Archivio mensile:giugno 2014

5 Giornali che Cambiano

E’ ancora valido (vedi gennaio 2014)

Un viaggio nei giornali che cambiano. Attraverso le parole di un grande designer di media. Per capire in quale direzione devono andare quotidiani e periodici. Cogliendo il meglio di una stagione tra le più eccitanti (e rischiose) del giornalismo

The Wall Street Journal (Usa), El Tiempo (Colombia), Die Zeit (Germania), Aftenposten (Norvegia), Paris Match (Francia).

Mario Garcia ha ridisegnato centinaia di giornali ma questi sono i progetti che meglio illustrano la sfida del cambiamento.
Garcia lo ha spiegato a una lezione a studenti universitari di giornalismo: come promuovere il cambiamento e trarne vantaggio. Garcia, americano di origini cubane, è il più famoso designer al mondo di giornali e media. Maestro nella carta stampata, 41 anni di lavoro, centinaia di progetti alle spalle per i principali quotidiani (Italia inclusa), ora crede nella strategia del digital first, il ripensamento dei giornali a partire dall’edizione per smartphone e tablet. E ha scritto un manuale, il suo primo ebook, sulla grafica dei giornali digitali.

Ascoltarlo è come fare un tuffo in quel che c’è di più entusiasmante, creativo, coinvolgente del giornalismo, quello che ne fa uno dei mestieri più belli.

Il cambiamento è ora l’imperativo a causa della … disperazione. Ma il cambiamento va fatto per trarne beneficio, non per amore del cambiamento.

Sintetizzo alcuni passaggi, partendo dai 5 progetti.

L’introduzione del colore sul Wall street Journal, sfidando una tradizione considerata intoccabile.La redazione era contraria: il colore sul wsj? «Perderemo la credibilità»…

La ridefinizione della formula del quotidiano El Tiempo di Bogotà: eliminate le sezioni (politica, economia, esteri) e introdotta una scansione più intuitiva e naturale: Cosa sapere, Cosa fare, Cosa imparare. Il concetto è filtrato ovunque nell’editoria, viene applicato anche dai newsmagazine italiani.

L’approccio digital first in un grande quotidiano norvegese, disegnato partendo dal mobile. Deve essere letto sugli smartphone e sui tablet, poi si passa alla carta. Non il processo inverso, di adattamento del prodotto di grande formato ai piccoli schermi. La lezione è che il lavoro giornalistico non è più un lavoro per «solo numbers» (numeri primi), ma collettivo. Si parte da un’idea (un tweet) e su questo si costruiscono testo scritto, parte grafica, video, tutto il resto.

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Il sogno di Jeff Bezos: un quotidiano digitale mondiale

Sogno del proprietario di Amazon o incubo per tutti (gli altri)? Di sicuro l’idea è nell’aria. Perché Amazon, Google, Yahoo, Huffinghton Post, New York Times, Guardian possono avere un’audience di 500 milioni di lettori

Pare che Jeff Bezos, il fondatore di Amazon che un anno fa ha comprato il Washington Post, voglia lanciare un quotidiano digitale globale. Da leggere su Kindle.

Diciamo la verità: lo avevano sospettato in molti, quando nell’estate del 2013 la domanda più frequente nel mondo dei media era perché Bezos avesse comprato il Washington Post.

E da tempo si sostiene che in futuro nasceranno giornali (o cresceranno quelli esistenti) con un pubblico internazionale di centinaia di milioni di utenti unici.

Per ora non ci sono notizie confermate, ne ha solo parlato il rettore della Columbia University School of Journalism.

Ma molti stanno facendo un esercizio di fantasia per immaginare come potrebbe essere questo giornale.

Globale, certo. Ma anche iperlocale.

Resterà solo un sogno (o un incubo)?

 

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Sports Illustrated: il periodico passato dalla carta al digitale

Non è proprio così: la rivista rimane. Ma il sito diventa il prodotto centrale. Almeno a giudicare dal progetto lanciato in queste ore

Vale la pena di dare un’occhiata: non è neppure un sito ma una piattaforma digitale pensata anche per smartphone e tablet.

Quello che era un periodico di carta si trasforma in un prodotto di breaking news, dirette in streaming, una rete di siti alleati, storytelling che utilizza tutti gli strumenti offerti oggi dal digitale ai giornalisti: foto, infografiche, video, podcast…

Un’evoluzione da studiare, che inietta fiducia sul futuro degli editori di periodici come Time.

Sports Illustrated

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Gli Editori Tradizionali Nella Morsa Del Debito

Gli editori tradizionali combattono nella morsa del debito. Una situazione che rende difficile investire nel digitale. Anche attraverso acquisizioni

Gli editori digitali italiani (i cosiddetti pure player) sono in rosso, come ha riportato Italia Oggi, ripresa da Data Media Hub.

Gli editori tradizionali italiani sono in rosso (ma vediamo se le semestrali, in arrivo nelle prossime settimane, riservano qualche sorpresa).

Non c’è differenza, dunque, tra i due mondi, tra vecchio e nuovo?

No, una differenza c’è, grande come una casa: è il debito.

Da una parte abbiamo piccole realtà nate digitali che aumentano il fatturato ma rimangono in rosso. Lottano per trovare la sostenibilità.

Dall’altra ci sono grandi editori, nati nella carta, che hanno fatturati in contrazione (prima differenza) e lottano per ripagare il debito (seconda differenza).

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Time: Editore di Periodici? No, Content Company

 

«Nel momento in cui dici di essere nel business dei periodici, ti infili in una scatola. No, io non sono più in quel business. Sono nel business dei contenuti. Perché ho i migliori produttori di contenuti degli Stati Uniti e, probabilmente, del mondo. Facciamo contenuti video, contenuti digitale e, naturalmente, magazine».

Parla Joe Ripp, l’amministratore delegato di Time Inc, la società di magazine che pubblica Time e oltre 90 brand tra carta e digitale: il più grande editore degli Stati Uniti.

Due settimane fa Time ha separato i magazine dalle altre attività del gruppo: cinema, televisione. E ha imposto ai giornali di correre e stare in piedi da soli, entrando in Borsa come una società separata, senza scaricare i debiti e i conti in rosso sugli altri business.

Ma è interessante questa intervista a Ripp fatta da Bloomberg. Ascoltatela, perché in questo modo presto ragioneranno anche gli editori italiani di periodici.

E-commerce. Separazione tra giornalismo e pubblicità. Acquisizioni di altre società. Qui c’è tutto: intervista a Joe Ripp, Ceo di Time Inc.

 

CEO TIME INC

 

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Scrivere per una redazione rimasta senza giornalisti

Il contrastato rapporto tra giornalisti che scrivono e giornalisti del desk. Se ne parla negli Stati Uniti dove i tagli hanno ridotto all’osso le redazioni. Ma dinamiche simili si vedono in Italia. Dove il confronto è inesistente

Sono idee che mi vengono in mente leggendo un articolo pubblicato dal Poynter Institute, una scuola di giornalismo degli Stati Uniti (molto più di una scuola, in realtà).

Il confronto sul rapporto tra chi scrive i pezzi e chi fa editing nel nostro Paese è inesistente perché avviene su un altro piano, quello delle tutele per i precari. Uno degli argomenti scottanti nei giorni in cui sembra vicino il nuovo contratto dei giornalisti.

Invece se ne può discutere da molteplici punti di vista. Collaboratori versus redattori, scriventi versus desk (soprattutto nei quotidiani), esecuzione versus concepimento del pezzo, confronto con la realtà versus confronto con i risultati di mercato.

del Poynter Institute, un esperto di formazione, si chiede come sia possibile costruire un rapporto migliore tra chi scrive e chi fa desk.

Date un’occhiata. Mi limito a riportare gli aspetti  positivi di un rapporto sano, professionale, non mortificante. Non di potere ma di collaborazione. Di rispetto.

Clark spiega che il coaching sugli scriventi si distingue dal mero correggere i pezzi.

Ecco le differenze, che io ho riassunto introducendo la definizione di “penna rossa”.

Il coach c’è dall’inizio alla fine / La penna rossa si fa viva quando bisogna chiudere la pagina

Il coach forma lo scrivente / La penna rossa corregge lo scrivente

Il coach fa crescere lo scrivente / La penna rossa mette il pezzo in pagina

Il coach crea fiducia / La penna rossa mortifica chi scrive

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Le Categorie Di Video Più Visti Online

Vale la pena di fare video per il web? Quale tipo di video viene guardato fino in fondo nell’online? A che punto conviene mettere la pubblicità? E gli utenti torneranno a vedere altri video e altra pubblicità sul sito?

Prova a rispondere la start-up britannica Coull, che ha studiato oltre 12 milioni di video nel web in 60 paesi (lo racconta, tra gli altri, il sito theMediaBriefing.com).

Con un obiettivo: scoprire quale tipo di video viene visto fino alla fine.

Un’analisi costruita su un indice specifico, il completion rate (quanti utenti rimangono fino al completamento).

Quale categoria prevale tra notizie “serie”, video di automobili, how to do, animali, blog, viaggi, celebrity… ?

Ecco la tabella che riassume i risultati:

Video Completion Rate

Bisogna precisare che nei risultati ci sono differenze tra Paese e Paese. E rimangono dubbi da chiarire su un tipo di misurazione che mette a confronto, probabilmente, video dalla durata diversa.

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Touchpoint: perché un magazine deve essere su tutte le piattaforme

Una ricerca di un grande editore britannico mostra come i periodici siano obbligati a essere presenti su tutte le piattaforme. Perché tutte queste, seppur in modo diverso, soddisfano 3 momenti e svolgono 4 funzioni. Cui non si può più rinunciare

IPC, che in Gran Bretagna pubblica Marie Claire, RealSimple e Nuts, ha commissionato una ricerca, Connected Consumers, con 3500 interviste, per mostrare l’efficacia dei magazine nella pubblicità.

La ricerca è appena stata premiata da Fipp, l’organizzazione internazionale dei magazine media.

Ecco alcuni estratti, la ricerca invece è qui.

 

QUANDO I magazine non sono più visti dai lettori come prodotti da guardare solo quando ci si vuole rilassare (“Me Time”). Si cerca invece un brand in molti momenti della giornata, per diversi tipi di contenuto. Sono 3 le fasi cronologiche e mentali:

– Catch up Time Il mattino, aggiornarsi rapidamente con fonti attendibili.

– Focus Time Al lavoro, con i minuti contati, per trovare quel che serve, che interessa, che si vuole, e si sa esattamente dove cercarlo.

– Down Time La sera, con i figli a letto, un momento tradizionalmente dedicato alla lettura. Si è più ricettivi anche verso la pubblicità.

I vari canali e piattaforme sono touchpoint, punti di contatto.

 

COSA Cosa si chiede a un periodico, e quale piattaforma soddisfa più ampiamente quel bisogno (anche se in modo non esclusivo).

Le piattaforme dei magazine

– Spark (ispira) I magazine danno idee ai lettori su tutte le piattaforme. Ma gli utenti, interpellati, dicono che la carta, quando si tratta di ricevere ispirazione, rimane lo strumento preferito nell’89% dei casi (81% online, 77% sito, 70 % social).

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The Social Side of Elle – I Social Media nei Periodici

Come la rivista di fashion Elle, marchio globale, utilizza con successo i social media

Facebook? Serve a portare lettori sul sito del giornale.

Twitter? Elle ha una “lista segreta” di celebrity, che le lettrici del giornale sentono come vicine, le “Elle girls”, che aiutano a diffondere il marchio di testata su Twitter.

Instagram? Ma anche Pinterest e Tumblr… Enfatizzano la forza dell’immagine in Elle. Perché questa rivista è un generatore di “belle immagini”. Su Elle praticamente puoi toccare una gonna che solo un centinaio di donne al mondo indosserà e acquisterà.

Ecco in tre punti la funzione dei social media per Elle e come vengono utilizzati per far girare il marchio della maggiore rivista di moda al mondo. O, almeno, la più prestigiosa.

Lo spiega un post di socialmediatoday.com interamente dedicato alla strategia social del magazine. Parla Kate Winick, social media editor del giornale.

Spiega che i social funzionano come una specie di “second screen”: le lettrici trovano su Facebook, Twitter, Instagram & Co. contenuti aggiuntivi che integrano l’offerta della rivista, senza duplicare, cannibalizzare e danneggiare il prodotto per l’edicola.

Ma cosa vuol dire redazione social in un marchio di questa importanza? Significa solo una “giornalista” assunta, Kate Winick appunto, e una squadra di blogger che posta dalle 20 alle 25 volte al giorno. Mai la sera. Ma, durante il giorno, si mantiene un ritmo serrato.

Per chi non lo sapesse, Elle è oggi, la rivista di moda più conosciuta, con 43 edizioni in 60 paesi, un account Facebook in lingua inglese con 2,2 milioni di like, e su Twitter 2,28 milioni di follower. Nel maggio 2014 (leggo nel post di socialmediatoday.com) il sito elle.com ha contato 8 milioni di visitatori unici.

Bisognerebbe aggiungere che anche l’Italia ha storie di successo nei magazine ed esperti di social di notevole spessore. Solo che un’ingiustificata esterofilia ci spinge sempre a cercar oltre confine. Di chi parlo? Per farsene un’idea basta dare un’occhiata alla classifica dei Media Specialist più apprezzati d’Italia uscita su datamediahub.it.

 

Futuro dei Periodici

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Top Football Stories You Can’t Miss In Multimedia Journalism: England, Italy and Mr Balotelli

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Il futuro dei contenuti digitali a pagamento – Reuters Digital News Report 2014

Informazione a pagamento nel digitale: c’è un mercato. Anche in Italia. Ma al lettore bisogna offrire giornali che lo mettono al centro

Una delle domande capitali per capire se i giornali possono sopravvivere nella transizione al digitale è la seguente: i lettori/utenti sono disponibili a spendere per comprare notizie dalle piattaforme digitali (siti web, app, copie digitali)?

Una notizia incoraggiante arriva dal terzo Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism (RISJ). È stato realizzato interpellando 18.000 persone in 10 Paesi, tra cui l’Italia.
Mi voglio limitare al capitolo dedicato ai modelli di informazione a pagamento.

Viene fuori che l’Italia è tra i Paesi in cui c’è maggiore propensione a pagare per l’acquisto di notizie nel digitale, soprattutto nel caso di singoli numeri dei giornali.

Questo si sposa con altre indicazioni favorevoli al giornalismo digitale, uscite quasi due anni fa, come la disponibilità degli italiani a investire per l’acquisto di tablet e iPad.

In generale, nei Paesi esaminati, l’acquisto di prodotti giornalistici digitali riguarda una fascia della popolazione ancora molto ristretta, spesso intorno al 10%. Ma ovunque si registra un trend in crescita. E questo riguarda anche i tablet.

Ma si spiega molto bene che la chiave per vendere nel digitale è diversa da quella della carta stampata.

In passato, per riassumere con una formula, si dava un prodotto in cui ci fosse «qualcosa per ogni lettore».

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7 Grandi Storie Multimediali di Calcio

 

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Periodici e shopping online: 8 siti molto shoppable

Slideshow e descrizione di 8 siti di e-commerce di editori e riviste internazionali. La moda la fa da padrona. Perché ha la vocazione più shoppable

Gli editori di periodici investono nello shopping online della moda. Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e da ultimo in Italia, vengono creati siti di e-commerce delle griffe, legati a singole testate, a grappoli di giornali delle case editrici o a network internazionali dei brand, come Harper’s Bazaar e Grazia.

La moda va avanti per prima, ma ci sono molti esempi di portali per l’usato delle auto, le comprevendite immobiliari, i megastore di libri, elettronica, cd.

L’e-commerce è solo l’ultimo, più serio dei tentativi per trovare nuove fonti di ricavo e sostituire quelle ormai inaridite.

La vendita di oggettistica, come le monografie d’arte dei quotidiani, è stata una voce importante negli ultimi anni. Un discorso generale, che va visto editore per editore.

Ci sono giornali che da sempre puntano sulle vendite associate di oggetti. Altri per cui la pubblicità pesa per l’80%. Altri ancora fermamente agganciati ai ricavi dalle diffusioni.

L’unico problema legato all’e-commerce della moda è la resistenza delle griffe a vendere online: per i grandi stilisti il digitale è ancora il mondo del low cost e dei discount.

 

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Futuro o muerte: la svolta di Time Inc., primo editore di periodici Usa

Le riviste da venerdì sono state separate dal resto della società. E affrontano in solitudine – in Borsa – le incognite dell’era digitale. Gli editori di periodici del mondo stanno a guardare, nello specchio del loro destino

E’ un passaggio epocale per il mondo dei periodici. Come preannunciato da questo blog, anche riportando analisi di natura tecnica, Time Inc. si è separata dalle altre attività del gruppo.

Il grattacielo di Manhattan conserverà il nome, ma dentro ci si occuperà di cinema e tv. Che da tempo fanno il 95% dei soldi del gruppo.

I giornali, che sono all’origine di una storia iniziata 90 anni fa, saranno raccolti in una public company, che cerca capitali, azionisti e fortuna in Borsa.

I magazine (di Time) hanno un futuro?

Il primo punto, come spiega un superesperto Usa (Ken Doctor), è il debito. Su Time Inc. sono stati scaricati 1,3 miliardi di dollari di debiti. Tanti, per una società in crisi strutturale, con ricavi in calo, costretta a investire, comprare e trattenere i migliori talenti. In Borsa ieri il titolo ha perso. Per l’altro superesperto, Mathew Ingram di Gigaom, butta male.

Il secondo punto è l’offerta: 95 titoli sembrano troppi. I soldi non arrivano più da Time, Fortune, Sports Illustrated, Entertainment Weekly. Bensì da People, InStyle, Real Simple, Southern Living.

Terzo punto, la sfida digitale.

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La seconda apocalisse dei media: la crescita del mobile

La pubblicità su mobile rende meno di quella su pc. E questo è un enorme problema per i media digitali. A partire da Google

Leggo questo pezzo su ZDNet (CBS Interactive) intitolato: La seconda apocalisse dell’industria dei media – La rapida ascesa del mobile.

Si spiega come il mobile sia in rapidissima crescita: la gente raggiunge i contenuti attraverso smartphone (e tablet). Il pc sta calando.

Questo ha una ricaduta sulla pubblicità che mette a rischio la sopravvivenza stessa dei media digitali.

La pubblicità su mobile, infatti, è pagata in media un decimo di quella per il desktop.

Lo sappiamo, leggere un annuncio banner o altro su schermi piccoli è un’esperienza fastidiosa. La resa è scarsissima.

La compressione verso il basso mette in difficoltà tutta l’industria dei media.

La prima apocalisse è stato il crollo del valore della pubblicità nel digitale: vale un decimo di quella su carta. E il prezzo lo stanno pagando le case editrici di quotidiani e periodici.

Ma la compressione della pubblicità su mobile rischia di giocare uno scherzo ancora più grosso ai giganti di Internet. A partire da Google, a sentire l’autore dell’articolo.

In questo gli editori che provengono dalla carta stampata sarebbero addirittura più protetti dei concorrenti digitali. Il valore della pubblicità sui giornali, infatti, scende a una velocità più bassa di quella su mobile. E si para meglio il colpo, rispetto all’industria dei media digitali.

Un argomento da approfondire.

Futuro dei Periodici

 

 

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Il Tramonto dell’Organizzazione A Silos Nei Giornali

Nuova struttura, nuovo modo di lavorare, di scambiare conoscenze, nuovo modo di comunicare con i lettori (utenti/clienti)?

Ne ho sentito parlare spesso: le aziende di molti i settori, non solo dell’editoria, stanno cambiando il loro modo di funzionare. Stanno abbandonando strutture, organizzazioni diventate silos per passare a strutture aperte, organizzazioni che qualcuno definisce ad alveare. Un rimescolamento portato dal digitale.

Il pensiero mi è venuto leggendo una notizia di queste settimane, apparentemente molto, molto lontana dall’argomento: negli Stati Uniti l’editore Condé Nast ha lanciato un nuovo sito, House, su arredamento, cibo, stili di vita.

Un sito che la società definisce come un’evoluzione dei siti di due riviste esistenti, House & Garden e Easy Living. House, leggo, mescola ai contenuti di House&Garden nuovi articoli su cibo, viaggio, design. I lettori di Easy Living saranno reindirizzati nel nuovo portale.

Ecco, mi sono detto, l’evoluzione di certi magazine su altre piattaforme: anziché conservare le testate cartacee come prodotti distinti anche nel digitale, si va verso una convergenza dei contenuti, una condivisione, un allargamento all’interno di un nuovo media.

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