

Aiuta a comprendere che i cambiamenti della stampa s’inseriscono in un quadro più grande. E avere presente il contesto serve, come sempre, a dare un senso alle cose. A non smarrirci. A non subire a occhi chiusi gli eventi e, dunque, ad avere meno paura.

L’articolo è un fermo immagine, perché la trasformazione è così radicale che è difficile dire quale direzione, velocità, impeto prenderà anche solo tra pochi mesi.

Mi sembra un buon riferimento per la seconda metà del 2013. E il settimanale economico-finanziario britannico pone la questione che, giudicando dal mio piccolo punto di vista, può guidarmi negli avvenimenti, notizie, problemi dei prossimi mesi.

Ma per creare la cornice bisogna lavorare per sottrazione. Dobbiamo ridurre, sfrondare, eliminare, fare a meno di tanti, troppi numeri, dati, termini tecnici, gergo economico, manageriale, da esperti. (Esperti che in questo blog non sono presenti, non scrivono, non intervengono).

Dunque l’Economist prova a dirci dove siamo arrivati.

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La crisi della raccolta pubblicitaria nei media – Indagine globale di Nielsen

Che l’Europa fosse il malato dell’economia lo si sapeva. I dati sugli investimenti in pubblicità nei media conferma che la carta stampata degli editori europei è ancora nell’occhio del ciclone. Ed escono i dati sui primi sei mesi in Italia di Osservatorio Stampa Fcp: calo sulla carta stampata del 24,4%, periodici -26,1%.
L’articolo di Mediapost (riportato in link alla fine di questo post) riporta i dati dell’istituto Nielsen sul primo trimestre del 2013.
Solo nella televisione (e su Internet)  c’è una raccolta pubblicitaria in moderata crescita a livello globale: +3,5%.
Ma in Europa anche quest’area è in sofferenza e perde il 2,9%.
Nel mondo, la pubblicità è in declino sulla carta stampata, con i periodici giù del 2,8%, i quotidiani addirittura del -4,7%.
Nei periodici, la diminuzione riguarda soprattutto Europa, l’area dell’Asia sul Pacifico, l’America Latina, Medio-Oriente ed Africa.

La radio è scesa dello 0,2%. Il cinema del 5,8%.
Solo Internet, con la pubblicità display, ha una crescita, anche in Europa, dove c’è un incremento superiore al 10%.

Ma qual è il rapporto di forza tra media? La tv ha una fetta di mercato dominante, come in passato, pari al 59%. Seguono i quotidiani al 18,3%, i periodici al 9,4%, la radio al 5,5%, Internet al 4,4%, il cinema 0,3%.
Questa e’ una fotografia del pianeta. Perche’ sappiamo che in Italia, invece… (in link i dati del primo semestre 2013 sulla carta stampata).

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Annotazioni sulla qualità dei giornali (partendo dal Lucignolo di Mediaset)

Ci sono due partiti. Quello di chi sostiene che la crisi della carta stampata sia anche dovuta alla sempre più scadente qualità delle riviste. E il partito di chi pensa che, proprio perché le difficoltà economiche hanno ridotto l’importanza della pubblicità nei giornali, come fonte di guadagno, l’attenzione al lettore sia cresciuta.

Questo post apparentemente non c’entra nulla con i periodici, il tema del blog. Ma facendo un giro più lungo del solito, alla fine arriverò a parlare anche di riviste.

Ho letto una serie di articoli sulla prossima stagione televisiva di Mediaset. Si parla dei programmi che andranno in onda dall’autunno, quelli consolidati, le novità, la revisione di formule storiche.

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L’uomo che vuole tagliare la pubblicità sulla carta stampata

Sir Martin Sorrell è una persona piuttosto influente: capo esecutivo (Ceo, in gergo) di WPP, una delle tre maggiori società di pubblicità e pubbliche relazioni a livello mondiale, quando parla gli altri ascoltano con attenzione. E magari si adeguano.

Il Guardian riporta alcune affermazioni del capo di WPP fatte mercoledì 24 aprile a FT Digital Media Conference di Londra.

Sorrell dice che gli investitori pubblicitari dovrebbero prendere seriamente in considerazione l’idea di tagliare gli investimenti nella carta stampata. E ha accusato Google, Facebook e Twitter di essere degli editori, delle media company, mascherate da società di tecnologia.

Considerazione di Sorrell n.1. C’è una grande discrepanza tra le somme investite in quotidiani e periodici e il tempo che la gente spende su questi media. Troppi investimenti in rapporto al tempo.

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Dimmi dove va la pubblicità dei giornali

Va sempre più verso la televisione.

Il Global AdView Plus Report di Nielsen conferma il declino della raccolta pubblicitaria sula carta stampata, sia nei quotidiani sia nei periodici, calati rispettivamente, a livello globale, dell’1,6 per cento e dello 0,2 per cento. Anche se, si legge, rimangono pur sempre il secondo e terzo settore per gli investimenti in pubblicità, con, rispettivamente, una quota del 20 per cento e una dell’8 per cento.
In Italia è confermato un calo della raccolta sui periodici del 21,6 per cento.

Internet è cresciuto del 10 per cento (nello stesso periodo).

Ma nell’era digitale regina incontrastata della pubblicità rimane la tv, che ha una quota del mercato pari al 63 per cento. Confermando, dunque, di essere considerata il mezzo di gran lunga più efficiente e di maggiore impatto sul pubblico.

The Drum: dove va la pubblicità.

Futuro dei Periodici

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Esce importante studio sui giornali e media americani nel 2013

Qual è lo stato del giornalismo americano? Periodici, quotidiani, siti web, sviluppo digitale, radio, televisione. Lunedí 18 marzo l’autorevole Pew Research Center rilascerà un importante rapporto, messo a punto dal Project for Excellence in Journalism, intitolato State of The News Media 2013, relativo a quel che è accaduto nell’anno passato.

Qualcuno di voi sa di certo di cosa si tratta: è più completo e approfondito studio sui media degli Stati Uniti. In questo post trovate il link dove scaricare, da una certa ora di domani, il nuovo Rapporto. Ho inserito il link allo studio uscito un anno fa, riguardante il 2011.

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Sui periodici la pubblicità rende di più

Fare pubblicità sui periodici conviene. Il ritorno economico per le aziende, rispetto all’investimento, è superiore a tv, internet e quotidiani.

Lo dice una ricerca di Mindshare UK per conto della Professional Publishers Association, riguardante 77 investitori che hanno speso oltre 6 milioni di sterline in pubblicità.

I magazine garantiscono un ROI (ritorno economico in rapporto al capitale investito) superiore a qualsiasi altro canale di comunicazione, giornalistico e non.

Ne ho parlato alcuni giorni fa in un post sull’utilità dei periodici.

So di espormi alle critiche dei colleghi. «Ma perché non pensi ai lettori, alla qualità dell’offerta giornalistica, al tuo lavoro? Non alla pubblicità, agli inserzionisti».

Ma la sopravvivenza dei periodici dipende soprattutto dalla capacità di attrarre pubblicità. Se essa venisse meno, dovremmo vivere di copie vendute. Non lo facciamo da tempo. Forse non l’abbiamo fatto mai.

Con il passaggio al digitale c’è poi una nuova difficoltà: nel web (contenuti raggiungibili da siti, tablet, smartphone, app) la pubblicità non va a chi fa informazione ma a concorrenti che non hanno contenuti giornalistici  (su tutti, Google). E’ un limite che rischia di portare all’estinzione di moltissime testate. Scoprire che la pubblicità sui magazine rimane molto efficace è motivo di speranza per chi lavora in questo ramo dell’editoria.

 

M’interessa perché: 1) spiega qual è la specificità dei periodici rispetto alla pubblicità; 2) dà una speranza ai periodici.

Chi lo dice: «minonline is the definitive career resource for the publishing community, serving job seekers and employers in all media (magazines, etc).

minonline: fare pubblicità sui periodici conviene

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