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Cosa sta succedendo alle concessionarie della pubblicità

Publikompass, Mondadori, Prs, Visibilia… Il mondo della pubblicità legato ai giornali sta cambiando. Perché i ricavi nella carta stampata sono collassati e il passaggio al digitale è pieno di incognite

CAMBIANO TUTTI Molti si chiedono cosa sta succedendo alle concessionarie di pubblicità, ovvero a quella parte delle case editrici di giornali, o società collegate, che raccolgono la pubblicità per le pagine di quotidiani e periodici.

Se lo chiedono a una settimana dalla notizia che Publikompass, una delle maggiori concessionarie italiane, si preparerebbe a lasciare a casa un’ottantina di dipendenti. Se lo chiedono all’indomani della indiscrezione secondo cui la concessionaria di un grande editore di periodici, Mondadori, dovrebbe presto essere accorpata a Publitalia di Mediaset (notizia che ha preso consistenza il 14 ottobre).

Ma movimenti nel mondo della pubblicità hanno riguardato Prs e Visibilia, entrambe in corsa, fino allo scorso giugno, per i periodici ceduti da Rcs Mediagroup.

Che cosa sta accadendo?

UN GRAFICO PER CAPIRE Mi è tornato in mente uno studio sui quotidiani italiani condotto da un’importante società di consulenza, Bain & Company, uscito nel 2012, nel quale erano ipotizzati alcuni cambiamenti che, in parte, sono avvenuti o stanno riguardando i giornali. Struttura delle case editrici, lavoro nelle redazioni, filiera della distribuzione, edicole incluse. Trovate qui un estratto. Ricordo di aver trovato questo studio nel blog il giornalaio (giornalaio.wordpress.it), sempre ricco di notizie preziose.

Nella parte dello studio dedicata alle concessionarie di pubblicità compariva questo grafico, già pubblicato in questo blog: contiene domande sul futuro della pubblicità e suggerisce ipotesi di accorpamento. Quel che sta accadendo in queste settimane a 360 gradi.

I MOTIVI Le ragioni del cambiamento, per quel che può capire un “profano”, sono: il crollo dei ricavi pubblicitari, la prospettiva di minori ricavi futuri dal mondo del digitale, il ridimensionamento del mondo dei giornali.

Futuro dei Periodici

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Meno copie vendute, più lettori – Le diffusioni dei periodici negli Usa (primo semestre 2013)

Continua la caduta delle copie delle riviste vendute in edicola, tengono gli abbonamenti ma, paradossalmente, cresce l’audience: sommando edizioni cartacee, digitali e attività social, aumenta la base dei lettori dei periodici.

 

Mi ha colpito il modo in cui l’associazione degli editori americani di periodici (Mpa) ha commentato i dati sulle vendite delle riviste Usa nella prima metà del 2013.
BRUSCO CALO IN EDICOLA. La rilevazione sulle copie registrate vendute, fornita dalla Alliance for Audited Media (AAM), registra un calo delle copie vendute in edicola dell’8,2%. Ma tengono le copie in abbonamento. Così il calo complessivo è stato solo dell’1%. Se ne ricava, quindi, che le vendite in edicola sono solo il 10% del totale. E sono queste il vero indicatore dello stato di salute dei giornali. Perché vengono pagate a prezzo intero, e non fortemente scontato, “stracciato”, come gli abbonamenti. E perché vengono prese come punto di riferimento dai pubblicitari, nello stabilire gli investimenti.
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Grandi editori al bivio: su Axel Springer che vende i quotidiani regionali e alcuni periodici

Axel Springer, colosso tedesco della carta stampata, primo editore europeo a sviluppare con successo il digitale, ha deciso di vendere i propri quotidiani regionali e alcune riviste, tra cui marchi storici.

Axel Springer, editore del più venduto tabloid europeo (quotidiano popolare) Bild e del conservatore Die Welt, ha annunciato la cessione della propria rete di quotidiani locali e di alcuni periodici a Funke Mediengruppe per 920 milioni di euro. Tra le riviste cedute, il settimanale televisivo, una guida, Hoerzu, prima testata del gruppo Springer, nata alla fine del secondo conflitto mondiale.

La decisione è motivata dalla volontà dell’editore di concentrarsi sullo sviluppo digitale delle testate più forti, i power brand del gruppo, in particolare il sito del tabloid, Bild Online.

Alcune dichiarazioni:

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Negli Stati Uniti aumentano i lettori dei periodici – Dati sulla readership primavera 2013

Negli Stati Uniti sale il numero dei lettori, l’audience dei periodici, al contrario dell’Italia, dove il lettorato dei periodici è in discesa. Vi chiedo di dare un’occhiata ai numeri ma anche al tipo di testate che ottengono le performance migliori. Incluse quelle che vendono di più in ambito digitale (tra cui Tv Guide).

Il Survey of the American Consumer di GfK MRI dice che l’audience complessiva dei periodici statunitensi è cresciuta in un anno del 3%, raggiungendo 1,2 miliardi di lettori. Ricordo che questo numero somma i lettori di tutte le riviste, sia quelli che acquistano o ricevono in abbonamento la testata, sia quelli che la trovano in casa, perché comprata dai familiari, o in luoghi pubblici (il barbiere…).

L’articolo di Adweek elenca i titoli a maggiore crescita, tra cui (tenetevi forti) Diabetes Forecast, Yoga Journal, Psychology Today. Tante testate che parlano di cibo, da Food Network Magazine a Eating Well. Ma anche The Atlantic, The Economist, New York magazine e The New Yorker.

Perdono in maniera rilevante i giornali di moda e i maschili (American Hunter, Golf Digest, Maxim).

Nel digitale si osserva che la percentuale è ancora una frazione ridotta delle letture complessive, 1,4% del totale, con crescita annuale dell’83% a 16,9 milioni di lettori. Osservo che tra i più letti in versione digitale c’è Tv Guide, con 705.000 lettori: un buon segno per le guide televisive, giornali che hanno un futuro segnato ma continuano a vendere moltissime copie e dunque sono uno degli assi portanti di qualsiasi editore abbia un titolo in quest’area. La crescita nel digitale indica una strada per queste testate.

La domanda vera, tuttavia, è questa: perché il numero di lettori aumenta e le copie vendute in edicola calano vertiginosamente? E per quale ragione si calcola la readership? Al primo quesito è arduo rispondere. Mentre il secondo mi fa venire la voglia di dire che gli editori raccolgono stime sulla audience complessiva per dimostrare che i loro giornali sono ancora efficaci a livello pubblicitario (per approfondire, guardate qui: http://www.consterdine.com/articlefiles/42/HMAW5.pdf): nonostante la crisi, continuano a raggiungere fasce larghe di popolazione.

Adweek: l’audience dei periodici statunitensi. 

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Per competere con Google non cercare di imitarlo, editore!

Come gli editori possono competere con Google e le grandi compagnie digitali non giornalistiche nella caccia alla pubblicità online? Un articolo uscito nel sito di Nieman Lab racconta le strategie di quattro realtà giornalistiche americane che si sono mostrate innovative.

Quel che mi colpisce della indagine di Ken Doctor, esperto di editoria di cui questo blog si è già occupato, è la messa a fuoco di un punto: gli editori di prodotti giornalistici non devono inseguire Google e le altre compagnie digitali sulla strada dei contenuti a basso prezzo. Da sempre la stampa propone contenuti premium, rivolti a fasce demografiche e sociali bene individuate, dunque appetibili per le aziende. Questo va fatto anche nel digitale. Altrimenti si è destinati a soccombere.

Sono concetti che aprono gli occhi a chi, come me, non s’intende di new media, lavora nella carta stampata e non riceve una formazione per capire le logiche del digitale.

Per dire… Facebook, che negli Usa raccoglie un quarto della pubblicità nel digitale, vende lo spazio agli inserzionisti a 80 centesimi di dollaro ogni mille impressioni, mille pagine viste. Ma a questi prezzi nessun editore può sopravvivere, perché produrre contenuti giornalistici costa molto, e non ci si sta dentro. Questo ormai mi è chiaro. Gli editori, dice Ken Doctor, vogliono, devono guadagnare da 20 a 50 volte di più.

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Il declino della pubblicità sui quotidiani americani: in cinque anni perso il 60%.

Guardate la tabella. Indica il declino della pubblicità sui quotidiani americani. Dal 2005 a oggi il calo è stato del 60%. Sette anni, un’altra epoca.

Newspaper and ad

Nel 2012 la raccolta pubblicitaria è calata dell’8,5%, a 18,9 miliardi di dollari. Il picco era stato raggiunto nel 2005 con 47,4 miliardi di dollari. Il bello è che nel 2012 la spesa complessiva in pubblicità negli Stati Uniti è cresciuta del 3%, a 139,5 miliardi di dollari. In altre parole, la pubblicità cresce ma la carta stampata è stata superata da altri media.

E i periodici, cui questo blog è votato? Nel 2012 sono state raccolte 150.699 pagine di pubblicità contro un totale di 243.305 pagine nel 2005. In sette anni il calo è stato del 38%.

Il Punto: il crollo di una delle due grandi voci di ricavo della carta stampata.

Media Daily News: il calo della pubblicità nella carta stampata americana.

Media_Daily_News

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Cosa succede se non leggi più il giornale a colazione – Lo stato dei media nel 2013

Il giornalismo sta attraversando un periodo di grandi opportunità, non solo di bilanci in rosso? Alan Murray, ex giornalista del Wall Street Journal e presidente del Pew Research Center, spiega invece qual sia l’esatta condizione dei giornali. Si va al punto: la perdita di pubblicità, l’irrilevante crescita delle copie vendute, la frammentazione dei new media.

Prima di lasciare spazio all’entusiasmo per il digitale, bisognerebbe capire cosa sta succedendo al giornalismo e quali saranno le conseguenze per le testate e per chi ci lavora. Una sintesi viene fatta da Alan Murray, per cinque anni responsabile dello sviluppo digitale del Wall Street Journal, presidente da alcuni mesi del prestigioso Pew Research Center, organizzazione no profit che ogni anno rilascia un rapporto sullo Stato dei media. Potete ascoltare l’intervento di Murray alla George Washington University School of Media and Public Affairs. Ma ho selezionato alcuni punti e li ho sintetizzati in italiano. Potete leggerli qui sotto.

Sì, anche al Wall Street Journal, grazie al digitale, l’audience complessiva non è mai stata alta come in questi anni. 10, 15 volte superiore a quella che il giornale ha avuto nel periodo d’oro. Questo significa che il Wall Street Journal è in grande salute? Purtroppo no. In tutto il mondo avanzato, a causa dell’esplosione della comunicazione digitale, non c’è più un modello di business per i giornali, non si è ancora trovato il modo per ripagare e tenere in piedi il business.

 

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Il giorno del trasloco – Editori che cambiano sede e… tenore di vita

Il palazzo del Miami Herald era diventato il simbolo del crepuscolo del giornalismo nell’era del digitale. Due giorni fa il quotidiano americano ha cambiato sede, mettendo fine a un’agonia raccontata anche sui media italiani. Ma la tendenza al trasloco non è solo americana. Come raccontano articoli di questi mesi.

Alla fine il Miami Herald, storico quotidiano della Florida, con mille dipendenti, ha traslocato. Ecco una foto della cerimonia d’addio, dopo la riunione di redazione delle 3 del pomeriggio, il 16 maggio.

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Il progressivo impoverimento del giornale è stato oggetto di articoli in tutto il mondo. La sede aveva una bellissima vista sul mare. Ma per tirar su qualche soldo un enorme cartellone pubblicitario era stato appeso alla facciata principale, oscurando le finestre di parte della redazione, proprio quelle che davano verso l’oceano. L’episodio è stato narrato in apertura di un importante rapporto del 2012 sulla transizione dei media, The Story so Far, della Columbia University. Non era sfuggito un diabolico dettaglio: la pubblicità che copriva il palazzo era di iPad di Apple, simbolo del digitale che avanza e manda in crisi i media tradizionali.

Miami Herald headquarters

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Rcs Mediagroup potrebbe chiudere 10 testate entro il 30 giugno

Uno dei maggiori editori di periodici, Rcs Mediagroup, annuncia che potrebbe chiudere dieci testate entro il 30 giugno 2013. Si tratta dei giornali che la società ha tentato di vendere in blocco. Ora le riviste saranno messe sul mercato singolarmente, per un tentativo in extremis.

Se ne è parlato nei mesi scorsi. L’idea di cedere l’intero pacchetto di 10 testate non ha però avuto successo. Sui giornali si è letto che la “dote” chiesta dai potenziali acquirenti era troppo alta. Significa che qualche proposta è arrivata, ma il potenziale compratore chiedeva di essere pagato per prendere i giornali. Non era un compratore, dunque. E chiedeva a Rcs una somma troppo alta.

Le testate saranno ora poste in vendita anche singolarmente. Si tratta di Novella 2000, Visto, A, Max, Astra, Ok Salute, BravaCasa, l’Europeo, Yacht & Sail e il polo dell’enigmistica. I giornalisti coinvolti sono circa 90, ma non bisogna dimenticare altri 20 dipendenti.

La notizia è stata ampiamente ripresa e scopiazzata nel web. Consiglio di leggere il link al sito di Franco Abruzzo (ex presidente dell’Ordine della Lombardia e incontenibile aggregatore di notizie sul mondo del giornalismo), che riporta anche la cronaca della protesta dei giornalisti Rcs davanti a un teatro Milanese.

La notizia più inquietante è che in azienda si parli di cassa integrazione a zero ore per i dipendenti delle testate che dovessero essere chiuse. Una misura pesante. La cassa integrazione guadagni eroga assegni della stessa entità, da 959,22 euro lordi mensili a 1.152,90 euro lordi mensili, qualsiasi sia la professione o il lavoro, senza tenere conto degli stipendi realmente percepiti. Per i giornalisti questo comporta come minimo un dimezzamento della retribuzione.

Faccio un’annotazione: proprio ieri in un post parlavo di editori che vogliono separare il business dei giornali dalle altre attività, costituendo società autonome: in Rcs, invece, si va verso una vendita di testate e all’accorpamento di quelle che rimangono con i quotidiani del gruppo, Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport, come si legge negli articoli ripresi da Franco Abruzzo. Seconda annotazione: nei giorni scorsi un altro grande editore di periodici, il maggiore in Italia, Mondadori, ha annunciato di voler avviare dall’1 giugno uno stato di crisi biennale. Sono previsti contratti di solidarietà e prepensionamenti per i giornalisti. Siamo nel pieno della stagione più buia per la carta stampata, in generale, e per i periodici in particolare.

Il Punto: come viene affrontata la crisi dei giornali italiani.

Lettera43: vendita o chiusura di dieci periodici di Rcs.

Franco Abruzzo: vendita o chiusura di dieci periodici di Rcs.

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Morte dei blog o dei periodici? – Una riflessione di Andrew Sullivan

La polemica sulla fine dei blog. Ripresa da uno dei blogger più famosi, Andrew Sullivan. Un uomo, un brand. Ma la discussione ributta la palla nel terreno dei periodici. Sono i magazine quelli che più risentono della transizione al digitale dell’informazione.

Il post di Sullivan prende le mosse da un articolo di Marc Tracy per New Republic, rivista di politica e cultura con impronta liberal nata nel 1914. Il quale ragiona sulla morte dei blog, la certifica e porta come prova le trasformazioni del blog di Sullivan, The Dish.

We will still have blogs, of course, if only because the word is flexible enough to encompass a very wide range of publishing platforms: Basically, anything that contains a scrollable stream of posts is a “blog.” What we are losing is the personal blog and the themed blog. Less and less do readers have the patience for a certain writer or even certain subject matter.

Avremo ancora blog, naturalmente, perché il mondo è abbastanza capiente da contenere un’ampia gamma di piattaforme di pubblicazione. Di fatto, qualsiasi cosa contenga una pagina scorrevole con una successione di post è un “blog”. Quel che stiamo perdendo è il blog personale e il blog a tema. Sempre di meno i lettori hanno la pazienza di andarsi a leggere un certo autore o di seguire una certa materia, e solo quella.

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Il college di moda e design di Vogue – Nuove fonti di ricavo per i periodici

Condé Nast, la casa editrice americana di riviste patinate, ha aperto una scuola di moda a Londra. L’iscrizione ai corsi è costosissima. L’idea rientra in quella serie di attività che gli editori di giornali provano ad avviare per cercare nuove voci di guadagno. Le vendite dei periodici e la raccolta di pubblicità, infatti, stanno calando ovunque, dall’Italia agli Stati Uniti.

Il Condé Nast College of Fashion & Design, di cui parla il New York Magazine (guardate il link a fine post: c’è l’intervista al direttore della scuola), è stato aperto due settimane fa a Londra. Due i corsi attivi: il Vogue Fashion Certificate, della durata di dieci settimane, e il Vogue Fashion Foundation Diploma, che richiede un anno di frequenza.

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Il corrispondente di guerra pagato 20 euro a pezzo

Riprendo una lettera di Gabriele Barbati, freelance e collaboratore di SkyTg24, a Franco Abruzzo, ex presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia e curatore dell’omonimo sito di informazione sui giornali italiani.

Nel novembre 2012 sono andato a Gaza, per coprire la campagna militare israeliana nella Striscia, una notizia che ha tenuto titoli e prime pagine dei giornali per circa una settimana. Lusingato dalla pubblicazione su quotidiani nazionali, ho acconsentito a scrivere delle lunghe corrispondenze per questi quotidiani, spesso in situazioni di bombardamenti e di pericolo per la mia incolumita’.

Il giovane giornalista è amareggiato per essere stato pagato molto poco: dunque non vale niente il lavoro di chi più s’impegna?

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A confronto il passaggio al digitale della musica e dei giornali

La transizione al digitale dell’industria della musica come lente attraverso cui leggere quella dei giornali? Ci sono somiglianze: la concorrenza dell’online, la pirateria, la crisi delle organizzazioni, il maggior potere dei singoli, la ricerca di fonti di ricavo alternative. E grandi differenze. Manca però il The End. Sia per l’industria della musica, sia per l’editoria.

Saltabeccando su Internet ho trovato un articolo di Usa Today del 2009. Mi sembra ancora oggi pieno di spunti che ispirano. Vi si narra che:

Il 1999 è stato l’anno più ricco della storia della musica, apparentemente proiettato verso un’espansione illimitata dell’industria del disco. Nel marzo del 2000 la boy band ‘N Sync’s con No Strings Attached fu capace di vendere 2.4 milioni di copie nella prima settimana, il record di ogni tempo. L’anno si chiuse con un giro d’affari del settore pari a 14 miliardi di dollari.

Ma il 2000 è stato anche l’anno di Napster e della pirateria musicale che diffonde i brani gratuitamente ed erode le basi dell’industria. La battaglia contro il mercato illegale, subito avviata, portò alla denuncia di 35 mila servizi di file-sharing dal 2003 al 2009, quando la guerra venne definitivamente chiusa, senza una vittoria delle grandi case discografiche.

Contemporaneamente le vendite legali di musica nel digitale crescono notevolmente, senza però compensare le perdite nella vendita di cd, crollate del 50% entro il 2009 (vi ricorda qualcosa questo passaggio? NdA). Nel 2007 la colonna sonora di Dreamgirls arrivò al No. 1 delle classifiche con il minor numero di copie mai vendute per un album di successo: 60 mila copie.

Nel 2008 le vendite digitali valevano nel mondo 3,7 miliardi di dollari, ma rappresentavano appena il 5% della musica consumata. La gente, nel frattempo, scaricava illegalmente 40 miliardi di file all’anno.

Nonostante ciò, il consumo e la circolazione di musica ha raggiunto picchi ineguagliati (come il consumo di informazione nel digitale: si parla infatti di Età dell’oro della readership. NdA). Non solo grazie alla pirateria ma per merito, innanzitutto, della accessibilità e portabilità: la si può trovare facilmente e portare ovunque grazie ai lettori digitali.

L’iPod è stato introdotto nel 2001, per la gioia dei fan stanchi di spendere 20 euro per un cd che contiene al massimo due o tre tracce di valore.

Gli album perdono rilevanza, inizia un’epoca in cui trionfano i singoli, le singole canzoni (avete presente il fenomeno E-Single nel giornalismo? Guardate anche qui. NdA). Come avveniva prima dell’invenzione dell’Lp in vinile.

Leggete l’articolo di Usa Today. Spiega come il mondo della musica, posto di fronte al drammatico collasso di un modello di business, abbia reagito. Attraverso i concerti, la televisione, i video di YouTube, il merchandising.

Ma la storia continua.

Usa Today: storia del declino dell’industria musicale. E sua rinascita.

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Solo due grandi editori in attivo nel 2012: l’Espresso e Cairo

Solo 2 grandi editori italiani di giornali hanno guadagnato nel 2012

“Se consideriamo gli 8 gruppi editoriali italiani quotati – ha dichiarato l’amministratore delegato del Gruppo Editoriale l’Espresso, Monica Mondardini – nel 2012 essi hanno registrato, a livello aggregato, i seguenti risultati: un fatturato in calo del 10%; una redditività operativa lorda praticamente nulla; un risultato netto negativo per €760mn su un fatturato di €5mld. Solo 2 degli 8 gruppi hanno registrato un risultato netto positivo e di essi uno è il Gruppo Espresso” (l’altro è Cairo Editore).

Repubblica: una frase di Monica Mondardini
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L’online è il futuro dei giornali, ma oggi la carta resta il nostro cuore

Il 90 per cento dei ricavi dell’editoria proviene dalla carta, nonostante la transizione al digitale sia in atto. Lo dice il presidente dellla Federazione italiana editori di giornali, Giulio Anselmi (un giornalista).

Questo è uno dei punti che mi sono diventati chiari scrivendo questo blog, mese dopo mese. All’inizio avevo le idee confuse e credevo fosse necessario investire a più non posso nel digitale. Ho sentito persone dire che è necessario trasferire il più rapidamente i nostri giornali di carta nella nuova dimensione.

Non è così. Lo dicono mille notizie, ricerche, segnali.

L’ultimo, per noi italiani, è stato il convegno «Carta e Web: l’integrazione tra scelte strategiche e tecnologie» che si è tenuto il 10 aprile in Senato, a Roma.

Leggete l’articolo, uno dei tanti, del Corriere delle Comunicazioni, riportato in link alla fine del post.

Riporto solo le frasi di Giulio Anselmi, presidente di Fieg.

La carta rappresenta sempre il 90% dei ricavi del settore editoria. L’editoria nel 2012 presenta dati in rosso per il quinto anno consecutivo nonostante l’integrazione in atto con il digitale, che dà segnali positivi. La filiera della carta occupa 213mila addetti, pari al 5% dell’occupazione nel settore manifatturiero, che diventano 740mila con i 527mila addetti dell’indotto. Serve un sostegno forte per un settore stragico per l’informazione e per l’economia del paese”.

Il Web “rappresenta il nostro naturale interlocutore come via d’uscita da questa situazione ma la carta resta il nostro punto di riferimento. Non lo dico da nostalgico e non nativo digitale, ma lo dico guardando i numeri. L’online è il futuro, ma oggi la carta resta il nostro cuore”.

M’interessa perché 1) stabilisce le priorità d’intervento e di spesa per gli editori: sostenere la carta, sviluppare poi il digitale; 2) evita che l’entusiasmo digitale faccia danni; 3) leva l’allarme sull’impatto sociale della crisi della stampa in Italia.

http://www.corrierecomunicazioni.it/it-world/20693_anselmi-fieg-editoria-il-90-dei-ricavi-dalla-carta-solo-il-10-dal-web.htm

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La solitudine dei giornalisti dei periodici Rizzoli

Penso ai giornalisti dei periodici di RCS e già sento un’obiezione vibrare nell’aria: ma perché non pensi ai fatti tuoi?

Invece penso ai giornalisti delle 10 testate che uno dei maggiori editori di periodici italiani (ancora per poco) ha deciso di mettere in vendita o, in alternativa, di chiudere. Le ultime notizie dicono che la cessione sarebbe vicina e potrebbe essere decisa già domenica.

Sui loro colleghi del Corriere della Sera, dico colleghi perché sono dipendenti della stessa società, RCS Mediagroup, molto si scrive, molto si può leggere.

Lo capisco: sono giornalisti in forza al principale quotidiano del Paese, indispensabile alla completezza dell’informazione degli italiani, indispensabile alla nostra democrazia. La sede di Via Solferino, a Milano, è un monumento nazionale, le sue stanze sono state definite il Pantheon del giornalismo italiano. Quanta invidia suscitano.

Ma il pensiero torna ai loro colleghi dei periodici, di cui poco o niente si dice (magari è una cosa voluta da loro stessi, di qui il prevedibile invito a non impicciassi dei fatti altrui),dimenticato da tutti il loro “Pantheon” (all’Europeo hanno scritto Camilla Cederna, Oriana Fallaci, Giorgio Bocca), ma costretti a fronteggiare una situazione ben più preoccupante.

Per loro il rischio non consiste nel pensionamento anticipato di parte della redazione, non è il trasferimento dalla sede storica a un palazzo moderno di periferia.

I giornalisti dei periodici e le loro testate potrebbero essere ceduti a un altro, piccolo editore. Non è la perdita di posti di lavoro, sia chiaro. Ma c’è il timore che questo spettro possa materializzarsi tra non molto. Sicuramente si tratterebbe di un trauma maggiore del trasferimento del Pantheon del giornalismo italiano in un altro palazzo (rimasto semi-vuoto), vicenda che suscitare così forti emozioni nei vecchi del mestiere. E sui giornali di carta e digitali.

Quando un quotidiano è in pericolo di chiusura, o rischia un ridimensionamento, si rispolvera immancabilmente l’argomento della difesa del pluralismo e della completezza dell’informazione. Insomma, bisogna difende chi ci lavora perché è nell’interesse dei lettori. Nell’interesse generale.

Quando sulla graticola finiscono i giornalisti di altri settori, il tono è meno accorato.

Ma pensiamo anche ai nostri interessi, cari colleghi, e non vergognamoci di parlarne, via! Le pensioni e il welfare della categoria stanno in piedi perché ci sono i giornalisti dei quotidiani, dei periodici, della tv, delle radio, del digitale, degli uffici stampa. Se ci tenete ad avere una pensione, ad avere gli ammortizzatori sociali per il prossimo giro di valzer, ad avere un’assistenza sanitaria di categoria, dovete avere a cuore le sorti di tutti. Senza distinzioni.

Milano Finanza: vicina cessione 10 periodici Rcs Mediagroup.

Futuro dei Periodici

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Si misura dalle copie il successo di un giornale?

Le copie vendute in edicola sono ancora il metro del successo di un giornale? Lo è la somma delle copie cartacee e di quelle digitali? Oppure popolarità, vitalità e capacità di attrazione di una testata vengono portate alla luce da un nuovo mix di elementi, di rilevatori?

Le copie vendute, naturalmente, sono indice di successo perché equivalgono a soldi sonanti. E i pubblicitari guardano a questo indicatore (e al tipo di pubblico che segue una testata) per decidere dove investire.

Ma tutti sanno che oggi un giornale non esiste più soltanto in un’unica dimensione. Oltre alla carta esiste una sfaccettata realtà digitale, fatta di siti web, edizioni per tablet, discussioni su Facebook, scambi su Twitter.

Basta, tutto qui. Riporto questa frase trovata in un sito americano che commenta l’andamento di un’importante casa editrice di periodici, Time Inc., uno spunto per me nuovo di riflessione e valutazione.

«The circulation number is a metric from yesterday. More important is the integration between other dimensions of consumption: content sharing, time spent on the site, the interaction rate. What users do next is arguably more important than exposure to the content itself».

«Le diffusioni sono un metro del passato. Più importante è l’integrazione con altre dimensioni della fruizione del giornale: la condivisione dei contenuti, il tempo speso sul sito web, il livello di interazione. Quel che i lettori fanno dopo aver letto un articolo è forse più importante dell’incontro con il contenuto».

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La pubblicità nei periodici americani (primo trimestre 2013)

Come dicevo nel post precedente, gemello di questo, è utile mettere a confronto la raccolta della pubblicità sui giornali americani e su quelli italiani. Vengono fuori due scenari diversi. Il confronto aiuta a capire se per i periodici, e quali, vi sia una prospettiva realistica di ripresa.

E come dicevo nel post gemello, spero che voi non pensiate che l’attenzione per la pubblicità sia una personale ossessione. Da come va la raccolta della pubblicità nei periodici, dunque dal numero di pagine di inserzioni raccolte e dai relativi incassi, dipende in gran parte la sopravvivenza dei giornali. E la salvezza del posto di lavoro per centinaia di giornalisti in Italia.

Avete visto qual è la situazione italiana.

Riporto ora un articolo sulla pubblicità in America.

Nei primi tre mesi del 2013 c’è stato un calo, ma di appena il -4.9%, il più basso dal 2011.

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La pubblicità nei periodici italiani (febbraio 2013)

In Italia nel febbraio del 2013 continua il crollo della pubblicità nei giornali periodici, dunque nei settimanali e nei mensili. Negli Stati Uniti, invece, rallenta la caduta e c’è la speranza di una schiarita (per l’analisi e i dati guardate il post gemello). Due scenari molto distanti.

Chi non si occupa di giornali penserà che questa sia una personale ossessione. Invece guardare i dati sulla pubblicità vuol dire preoccuparsi del futuro di settimanali e mensili, il settore in cui lavoro, in cui lavorano migliaia di giornalisti italiani.

La pubblicità è in crisi cronica. In sette anni la raccolta è scesa del 60% e questo significa che stanno venendo meno le risorse finanziarie per tenere in vita molti giornali. Non è un problema da poco: un intero settore industriale è in ginocchio e si rischia un impatto sociale dalle conseguenze incalcolabili.

Per questo riporto i dati sulla pubblicità dei giornali italiani nel febbraio 2013.

In Italia il fatturato della carta stampata (quotidiani + periodici) nel febbraio 2013 registra un calo del 25,3%. Nello stesso periodo del 2012, periodo pestifero, che sta alla base di tutti gli stati di crisi nelle case editrici di giornali italiani aperti tra l’anno scorso e quello in corso, era appena del -6,4%!!!

Passiamo ai periodici. Nel febbraio 2013 perdono il 22,5%. Nel 2012 era il – 8,4% (a valore).

I settimanali fanno nel febbraio 2013 -22,9%. Facevano nel febbraio 2012 il – 13%.

I mensili fanno quest’anno -23,2%. Nel 2012 era -1,5%.

È tutto così assurdo…

Prima on line: raccolta pubblicitaria nei periodici nel febbraio 2013.

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Chi comanda nei giornali, tra carta e digitale

Un articolo della Columbia Journalism Review fa chiarezza sulle tante sparate autopromozionali degli editori americani.

Tutti a dare risonanza alla straordinaria crescita nel digitale, soprattutto nella raccolta pubblicitaria.

Ma quanto pesa davvero il digitale nei bilanci degli editori? E chi conta di più, adesso e nella prospettiva del breve e medio termine?

La vera questione, dice il bolletino della Columbia University, è il valore assoluto dei ricavi. Ovunque nei giornali americani (e di tutto il mondo) i ricavi pubblicitari nel digitale stanno rapidamente salendo da un punto di partenza molto, molto basso. E negli Usa la raccolta complessiva ammonta nel 2012 a circa 3 miliardi di dollari. Vale a dire appena un quinto della raccolta pubblicitaria sulla carta stampata. E se un editore come Forbes, con un sito web studiato in tutto il mondo per le sue innovazioni nelle strategie e nell’organizzazione del lavoro, annuncia di fare metà dei ricavi pubblicitari con il digitale, questo è un buon segnale. Ma può essere una delle conseguenze del pauroso calo sulla carta stampata (tradotto: se calano i ricavi sulla carta stampata, crescono in valore percentuale quelli del digitale. Se ne era parlato qui). Non è un successo che fa dormire sonni tranquilli.

«But the real questions is, as always, compared to what? Digital ads everywhere in US magazines are rising from a low base, and, at about $3 billion nationally, are still a fifth that of print ad sales. That digital ads now account for half of total ads at Forbes can be good news but can also be a function of shrinking print ad sales».

Il Punto: dove fanno i soldi gli editori, tra carta e digitale.

Columbia: leggere i dati sul digitale
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Riscoprire il linguaggio dei periodici

Frasi famose.

“Magazines have their own language and we need to return to the origins of that language,” added Mr. Andrés Rodríguez. “It’s also about walking into a bar and sending a very clear message by the way you’re holding the magazine under your arm – and that’s an experience that anything digital will never give you.”

“I periodici hanno un loro specifico linguaggio e noi editori dobbiamo ritornare al linguaggio delle origini”.

Lo dice Andrés Rodríguez, 47 anni, l’editore e fondatore di SpainMedia, un ex giornalista che, mettendosi in proprio, ha lanciato questo mese (il 6 marzo) l’edizione in lingua spagnola, e per la Spagna, di Forbes, il mensile americano dedicato al mondo degli affari.

Parla di questa avventura il corrispondente da Madrid del New York Times, che traccia un ritratto di imprenditore controcorrente, fiducioso di veder tornare l’età d’oro dei giornali periodici e della pubblicità sulla carta stampata, nonostante il Paese in cui vive e lavora sia stato travolto da una crisi che finora ha portato alla chiusura di decine di testate e alla perdita del posto di lavoro per almeno 8 mila giornalisti.

Il Punto: i periodici, come si è detto più volte su questo blog, non sono una semplice raccolta di news. Si distinguono innanzitutto per la voce, il linguaggio.

The New York Times: l’editore che lancia Forbes in Spagna

New York Times

New York Times

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I periodici hanno ancora senso. Ma non sono più un grande affare

Frasi celebri.

Things have changed. “Magazines are still a great experience; they just haven’t been a great business,” said Michael Wolf, CEO of Activate, a consultancy that works with Condé Nast.

Le cose son cambiate. “I periodici hanno ancora un senso; è solo che non sono più un grande affare”, dice Michael Wolf, Ceo di Activate, società di consulenza che lavora per Condé Nast.

(A proposito del significato della vicenda Time Inc., il maggiore editore americano di riviste, che tre giorni fa ha deciso di scorporare le attività editoriali dalla società principale, Time Warner (centrata sul cinema e la tv), per farne una compagnia autonoma che corre da sola a Wall Street).

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Nella testa degli editori che ristrutturano i periodici – 4

Torno allo studio di Boston Consulting Group che ho riletto alla luce degli stati di crisi aperti dai maggiori editori italiani di periodici (e quotidiani). È una specie di guida per le società che vogliono provare a trasformarsi per trovare una via d’uscita dal declino.

Ieri si parlava del taglio dei costi, oggi di sviluppo dei ricavi (questa è il quarto post della serie. Se v’interessa, leggete qui la prima, la seconda e la terza parte).

Come può un editore, nel pieno della crisi economica e strutturale, sostenere i ricavi e magari incrementarli? Dopo aver fatto una ricognizione su 1600 editori a livello globale, Boston Consulting Group (Bcg), pur scartando (naturalmente) formule miracolistiche, crede che si possa intervenire sui prezzi dei giornali. In altro punto, che rinvio al prossimo, conclusivo post, l’attenzione va invece alle nuove aree su cui investire, direzione ben più corposa e promettente.

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Nella testa degli editori che ristrutturano i periodici – 3

C’è bisogno di una guida, una specie di mappa, per capire cosa c’è nella testa degli editori di periodici che, con poche eccezioni, hanno avviato una seconda stagione di ristrutturazioni (a volte senza dichiararlo).

Riprendo il filo del discorso avviato in altri post (questa è la terza parte. Se v’interessa, leggete qui la prima e la seconda parte). Prendo lo spunto da uno studio della multinazionale della consulenza Boston Consulting Group (che ha lavorato per alcuni editori italiani). Non sposo la loro prospettiva, fornisco un elemento utile per capire cosa ci sta succedendo. Partendo dal presupposto che, come dice Boston Consulting Group (Bcg), limitarsi a tagliare i costi in ogni caso non basta.

Gli editori devono iniziare un viaggio di trasformazione delle loro aziende e dei prodotti editoriali. E la prima mossa, secondo Bcg, è sbloccare risorse, cash, per finanziare la transizione e tener buoni gli azionisti (quando ci siano).

L’organizzazione aziendale va rivista con l’occhio severo e distaccato di un private-equity buyer: come se la si dovesse comprare e non si fosse i proprietari.

Il consiglio, per gli esperti ovvio, è di agire su tre elementi: i costi (operativi e strutturali); i ricavi (copie e pubblicità); il valore per gli azionisti.

Il mix delle leve da utilizzare cambia a seconda dell’azienda, ma l’effetto è sempre positivo.

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Time Inc. vende i periodici People, Real Simple, InStyle

Time Inc., principale editore americano di periodici, proprietario di Time, gigante del cinema e della tv, starebbe trattando con Meredith, editore di Better Homes and Gardens, che i lettori di Futuro dei Periodici conoscono bene.

Oggetto: cedere tutte le testate tranne Time, Fortune, Sport Illustrated.

Da una parte il sangue blu dell’editoria Usa, con sede al 1271 Avenue of the Americas, New York, giornalisti che negli anni d’oro si muovevano con l’autista e in elicottero. Dall’altra l’editore di giornali per la donna media americana, in 1716 Locust Street, Des Moines, Iowa.

Come in Italia?

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Rcs, Mondadori, Repubblica e i numeri della crisi dei giornali

Le preoccupazioni in Rcs Mediagroup per l’arrivo di un piano di crisi che potrebbe colpire duramente i periodici. I tagli annunciati in Mondadori, dove saranno chiusi quattro mensili. La ristrutturazione a l’Espresso, Radiocor, la Stampa. I tuoni su altre società. L’editoria è nella bufera. E i giornalisti sanno che le difficoltà sono moltiplicate dalla fragilità di chi dovrebbe sostenere i lavoratori che perdono il posto.

Da varie parti (ne cito una: Reuters) si ricorda che domani in Rcs Mediagroup inizia un percorso che dovrebbe portare, per l’inizio di marzo, alla presentazione da parte dell’azienda di uno stato di crisi per le proprie testate, quotidiani e periodici, nel quale sarebbero previsti sacrifici pesanti soprattutto per i secondi.

In questi giorni in Mondadori si procede all’analisi interna della situazione e ogni giorno escono i numeri degli esuberi tra i redattori di testate grandi e piccole, da Panorama a Ciak (sono numeri certi? Lettera43 e Italia Oggi li rivedono ogni giorno).

Nel frattempo all’agenzia del Sole24Ore, Radiocor, c’è fibrillazione, come riporta Franco Abruzzo, per la modifica al contratto di solidarietà: il taglio alle retribuzioni dei giornalisti dovrebbe passare dal 9% al 35% dello stipendio (il contratto di solidarietà applica il principio “lavorare meno, lavorare tutti”: non si licenzia nessuno ma si riduce il reddito dei lavoratori per un certo periodo, nella speranza che basti a superare le avversità).

Una situazione molto seria, perché, come racconta un articolo di Lettera43 che riprendo dal sito di Franco Abruzzo e riporto in link (trionfo del gioco degli specchi su internet e dell’aggregazione moderna: ma credo che qualche pezzo originale di Futuro dei Periodici, farina del sacco, abbia ispirato articoli di apprezzate testate online), dicevo, situazione molto seria perché cigola sotto il peso della crisi l’istituto di previdenza dei giornalisti, Inpgi, che sostiene il costo dei contratti di solidarietà e della cassa integrazione, gli strumenti con cui le aziende e i giornalisti cercano di alleggerire l’impatto della crisi sui lavoratori e di conservare i posti di lavoro.

Dal 2009 sono 37 le aziende per cui è stata riconosciuta la crisi, 591 giornalisti sono stati pensionati, 1210 sono finiti in cassa integrazione, 1019 hanno contratti di solidarietà.

Il Punto: è in discussione la tenuta del sistema. Il sistema creato da editori e giornalisti.

Lettera43 feat. Franco Abruzzo: crisi dell’editoria 2013

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Giornali che cambiano sede e periodicità

La crisi obbliga gli editori a fare economie. Sia nella revisione dello “stile di vita” delle società (Condé Nast negli Usa ostentava fino al 2009 una proverbiale grandeur) sia nella fattura dei giornali. E non si tratta solo di tagli al numero di giornalisti e ai loro stipendi.

Proprio Condé Nast, racconta questo pezzo di WWD, ha deciso l’altro giorno di ridurre la frequenza di uscita di uno dei suoi mensili, W, da 12 a 10 numeri. La notizia ha qualcosa di sorprendente perché lo scorso anno la raccolta pubblicitaria era cresciuta del 10%. Le copie sono ferme a 450 mila al mese. Ma il giornale è uno dei più sottili di Condé Nast. E cambiare la periodicità permette all’editore di fare più profitti, nel gioco tra costi e ricavi. Un segno della crisi.

Non è la prima pubblicazione a diminuire le uscite. Nel settembre del 2011 era toccato ad Harper’s Bazaar di Hearst.

Ma tra gli editori in crisi c’è un’altra strada al risparmio spesso imboccata. Parlo del cambio di sede. In questi giorni il Washington Post sta valutando se vendere la prestigiosa sede nel centro della capitale federale. Il palazzo dove si è scritta la storia dello scandalo Watergate. Non è l’unico giornale. Mentre i giornali sono in crisi e le redazioni dimagriscono, il valore degli immobili è in crescita (dice un pezzo dello stesso Washington Times).

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Il New York Times si è trasferito nel 2007 nel bellissimo grattacielo disegnato da Renzo Piano, ma due anni dopo è stato costretto a vendere l’edificio e a firmare un contratto di affitto, per non abbandonarlo. Stesso copione nel settembre del 2010 per Forbes, sulla quinta Avenue di Manhattan.

In Italia hanno cambiato sede, negli anni, il Gruppo L’Espresso a Roma, e, tra gli altri, Hearst Magazines a Milano. Ogni tanto ritornano le voci un trasferimento di Mondadori, che lascerebbe il palazzo di Oscar Niemeyer a Segrate, e sono soggete a stop and go quelle che prevedono un trasferimento dei giornalisti del Corriere della Sera, che abbandonerebbero lo storico palazzo milanese di Via Solferino.

Il Punto: come risparmiano gli editori di giornali.

Wwd: periodici che cambiano frequenza di uscita

Washington Post: il giornale cambia “casa”

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Cosa sono i periodici e il loro dibattuto futuro

Cos’è un periodico?

Più che domandarmi se in futuro i periodici saranno di carta oppure diventeranno prodotti solo digitali, per me conta capire se ci sarà spazio per quell’esperienza di lettura di cui i periodici sono lo strumento.

Un periodico non è un contenitore di notizie che esce una volta alla settimana o al mese.

Un periodico non è l’approfondimento di notizie già uscite.

Un periodico non è neppure un dispensatore di servizi, come le ricette di cucina, i consigli per l’arredamento, una guida alla scelta dello smartphone.

Tutto questo, ammetterete, viene ampiamente dato dalle mille voci che parlano in Internet e nella nebulosa senza confini del digitale.

Provo a condensare.

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Non solo Newsweek: anche Spin tra le chiusure di periodici

Chiude Spint, testata musicale che da 27 anni raccontava la scena musicale alternativa. Il periodico, un mensile che era stato trasformato in bimestrale per tentare di salvare l’edizione cartacea, uscirà solo in formato digitale.

NON SOLO NEWSWEEK. Riporto la notizia della chiusura di Spin, magazine americano letto nel mondo, per tre motivi. Il primo è dire che non solo Newsweek abbandonerà le edicole dal 2013. Il secondo è far vedere come si è arrivati al capolinea: prima di diventare una testata che esce solo online, Spin ha cambiato periodicità, puntato su articoli più lunghi, enfatizzato l’aspetto patinato: ma diventare un prodotto “di lusso” non è bastato. Il terzo aspetto è quel che accade nel mondo dei periodici musicali, pesantemente colpiti dall’avanzare del digitale: c’erano molti concorrenti oggi, di fatto, sopravvive solo Rolling Stone.

I DATI. Spin, negli ultimi dieci anni, ha visto un declino della raccolta pubblicitaria da 661 pagine nel 2003 a 378 nel 2011, con un calo del 43%. Nei primi nove mesi del 2012 c’è stata un’ulteriore, devastante, discesa del 40%, da 287 a 171 pagine.

Quanto alle copie vendute, nel secondo semestre 2011 Spin vendeva, tra edicola e abbonamenti, 460 mila copie, sotto del 15% rispetto allo stesso periodo del 2005.

M’interessa perché: 1) descrive il percorso discendente di molti giornali; 2) fa vedere che si scende a tappe.

Il punto: testate famose sopravviveranno nel digitale?

Chi lo diceMediaPost Publications is an online resource for all advertising media professionals – Online, TV, cable, radio, print, interactive, agencies, buyers.
Madiapost: chiude il periodico musicale Spin

Spin-A

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La Francia si regala tablet ed edicole online per Natale

In Francia gli editori si aspettano il boom dei tablet per Natale. Intanto hanno aperto la strada al digitale. Gli editori transalpini hanno investito nelle edicole virtuali, promuovono le versioni digitali dei giornali e si svincolano dall’abbraccio asfissiante del Newsstand di Apple. Proprio come stanno facendo gli editori italiani, alleati con i francesi nella guerra a Google e all’informazione piratata e gratuita su Internet.

TABLET PER NATALE. Siamo cugini in tutto, anche nella battaglia per tenere in vita la carta stampata. In Francia, come racconta un articolo uscito su La Croix (è riportato nel link in fondo a questo post), il diffondersi dei tablet, fenomeno che si prevede possa avere una accelerazione grazie ai regali di Natale, sta diventando la base per una strategia degli editori in difesa dei giornali e per lo sviluppo di un digitale che contribuisca ad arrestare il declino dell’editoria giornalistica, compensi con nuovi ricavi le perdite della carta e dia un futuro a quotidiani e periodici.

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Non solo l’Edicola Italiana per diffondere quotidiani e riviste digitali

Nasce l’edicola online dei giornali italiani, si chiama Edicola Italiana, si possono acquistare, leggere, scaricare le versioni digitali dei quotidiani e delle riviste dei maggiori editori del nostro Paese. Sono sei gli editori consorziati: Caltagirone, Gruppo Espresso, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Mondadori, Rcs Mediagroup. Altri potranno aggiungersi ed esporre i propri giornali, i settimanali, i mensili e le altre testate del portafoglio.

PER TABLET. L’atto costitutivo di Edicola Italiana, riferisce Il Sole 24 Ore (l’articolo è riportato in link alla fine di questo post), è stato firmato nei giorni scorsi a Milano. I lettori dei giornali e delle riviste degli editori che fanno parte di questo consorzio potranno acquistare le versioni per pc, tablet o smartphone. Si tratta di una manovra per sfuggire anche ai sistemi di prezzi imposti dalle edicole online esistenti, come Apple Newsstand (che trattiene il 30% dell’acquisto).

ALTRE AZIONI. L’Edicola Italiana fa parte di un’azione più ampia degli editori, così penso ma ormai mi sembra evidente, per incoraggiare e diffondere la lettura nel digitale, sviluppare prodotti specifici e mettersi al riparo da concorrenza scorretta, balzelli di mediatori, pirateria, come questo blog aveva tentato di approfondire in un post di qualche tempo fa. L’Edicola si aggiunge alla guerra per far pagare Google, all’uscita di tablet degli editori italiani, alla chiusura per azione della magistratura del sito pirata (che però ha riaperto nei giorni scorsi) Avaxhome, dal quale si possono scaricare gratuitamente, ma illegalmente, copie digitali complete dei giornali.

IL PUNTO: gli editori italiani si stanno muovendo nel digitale. Lo fanno anche con azioni coordinate, di difesa comune, come nel caso di Edicola Italiana.

Il Sole 24 Ore: edicola online di giornali italiani

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Quanti tablet e smartphone sono stati venduti in Italia

AGGIORNAMENTO – L’8 maggio 2013 e’ uscito su questo blog un post con i dati aggiornati sui tablet venduti in Italia. Il post del 21 dicembre 2012 (quello che state vedendo) va dunque letto tenendo conto di questa precisazione.

Il boom di acquisti di smartphone e tablet in Italia può essere la base per uno sviluppo digitale delle riviste, una strada che gli editori di giornali dovranno percorrere per provare a frenare e compensare il crollo di vendite e ricavi in quotidiani, settimanali, mensili.

Per valutare quanto sia decisivo per gli editori di periodici puntare sull’offerta di contenuti su più piattaforme (nella carta e nel digitale, scritto e video) è utile conoscere quanti smartphone e tablet sono stati venduti in Italia e quanti ne entreranno nelle nostre case nei prossimi anni. Non voglio attribuire al digitale un potere salvifico per la carta stampata, sappiamo tutti che gli editori dovranno ancora per molti anni cercare di guadagnare dalle copie vendute in abbonamento e, soprattutto, in edicola. Ma la tendenza per il futuro è chiara, e bisogna investire in questa direzione. Ho cercato a lungo dati affidabili e gli unici che ho trovato sono quelli (autorevoli) della School of Management del Politecnico di Milano, diffusi lo scorso 10 ottobre.
Si calcola che nel nostro Paese saranno venduti, complessivamente, entro la fine del 2012 circa 32 milioni di cellulari intelligenti (quelli che consentono di connettersi a internet ovunque ci si trovi) e 2,9 milioni di tablet, le cosiddette tavolette, che offrono un’esperienza di fruizione (parola orribile 1) diversa dal telefonino, più adatta, penso, alla lettura di articoli lunghi e al consumo (parola orribile 2) di contenuti multimediali articolati (al riguardo vi invito a leggere il bellissimo post uscito oggi su Il Giornalaio).
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Crescono i tablet, cala la vendita di ereader nel mondo

Dati sulla diffusione degli ereader e prospettive di crescita per i tablet, in Italia e nel mondo. Gli ereader hanno toccato il picco di vendite nel 2011. Per i tablet, invece, l’età dell’ora non è ancora giunta.

L’articolo di Italia Oggi sulla diffusione degli ereader serve come spunto per ragionare sulla diffusione del tablet, apparecchio su cui si possono leggere i giornali.

I dati riguardano la vendita a livello globale degli ereader, apparecchi sui cui si possono leggere solo libri digitali, gli ebook.

Ebbene, arriva l’ennesima conferma che il mercato degli ereader, una volta raggiunta una certa ampiezza, si ferma. Cresce invece quello dei tablet, che avrà alla fine dimensioni maggiori di quello degli ereader. In altre parole, gli ereader vengono comprati da chi è un appassionato di libri e lettura. I tablet, che consentono di leggere anche altrei tipi di pubblicazioni, come quotidiani e magazine, e sono ricchi di applicazioni come giochi e fotocamere, si rivolgono a un pubblico decisamente più grande e avranno maggiore diffusione. Una buona notizia per gli editori di periodici (e per i loro giornalisti, my friend).

Ma veniamo ai risultati della ricerca.

Nel 2010 si sono venduti nel mondo 10,1 milioni di ereader. Nel 2011 c’è stato il boom, con la punta di 23,2 milioni di apparecchi venduti. Il 2012 scende a 14,9 milioni. Per il 2013 il calo porterà le vendite mondiali complessive a 10,9 milioni e per il 2016 ci si attesterà a 7,1 milioni di device mobili.

Questi risultati, ripeto, riguardano il mercato globale, dunque soprattutto gli Stati Uniti. In Italia, dove sono stati venduti finora pochi ereader, ci sarà una crescita, crisi economica permettendo.

M’interessa perché: 1) aiuta a capire se l’attenzione degli editori si sposta sui tablet; 2) ancora prima, bisogna capire se c’è domanda di contenuti per i device mobili, tra cui l’informazione.

Italia Oggi: ereader in calo

ItaliaOggiTestata

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Lancio di nuovi periodici: arrivano 195 riviste nelle edicole di Usa e Canada

Nel 2012 gli editori americani e canadesi, vecchi e nuovi, hanno lanciato un totale di 195 nuove riviste di carta, più dell’anno scorso, quando ci si era fermati a 181.

Solo 74 titoli hanno chiuso le pubblicazioni rispetto ai 142 del 2011.

MediaFinder.com ha anche censito 32 nuove pubblicazioni native digitali, prive di un equivalente per l’edicola, mentre nel 2011 se ne erano contate 58. Quest’anno sono stati chiusi 7 giornali digitali contro i 10 di un anno fa. L’ultima vittima è stato il quotidiano di Rupert Murdoch, The Daily.

Secondo MediaFinder il minor numero di lanci digitali è legato alla difficoltà per gli editori di fare ricavi con queste pubblicazioni: manca un business model.

Ci sono stati 24 titoli che sono passati dalla carta al digitale, come Newsweek e Spin. Nel 2011 questo percorso era stato seguito da 29 magazine.

Qual è la morale? Viviamo in una fase di transizione. Il passaggio al digitale è, sul lungo periodo, inevitabile. E un editore che trascuri questo cambiamento è destinato a soccombere. Ma per il momento chi pubblica periodici (il discorso vale anche per i quotidiani) continua a fare la parte più consistente dei ricavi con le copie vendute in edicola o spedite a casa in abbonamento. E grazie alla pubblicità raccolta per le edizioni cartacee. Rinunciare a queste voci di entrata significa condannarsi a morte. Anche condurre male la transizione al digitale, sbagliando i tempi e i modi, comporta esiti letali. Penso all’avventura de Il Nuovo, il primo quotidiano digitale dell’editoria italiana, la cui parabola, all’inizio degli anni 2000, è stata brevissima. L’assunto che il futuro dell’editoria fosse nel digitale era giusto, completamente sbagliati i tempi.

Senza contare che alcuni editori (come raccontano gli articoli in inglese che ho riportato nei link qui sotto), soprattutto quelli che entrano per la prima volta nel mercato dei periodici, vedono nella stampa e nell’inchiostro qualcosa che ha maggior peso e sostanza di un sito web o una applicazione per iPad.

M’interessa perché: 1) è un controcanto rispetto alle sirene della fascinazione tecnologica: oltre alle novità digitali c’è la logica del business, senza la quale non si creano giornali di successo e posti di lavoro; 2) il ragionamento deve farsi più sottile, l’entusiasmo per le novità porta con se una grossolanità di pensiero.

 

Ne parlano:

«The Verge was founded in 2011 in partnership with Vox Media, and covers the intersection of technology, science, art, and culture».

«Crain’s New York Business thoroughly covers NYC’s major industries, including Wall Street, media, the arts, real estate, retail, restaurants and more».

Crain’s New York.com; più lanci che chiusure nei periodici

The Verge: 195 magazine pubblicati nel 2012

Crain's Nwe York

Crain’s Nwe York

The Verge

The Verge

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Con la crisi dell’editoria chiudono le cartiere del Wisconsin

Ecco una bella storia, un bel reportage: Paper Cuts. Il Wisconsin è lo Stato che produce più carta per l’editoria e l’industria americane. Con la crisi dei giornali e l’arrivo degli apparecchi di plastica per la lettura, come iPad e tablet, per questa economia locale un tempo florida è iniziato un declino inarrestabile che può trovare un precedente delle stesse dimensioni solo nei giorni del downsizing dell’industria dell’auto nel Michigan, qualche decennio fa. La crisi è accelerata e aggravata dalla concorrenza massiccia e pianificata della Cina, che inonda il mercato mondiale con carta low price.

Questo accurato e curioso reportage del Milwaukee Journal Sentinel (pubblicato ieri: potete leggerlo in inglese andando al link riportato alla fine di questo post), arricchito con video e infografica (pregevole esempio di giornalismo multimediale), racconta la fine dell’Età dell’Oro della carta.

Foresta nel Wisconsin

Foresta nel Wisconsin

Nel Wisconsin chiude in media un impianto produttivo all’anno dal 2006, lasciando ogni volta a casa tra le 300 e le 600 persone, senza contare le attività collegate alle segherie e alle cartiere. Complessivamente la carta dà direttamente lavoro nello Stato a più di 12 mila persone, ma i posti in qualche modo dipendenti da questa industria sono 70 mila. Il giro d’affari complessivo della carta nel Wisconsin è di 7 miliardi e mezzo di dollari.

Infografica sull’industria della carta negli Stati Uniti

L’articolo ricostruisce una storia che risale alla seconda metà dell’Ottocento, quando rudi boscaioli rifornivano di legname industriali che, fornitura dopo fornitura, hanno costruito una fortuna. Imprenditori di successo che non hanno dimenticato di destinare parte dei profitti alle istituzioni culturali, come le università, secondo quanto prescrive la tradizione e l’etica della filantropia americana. Chi molto riceve, molto deve restituire alla società.

Chi lo racconta: «Milwaukee Journal Sentinel – Breaking news, sports, business».

Jsonline: crisi dei giornali, crisi dell’industria della carta

Milwaukee Journal Sentinel

Milwaukee Journal Sentinel

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I periodici e la filosofia della toilette

La gente passa sempre più tempo su internet. E quando è connessa, la gente va sui social media.

Lo dice The Social Media Report 2012 di Nielsen (il Rapporto sui social media 2012: lo potete leggere in inglese usando il link riportato in fondo a questo post, è tutto grafica), pubblicato poche ore fa.

La gente, leggo, passa più tempo online: il 21% per cento in più rispetto al 2011. E questa è una brutta notizia per quei giornali di carta che non ne vogliono sapere di avere una presenza significativa nel mondo digitale con: siti e versioni per tablet e smartphone.

Quando è connessa la gente va sui social network: Facebook (su tutti), Twitter, Pinterest, Worldpress… E questa è la seconda brutta notizia per i periodici. Perché i social network sono nuovi concorrenti della carta stampata (chi l’avrebbe mai previsto: fino a 10 anni fa i social media non esistevano e i concorrenti dei periodici erano tv, radio e quotidiani). Sono concorrenti perché: 1) tolgono tempo alla gente per la lettura dei magazine; 2) sottraggono pubblicità ai giornali di carta: gli inserzionisti vanno là dove si trova la gente e nessun obbligo di legge può imporre di fare inserzioni sui giornali.

Ma per connettersi al web la gente usa sempre meno il pc (-4%: guardate i dati del rapporto Nielsen) e sempre più i tablet e gli smartphone (il mobile, cioè i due insieme, fa +82%). E questa è una buona notizia, mio caro amico. Almeno così pensa l’autore di questo blog, che poco sa ma molto ascolta e legge.

Una volta si diceva che la gente non comprava più i giornali perché trovava le notizie gratis su internet. Ma sai che noia leggere articoli di giornale al desktop, al computer di lavoro o di casa, seduti alla scrivania, scomodi, con davanti uno schermo grande come un televisore? Lo si può fare per le news, non per aticoli di arredamento, moda, gossip, con le inchieste. E poi io sto seduto alla scrivania tutto il giorno e quando leggo il giornale che mi piace voglio stendermi su una chaise longue. I giornali si era abituati a consumarli con agio e relax. E i tablet lo consentono. Si legge a letto, si legge nel salotto (nel living, nel living, pardon). I nuovi device riproducono le condizioni di lettura dei periodici, restituiscono la stessa esperienza, e un editore può pensare di offrire copie digitali delle proprie riviste da scaricare (a pagamento e con la pubblicità) con tablet e smartphone. Promettente.

La controprova? E’ nel Rapporto di Nielsen. Un terzo dei giovani tra i 18 e i 24 anni si connette al web e usa i social media quando si accomoda in bagno. Proprio come noi facevamo con i nostri cari, vecchi giornali, a riconoscimento del massimo della intimità.

M’interessa perché: 1) spiega che i periodici se la devono vedere con nuovi competitor, assai disruptive; 2) i tablet possono essere un grande alleato dei periodici, la porta del futuro.

Nielsen: Report social media 2012

Rapporto Nielsen Soclai Media 2012

Rapporto Nielsen Soclai Media 2012

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La pubblicità nei periodici: il crollo italiano

I periodici continuano a perdere pubblicità.

Soffrono i settimanali. Soffrono i nostri mensili.

Sono usciti i dati dell’Osservatorio Fcp (Federazione concessionarie pubblicità) sui primi dieci mesi del 2012. Complessivamente gli investimenti in pubblicità sulla stampa sono calati del 16,3%. Lo scorso anno erano stati raccolti, nello stesso periodo, 1,6 miliardi di euro. Nel 2012 ci si ferma a 1,3 miliardi.

Ma il settore più in difficoltà nei media è quello dei periodici. Perdiamo il 16,4% a fatturato e il 12,7% a spazio (da qui le foliazioni ridotte dei giornali e la riduzione anche del numero di articoli: del contenuto giornalistico).

I settimanali perdono moltissimo a fatturato, il 19,2%, cedono l’11,6% a spazio: sapevamo che sono la parte più esposta alla crisi.

I mensili cedono il 13,2% di fatturato e il 14,4% nello spazio.

Ho ben presente questo: da qualche mese gli editori, quando si presentano davanti ai giornalisti per chiedere nuovi tagli agli organici e sacrifici, altri stati di crisi, mostrano il dato del calo della pubblicità. E le previsioni per il 2013, negative, seppur meno del 2012.

Ritorna la domanda su cui ho costruito questo blog. C’è un futuro per i periodici oppure questa formula giornalistica è esaurita e deve affrontare un declino a volte rapido e distruttivo altre volte estenuante e lunghissimo come un’agonia?

Post dopo post, ho oscillato tra la prima e la seconda. All’inizio mi sembrava che il declino fosse inevitabile. Poi ho temuto che potesse essere rovinoso e rapidissimo. Ultimamente inizio a pensare che la formula dei periodici possa invece avere sbocchi futuri molto interessanti, grazie alle piattaforme digitali e, soprattutto, alla diffusione dei tablet. Anche se so benissimo che è iniziata una nuova stagione di ristrutturazioni per gli editori.

Ma l’Italia si differenzia dal resto del mondo, ed è questo l’elemento che davvero mi preoccupa.

All’estero si respira un’altra aria. C’è maggiore fiducia nel futuro dei periodici nonostante la crisi. Una delle ragioni della differenza con il nostro paese è semplice. Banale.

Guardate la mappa che è contenuta nel Wordl Digital Media Factbook 2012-2013, pubblicato qualche settimana fa da Fipp, l’associazione mondiale degli editori di magazine.

Investimenti pubblicitari 2011 - 2012

La mappa mette a confronto le previsioni di crescita della pubblicità nel 2012.

L’Italia è colorata di blu, blu notte. E’ il colore con cui sono stati segnalati i paesi, gli unici, che non hanno crescita nella raccolta pubblicitaria (non solo sulla stampa). L’Italia è blu notte come Spagna, Ungheria, Grecia, Egitto e Giappone. L’Egitto, si specifica, è stato investito da un rivolgimento politico che ha provocato una profonda crisi economica. Il Giappone è in difficoltà a causa di un disastro naturale, il terremoto dell’anno scorso, da cui l’industria fatica a riprendersi.

L’Italia è dunque un’eccezione nel mondo più avanzato e con questo abbiamo e avremo a che fare quando si parla di stati di crisi nei periodici.

In altre parole, il futuro dei periodici potrebbe non essere compromesso a livello globale. Ma l’Italia paga la crisi del sistema paese.

Allego un’altra grafica del rapporto di Fipp. Indica la raccolta pubblicitaria prevista per il 2012, un dato che stima i miliardi di dollari degli investimenti pubblicitari.

Con mia grande sorpresa scopro che la Cina è al secondo posto. Ingenuo! dirà qualcuno. Sì, so che l’economia cinese cresce a tassi incredibili. Ma mai avrei pensato che, in cifra assoluta, gli investimenti pubblicitari fossero superiori a quelli di Germania e Gran Bretagna. Parliamo di 33 miliardi di dollari di pubblicità (totali, non solo sulla carta stampata).

Fipp, ricavi pubblicitari nei magazine.

Fipp, ricavi pubblicitari nei magazine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

M’interessa perché: 1) i periodici hanno un futuro o la formula è superata? 2) i periodici hanno un futuro ma l’Italia affronta una crisi più grave che altrove, la ripresa sarà lentissima e per questo la nostra visione è particolarmente pessimistica, se non disperata? 3) si segnala l’importanza della pubblicità nel tenere in vita la stampa periodica: senza è difficile sopravvivere.

Fipp World Digital Media Factbook

Crollo della pubblicità sulla stampa

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Sui periodici la pubblicità rende di più

Fare pubblicità sui periodici conviene. Il ritorno economico per le aziende, rispetto all’investimento, è superiore a tv, internet e quotidiani.

Lo dice una ricerca di Mindshare UK per conto della Professional Publishers Association, riguardante 77 investitori che hanno speso oltre 6 milioni di sterline in pubblicità.

I magazine garantiscono un ROI (ritorno economico in rapporto al capitale investito) superiore a qualsiasi altro canale di comunicazione, giornalistico e non.

Ne ho parlato alcuni giorni fa in un post sull’utilità dei periodici.

So di espormi alle critiche dei colleghi. «Ma perché non pensi ai lettori, alla qualità dell’offerta giornalistica, al tuo lavoro? Non alla pubblicità, agli inserzionisti».

Ma la sopravvivenza dei periodici dipende soprattutto dalla capacità di attrarre pubblicità. Se essa venisse meno, dovremmo vivere di copie vendute. Non lo facciamo da tempo. Forse non l’abbiamo fatto mai.

Con il passaggio al digitale c’è poi una nuova difficoltà: nel web (contenuti raggiungibili da siti, tablet, smartphone, app) la pubblicità non va a chi fa informazione ma a concorrenti che non hanno contenuti giornalistici  (su tutti, Google). E’ un limite che rischia di portare all’estinzione di moltissime testate. Scoprire che la pubblicità sui magazine rimane molto efficace è motivo di speranza per chi lavora in questo ramo dell’editoria.

 

M’interessa perché: 1) spiega qual è la specificità dei periodici rispetto alla pubblicità; 2) dà una speranza ai periodici.

Chi lo dice: «minonline is the definitive career resource for the publishing community, serving job seekers and employers in all media (magazines, etc).

minonline: fare pubblicità sui periodici conviene

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Le parole che non mi hai detto/ Earned advertisement

Earned, guadagnato.
Giovanni si è guadagnato la promozione. Vuol dire che ha lavorato sodo, con ottimi risultati. E’ bravo.
Ma come fa la pubblicità a essere guadagnata, sudata, non “pagata”? Perché questo significa earned advertisement, pubblicità conquistata, un’espressione che trovo spesso nelle mie peregrinazioni nel web, una parola di moda, frequente, una di quelle di cui si riempiono la bocca le persone che amano farvi sentire inadeguati, impreparati, arretrati: behind the curve. Loro sì che sono avanti.
Sono così avanti da ritenere che i giornali debbano percorrere senza esitazione la strada della earned advertisement. Sai che novità?
La differenza con la pubblicità normale è che quest’ultima viene pagata e occupa nella pagina un posto diverso, distinto dai contenuti giornalistici. Anche un bambino si accorgerebbe che è una pubblicità e non un articolo.
Mentre l’earned advertisement, la pubblicità guadagnata, conquistata, è dentro agli articoli.
Vi è mai capitato di leggere un pezzo di costume sulle abitudini sessuali degli italiani e di trovare un passaggio in cui si dice che “una ricerca condotta su 1500 italiani dalla marca di preservativi XY… “? O che i comportamenti alla guida degli italiani sono cambiati così e cosà, come risulta da “un sondaggio della casa automobilistica Opanz…”? Questa non è pubblicità pagata ma è, talvolta, earned advertisement.
Piace molto agli inserzionisti, un po’ meno ai giornalisti. Ai marketers, ai pubblicitari, l’earned advertisement piace perché è molto efficace, fa presa sul lettore più di una pubblicità dichiarata. Basta guardare la tabella dell’Istituto Nielsen (questa non è earned advertisement, giuro) qui accanto. Ingranditela.
nielsen_advertising
L’earned advertisement è, innanzitutto, il passaparola. Tra amici, parenti, conoscenti ci si consiglia un certo prodotto. Qualche volta anche un giornale, nella sua libertà di scelta, consiglia prodotti. Succede che di questi prodotti si parli perché sono diventati un fenomeno così ampio, popolare, significativo, da costituire una notizia. Non parlarne vorrebbe dire vivere fuori dal mondo. Ecco perché l’earned advertisement è la più ambita dai pubblicitari: è un attestato di rilevanza. Non è pagata, se la sono guadagnata.
Peccato che non funzioni sempre così. L’earned advertisement viene spesso contrattata, è oggetto di scambio.

Vi consiglio di leggere l’articolo riportato in link, descrive bene cos’è questa forma di pubblicità ricercata, studiata, in crescita.

Ma se è guadagnata, perché tenerlo nascosto?

(Risposta: perché a nessuno piace essere preso in giro).

Estratto dalla ricerca Nielsen:
  • le raccomandazioni di amici e conoscenti sono considerati dal 92% del campione la forma di advertising più performante
  • al secondo posto, con il 70% del gradimento globale, troviamo le opinioni dei consumatori postate online
  • …….
  • la credibilità diminuisce, solo il 47% ne ha fiducia, quando si arriva a parlare di spot pubblicitari in TV, pagine Ads nei magazine, campagne di sponsorizzazione dei marchi e cartelloni pubblicitari.

M’interessa perché: in tempi di crisi, è un fenomeno in crescita.

smallbusiness: cos’è l’earned advertisement

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Che tempo che fa/ Gruppo l’Espresso -19% di pubblicità

Per capire l’aria che tira nei giornali italiani, e nei periodici, basta leggere questi lanci usciti ieri.

Partecipando al convegno «Europa: il nostro futuro», l’ingegnere Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo Cir, ha detto che la raccoltà pubblicitaria della sua “azienda”, l’Espresso, segna in novembre un -19%, dato che, sommato ai mesi precedenti, porta il calo pubblicitario complessivo nel 2012 a -15%.

Ha aggiunto di prevedere, per i prossimi mesi, ristrutturazioni nei principali gruppi editoriali italiani ed europei. Stanno per arrivare, conclude De Benedetti: «Tagli, tagli e tagli».

Tanto per dire che la crisi durerà ancora. Ecco l’aria che tira. Nell’editoria.

radiocor: gruppo espresso perde in novembre 19% di pubblicità

radiocor: tagli, tagli, tagli prevede De Benedetti

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Ricerca negli Usa/ Perché i periodici sono ancora necessari

Dicono che alla gente i settimanali e i mensili non interessano più. Dicono che la pubblicità se ne va su altri media, da internet alle televisioni digitali. E non lo sapete che i ragazzi, come mio figlio di 16 anni, non leggono più i giornali? Mentre i newsmagazine sono formule informative morte e defunte.

C’è del vero in tutto questo, come il mio blog ha chiarito (innanzitutto a me stesso) attraverso 100 e più post con notizie, studi, commenti sulla crisi della carta stampata.

Ma quando alle considerazioni delle persone preparate si somma il coro di quelli che la sanno sempre più lunga (ma non sanno niente e sono solo dei pappagalli), pronti a bastonare il corpo caduto a terra, viene voglia di reagire. Non si lincia chi è in difficoltà. E state attenti alla reazione fiera di qualcuno che ha dato molto.

Veniamo al dunque. I magazine possiedono ancora una forza di attrazione per i lettori e per i pubblicitari. La natura di questo medium è unica e non ancora eguagliata dal nuovo che avanza.

Lo ricorda e spiega uno studio pubblicato nella prima parte del 2012 dall’Association of Magazine Media (Mpa), associazione degli editori di periodici statunitensi (175 editori, 900 pubblicazioni): Magazine Media 2012/2013. C’è una componente autopromozionale nei dati e nei commenti che sto per riportare. Ma aiutano a capire che i periodici sono un prodotto che conserva caratteristiche utili a molti. Sia i giornali di carta sia i “pidieffoni” (le copie in pdf dei giornali scaricabili online) sia le versioni digitali più o meno originali.

Perché i magazine sono efficaci?

Perché il lettore spende in media 41 minuti su ciascun numero di una rivista: strabiliante. I contenuti e la pubblicità vengono “assorbiti” più in profondità che su altri mezzi.

I consumatori si fidano dei periodici e la pubblicità pubblicata su questi giornali è ritenuta più credibile di quella televisiva, radiofonica o di internet.

I magazine sono un medium universale: il 92% degli americani legge periodici, inclusi i millennials, i giovani nati negli anni Novanta o subito dopo.

Legge periodici il 92% degli adulti.

Legge periodici il 95% degli under 35.

E, udite udite, legge periodici il 96% dei giovani sotto i 25 anni. LEGGE PERIODICI.

L’età media dei lettori di periodici è vicina all’età media degli americani (45.8 anni).

Utenti di Internet: 41,4 anni.

Radio: 44,4 anni.

Periodici: 44,8 anni.

Televisione: 46,6 anni.

Quotidiani: 48,2 anni.

Ancora sui giovani. Sono coloro che consumano con maggior frequenza i periodi.

Ai pubblicitari interesserà sapere che (ma lo sanno già, anche se fanno finta di no, in questo periodo in cui si possono pretendere sconti incredibili sulle tariffe):

i 25 periodici più letti e diffusi degli Usa raggiungono più adulti e teenager della televisione; quando esce un numero del giornale, il numero di lettori che lo sfoglia continua a crescere per molti giorni (l’esperienza di lettura, e la ricezione della pubblicità, non si ferma nei primi giorni ma va avanti per almeno 10 giorni, e il messaggio produce effetti su un arco di tempo lungo); i lettori non vanno mai in vacanza e il numero rimane nei 12 mesi più costante che per la televisione, la radio, internet (i cali stagionali sono contenuti).

M’interessa perché: 1) i periodici conservano una ragione d’essere; 2) facile sparare su chi sta male, ma tante presunte verità sui periodici, entrate nei discorsi di tutti i giorni, sono forse luoghi comuni.

Il punto: capire se i periodici sopravviveranno, e conserveranno un interesse e un’utilità, dopo la crisi economica e con la transizione al digitale.

Mpa: factbook 2012/2013

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L’Espresso sciopera, l’Huffington avanza.

Leggo dello sciopero che oggi e domani, 20 e 21 novembre, fa incrociare le braccia ai redattori dell’Espresso, settimanale del gruppo editoriale De Benedetti.

I redattori protestano contro un piano anticrisi che prevederebbe, stando a quel che si legge, il ricorso al prepensionamento (e non al licenziamento, come scrive oggi un sito: è un grave errore) per alcuni giornalisti, leggo 12 su oltre 50 componenti della redazione.

Un taglio pesante.

12 su 50 significa ripensare la formula che ha fatto la storia e il successo dell’Espresso.

Avremo un giornale interamente scritto dai collaboratori, come avviene in molte testate americane? Nella redazione resteranno solo gli addetti al desk, giornalisti che commissionano i pezzi, decidono gli argomenti, titolano, correggono e mettono in pagina gli scritti? Una volta questi giornalisti venivano affettuosamente chiamati “culi di pietra” dai colleghi che scrivevano, e loro si consolavano pensando che rinunciavano a fare i giornalisti (così dicevano loro) in cambio di una vita più regolare e della carriera. In futuro, forse, saranno gli unici giornalisti sicuri dello stipendio.

Una riflessione che vale anche per altri giornali italiani. Redazioni interamente composte da “culi di pietra”? (lo dico anch’io con affetto, magari perché mi riguarda).

Ma c’è un altro aspetto dello sciopero all’Espresso che vorrei mettere in luce. Mentre i giornalisti dell’Espresso si astengono dal lavoro (richiamandosi al patto con il lettore: ma temo che il lettore non sia così sensibile alle difficoltà e alla funzione sociale dei giornalisti, visto quello che dice della stampa un Beppe Grillo alla ricerca di facili consensi elettorali), gli utenti unici dell’Huffington Post Italia crescono. E l’Huffington Post Italia nasce da una joint venture del Gruppo Espresso. In altre parole, l’editore de l’Espresso tiene in piedi anche l’Huffington Post Italia. Sarà stato un mezzo flop rispetto alle aspettative, la versione italiana dell’Huffington, ma il tempo dirà qual è la vera verità.

Abbiamo una rivista di carta che ha fatto la storia del giornalismo italiano. E una testata digitale (nativa digitale) che ne sta prendendo il posto, se è vero che il digitale è lo sbocco inevitabile del giornalismo scritto, parlato, per immagini.

Nell’attesa, sul sito del Gruppo Espresso vengono esaltati i risultati del primo mese dell’Huffington Post Italia, il mese di ottobre. Ecco alcuni passaggi.

«Huffington Post in ottobre ha registrato oltre 1.100.000 utenti e 7.000.000 di pagine al netto delle fotogallerie; comprendendo queste ultime si arriva a un totale complessivo di 11 milioni.

Il primo mese dell’edizione italiana di Huffington Post  si chiude pertanto con un risultato di audience che supera le stime di piano e colloca il sito diretto da Lucia Annunziata tra i protagonisti nel panorama dell’informazione online.

La joint venture tra Gruppo Editoriale L’Espresso e Huffington Post Media Group totalizza oltre 64mila utenti unici e 220mila pagine viste nel giorno medio (fonte Audiweb Nielsen SiteCensus).

Huffington Post Italia si va caratterizzando per le esclusive nei settori dell’economia e della politica, come le anticipazioni sugli esodati e sullo sviluppo delle primarie nel Pd, nonché per la capacità di affrontare i temi del giorno e lo spazio dei diritti civili con un taglio che rispecchia i valori delle nuove fasce di lettori, come i giovani e le donne, nel rispetto degli orientamenti sessuali, ideologici e di fede. (…). Continua inoltre a crescere il parterre dei blogger, oramai oltre 250 tra opinion leader, esperti e personalità della cultura  e dell’attualità».

Un mio sintetico post sull’Atlantic racconta di come la formula adottata dal mensile (10 numeri all’anno) statunitense per uscire dalle secche della crisi sia stata quella della propria cannibalizzazione. Il sito che cannibalizza un giornale che ormai non va più. L’Espresso ha ancora un vasto pubblico di acquirenti e, cosa spesso trascurata, un’alta readership. Invece Huffington Post Italia ha tutto l’aspetto di un cannibale con l’osso nel naso.

M’interessa perché: 1) la crisi avanza, fioccano gli stati di crisi nei giornali; 2) il digitale cannibalizza la carta?

Il punto: cosa accadrà ai giornali italiani più conosciuti? Sapranno costruire un futuro che combina carta e digitale, oppure emergeranno nuovi concorrente (interni o esterni alla casa editrice) che li sostituiranno?

Sito del Gruppo l’Espresso: i successi di Huffington Post Italia

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Il giornale più letto in Gran Bretagna? Quello del supermercato Tesco

Batte anche il quotidiano The Sun, popolare e scandalistico: Tesco Magazine (pubblicato due volte al mese) è il giornale con la più alta readership del Regno Unito. Significa che ogni numero della pubblicazione viene letto da un maggior numero di persone, sommando quelle che lo prendono con atto volontario e coloro che lo leggono perché lo trovano a portata di mano (esempio: la moglie lo prende al negozio, il marito lo legge a casa). Segnale di come perfino le catene dei supermercati (Tesco è il numero 1 in UK) siano diventate insidiosi concorrenti per il mondo della stampa, alle prese con crisi e declino.
Tesco Magazine, giornale gratuito, è cresciuto dell’8% in un anno e ha una readership di 7,2 milioni, superiore a quella di qualsiasi quotidiano e periodico britannico. The Sun si ferma a 7,1 milioni di lettori, arretrando di circa un quinto rispetto a dieci anni fa.
Il dato rimane sensazionale anche dopo aver ricordato che The Sun esce ogni giorno in edicola (e viene letto da 7,1 milioni di britannici), mentre la pubblicazione del supermercato è un quindicinale.
Tesco Magazine contiene interviste a personaggi famosi, pezzi pratici e consigli sul lifestyle e la cucina.
M’interessa perché: 1) gli editori hanno nuovi concorrenti (portano via copie e pubblicità: perché mai Tesco dovrebbe acquistare pagine di reclame se ha già un suo magazine, molto letto)? 2) si afferma e ha successo la comunicazione dei brand, non più percepita come pubblicità (ne ho scritto poco tempo fa).
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Time: direttore in uscita, licenziamenti in arrivo

Il potentissimo direttore periodici di Time Inc., John Huey, dovrebbe, stando a voci che trovano conferma nella società di periodici americana, lasciare a fine anno l’incarico.

La decisione cade nel momento in cui il principale rivale di Time, Newsweek, lascia l’edicola e sopravvive solo come  testata digitale (dal primo gennaio 2013). Ma anche Time Inc, principale editore statunitense di periodici, con 130 titoli in portafoglio, si trova in difficoltà: a conclusione dell’anno si prevede un risultato fortemente negativo nella raccolta pubblicitaria. I primi nove mesi del 2012 hanno segnato un -6,2% (un dramma negli Usa; nulla per l’Italia, dove quest’anno i cali dei ricavi pubblicitari sono a due cifre).

Tempi ancor più duri sono all’orizzonte e si teme un altro “giro” di licenziamenti, in numero rilevante, nei prossimi due mesi, sempre secondo una persona bene informata, sentita dal Wall Street Journal.

M’interessa perché: 1) anche negli Stati Uniti ci sono difficoltà; 2) anche negli Stati Uniti avviene un ricambio ai vertici.

Il punto: come saranno i periodici tra tre, cinque anni, dopo la crisi e con l’affermarsi del digitale.

wall street journal: in uscita direttore periodici di Time

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Francia, i ricchi preferiscono i giornali di carta

Anche in Francia i fedelissimi della carta stampata sono coloro che percepiscono un alto reddito: quadri, dirigenti, professionisti. Una buona notizia per l’editoria dell’Exagone, che deve comunque combattere con le difficoltà della crisi economica e i cambiamenti strutturali del mercato.

Se avete seguito questo blog forse ricorderete che ho già pubblicato un post su questo argomento, ma relativo agli Stati Uniti. Rileggendolo, mi sono accorto che l’istituto che ha condotto la ricerca in Francia è lo stesso che ha fatto l’indagine negli Usa. Ma procediamo con ordine.

Uno studio sull’audience della stampa intitolato Audipresse Premium, realizzato da TNS-Sofres e da Ipsos Media Ct (quello che ha fatto la ricerca in America), ha scoperto che seppur con qualche cedimento la stampa rimane il media di gran lunga preferito tra quadri, dirigenti e percettori di redditi alti, una fascia nella quale si fa rientrare il 7,7% della popolazione transalpina.

Questi ritengono che i giornali siano più affidabili (66%), credibili (63%) e più completi (62%) di televisione, radio e Internet. Sono la fonte d’informazione in cui più si riconoscono e si vedono rispecchiati (48%).

Questi lettori “premium” (termine che può provocare reazione allergica per la connotazione elitaria) sono i più interessanti da punto di vista economico e dunque particolarmente inseguiti dagli investitori pubblicitari.

Cresce anche l’apprezzamento per i tablet (+31,1% di lettori rispetto al 2011).

La ricerca condotta negli Stati Uniti da Ipsos Media aveva stabilito che tra i lettori con un reddito alto (più di 100 mila dollari all’anno) il numero di coloro che nel 2011 avevano acquistato giornali di carta era aumentato del 3,9% rispetto all’anno precedente.
M’interessa perché: 1) è un indizio del fatto che la carta si deve preparare a convivere per lungo tempo con il digitale; 2) la fascia ad alto reddito rimane la più interessante per gli editori, perché permette di raccogliere la pubblicità più “ricca” (ricordiamo che la prima causa della gravissima crisi in cui si dibatte la stampa è il crollo della pubblicità); 3) la diffusione dei tablet continua, continua…
Il punto: come sono cambiate le abitudini di lettura della gente.
Chi lo dice: «Fondé en 1908, Les Échos est un quotidien français d’information économique et financière, propriété du
Groupe Les Échos, pôle médias du groupe LVMH».

lesechos: i ricchi e la stampa

Futuro dei Periodici: i ricchi leggono carta

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Crisi dell’editoria/ Licenziamenti a Variety

Cinque settimane dopo essere stato acquistato a un prezzo scontatissimo da una media company rivale (Penske), Variety, un tempo il più autorevole e conosciuto settimanale sull’industria del cinema, fondato oltre un secolo fa, subisce una pesante ristrutturazione. Un numero tra i  20 e i 25 dipendenti, non giornalisti, circa il 20 per cento degli assunti, è stato licenziato. «I tagli» dice l’amministratore delegato, Jay Penske, «rientrano in un piano finalizzato a ulteriori, rilevanti investimenti editoriali e digitali». Ma si teme il licenziamento di giornalisti.

Come ho scritto in un vecchio post, la rivista è stata ceduta a un prezzo di 25 milioni di dollari, circa la metà della richiesta iniziale. Pochi anni fa il valore del settimanale era infinitamente superiore (era stata rifiutata una proposta d’acquisto di 300 milioni di dollari). Le difficoltà sono in gran parte dovute all’arrivo della tecnologia digitale. Da quando c’è internet, i lettori possono trovare nei siti delle case cinematografiche e sui blog degli attori tutte le informazioni e le notizie di loro interesse.

M’interessa perché: 1) anche negli Usa l’investimento nel futuro dei giornali passa attraverso tagli e ristrutturazioni; 2) le testate giornalistiche, anche quelle settoriali, seppur svalutate, sono ancora un prodotto su cui qualcuno ritiene di investire; 3) internet ha “tagliato” le gambe a molte pubblicazioni: anche il sito di una società (cinematografica, di arredamento, alimentare…) fa concorrenza ai giornali e può mandarli in crisi.

Chi lo dice: «The International Business Times is the leading provider of international online coverage of breaking news and current headlines from the US and around the world».

international business times: tagli a Variety

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Le parole che non mi hai detto/ Downsizing

Downsizing, ridimensionamento, dove ho già sentito questa parola?

Nei giorni scorsi è uscita la notizia che un editore americano di medie dimensioni, Martha Stewart Living Omnimedia Inc, ha deciso di procedere al downsizing (leggete l’articolo sotto). Per risparmiare dai 33 ai 35 milioni di dollari, la società si prepara a vendere o a rivedere la formula editoriale e la periodicità di alcune testate, a lasciare a casa una parte dei giornalisti, a riorientare la propria attività dalla carta stampata ai video online e ai contenuti digitali.

Dalla mia memoria zoppicante, che da tempo si era messa al lavoro sulla parola downsizing, probabilmente per averla captata da qualche parte, è riaffiorato (quando esattamente?) più che un ricordo preciso, uno stato d’animo, un senso d’angoscia che appartiene a un passato che non saprei dove collocare, ma che, chissà perché, mi sembra portare indietro di tanti anni, almeno 25, 30.

Adesso, quando pronuncio quella parola, mi viene in mente anche il nome di una città, Detroit, la capitale americana dell’auto. Ok, mi fermo qui con il gioco delle associazioni, visto che non è argomento su cui scherzare, è anzi drammatico.

Probabilmente ho vaghi ricordi del downsizing degli anni Settanta e Ottanta, le chiusure degli stabilimenti Ford a Detroit, i licenziamenti, il deserto sociale raccontato da tanti film.

La memoria impasta e rimpasta i fatti e le emozioni, gioca strani scherzi e fa apparire come un avvenimento lontano qualcosa che non c’è mai stato, accosta cose che non sono mai state collegate.

Ma questa parola, downsizing, ridimensionamento…

 

huffingtonpost.com: downsizing per i magazine Martha Stewart

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Pacchetto di 24 giorni di sciopero in Gruner und Jahr / Mondadori

I giornalisti di Gruner und Jahr / Mondadori, leggo su affaritaliani.it, hanno approvato un pacchetto di 24 giorni di sciopero, uno per ciascun giornalista considerato in esubero nel piano di crisi esaminato in questi giorni da azienda e sindacato.

Come molti di voi ricorderanno, Gruner ha annunciato a inizio ottobre di voler chiudere 8 delle 13 testate pubblicate in Italia e ha pertanto definito un certo numero di esuberi tra i dipendenti, suddivisi tra personale amministrativo e giornalisti. Per questi ultimi si dichiaravano 36 eccedenze. Un’enormità, se si considera che i giornalisti di Gruner / Mondadori sono in tutto 72.

Le trattative sono state avviate e ora Gruner è scesa a 24 giornalisti in esubero. Di questi, come si dice nella notizia riportata in link, una parte in realtà rientrerebbe al lavoro, ma in forme non ritenute soddisfacenti dall’assemblea dei giornalisti (cassa integrazione a rotazione: si rimane a casa a turno, subendo una riduzione proporzionale della retribuzione). Un’altra parte dei giornalisti verrebbe invece esclusa dal parziale recupero e finirebbe in cassa integrazione a zero ore (e zero stipendio, ma con un’indennità mensile per tutta la durata della cassa integrazione) se la trattativa non portasse a un diverso risultato. Anche la volontà dell’azienda di escludere dalla cassa integrazione a rotazione i giornalisti con qualifiche alte ha spinto l’assemblea dei giornalisti a respingere le offerte della controparte e affidare al sindacato il pacchetto di giorni di sciopero.

M’interessa perché: molti considerano questa vertenza come una prova generale di successivi stati di crisi che potrebbero riguardare grandi case editrici di periodici.

affaritaliani: 24 giorni di sciopero in gruner und jahr/mondadori

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Oi dialogoi/ Il digitale, la pubblicità e il New York Times (2)

Continua (vedi la prima parte).

A: «Passata la crisi torneranno anche le pagine di pubblicità, magari sul digitale».

B: «Non capisci. Ti sto dicendo che i cambiamenti sono strutturali, destinati a durare. Digitale o non digitale. Tu continui a immaginare che la pubblicità sia come un lago artificiale che alimenta alcuni canali, sempre e solo quelli. Qualcosa di statico. Passata la crisi, si torna come prima. Ma chi te lo garantisce?».

A: «Eh eh, sei un disfattista. Grazie per l’iniezione di fiducia».

B: «No. Io mi sforzo di capire. Altrimenti come fai a raddrizzare la situazione? Leggevo che i grandi gruppi internazionali, come Unilever, L’Oreal, Mercedes-Benz, preferiscono investire nei Paesi emergenti, quelli dove la crescita economica avanza a doppia cifra. Turchia, Argentina, Nuova Zelanda, Brasile, Filippine, Hong Kong… Tu continui a considerarli dei poveracci! Ma con la crisi economica del 2008 il mondo è cambiato! La ricchezza si è spostata, l’Europa è il malato dell’economia mondiale e alle grandi società e alle multinazionali conviene mettere un dollaro in uno dei paesi che ti dicevo piuttosto che nella parte declinante del pianeta. Torneranno? Sì, in parte torneranno, leggo. Ma una parte consistente degli investimenti andrà dove ti dicevo e la parte destinata a noi si dividerà tra mille rivoli, perché non ci sono solo tv, periodici, quotidiani, radio e cinema in cui fare pubblicità ma anche nuove “vetrine”. I media digitali, gli aggregatori di news, i social network, i canali televisivi digitali, i videogiochi e le aziende stesse, che possono farsi pubblicità da sole attraverso nuove modalità, meno propagandistiche e più “informative”….. Ecco perché la raccolta pubblicitaria del New York Times è calata, per la prima volta, del 2,2%».

A: «Wow, che bella spiegazione. Ma quando si parla di digitale non ci sono certezze. Le cose possono cambiare. Preparati a cambiare idea anche tu».

(Fine).

La Repubblica: il risiko mondiale degli spot

The Guardian: cosa sta succedendo al New York Times

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Oi dialogoi/ Il digitale, la pubblicità, il New York Times (1)

A: «Bisogna fare le app dei nostri giornali. C’è la crisi dell’editoria, ma la situazione non sarebbe così preoccupante se ci fosse una crescita nel digitale e si vendessero più copie digitali dei giornali. Compenserebbero le copie perse in edicola. Guarda l’esempio del New York Times: in tre mesi sono stati sottoscritti 57 mila abbonamenti digitali. Oggi sono 566 mila i lettori del giornale nella versione per l’online, il tablet, il mobile in tutte le sue declinazioni».

B: «(Declinazioni…!) A sentire te sembra tutto facile…».

A: «Grazie alle copie digitali e a un ritocco del prezzo del giornale di carta, i ricavi diffusionali del New York Times sono aumentati del 7%».

B: «Prima mi hai interrotto. Stavo per farti notare che proprio nel giorno in cui sono usciti i dati che dici tu, il New York Times ha perso il 22% in Borsa. Un tonfo così non si vedeva dal 1980. I ricavi complessivi del giornale, copie più pubblicità, sono scesi, seppur di poco, ma sono scesi. Anche per questo c’è stato il tracollo a Wall Street».

A: «Ma l’aumento delle copie digitali è inarrestabile, stupefacente. Vedrai».

B: «Non è la soluzione a tutti i mali. Si vendono un sacco di copie digitali ma i ricavi diminuiscono. Quale futuro ci può essere?».

A: «E allora, tu che te ne intendi, come spieghi questa discrepanza?».

B: «Non me ne intendo per niente. Ma noto alcune cose. Se il New York Times arretra è per colpa, innanzitutto, della pubblicità. Il giornale perde il 9 %. Nella carta, il calo della raccolta pubblicitaria è addirittura dell’11 %».

A: «Ma il digitale sta crescendo, passata la crisi, il giornale tornerà a guadagnare».

B: «Speriamo! Il guaio è che al momento il NYT perde soldi anche nella raccolta pubblicitaria per le edizioni digitali. Il digitale va male! C’è una piccola flessione, del 2,2 %, che non fa presagire niente di buono. Vendere più copie, di carta o nel digitale, non è sufficiente».

A: «………».

B: «Non per fare il pessimista, ma questa cosa è stata studiata e misurata. Pare che per ogni dollaro guadagnato dai giornali nel digitale se ne perdano sette nel cartaceo. Ma il NYT perde anche nel digitale».

A: «Mi piacerebbe capire perché».

B: «Bisognerebbe interpellare un esperto. Come sai, io non me ne intendo, anche se cerco di tenermi informato. E su un giornale ho letto che il mondo della pubblicità sta subendo cambiamenti profondi».

Continua (1).

La Repubblica: il risiko mondiale degli spot

The Guardian: cosa sta succedendo al New York Times

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