Scrivi in modo personale, giornalista! (E addio allo stile british)

Al quotidiano USA Today, uno dei pochi giornali americani che coprono tutti gli Stati Uniti e si proiettano sul mondo, è arrivata ai redattori l’indicazione di scrivere i loro articoli con uno stile più personale e incisivo. Niente più distacco dai fatti, resoconto freddo. I lettori hanno bisogno di sentire la voce di una persona in carne e ossa che riferisca le notizie. A costo di sembrare meno obiettivi. Di sicuro meno oggettivi.
Ecco cosa è stato detto ai redattori dal presidente di Usa Today, Larry Kramer, secondo quanto riporta il sito di Wan Ifra, l’associazione mondiale degli editori di news e quotidiani.

“You know, for 30 years you’ve been told to write the same way”. “We really want you to have a unique stand on how you write”.
“Per 30 anni vi abbiamo detto di scrivere tutti allo stesso modo. Ora vi chiediamo di avere una voce originale, personale, nella scrittura”.

L’articolo del sito inquadra l’episodio in un fenomeno più ampio.

USA Today’s move is part of growing recognition that journalists’ brands are becoming increasingly important, even rivaling those of their publications. With readers craving recognizable voices in the deluge of reporting available on the web, some journalists have accumulated more Twitter followers than their s.
La decisione di USA Today rientra nella più generale presa di coscienza che i brand dei giornalisti stanno diventando sempre più rilevanti, a volte più di quelli delle testate in cui lavorano. I lettori hanno bisogno di voci riconoscibili nel diluvio di informazione disponibile sul web e alcuni giornalisti hanno su Twitter più follower dei loro giornali.

Iniziate a capire perché sulle prime pagine dei giornali, nei siti e nei periodici compaiono sempre più articoli di opinionisti, editorialisti, scrittori, imprenditori, voci distanti dalla linea editoriale?

“Many readers — particularly younger ones — consume media based not on corporate brands but on individual writers that they feel a connection to, and I would argue that is becoming the norm,” paidContent’s Mathew Ingram wrote. “We read the New York Times as much for Tom Friedman or Nick Kristof as we do because it is the NYT.”

“Molti lettori, soprattutto tra i più giovani, consumano i media non scegliendo la testata ma il giornalista. Una voce con cui si sentono in sintonia. Un fatto che sta diventando la regola, spiega Mathew Ingram di paidContent. Leggiamo il New York Times tanto quanto uno dei suoi editorialisti (magari vincitore del Pulitzer, come Tom Friedman. NdT)”.

Quante domande, quanti pensieri. E quanti retro-pensieri. Perché saltano le regole insegnate dalle scuole di giornalismo e dai “vecchi” delle redazioni (“e togli questi aggettivi!”); perché diventa più bello scrivere; perché sentiamo a rischio l’obiettività (anche se Repubblica ha sempre adottato uno stile narrato, se non personale). E magari c’è meno bisogno di anonimi redattori e più di collaboratori illustri e non, da quelli che vivono in un loft di Manhattan a chi sta in un seminterrato nei Queens.

Di questi cambiamenti si è parlato sul Guardian, per spingere i giornalisti al cambiamento, in questo post di Futuro dei Periodici che prendeva spunto da un giornale americano, in quest’altro post nato da un pezzo su Nieman Lab: Giornalista, mettici la faccia!

Il Punto: come cambia la scrittura dei giornali sulla spinta dei blog e dei social network.

Wan Ifra: più pepe negli articoli di Usa Today.

WAN IFRA

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8 thoughts on “Scrivi in modo personale, giornalista! (E addio allo stile british)

  1. Geronimo scrive:

    “a rischio l’obiettività”? Ma davvero stiamo ancora nelle redazioni alla preistorica contrapposizione tra fatto e opinioni, oggettivo e soggettivo? Orsù lo sanno ormai anche i bambini che di oggettivo c’è solo la linea editoriale

    • bach84 scrive:

      Ricordo i tempi in cui Maurizio Ferrara andava dicendo in giro che l’obiettività non esiste. Però, se mi posso permettere, caro Geronimo, tutti sanno, nelle redazioni, quale differenza passa tra dire la prima mi chiara che viene in mente e raccontare un fatto. Quest’ultimo richiede molta fatica. Bisogna alzare il telefono, incontrare persone, consultare banche dati, cercare in archivio, sentire un avvocato, un carabiniere, un infermiere… Ci credo che non tutti vogliono fare la fatica!

  2. Geronimo scrive:

    magari moltiplicare i punti di vista portasse all’unità della visione! ma ora si filosofeggia non è roba da giornalisti, i quali ovviamente rivendicano la quantità (la fatica di stare seduti alla scrivania nel chiuso delle redazioni col mondo sempre fuori, dico male?) mai la qualità (cultura, visione, capacità d’interpretazione e previsione, VELOCITA’ d’analisi)

    ps: trovarsi d’accordo con Ferrara, sublime paradossale cortocircuito: quando la verità dei servi coincide con quella degli uomini liberi!

    • bach84 scrive:

      No, no: bisogna rivendicare la qualità. E dunque tante telefonate, tanti controlli, tante interviste, tante pagine di vocabolario sfogliate, tante letture e riletture della pagina… questo lo sa chi fa il giornalista. Ma lei dice una cosa che è giusta: ci vuole cultura, visione, interpretazione. Sa che c’è del vero? Il giornalista fa un lavoro semplice, modesto: racconta i fatti. Per il resto c’è l’esperto (versione contemporanea dell’intellettuale). Ma oggi, con la pioggia di siti e di news, c’è anche bisogno anche di punti di vista. Di visione.

      • Geronimo scrive:

        Bisogna mettersi d’accordo sul significato delle parole, altrimenti si rischia di scambiare mele con pere. Qualità non può essere la quantità del tempo dedicato allo scavare, anche se per come la intende lei lo è, mi perdoni indizio di un “vecchio” (probabilmente anche anagrafico, non so quanti anni ha lei, ma di più in quanto sorpassato, datato, antistorico, addirittura controproducente oggi proprio nel senso d’essere di ostacolo alla produzione) modo di pensare. Ricordo oh come lo ricordo! il mio ultimo scazzo col caposervizio di turno il quale insisteva ripetendo il suo verbo “voglio uno qui seduto che mi faccia trecento telefonate”, unico metro ahimé per lui per quantificare l’applicazione, quando già il telefonare appare oggi così antico, fastidioso (prova ne è, capovolti i termini, l’insistenza ottusa degli uffici stampa che chiamano imperterriti per ottenere ciò che già sanno, se sapessero almeno interpretare correttamente da un silenzio il ragionamento binario mi interessa/non mi interessa!), quando qualità invece – per questo insisto con la visione d’insieme – che significa anche sapere già da subito quali sono quelle due tre persone da interpellare, di nuovo la VELOCITA’ (proprietà irrinunciabile sul web ma che in un percorso retroattivo, chè così va spesso il mondo, non può non riguardare le redazioni della carta cosiddetta stampata: a una rapida occhiata – se si estranea anche lei che evidentemente le abita – oggi appaiono sonnacchiose, atomizzate, autistiche come paludi destinate ad autosprofondare), di nuovo la capacità d’analisi dettata dal padroneggiare la materia perché esperti, già da prima di iniziare il lavoro di controllo e verifica e approfondimento, per formazione e allenamento quotidiano sul campo, intellettuali noi, i giornalisti, non nel senso di Benda di chierici organici al potere, ma nel senso di coloro che conoscono il campo di gioco e i sistemi (orsù, basta con la dicotomia fatto/opinione: forse che il racconto di un fatto non è già in sé opinione? forse che ogni articolo non è, dovrebbe essere, per statuto un punto di vista?), mestiere – riconosciamolo – maledettissimo e complicatissimo, altro che semplice amico mio altro che modesto, e che niente ha a che fare con quelli che lei errando chiama “gli esperti”, piuttosto nell’accezione ancor oggi valida di Stefano Benni, i “tennici”, coloro che sanno tutto di una cosa sola e proprio per questo sanno nulla. Perdoni la sbrodolata, colpa del suo sito interessante, concime per il pensiero.

      • bach84 scrive:

        forse non siamo così diversi. anche lei, che esclama “orsù”, non mi sembra del tutto coetaneo del 2.0.

  3. Geronimo scrive:

    ahahah ha ragione, ma “orsù” non ha tempo se non quello letterario, oltre ad avere il dono immediato della musicalità, cose che non si sanno insegnare a scuola e che il vituperato caporedattore (lo stesso che dice di togliere gli aggettivi e che ora s’affanna cercando “uno stile più personale e incisivo”) cancellerebbe in blu

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