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Il mobile blinder: vendere più giornali copiando la Coca Cola

Giornali, in venduti al supermercato, negli Stati Uniti, ma la gente, ferma alla cassa, dove vengono esposti quotidiani e riviste, non fa più acquisti d’impulso, a causa degli smartphone. Sì, i telefonini intelligenti, tutti ne hanno uno in tasca, distraggono, ti metti a scrivere messaggi, commentare su Facebook, navigare alla ricerca di qualcosa per scacciare la noia. E i periodici rimangono lì, in bella vista, ma invenduti. Per questo grandi editori, a partire da Hearst, provano qualcosa di nuovo. Seguendo l’esempio di Coca Cola.

L’articolo di Bloomber descrive il fenomeno, gli effetti e le possibili contromisure: parlo del mobile blinder, la “distrazione da cellulare”, di cui qualche tempo fa si è occupato questo blog.

Hearst, che vende il 15 per cento delle copie nei supermercati americani, sta programmando di aggiungere punti di esposizione e vendita delle testate in angoli dei negozi diversi dalla cassa. Come ha fatto Coca Cola, su consiglio della società di consulenza Leo Burnett/Arc Worldwide.

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Nella testa degli editori che ristrutturano i periodici – 3

C’è bisogno di una guida, una specie di mappa, per capire cosa c’è nella testa degli editori di periodici che, con poche eccezioni, hanno avviato una seconda stagione di ristrutturazioni (a volte senza dichiararlo).

Riprendo il filo del discorso avviato in altri post (questa è la terza parte. Se v’interessa, leggete qui la prima e la seconda parte). Prendo lo spunto da uno studio della multinazionale della consulenza Boston Consulting Group (che ha lavorato per alcuni editori italiani). Non sposo la loro prospettiva, fornisco un elemento utile per capire cosa ci sta succedendo. Partendo dal presupposto che, come dice Boston Consulting Group (Bcg), limitarsi a tagliare i costi in ogni caso non basta.

Gli editori devono iniziare un viaggio di trasformazione delle loro aziende e dei prodotti editoriali. E la prima mossa, secondo Bcg, è sbloccare risorse, cash, per finanziare la transizione e tener buoni gli azionisti (quando ci siano).

L’organizzazione aziendale va rivista con l’occhio severo e distaccato di un private-equity buyer: come se la si dovesse comprare e non si fosse i proprietari.

Il consiglio, per gli esperti ovvio, è di agire su tre elementi: i costi (operativi e strutturali); i ricavi (copie e pubblicità); il valore per gli azionisti.

Il mix delle leve da utilizzare cambia a seconda dell’azienda, ma l’effetto è sempre positivo.

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