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L’Età Dell’Oro Del Giornalismo: 5 Riflessioni

The golden age: l’età dell’oro del giornalismo. Un’espressione che ritorna spesso nelle riflessioni sui destini dell’informazione e della stampa nell’era digitale. Esiste un futuro? E per quanti giornalisti?

Una nuova età dell’oro dei media? Scritto per The Atlantic da un executive editor della Harvard Business Review, l’articolo risponde alla domanda: il giornalismo tornerà ad essere un’industria articolata e ricca come era fino a pochi anni fa? Un excursus storico vede le varie età del giornalismo in rapporto al modello economico che le guidava.

Una nuova età dell’oro (digitale) per i magazine? Sul sito del quotidiano canadese National Post si risponde alla domanda se la cultura digitale abbia migliorato i periodici. Si citano gli esempi di The New Yorker, The Atlantic, Bloomberg Businessweek. E New Republic.

Siamo in una nuova età dell’oro del giornalismo? Tom Engelhardt vede pro e contro dell’età digitale per lettori e qualità del giornalismo.

Questa non è l’età dell’oro della stampa, si legge sulla Columbia Journalism Review. E vengono riportati i dati sull’industria, indicatori tutti in calo. Ma si osserva che, dal punto di vista dei contenuti, la sensibilità dei magazine ha vinto la sua battaglia: l’informazione su Internet ha assunto come tono di fondo quello dei periodici piuttosto che quello dei quotidiani.

L’età dell’oro dei settimanali in Australia. Una rievocazione della età d’oro dei giornali patinati tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta. Quando un settimanale poteva avere 3 milioni e mezzo di lettori.

Futuro dei Periodici

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4 Modi Di Affrontare La Crisi Dei Periodici

Sono 4 gli editori di periodici tradizionali da studiare da vicino nel panorama internazionale

Mentre in Italia ci sono notizie di primo piano (pensiamo solo a Rcs Mediagroup), i cambiamenti negli editori internazionali aiutano ad avere una bussola.

Il quarto esempio, quello di stretta attualità, è Time Inc: il più grande editore americano di riviste, Time, People, Sports Illustrated, che si prepara a camminare da solo, separandosi, nella prima metà del 2014, da Time Warner.

Da seguire perché, come alcuni editori italiani,è in ritardo nel digitale, impegnata nel vincere la sfida della sopravvivenza, travolta da continui cambiamenti di strategia in questi anni, decisa a tagliare.

La notizia di questi giorni è che Time Inc. si prepara a eliminare 500 posizioni. Uscite di dipendenti, pari per numero a quelle di appena un anno fa, che corrispondono a una riorganizzazione interna, con semplificazione delle strutture: si passa da 3 a una sola divisione dei periodici. Obiettivo: poter ragionare con più chiarezza sul lancio di prodotti cross brand.

Ma dicevo che sono 4 le società da tenere a mente.

Le altre sono:

Axel Springer, primo editore europeo ad aver trovato una strada nel digitale (con sviluppo multimediale e multipiattaforma dei brand e cessione ad altri editori di quotidiani locali e riviste non più centrali).

Forbes: ha reinventato in chiave iperliberista il lavoro della redazione e il rapporto con 1000 contributors (visto che nel digitale è necessario pubblicare moltissimo, giocare sulla quantità, fare massa).

The Atlantic Media: ha trasformato il venerando ma vetusto mensile liberal in un prodotto digitale multicanale all’avanguardia, un esempio per tutti gli editori; ha lanciato un giornale online di economia, Quartz, diventato un modello di news pensate per mobile: sviluppo rapidissimo e di grande successo.

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La Copertina Più Bella dell’Anno – FishbowlNY 2013

Mentre in Italia l’Espresso chiede ai propri lettori di votare la cover più bella del 2013, negli Stati Uniti è stata scelta da FishbowlNY la Miglior Copertina dell’Anno.

Vince Bloomberg Businessweek. La copertina realizza con mirabile sintesi grafica l’incontro di due epoche del giornalismo e dell’informazione: mette insieme Henry Luce, il magnate che ha fondato la casa di periodici Time Inc., e Twitter.

Nel sondaggio, seconda classificata la rivista Boston; terza, The Atlantic.

La copertina di Businessweek decretata miglior copertina del 2013 da FishbowlNY.

La copertina di Bloomberg Businessweek decretata miglior cover del 2013 da un sondaggio di FishbowlNY

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Il Tempo degli Slow Media – Rapporto su 9 Trend della Comunicazione Digitale

Slow media, i media lenti. Sono siti o applicazioni web del giornalismo diversissimi dai media veloci. Non inseguono numeri vertigionisi di utenti attraverso articoli o titoli tirati, forzati, sexy. Ma puntano sui contenuti di alta qualità. Articoli approfonditi, ben scritti, arricchiti, multimediali, che regalano un’esperienza di lettura coinvolgente, su cui l’utente passa volentieri molto tempo. Per questo piacciono anche agli inserzionisti dei giornali

TREND EMERGENTI Il gruppo svedese Bonnier, con 175 giornali in 20 Paesi, ha pubblicato un rapporto che fa la mappa dei trend nei media, Media Map Trend Report, che individua 9 trend nelle tecnologie della comunicazione e nei comportamenti dei consumatori che potrebbero influenzare l’industria dei media nei prossimi 2 anni.

Il rapporto raccoglie, analizza e porta alle conclusioni notizie, elementi e numeri che emergono dalla raccolta di studi sui comportamenti dei consumatori, dai rapporti dell’industria, da dati di mercato e interviste ad esperti del settore.
Il rapporto, presentato in una forma che ricorda quella di un magazine digitale (tanto per dire che il magazine, nel digitale, ha un’alta leggibilità ed è capace di attrarre pubblico), solitamente indirizzato al management e ai dipendenti, viene per la prima volta reso pubblico.
SLOW MEDIA Mi ha colpito il primo capitolo, quello più intimamente connesso ai media. Si intitola Information Vegetables e introduce un concetto che avevo colto ma che restava indefinito, in mancanza di una etichetta. Quella di slow media, media lenti, contrapposti ai media veloci, al consumo di notizie e titoli accattivanti, senza qualità, senza profondità, senza grafica curata, senza un’offerta aggiuntiva e un servizio per il lettore che faccia venire la voglia di passare anche un’ora sulla pagina, con design ottimizzato. E si fanno esempi famosi, di cui molto si è parlato negli ultimi mesi. Siti web giornalistici e prodotti multimediali. Il racconto multimediale del NYTimes Snow Fall, il sito d’informazione economica Quartz, il sito di racconti innovativi Cowbird, The Atlantic. Sono prodotti giornalistici di successo che regalano un’esperienza di lettura piacevole, stimolante, lenta nel senso che in questi siti non si atterra per caso ma ci si va per scoprire qualcosa che abbia un valore.
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Quali giornalisti assume e quali licenzia nel web un editore americano

Più notizie, aggiornate di minuto in minuto, commentate da firme conosciute dai lettori: i licenziamenti e le assunzioni di giornaliste nei siti di due importanti mensili di lifestyle americani, Comopolitan ed Elle (Hearst), offrono uno spunto per riflettere sulle logiche che devono guidare lo sviluppo digitale dei periodici.

HEARST CAMBIA I GIORNALISTI DEL WEB. La scorsa settimana l’editore Hearst Usa ha licenziato due giornaliste di primo piano dei siti Cosmopolitan ed Elle. Contemporaneamente ha annunciato l’arrivo di chi dovrà sostituirle (un’ex giornalista di BuzzFeed e il direttore editoriale di Fashionista.com).
Troy Young, presidente del digitale di Hearst, nominato solo tre mesi fa, ha in mente una ridefinizione dei contenuti e della linea dei due siti.

Le sue parole possono essere uno stimolo anche per i giornali italiani.

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Se Playboy viene pubblicato a Gerusalemme, città santa per tre religioni

Prendi una rivista piccante, prova a pubblicarla in un Paese diverso dalle altre nazioni moderne e vedi quali reazioni suscita: è questa la sfida per Playboy, che da due mesi esce con un’edizione scritta in ebraico.

L’articolo che ne parla è sul sito dell’Atlantic, mensile americano (esce dieci volte all’anno) di politica e attualità, serissimo (il link è alla fine di questo post).

Si racconta di come Playboy, rivista presente in 30 Paesi, possa ancora costituire uno scandalo in una nazione come Israele, dove convivono a 70 chilometri di distanza Tel Aviv, centro laico aperto alla cultura occidentale, che non si nega vita notturna, nightclub e bellezze in bikini, e Gerusalemme, città santa per le tre grandi religioni monoteistiche (cristianesimo, islam, ebraismo), che contrappone al mondo secolarizzato gli abiti scuri e i cappelli neri della destra religiosa, impegnata in una battaglia contro molti aspetti della modernità.

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Si misura dalle copie il successo di un giornale?

Le copie vendute in edicola sono ancora il metro del successo di un giornale? Lo è la somma delle copie cartacee e di quelle digitali? Oppure popolarità, vitalità e capacità di attrazione di una testata vengono portate alla luce da un nuovo mix di elementi, di rilevatori?

Le copie vendute, naturalmente, sono indice di successo perché equivalgono a soldi sonanti. E i pubblicitari guardano a questo indicatore (e al tipo di pubblico che segue una testata) per decidere dove investire.

Ma tutti sanno che oggi un giornale non esiste più soltanto in un’unica dimensione. Oltre alla carta esiste una sfaccettata realtà digitale, fatta di siti web, edizioni per tablet, discussioni su Facebook, scambi su Twitter.

Basta, tutto qui. Riporto questa frase trovata in un sito americano che commenta l’andamento di un’importante casa editrice di periodici, Time Inc., uno spunto per me nuovo di riflessione e valutazione.

«The circulation number is a metric from yesterday. More important is the integration between other dimensions of consumption: content sharing, time spent on the site, the interaction rate. What users do next is arguably more important than exposure to the content itself».

«Le diffusioni sono un metro del passato. Più importante è l’integrazione con altre dimensioni della fruizione del giornale: la condivisione dei contenuti, il tempo speso sul sito web, il livello di interazione. Quel che i lettori fanno dopo aver letto un articolo è forse più importante dell’incontro con il contenuto».

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Longreads: il sito di “letture lunghe” e l’accordo con The Atlantic

“Letture lunghe”, long form journalism, nuova passione di chi possiede un tablet. Letture lunghe, fonte di guadagni aggiuntivi per gli editori, a compensare parte del drammatico calo dei ricavi nelle edicole. Il fenomeno va guardato da vicino.

Grazie a una notizia su Google ho scoperto ieri Longreads.com, un sito americano, molto di tendenza, che condivide online “letture lunghe”, ovvero racconti, documenti e articoli di giornale, usciti a volte sui maggiori quotidiani e periodici Usa, ripresi purché siano più lunghi di 1500 battute.

Scorrendo la pagina iniziale del sito ho trovato capitoli di romanzi di scrittori di successo, inchieste, interviste.

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I guai di un giornale americano con la pubblicità occulta

Grane per The Atlantic a causa di un articolo a pagamento e sponsorizzato uscito sul sito del prestigioso mensile americano. Una volta erano chiamati advertorial, publiredazionali. Oggi nel mondo dei nuovi media si preferisce dire: native advertising. Ma la storia è la stessa e ci siamo dentro anche noi. Ecco come è stato risolto l’incidente che ha fatto infuriare i lettori. Un apologo su come viene affrontato il problema del rapporto tra informazione e pubblicità nel mondo anglosassone.

The Atlantic, come ho avuto occasione di raccontare, è uno dei più antichi e prestigiosi periodici americani d’informazione e cultura, divenuto una case history di come una testata in difficoltà possa reinventarsi nell’epoca della transizione al digitale. Da fine gennaio è al centro di un vivace dibattito generato dalla protesta dei lettori del giornale per la pubblicazione di un articolo elogiativo di Scientology, un pezzo sponsorizzato, pagato, che celebra una serie di inaugurazioni di sedi, sparse nel mondo, della nuova organizzazione religiosa.

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Le copertine di The Atlantic e i newsmagazine

Non riesco a tenere per me l’entusiasmo di aver scoperto The Atlantic. Di questo mensile americano con 155 anni di storia, che dal 2008 ha fatto una svolta decisa verso il digitale, ho parlato nel post di ieri. Subito dopo mi sono guardato un po’ di numeri arretrati e sono rimasto colpito (folgorato) dalla forza delle copertine. Ho avuto l’impressione che, parlando di newsmagazine (periodici che si occupano dell’attualità nel campo della politica, degli esteri, della società, dell’economia, della cultura: l’Espresso e Panorama, due settimanali), solo un mensile abbia il respiro per approfondire come si deve i temi del momento. Lo so, sembra un’assurdità, nell’era dell’informazione aggiornata minuto per minuto. Abbiate la pazienza di scorrere alcune copertine di The Atlantic degli ultimi due anni. E poi ritorno sull’argomento. Eccole.

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Periodici/ The Atlantic torna al paywall, il sito a pagamento

The Atlantic, mensile americano con 155 anni di storia che è stato rifondato mettendo il digitale al primo posto, potrebbe chiedere ai proprio lettori di pagare per accedere ai contenuti on line. Sarebbe un rovesciamento di quella linea, adottata nel 2008, che ha permesso alla testata di fare per la prima volta utili nel 2010.

La notizia, che riprendo da Forbes (il link all’articolo in inglese è alla fine di questo post), è interessante non tanto per il giro d’affari di The Atlantic, che nel 2010 portò a casa un utile di appena un milione 800 mila dollari, ma per gli spunti di riflessione sul modo in cui carta e digitale pesano negli equilibri di una casa editrice di periodici e su come affrontare la spinosa questione dei contenuti giornalistici a pagamento nei magazine.

PERIODICI E DIGITALE. I siti di magazine e quotidiani hanno infatti caratteristiche molto diverse e quindi richiedono soluzioni ad hoc. Finora aveva senso parlare di sito a pagamento soprattutto per i quotidiani (e anche su questo ci sono scuole di pensiero contrapposte). Ha molto meno senso, si pensava, ha un paywall per i magazine. Ma le cose sembrano cambiate sulla scia della chiusura di Newsweek e delle trasformazioni del mercato, arrivo dei tablet incluso.

The Atlantic è un giornale che mi incuriosice, già il nome è altamente evocativo, e infatti questo blog ne ha raccontato la storia un paio di mesi fa. La casa editrice che pubblica questo periodico vecchio di 155 anni ha diffuso l’altro giorno dati sull’andamento delle attività digitali. Ricordo che fino al 2008 il magazine, che si occupa di politica, esteri, economia, cultura, aveva un sito a pagamento. Aver abbattuto il paywall e puntato sul digitale ha permesso di far tornare in attivo la testata.

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Dal digitale metà della pubblicità raccolta da Wired (Usa)

La pubblicità raccolta sul digitale da Wired è il 50% del totale. In tutto il 2012 la media è stata del 45%. Un segnale incoraggiante per gli editori che guardano ai siti delle testate e alle edizioni per tablet come una fonte per bilanciare le perdite sulla carta.

La notizia è uscita ieri su Advertising Age (l’articolo è riportato in link alla fine di questo post) ed è contornata da altri dati importanti per portare avanti una riflessione sulla transizione al digitale nei periodici. Dunque Wired raccoglie metà della pubblicità sul digitale negli ultimi tre mesi del 2012, la media dell’anno è stata 45%. Era solo il 10% nel 2006.

Altri dettagli interessantissimi. Il 90% della pubblicità digitale è sul sito di Wired e dal tablet proviene solo una piccola quota. Troppo presto. E le pagine di pubblicità sul giornale di carta sono diminuite del 5,7% nel 2012. Ma Condé Nast precisa che la crescita nel digitale non deriva dal calo sulla carta, non è una illusione contabile.

Allargando il campo, Ad Age riferisce che The Atlantic, testata di cui si è parlato in Futuro dei Periodici per la coraggiosa scelta nel digitale, ha fatto meglio di Wired, arrivando al 59% della raccolta pubblicitaria sul digitale. Ma quest’ultimo, magazine del gigante dell’editoria Condé Nast, ha numeri più grandi dell’Atlantic, con diffusioni da 800 mila copie e 885 pagine complessive di pubblicità, contro le 450 mila copie e 463 pagine dell’Atlantic.

Howard Mittman, VP-publisher di WiredMittman, usa una metafora eloquente e raccapricciante insieme: «Possedere un giornale di carta non significa necessariamente che ci sia un peso analogico legato intorno al tuo collo tecnologico». Un quadro più ampio è stato tracciato nel pubblicato oggi su Futuro dei Periodici.

Advertising Age: metà pubblicità Wired è digitale.

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Tagli nei periodici, Newsweek licenzia giornalisti

Il direttore Tina Brown lo aveva preannunciato, quando aveva dato la notizia del passaggio di Newsweek al digitale (e la conseguente chiusura dell’edizione cartacea): una parte della redazione sarà lasciata a casa. Qualche ora fa è arrivata la conferma che i tagli stanno per arrivare. Non si sa il numero dei giornalisti che perderanno il lavoro. Ma all’interno di Newsweek si dice che, nonostante i tagli, il giornale continuerà a essere in rosso, a perdere denaro.

Segnalo nell’articolo dell’Huffington Post, riportato qui sotto nel link, la classifica dei magazine più venduti negli Stati Uniti. Ci sono le copertine, è una foto gallery piacevolissima e istruttiva (almeno per me): fa vedere cos’è il mercato dei periodici, a quali lettori si rivolge, si può vedere la divergenza che si sta creando con il mondo delle news, ormai monopolio dei quotidiani e dei siti.

M’interessa perché: il passaggio al digitale (speriamo meno repentino di quello di Newsweek) comporterà per i periodici americani un ridimensionamento degli organici e chiusure di giornali?

The Atlantic: licenziamenti a Newsweek

Huffington Post: partono i licenziamenti a Newsweek

 

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The Atlantic

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L’Espresso sciopera, l’Huffington avanza.

Leggo dello sciopero che oggi e domani, 20 e 21 novembre, fa incrociare le braccia ai redattori dell’Espresso, settimanale del gruppo editoriale De Benedetti.

I redattori protestano contro un piano anticrisi che prevederebbe, stando a quel che si legge, il ricorso al prepensionamento (e non al licenziamento, come scrive oggi un sito: è un grave errore) per alcuni giornalisti, leggo 12 su oltre 50 componenti della redazione.

Un taglio pesante.

12 su 50 significa ripensare la formula che ha fatto la storia e il successo dell’Espresso.

Avremo un giornale interamente scritto dai collaboratori, come avviene in molte testate americane? Nella redazione resteranno solo gli addetti al desk, giornalisti che commissionano i pezzi, decidono gli argomenti, titolano, correggono e mettono in pagina gli scritti? Una volta questi giornalisti venivano affettuosamente chiamati “culi di pietra” dai colleghi che scrivevano, e loro si consolavano pensando che rinunciavano a fare i giornalisti (così dicevano loro) in cambio di una vita più regolare e della carriera. In futuro, forse, saranno gli unici giornalisti sicuri dello stipendio.

Una riflessione che vale anche per altri giornali italiani. Redazioni interamente composte da “culi di pietra”? (lo dico anch’io con affetto, magari perché mi riguarda).

Ma c’è un altro aspetto dello sciopero all’Espresso che vorrei mettere in luce. Mentre i giornalisti dell’Espresso si astengono dal lavoro (richiamandosi al patto con il lettore: ma temo che il lettore non sia così sensibile alle difficoltà e alla funzione sociale dei giornalisti, visto quello che dice della stampa un Beppe Grillo alla ricerca di facili consensi elettorali), gli utenti unici dell’Huffington Post Italia crescono. E l’Huffington Post Italia nasce da una joint venture del Gruppo Espresso. In altre parole, l’editore de l’Espresso tiene in piedi anche l’Huffington Post Italia. Sarà stato un mezzo flop rispetto alle aspettative, la versione italiana dell’Huffington, ma il tempo dirà qual è la vera verità.

Abbiamo una rivista di carta che ha fatto la storia del giornalismo italiano. E una testata digitale (nativa digitale) che ne sta prendendo il posto, se è vero che il digitale è lo sbocco inevitabile del giornalismo scritto, parlato, per immagini.

Nell’attesa, sul sito del Gruppo Espresso vengono esaltati i risultati del primo mese dell’Huffington Post Italia, il mese di ottobre. Ecco alcuni passaggi.

«Huffington Post in ottobre ha registrato oltre 1.100.000 utenti e 7.000.000 di pagine al netto delle fotogallerie; comprendendo queste ultime si arriva a un totale complessivo di 11 milioni.

Il primo mese dell’edizione italiana di Huffington Post  si chiude pertanto con un risultato di audience che supera le stime di piano e colloca il sito diretto da Lucia Annunziata tra i protagonisti nel panorama dell’informazione online.

La joint venture tra Gruppo Editoriale L’Espresso e Huffington Post Media Group totalizza oltre 64mila utenti unici e 220mila pagine viste nel giorno medio (fonte Audiweb Nielsen SiteCensus).

Huffington Post Italia si va caratterizzando per le esclusive nei settori dell’economia e della politica, come le anticipazioni sugli esodati e sullo sviluppo delle primarie nel Pd, nonché per la capacità di affrontare i temi del giorno e lo spazio dei diritti civili con un taglio che rispecchia i valori delle nuove fasce di lettori, come i giovani e le donne, nel rispetto degli orientamenti sessuali, ideologici e di fede. (…). Continua inoltre a crescere il parterre dei blogger, oramai oltre 250 tra opinion leader, esperti e personalità della cultura  e dell’attualità».

Un mio sintetico post sull’Atlantic racconta di come la formula adottata dal mensile (10 numeri all’anno) statunitense per uscire dalle secche della crisi sia stata quella della propria cannibalizzazione. Il sito che cannibalizza un giornale che ormai non va più. L’Espresso ha ancora un vasto pubblico di acquirenti e, cosa spesso trascurata, un’alta readership. Invece Huffington Post Italia ha tutto l’aspetto di un cannibale con l’osso nel naso.

M’interessa perché: 1) la crisi avanza, fioccano gli stati di crisi nei giornali; 2) il digitale cannibalizza la carta?

Il punto: cosa accadrà ai giornali italiani più conosciuti? Sapranno costruire un futuro che combina carta e digitale, oppure emergeranno nuovi concorrente (interni o esterni alla casa editrice) che li sostituiranno?

Sito del Gruppo l’Espresso: i successi di Huffington Post Italia

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Il boom di The Atlantic nel digitale: una buona notizia, ogni tanto

Sarebbe una bella storia da raccontare quella di The Atlantic, rivista letteraria statunitense nata oltre 150 anni fa, gioiello editoriale fondato da un gruppo di scrittori e intellettuali “liberal” del New England, che è diventata un caso grazie al successo nel digitale e ai suoi 12 milioni e mezzo di visitatori unici nell’ottobre 2012 (+45%).
Sarebbe una bella storia, perché fa vedere come un giornale che sembrava destinato alla chiusura dopo dieci anni di conti in rosso sia invece rinato e si sia imposto come uno dei siti di informazione e riflessione politica e culturale più autorevoli e soprattutto più letti degli Stati Uniti.
Nel secondo link trovate un articolo di due anni fa del New York Times. Racconta come abbia pagato, per The Atlantic, la strategia del “digital first“, prima di tutto il digitale. La dirigenza spiega qual è stato l’approccio al digitale. In sintesi: The Atlantic ha agito come se fosse una nuova realtà editoriale, una start-up della Silicon Valley foraggiata con venture capital,  decisa ad aggredire e sconfiggere… The Atlantic. «Che cosa avremmo fatto se il nostro obiettivo fosse stato quello ci cannibalizzare noi stessi?» dice il proprietario del giornale, David Bradley.

I primi passi sono stati: fondere la redazione del giornale di carta con quella digitale; rinunciare a far pagare la lettura delle notizie sul sito (buttato via il paywall); mettere insieme la raccolta pubblicitaria, senza distinguere tra i budget dei due canali.

The Atlantic ha anche organizzato eventi con il proprio brand: conferenze con il marchio del giornale con accesso a lezioni a pagamento. Un progetto realizzato con l’Aspen Institute ha raccolto l’adesione di 1200 persone, ciascuna delle quali ha pagato 2 mila 700 dollari per quattro giorni di seminario.

Sarebbe bello raccontare questa storia.

M’interessa perché: 1) fa vedere come anche una testata tradizionale-che-più-tradizionale-non-si-può abbia una chance di restare in vita, anzi, di prosperare, nell’era digitale; 2) “ragionare come una start-up, cannibalizzare se stessi”; 3) non c’è una strada uguale per tutti, ma c’è una strada; 4) il digitale non è solo informazione da due soldi.

Il punto: trovare la strada giusta per ridare un significato editoriale ed economico alle testate di carta.

foliomag.com: The Atlantic vola sul web

nytimes: il rilancio di The Atlantic

 

 

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