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Crisi dell’editoria/ Licenziamenti a Variety

Cinque settimane dopo essere stato acquistato a un prezzo scontatissimo da una media company rivale (Penske), Variety, un tempo il più autorevole e conosciuto settimanale sull’industria del cinema, fondato oltre un secolo fa, subisce una pesante ristrutturazione. Un numero tra i  20 e i 25 dipendenti, non giornalisti, circa il 20 per cento degli assunti, è stato licenziato. «I tagli» dice l’amministratore delegato, Jay Penske, «rientrano in un piano finalizzato a ulteriori, rilevanti investimenti editoriali e digitali». Ma si teme il licenziamento di giornalisti.

Come ho scritto in un vecchio post, la rivista è stata ceduta a un prezzo di 25 milioni di dollari, circa la metà della richiesta iniziale. Pochi anni fa il valore del settimanale era infinitamente superiore (era stata rifiutata una proposta d’acquisto di 300 milioni di dollari). Le difficoltà sono in gran parte dovute all’arrivo della tecnologia digitale. Da quando c’è internet, i lettori possono trovare nei siti delle case cinematografiche e sui blog degli attori tutte le informazioni e le notizie di loro interesse.

M’interessa perché: 1) anche negli Usa l’investimento nel futuro dei giornali passa attraverso tagli e ristrutturazioni; 2) le testate giornalistiche, anche quelle settoriali, seppur svalutate, sono ancora un prodotto su cui qualcuno ritiene di investire; 3) internet ha “tagliato” le gambe a molte pubblicazioni: anche il sito di una società (cinematografica, di arredamento, alimentare…) fa concorrenza ai giornali e può mandarli in crisi.

Chi lo dice: «The International Business Times is the leading provider of international online coverage of breaking news and current headlines from the US and around the world».

international business times: tagli a Variety

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Variety in vendita per $ 40 milioni. Ma nessuno lo vuole

Sì, non si riesce a vendere Variety. E l’articolo di International Business riporta i dubbi e i tentativi di cambiamento dei trade magazine dell’intrattenimento, quelle pubblicazioni che si rivolgono ai professionisti dello spettacolo e che offrono notizie, approfondimenti e strumenti di lavoro per gli addetti. Variety, ma anche Advertising Age, Hollywood Reporter e Backstage.

Il cambiamento parte da riconcepimenti delle riviste, con riduzione di formato (che fa risparmiare sulle spese di spedizione) e l’introduzione della pagina patinata (costi che aumentano). Un nuovo equilibrio dei costi che è anche un tentativo di sopravvivere all’attacco dell’informazione su internet, capace di bruciare la parte di hardnews.

Come sta andando, allora, nei trade magazine? I tentativi, secondo quanto si ricava dall’articolo di International Business, sono meritevoli di verifica, intanto però Variety è stato messo in vendita a 40 milioni di dollari  e l’affare non si chiude. Previsto uno sconto del 25 per cento.

Il Ceo di Backstage spiega che il suo giornale è una promotional commodity, qualcosa che non può essere offerto da un sito online. Ma questa è una raffinatezza per esperti: continuate?

International Business e l’impatto del digitale.

M’interessa perché: 1) fa vedere come un intero segmento dei periodici affronta la concorrenza del digitale; 2) riflette le ansie sulla sopravvivenza stessa della carta; 3) un concetto su cui ritornare: magazine come promotional commodity… quanti esempi in Italia, pensate solo alla Vogue Night della moda e dei negozi di abbigliamento a Milano.

Il punto: divisi tra una nuova funzione dei periodici, più promozionale, e l’abisso (cito dall’articolo) dell’informazione abbondante, confusa e gratuita su internet.

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