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Il sogno di Jeff Bezos: un quotidiano digitale mondiale

Sogno del proprietario di Amazon o incubo per tutti (gli altri)? Di sicuro l’idea è nell’aria. Perché Amazon, Google, Yahoo, Huffinghton Post, New York Times, Guardian possono avere un’audience di 500 milioni di lettori

Pare che Jeff Bezos, il fondatore di Amazon che un anno fa ha comprato il Washington Post, voglia lanciare un quotidiano digitale globale. Da leggere su Kindle.

Diciamo la verità: lo avevano sospettato in molti, quando nell’estate del 2013 la domanda più frequente nel mondo dei media era perché Bezos avesse comprato il Washington Post.

E da tempo si sostiene che in futuro nasceranno giornali (o cresceranno quelli esistenti) con un pubblico internazionale di centinaia di milioni di utenti unici.

Per ora non ci sono notizie confermate, ne ha solo parlato il rettore della Columbia University School of Journalism.

Ma molti stanno facendo un esercizio di fantasia per immaginare come potrebbe essere questo giornale.

Globale, certo. Ma anche iperlocale.

Resterà solo un sogno (o un incubo)?

 

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Timeline: I 10 Anni Che Cambiarono I Giornali (Cronologia Multimediale)

Un racconto con testi, foto e video dei 10 anni di cambiamenti nei giornali degli Stati Uniti. Una timeline, una cronologia multimediale. Per ricevere chiavi di lettura sul presente di quotidiani, riviste, media digitali. Valide anche per l’Italia

Ho realizzato una timeline, una cronologia multimediale sugli ultimi 10 (14) anni di cambiamenti nei periodici e nei media americani. Date, foto, video per raccontare le chiusure di Life e Gourmet, il ritorno in edicola di Newsweek, la vendita di Washington Post al padre di Amazon e l’avventura giornalistica del fondatore di eBay. Con tante chiavi di lettura uscite in 20 mesi di Futuro dei Periodici.

Ecco la schermata della timeline. Ma per vederla in funzione dovete andare a questo linkI 10 anni che cambiarono i giornali (purtroppo il programma non può essere inserito in un post di WordPress). Date un’occhiata e sappiatemi dire. E’ una cavalcata tra 22 fatti, una storia dei giornali vista dal mondo dei periodici.

Timeline: I 10 anni che cambiarono i giornali.

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Il Digitale Ha Ucciso L’Edicola

Le ultime ore di un’edicola famosa di Washington. One Stop, con i suoi spazi stracarichi di giornali, chiude. Schiacciata dalla concorrenza del digitale. Che sta cancellando il principale motivo per frequentare posti come questo

Non dobbiamo più scendere in strada per comprare l’ultima edizione del Corriere della Sera.

Sul tablet possiamo leggere a nostro piacere giornali di ogni parte del mondo. Time e Le nouvel observateur sono a portata di dito: hanno perso il loro sapore esotico.

E così le edicole chiudono. Come nella storia emblematica raccontata nel sito di Washington Post. Vi invito a leggerla.

Estraggo però un passaggio che va al punto. Per me è importante cogliere il succo del discorso, senza perdere tempo.

He looks at his shop, and this is about as emotional as he lets himself be: «No one comes here because they have to. They come here because they want to».

«Non c’è più nessuno che venga nella mia edicola perché DEVE farlo. Ci viene perché VUOLE».

Siamo passati dalla urgenza di essere informati al piacere di frequentare un luogo stimolante. Ma i piaceri possono essere rinviati. L’urgenza, quella no: e per soddisfarla oggi c’è il digitale.

Aggiungo altri passaggi dell’articolo, suggestivi.

Un vecchio frequentatore di One Stop dice: il bello è che quando entro in un’edicola non so cosa sto cercando (sulla possibilità di scoprire nuovi giornali).

Oggi la gente va di fretta, e su Internet c’è abbondanza di contenuti gratuiti.

La copertina di una rivista sullo schermo di un iPhone non sarà mai bella come in edicola.

Edicola One Stop di Washington

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La Corsa Ai Contenuti: Facebook Entra Nelle News

Indiscrezioni. Facebook lancerà una app di news, un aggregatore curato da giornalisti: una serie di canali monotematici (verticali, in gergo) che raccoglierebbero, si dice, articoli e contenuti di qualità messi in rete dai quotidiani e dai magazine. Si dovrebbe chiamare Paper, e viene descritto come un aggregatore “intelligente”, non affidato a un algoritmo, a un automatismo, ma alla capacità di selezione e confezionamento di persone esperte.

Segue breve e incompleta cronologia delle società tecnologiche entrate nel… giornalismo:

Il patron di Amazon, Jeff Bezos, ha comprato l’estate scorsa il Washington Post.

Yahoo! è entrato a gennaio nell’informazione e ha lanciato, tra l’altro, alcuni magazine digitali. Assunti giornalisti con curriculum di tutto riguardo, ad esempio l’ex columnist di tecnologia del sito del New York Times.

Il fondatore di Ebay ha annunciato lunedì di voler aprire alcuni magazine digitali; a fine 2013 aveva fondato la società che li pubblicherà, First Media, con un investimento di 50 milioni di euro.

Loro si danno da fare. C’è invece chi ha il pane e non ha i denti per mangiarlo.

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7 Ragioni Per Credere Ancora nei Giornali

Escono a getto continuo in questi giorni articoli e post che fanno il bilancio del 2013 e formulano previsioni per il 2014.

Tra i più citati, questo intervento del guru dei media, Ken Doctor.

In Italia ho letto con interesse Pier Luca Santoro, alias il Giornalaio.

Mi è piaciuto molto un post del designer ed esperto di media Mario Garcia. È sempre eccitante leggerlo: sparge entusiasmo, ottimismo, racconta da vero giornalista, attratto dalle novità come un ragazzo; e non parla mai ex cathedra, pur avendo un’esperienza e risultati da far impallidire chiunque nei giornali.

Nel suo bilancio del 2013, Garcia elenca 7 ragioni per brindare nel mondo dei media… L’anno è stato complicato anche negli Stati Uniti, ma:

1) Continuano a nascere giornali (di carta). Garcia cita il caso, tanto raccontato e ormai paradigmatico negli Stati Uniti, del quotidiano locale Long Beach Register. Ma potremmo aggiungere il ritorno in edicola di Newsweek. E il numero cospicuo di lanci nel 2013 (185 magazine lanciati contro 56 chiusi).

2) Il boom del mobile: quasi la maggioranza della popolazione (negli Usa, l’Italia non è da meno, come noto) possiede uno smartphone e un tablet, supporti su cui c’è un’esplosione nella lettura e ricerca di notizie. La strada è ancora lunga, il giornalismo su mobile è nella sua infanzia, ma c’è un potenziale enorme.

3) Non è vero che i giovani non leggono notizie. Ma lo fanno su smartphone e tablet. La frequenza nella lettura è la stessa delle persone di 30 e 40 anni. E i giovani molto più spesso cliccano sulla pubblicità digitale.

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La Rivista Forbes In Vendita per 400 Milioni di Dollari (ma ne Bastano 200)

La rivista finanziaria e il sito sarebbero in vendita. La stessa società che li pubblica, Forbes Media, ammette di aver ricevuto offerte. E Deutsche Bank AG sarebbe al lavoro per trovare un possibile acquirente. Si parte da 400 milioni di dollari. Ma si potrebbe atterrare a 200 milioni

SORPRESA Trovo la notizia sorprendente. In questi mesi Forbes, la rivista che ogni anno stila la classifica degli uomini più ricchi del mondo (ma non solo: anche le rockstar più popolari), è stato indicato da molti come uno dei pochi esempi positivi di passaggio al digitale di un brand storico della carta stampata.

Naturalmente i dati sull’andamento del sito rimangono in gran parte segreti. Dunque è difficile distinguere tra comunicazione aziendale e verità. Ma le scelte fatte dal giornale, e in particolare dal responsabile del digitale, quel Lewis DVorkin diventato un guru dei nuovi tempi, sono state motivo di discussione e confronto.

Vorrà dire che Forbes è stato così in linea con la logica dell’economia di mercato, dando voce all’area più radicale, da sacrificare se stesso quando quella logica lo ha richiesto…

PERCHÉ SE NE PARLA Scherzi a parte, DVorkin in questi mesi ha fatto parlare del modello Forbes perché:

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Il giorno del trasloco – Editori che cambiano sede e… tenore di vita

Il palazzo del Miami Herald era diventato il simbolo del crepuscolo del giornalismo nell’era del digitale. Due giorni fa il quotidiano americano ha cambiato sede, mettendo fine a un’agonia raccontata anche sui media italiani. Ma la tendenza al trasloco non è solo americana. Come raccontano articoli di questi mesi.

Alla fine il Miami Herald, storico quotidiano della Florida, con mille dipendenti, ha traslocato. Ecco una foto della cerimonia d’addio, dopo la riunione di redazione delle 3 del pomeriggio, il 16 maggio.

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Il progressivo impoverimento del giornale è stato oggetto di articoli in tutto il mondo. La sede aveva una bellissima vista sul mare. Ma per tirar su qualche soldo un enorme cartellone pubblicitario era stato appeso alla facciata principale, oscurando le finestre di parte della redazione, proprio quelle che davano verso l’oceano. L’episodio è stato narrato in apertura di un importante rapporto del 2012 sulla transizione dei media, The Story so Far, della Columbia University. Non era sfuggito un diabolico dettaglio: la pubblicità che copriva il palazzo era di iPad di Apple, simbolo del digitale che avanza e manda in crisi i media tradizionali.

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Con il digitale un quotidiano ha conquistato un paese straniero: gli Stati Uniti

L’articolo di Business Insider riporta questi dati: il sito del quotidiano britannico Daily Mail, noto per le sue gallery e titoli sulle attrici in topless, ha 50 milioni di visitatori unici al mese, di cui 19,3 milioni negli Stati Uniti. Quindi il sito del Daily Mail è il terzo più visitato negli Usa dopo i siti, molto americani, del New York Times e Washington Post.

Fortunati i paesi di lingua inglese. Con il digitale cadono le barriere tra gli stati, l’oceano non è una distanza, e testate come Daily Mail ed Economist hanno trovato nuovi mercati in cui crescere. È la loro età dell’oro.

Il Punto: come il digitale cambia la geopolitica dei brand giornalistici.

Business Insider: il Daily Mail è il terzo sito di news negli Usa.

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Washington Post: la rivista di Red Bull è giornalismo?

«Il Red Bulletin è un bel print e web magazine». Inizia così l’articolo del Washington Post sul branded journalism, un’etichetta che indica la miriade di pubblicazioni sfornate da Red Bull, Coca Cola, Boeing, General Electric, Pepsi, American Express, Burberry e decine di altri brand e aziende. Giornali, e non foglietti promozionali, dalla prima all’ultima pagina.

Il Red Bulletin ha una bella “apertura” (l’articolo di copertina) sul batterista dei Roots, gruppo hip hop di culto, e articoli saporiti ed esclusivi.

Naturalmente lo scopo della pubblicazione è di rendere più popolare il marchio e di farlo apparire vicino, per spirito e passioni, a quello dei clienti reali o potenziali.

Ma è giornalismo?

La domanda riflette una mentalità europea. Nell’articolo del Washington Post si riponde in tutt’altro modo. Dando un saggio di pragmatismo americano, l’esperto sentito per l’articolo, l’acting director del Project for Excellence in Journalism, dice che la cosa fondamentale è la trasparenza. Chiarire chi produce i contenuti del giornale, quali possono essere i suoi interessi, chi lo finanzia. Dopodiché il lettore è libero di decidere se gli articoli sono di suo gradimento.

In fondo, conclude l’intervistato, «everyone is a media company now», oggi siamo tutti delle media company. Senza distinzione tra riviste e riviste delle aziende.

Nei vari passaggi dell’articolo si dicono un paio di cose da annotare, in vista dei cambiamenti che avverranno anche in Italia.

La prima è che i compensi per gli articoli dei freelance sui giornali delle marche variano notevolmente, e si va da 150 dollari per un post di 500 batture a 3 dollari a parola per gli articoli che hanno la qualità delle riviste. Un compenso, quest’ultimo, paragonabile a quel che pagano i giornali tradizionali (da 50 centesimi a 2 dollari a parola, a seconda della reputazione dello scrivente).

L’altra cosa riguarda le redazioni dei giornali brandizzati. La Verizon (compagnia americana che fornisce banda larga, servizi wire less e apparecchi mobile) ha messo in piedi una rivista con uno staff di 75 giornalisti a tempo pieno. Paragonabile, per organico, a quella di un quotidiano di medie dimensioni.

Ma il dubbio rimane.

Il Punto: se il futuro dei giornalisti sia quello di lavorare nei giornali delle grandi società e aziende. Ma come giornalisti, non come pr.
Washington Post: Red Bullettin

Futuro dei Periodici: branded journalism, ovvero il giornalismo della Coca Cola

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Giornali che cambiano sede e periodicità

La crisi obbliga gli editori a fare economie. Sia nella revisione dello “stile di vita” delle società (Condé Nast negli Usa ostentava fino al 2009 una proverbiale grandeur) sia nella fattura dei giornali. E non si tratta solo di tagli al numero di giornalisti e ai loro stipendi.

Proprio Condé Nast, racconta questo pezzo di WWD, ha deciso l’altro giorno di ridurre la frequenza di uscita di uno dei suoi mensili, W, da 12 a 10 numeri. La notizia ha qualcosa di sorprendente perché lo scorso anno la raccolta pubblicitaria era cresciuta del 10%. Le copie sono ferme a 450 mila al mese. Ma il giornale è uno dei più sottili di Condé Nast. E cambiare la periodicità permette all’editore di fare più profitti, nel gioco tra costi e ricavi. Un segno della crisi.

Non è la prima pubblicazione a diminuire le uscite. Nel settembre del 2011 era toccato ad Harper’s Bazaar di Hearst.

Ma tra gli editori in crisi c’è un’altra strada al risparmio spesso imboccata. Parlo del cambio di sede. In questi giorni il Washington Post sta valutando se vendere la prestigiosa sede nel centro della capitale federale. Il palazzo dove si è scritta la storia dello scandalo Watergate. Non è l’unico giornale. Mentre i giornali sono in crisi e le redazioni dimagriscono, il valore degli immobili è in crescita (dice un pezzo dello stesso Washington Times).

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Il New York Times si è trasferito nel 2007 nel bellissimo grattacielo disegnato da Renzo Piano, ma due anni dopo è stato costretto a vendere l’edificio e a firmare un contratto di affitto, per non abbandonarlo. Stesso copione nel settembre del 2010 per Forbes, sulla quinta Avenue di Manhattan.

In Italia hanno cambiato sede, negli anni, il Gruppo L’Espresso a Roma, e, tra gli altri, Hearst Magazines a Milano. Ogni tanto ritornano le voci un trasferimento di Mondadori, che lascerebbe il palazzo di Oscar Niemeyer a Segrate, e sono soggete a stop and go quelle che prevedono un trasferimento dei giornalisti del Corriere della Sera, che abbandonerebbero lo storico palazzo milanese di Via Solferino.

Il Punto: come risparmiano gli editori di giornali.

Wwd: periodici che cambiano frequenza di uscita

Washington Post: il giornale cambia “casa”

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New York Times, Washington Post e il dilemma dei siti giornalistici a pagamento

Ieri sul New York Times è stata sviluppata una riflessione sui siti a pagamento dei quotidiani che prende spunto dalla notizia che il Washington Post presto adotterà questo sistema, chiamato paywall. Lo hanno fatto, con formule diverse, quotidiani famosi come Wall Street Journal e il Times stesso. Ma al Washington Post, un giornale che vende copie in edicola solo a Washington e dintorni ma ha un appeal internazionale, sembravano contrari. Invece arriva il dietrofront.

Ne parlo in questo blog sui periodici perché ci sono dati sulla pubblicità che indirettamente riguardano anche settimanali e mensili (anzi, molto direttamente ci riguardano).

Il Times osserva che la scelta del Washington Post è stata obbligata ma non promette alcun risultato, solo il tempo dirà se c’è ancora uno spazio sul mercato per questa come per altre testate.

Come tutti i quotidiani (e i magazine) il Washington Post sta affrontando ristrutturazioni e tagli di costi per far fronte al calo inarrestabile e inesorabile della pubblicità su carta stampata (e delle diffusioni in edicola). Diventa quindi obbligatorio trovare nuove fonti di ricavo. La pubblicità sul digitale sembra non crescere per i siti d’informazione e dunque è necessario introdurre il paywall, l’accesso a pagamento: si paga per leggere il sito (in realtà il Washington Post permetterà di vedere la home page gratuitamente, poi scatta il blocco). Ma riporto l’infografica citata dal New York Times sull’andamento della raccolta pubblicitaria nei quotidiani, nei siti dei quotidiani e nel digitale nel suo complesso. E’ una tabella di Alan D. Mutter.

Pubblicità su internet e quotidiani

Pubblicità su internet e quotidiani

Visto? Va a picco la pubblicità sui quotidiani. Non cresce la pubblicità sui siti dei quotidiani. Cresce la raccolta nelle altre aree, non giornalistiche, del digitale. A un quotidiano non rimane che mettere un paywall.

Ma l’articolo del New York Times ha un interesse per i periodici perché enuncia un dilemma.

«So, as newspapers all hold hands and begin to erect gated communities, will there be a new stability? Hardly.

What is under way is a reset. The trend in ad revenue in the newspaper industry is breathtaking — see a very scary chart here from Alan D. Mutter — and inexorable. The now hoary question of what part of the crater is cyclical, meaning temporary, and what part is secular, meaning a permanent disruption, has been settled. The advertising business is not coming back and there is every reason to believe that in the years ahead the shrinking will continue apace».

La domanda è se il calo della pubblicità sia ciclico, dunque reversibile e temporaneo, o se invece sia totalmente o in parte (e in quanta parte) irreversibile. Dunque dirompente. La pubblicità non tornerà sui giornali e c’è ogni ragione per credere che negli anni a venire la contrazione continuerà.

I quotidiani mettono il paywall, l’accesso a pagamento al sito. Ma quale lettore pagherà mai per entrare nel sito di un periodico? La soluzione sta forse nelle app, nei contenuti a pagamento scaricabili su tablet e smartphone? Questa è la mia impressione, riportata in precedenti post.

Buona lettura.

M’interessa perché: 1) spiega le difficoltà economiche dei giornali e la necessità di vendere i contenuti per tenere in piedi le testate; 2) fa riflettere sulle differenze tra quotidiani e periodici; 3) ma il problema è enorme: quante testate chiuderanno perché non c’è più carburante (pubblicità e copie vendute) per tutte?

New York Times: il dilemma del paywall

New York Times

New York Times

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