Archivi categoria: transizione al digitale

«Vox Media, la Condé Nast del futuro»

Siti specializzati, con una voce distinta, capaci di attrarre milioni di utenti unici con i social: Vox Media si candida a diventare la nuova Condé Nast

Consiglio di guardare il video di Bloomberg con l’intervista al Ceo di Vox Media,la media company americana che crea media brand: Verge (tecnologie), SB Nation (sport), Vox (news spiegate in modo semplice), Polygon (videogame).

Video intervista a James Bankoff, Ceo di Vox Media

James Bankoff crede che gli editori digitali diventeranno i nuovi Time Inc, Condé Nast, Disney.

La strada seguita è quella dei verticali: non siti che siano dei portali, dei siti  generalisti, ma prodotti indirizzati a un pubblico ben definito, con temi specifici.

Contano di più gli argomenti trattati o il taglio con cui li si affronta? Per Bankoff conta di più la scelta dell’argomento, l’essere un “verticale” piuttosto che fare come BuzzFeed, che tratta di tutto ma con modalità originali (anche se Bankoff non vuole rinunciare ad avere una voce unica).

Il Ceo prevede una crescita di Vox Media soprattutto organica, cioè poco basata su acquisizioni di altre società e molto sulla crescita dei prodotti e siti pensati e lanciati in casa (Vox.com, per dire, ha pochi mesi di vita e conta già 7 milioni di utenti unici).

I video, al momento, sono una piccola parte dell’offerta. Ma cresceranno. Tra qualche tempo, Vox Media assomiglierà più a una cable tv che a una magazine company.

I social come Facebook servono ad ampliare il pubblico, a portar gente nei siti di Vox Media. Ma un sito è più autorevole se la gente va direttamente alla home page. E questo accade, dopo un primo incontro avvenuto grazie alla condivisione di post e i commenti sui social.

 

Futuro dei Periodici

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5 Giornali che Cambiano

E’ ancora valido (vedi gennaio 2014)

Un viaggio nei giornali che cambiano. Attraverso le parole di un grande designer di media. Per capire in quale direzione devono andare quotidiani e periodici. Cogliendo il meglio di una stagione tra le più eccitanti (e rischiose) del giornalismo

The Wall Street Journal (Usa), El Tiempo (Colombia), Die Zeit (Germania), Aftenposten (Norvegia), Paris Match (Francia).

Mario Garcia ha ridisegnato centinaia di giornali ma questi sono i progetti che meglio illustrano la sfida del cambiamento.
Garcia lo ha spiegato a una lezione a studenti universitari di giornalismo: come promuovere il cambiamento e trarne vantaggio. Garcia, americano di origini cubane, è il più famoso designer al mondo di giornali e media. Maestro nella carta stampata, 41 anni di lavoro, centinaia di progetti alle spalle per i principali quotidiani (Italia inclusa), ora crede nella strategia del digital first, il ripensamento dei giornali a partire dall’edizione per smartphone e tablet. E ha scritto un manuale, il suo primo ebook, sulla grafica dei giornali digitali.

Ascoltarlo è come fare un tuffo in quel che c’è di più entusiasmante, creativo, coinvolgente del giornalismo, quello che ne fa uno dei mestieri più belli.

Il cambiamento è ora l’imperativo a causa della … disperazione. Ma il cambiamento va fatto per trarne beneficio, non per amore del cambiamento.

Sintetizzo alcuni passaggi, partendo dai 5 progetti.

L’introduzione del colore sul Wall street Journal, sfidando una tradizione considerata intoccabile.La redazione era contraria: il colore sul wsj? «Perderemo la credibilità»…

La ridefinizione della formula del quotidiano El Tiempo di Bogotà: eliminate le sezioni (politica, economia, esteri) e introdotta una scansione più intuitiva e naturale: Cosa sapere, Cosa fare, Cosa imparare. Il concetto è filtrato ovunque nell’editoria, viene applicato anche dai newsmagazine italiani.

L’approccio digital first in un grande quotidiano norvegese, disegnato partendo dal mobile. Deve essere letto sugli smartphone e sui tablet, poi si passa alla carta. Non il processo inverso, di adattamento del prodotto di grande formato ai piccoli schermi. La lezione è che il lavoro giornalistico non è più un lavoro per «solo numbers» (numeri primi), ma collettivo. Si parte da un’idea (un tweet) e su questo si costruiscono testo scritto, parte grafica, video, tutto il resto.

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Il sogno di Jeff Bezos: un quotidiano digitale mondiale

Sogno del proprietario di Amazon o incubo per tutti (gli altri)? Di sicuro l’idea è nell’aria. Perché Amazon, Google, Yahoo, Huffinghton Post, New York Times, Guardian possono avere un’audience di 500 milioni di lettori

Pare che Jeff Bezos, il fondatore di Amazon che un anno fa ha comprato il Washington Post, voglia lanciare un quotidiano digitale globale. Da leggere su Kindle.

Diciamo la verità: lo avevano sospettato in molti, quando nell’estate del 2013 la domanda più frequente nel mondo dei media era perché Bezos avesse comprato il Washington Post.

E da tempo si sostiene che in futuro nasceranno giornali (o cresceranno quelli esistenti) con un pubblico internazionale di centinaia di milioni di utenti unici.

Per ora non ci sono notizie confermate, ne ha solo parlato il rettore della Columbia University School of Journalism.

Ma molti stanno facendo un esercizio di fantasia per immaginare come potrebbe essere questo giornale.

Globale, certo. Ma anche iperlocale.

Resterà solo un sogno (o un incubo)?

 

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Gli Editori Tradizionali Nella Morsa Del Debito

Gli editori tradizionali combattono nella morsa del debito. Una situazione che rende difficile investire nel digitale. Anche attraverso acquisizioni

Gli editori digitali italiani (i cosiddetti pure player) sono in rosso, come ha riportato Italia Oggi, ripresa da Data Media Hub.

Gli editori tradizionali italiani sono in rosso (ma vediamo se le semestrali, in arrivo nelle prossime settimane, riservano qualche sorpresa).

Non c’è differenza, dunque, tra i due mondi, tra vecchio e nuovo?

No, una differenza c’è, grande come una casa: è il debito.

Da una parte abbiamo piccole realtà nate digitali che aumentano il fatturato ma rimangono in rosso. Lottano per trovare la sostenibilità.

Dall’altra ci sono grandi editori, nati nella carta, che hanno fatturati in contrazione (prima differenza) e lottano per ripagare il debito (seconda differenza).

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Le Categorie Di Video Più Visti Online

Vale la pena di fare video per il web? Quale tipo di video viene guardato fino in fondo nell’online? A che punto conviene mettere la pubblicità? E gli utenti torneranno a vedere altri video e altra pubblicità sul sito?

Prova a rispondere la start-up britannica Coull, che ha studiato oltre 12 milioni di video nel web in 60 paesi (lo racconta, tra gli altri, il sito theMediaBriefing.com).

Con un obiettivo: scoprire quale tipo di video viene visto fino alla fine.

Un’analisi costruita su un indice specifico, il completion rate (quanti utenti rimangono fino al completamento).

Quale categoria prevale tra notizie “serie”, video di automobili, how to do, animali, blog, viaggi, celebrity… ?

Ecco la tabella che riassume i risultati:

Video Completion Rate

Bisogna precisare che nei risultati ci sono differenze tra Paese e Paese. E rimangono dubbi da chiarire su un tipo di misurazione che mette a confronto, probabilmente, video dalla durata diversa.

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Il futuro dei contenuti digitali a pagamento – Reuters Digital News Report 2014

Informazione a pagamento nel digitale: c’è un mercato. Anche in Italia. Ma al lettore bisogna offrire giornali che lo mettono al centro

Una delle domande capitali per capire se i giornali possono sopravvivere nella transizione al digitale è la seguente: i lettori/utenti sono disponibili a spendere per comprare notizie dalle piattaforme digitali (siti web, app, copie digitali)?

Una notizia incoraggiante arriva dal terzo Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism (RISJ). È stato realizzato interpellando 18.000 persone in 10 Paesi, tra cui l’Italia.
Mi voglio limitare al capitolo dedicato ai modelli di informazione a pagamento.

Viene fuori che l’Italia è tra i Paesi in cui c’è maggiore propensione a pagare per l’acquisto di notizie nel digitale, soprattutto nel caso di singoli numeri dei giornali.

Questo si sposa con altre indicazioni favorevoli al giornalismo digitale, uscite quasi due anni fa, come la disponibilità degli italiani a investire per l’acquisto di tablet e iPad.

In generale, nei Paesi esaminati, l’acquisto di prodotti giornalistici digitali riguarda una fascia della popolazione ancora molto ristretta, spesso intorno al 10%. Ma ovunque si registra un trend in crescita. E questo riguarda anche i tablet.

Ma si spiega molto bene che la chiave per vendere nel digitale è diversa da quella della carta stampata.

In passato, per riassumere con una formula, si dava un prodotto in cui ci fosse «qualcosa per ogni lettore».

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Come Dovrebbe Essere Un Giornale Sull’iPad

L’app del quotidiano canadese Ottawa Citizen viene rilasciata ogni giorno alle 18. Per il designer Mario Garcia, coinvolto nel progetto, è uno dei primi esempi di come un giornale deve essere ripensato per l’iPad. Un “textbook” per l’industria

Il dibattito sulle app è acceso, un tema caldo anche per questo blog (flop nei periodici, finora).

Sulla scorta dei dati di vendita prevale lo scetticismo.

Ma quell’inguaribile ottimista di Mario Garcia spiega in dettaglio il progetto dell’Ottawa Citizen.

Spiega i punti di forza, le differenze con altri progetti (fallimentari).

Perché siamo ancora nell’infanzia dei giornali per tablet.

L’Ottawa Citizen non è il quotidiano di carta riformattato. Approfondisce notizie già uscite con lanci su smartphone, ma permette di vedere gli aggiornamenti.

Dà al lettore l’ingrediente grezzo e il piatto cotto a puntino.

E’ multisensoriale: un po’ di audio, di narrazione, di musica, di video ovviamente. E poi foto e testo.

Futuro dei Periodici

 

 

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Copia, Aggiungi, Trasforma: 3 Approcci Al Giornalismo Digitale

Sull’onda dell’Innovation Report del New York Times, documento riservato diventato di pubblico dominio, fioriscono ragionamenti su come i giornali devono condurre la transizione al digitale. Journalism.co.uk spiega che finora si sono viste tre strade: additiva, conservativa, trasformativa. I risultati sono diseguali

 

Additiva: significa che il prodotto di carta viene riproposto sul sito web, nella app per tablet, sullo smartphone con arricchimenti multimediali. Dal video all’infografica, dall’animazione alla timeline… Il vantato digital-first è solo una facciata.

Conservativa: è il mantra della “copia replica”. Sì, riproporre il giornale cartaceo tale e quale nel digitale è una tattica finora perdente. Le copie replica per app raccolgono appena il 3% dei lettori negli Stati Uniti. In Italia questa versione viene … regalata in abbonamento. Il limite: non dai al lettore un’esperienza di lettura nuova e stimolante.

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Riflessioni sull’Innovation Report del New York Times

L’Innovation report è uno studio riservato di 96 pagine sull’innovazione digitale al New York Times inviato la scorsa settimana ai top executive del quotidiano. E finito nelle mani e pubblicato dal sito BuzzFeed. Contiene critiche all’organizzazione giornalistica centrata sulla carta. E offre spunti di riflessioni validi per qualsiasi quotidiano e periodico

La domanda fondamentale, contenuta in modo implicito nel rapporto, a cui tutti gli editori devono rispondere, anche in Italia, è questa: come è possibile accantonare la carta, dedicare meno risorse, tempo, attenzione, investimenti alla versione ancora oggi più amata, letta, diffusa, pagata del giornale per riversare tutto ciò su prodotti digitali ancora tutti da sviluppare? Affronta a fondo la questione Vox.com in questo pezzo, che contiene il link diretto a scribd per la lettura dell’intero report del New York Times (di Vox.com si è parlato in questo post di Futuro dei periodici).

Ecco una delle charts di Vox che illustrano il dilemma del prigioniero, il paradosso che può condannare a morte i giornali:

fa vedere come oltre tre quarti dei ricavi del quotidiano Usa provengano ancora oggi dalla carta.

Siamochiamati a difendere con il sangue e finoall’ultimouomo un fortino che (losappiamogià) dovremoabbandonareall’alba :-).

 

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Mappa Interattiva: Le App Dei Giornali Hanno Un Futuro?

Le applicazioni dei giornali e dei periodici hanno futuro? Se lo chiedono alcuni dei designer ed esperti di magazine più conosciuti. Perché le app sono state un flop? Cosa non piace ai lettori? Quali le migliori? Come cambierà la situazione entro un anno?La risposta su Mattermap

Il confronto a 5 voci è avvenuto sul blog di Robert Newman, designer di Reader’s Digest e, in passato, di Entertainment Weekly, New York, Vibe… e consulente per O, the Oprah magazine.

Partecipano 5 superesperti di giornali, media digitali e design.

Ho realizzato una sintesi con l’applicazione olandese Mattermap (utilizzata anche da CNN): intorno a ogni domanda compaiono le risposte dei 5 esperti. Cliccando su ciascuna, potete leggere per intero la citazione. Ma la tavola rotonda virtuale va letta, e gustata, nel sito di Mr Robert Newman.

Per vedere la mappa interattiva è necessario cliccare sul titolo con link (non sull’immagine), WordPress non consente l’embed.

Mappa interattiva: le app dei periodici hanno un futuro?

Mattermap: app dei periodici

 

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Come cambia la lettura dei giornali: NRC Q in Olanda

Cambia la lettura dei giornali. Notizie brevi la mattina, aggiornamenti nel pomeriggio, pezzi lunghi la sera. E i social media. Come mostra un video

Un’idea su come cambia la lettura dei giornali è nel video promozionale dell’olandese NRC Q, un quotidiano economico che ha sviluppato un’offerta di informazione per smartphone, tablet, pc.

Risponde ai bisogni di un pubblico indaffarato, benestante, sempre connesso.

 

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Il Ritardo Dei Mensili Nel Digitale

Le copie digitali dei mensili italiani crescono lentamente. Le diffusioni a volte addirittura arretrano. Seguendo le logiche della promozione degli abbonamenti. Perché a guidare il processo è ancora la carta

Ho riassunto in una tabella gli ultimi cinque mesi di diffusioni digitali dei mensili italiani. Naturalmente molte altre testate propongono abbonamenti e singole copie digitali: ho scelto tra quelli a tiratura più alta. La fonte è Ads.

Diffusioni digitali dei mensili italiani 2013-2014 (andare al link per vedere la tabella interattiva).

Copie digitali dei mensili italiani

Analogamente a quel che si diceva ieri per le copie digitali dei settimanali, c’è un ritardo. Talmente evidente da assomigliare a un flop, come si sostiene negli Stati Uniti, quando si parla dello stesso fenomeno.

La colpa, però, non è di una scarsa propensione degli italiani a comprare tablet. Uno studio internazionale, uscito oltre un anno e mezzo fa, faceva vedere come gli italiani siano tra le nazioni più interessate all’iPad e ai tablet.

La crisi ha congelato la diffusione di questo device mobile, la prima scelta cade sullo smartphone e l’appuntamento con i giornali digitali è al momento rinviato.

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Il Flop Dei Periodici Sul Tablet

I periodici non decollano su tablet. Si vendono poche copie. E nei mesi non c’è stata una vera crescita. La caccia alle cause è aperta

Basta guardare le tabelle sulle copie digitali vendute per capire che i settimanali italiani non hanno un pubblico su tablet. Ho realizzato il grafico qui sotto caricando i dati di Ads degli ultimi 6 mesi riguardanti i 10 settimanali con la diffusione più consistente.

Copie digitali dei settimanali italiani.

Copie digitali settimanali ottobre 2013-marzo 2014

 

Le copie vendute non aumentano e in qualche caso c’è una flessione. Presumibilmente voluta o non contrastata dagli editori stessi.

Si può andare oltre.

Questi giornali non sono venduti a prezzo pieno, ma vengono offerti con piccolo sovrapprezzo insieme all’abbonamento per la carta. Molto spesso i lettori non usano la versione digitale. Più in generale, si tratta di un’operazione in parte di marketing e in parte di prospettiva, in attesa di momenti più propizi.

Come spiegare un risultato così deludente dopo le tante speranze suscitate un anno fa dall’incremento di vendite dei tablet?

C’è chi ricorda che nella maggior parte dei casi le copie digitali sono l’esatta replica del giornale di carta. E’ questa la condizione perché la copia venduta venga conteggiata e sommata da Ads alle diffusioni di un giornale. Ma è anche il motivo per cui i lettori non mostrano alcun entusiasmo per questi prodotti.

C’è poi la difficoltà nel far decollare il design dei giornali su tablet per mille ragioni produttive. Non ultima la mancanza di risorse nelle case editrici. E la necessità di concentrarle sulla carta, da cui ancora proviene il 90% dei ricavi. Un paradosso pericoloso.

 

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La Stampa Va Giù, I Media Vanno Su (Il Rilancio Dei Periodici In Francia)

Tutti a dire che la stampa è in crisi. Ma pochi marchi scompaiono dalle edicole. I giornali molto più spesso passano di mano. E c’è chi ha progetti di rilancio. Come in Francia

Alcune delle 10 riviste messe in vendita mesi fa dal (l’ex?) grande editore Lagardère son state comprate da Reworld Media, società finanziata da tre fondi d’investimento, uno dei quali asiatico. Brutto segnale? Non si direbbe, ad ascoltare le parole di Pascal Chevalier, presidente del gruppo, intervistato da Le Figaro.

Chevalier annuncia l’acquisizione di questi giornali: Be, Maison & Travaux, Mon jardin ma maison , Le Journal de la maison, Campagne décoration, Pariscope, Auto Moto e Union.

In passato, si spiega, ha ridato smalto ad altri acquisti: Marie France e Gourmand.

L’editore racconta che:

1) vuole creare un grande gruppo media da 300 milioni di euro entro il 2016. Oggi siamo a 80 grazie ai nuovi giornali. Per la serie: piccoli editori crescono, come in Italia.

2) la stampa ha ancora potenzialità e la forza risiede nei brand: è più facile rilanciare un marchio esistente che farne nascere uno nuovo. E si fa l’esempio di Marie France. Un titolo affermato ma con un pubblico che invecchia e non va su internet. Per cui l’operazione intrapresa dall’editore consiste nel fare un’estensione del brand andando nel web, lanciando applicazioni, facendo eventi con al centro il brand. Risultato: il vecchio lettorato è rimasto ma è raddoppiato con nuovi utenti, più giovani, attratti dal digitale. Il marchio diventa occasione di e-commerce e sono nati negozi in varie città francesi che lo valorizzano.

3) ma gli editori, per aver successo, devono muoversi rapidamente, riposizionare i brand e rilanciare, innanzitutto, la carta (da cui continuerà ad arrivare metà dei ricavi).

Un’intervista da leggere per intero sul sito di Le Figaro.
Futuro dei Periodici

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15 Segnali Di Vita Del Giornalismo Che Cambia

Le tendenze nel giornalismo. Legate allo sviluppo digitale. Dal lancio di startup alla pubblicità nativa, dai video alle app, dagli e-book ai compensi legati al traffico dei siti

Ne parla il responsabile della redazione digitale di Forbes, la media company nota non solo per il periodico economico e finanziario ma anche per le attività online, considerate un modello del next journalism: il nuovo che avanza.

Lewis DVorkin, con il consueto sarcasmo indirizzato contro i giornalisti, individua 15 blips, 15 puntini sullo schermo del (suo) radar del giornalismo.

In sintesi, vediamo quali sono e perché. Ma conviene leggere per intero l’articolo di DVorkin.

1) STARTUP: i tycoon del digitale iniziano a investire in startup votate al giornalismo.

2) NATIVE ADVERTISING: il pubbliredazionale, in forma rivista e corretta per il digitale, sta prendendo piede anche nei siti dei media tradizionali. Tra gli ultimi, il New York Times.

3) PIATTAFORME: da Medium a Tumblr, fanno vedere come sarà la comunicazione tutta a base di immagini e grafica della prossima generazione di lettori.

4) GIORNALISMO LONG-FORM: una parola del gergo internettiano, molto di moda, che indica articoli lunghi più di 3000 battute, comuni nei media tradizionali, diventati una formula nobilitante per quei siti che vogliono entrare nel giornalismo di qualità.

5) VERTICALI: si è scoperto che nel digitale c’è posto per siti d’informazione o ecosistemi giornalistici che si rivolgono a comunità circoscritte di utenti, nicchie di lettori diverse da quelle dei brand dal taglio generalista.

6) DATA: parola magica, soprattutto nella variante “big data”. Internet è tutto dati, a partire dal modo in cui si misura il successo di un articolo o una pubblicità online. Presto, dice DVorkin, sentiremo parlar meno di pageview o utenti unici e molto più di viewability: quante volte una pubblicità entra davvero nello spettro visivo di chi legge.

7) APP: la grande promessa per il futuro dei periodici sta deludendo le attese. Ma ci sono strategie per dare alla lettura dei giornali su tablet una seconda chance.

8) VIDEO: tutti gli editori della carta stampata corrono verso la produzione e distribuzione di video sulle piattaforme digitali dei loro brand. Ma per il momento i lettori sembrano preferire il testo scritto, più facile da scorrere, valutare, selezionare.

9) E-BOOK: una bella fonte di guadagno per i giornalisti che hanno trovato temi d’attualità di grande interesse, un ferro caldo da battere sul momento.

10) COMMENTI: vengono inventati sistemi sempre nuovi per dare spazio ai commenti dei lettori. Perché offrono un aggancio alla monetizzazione: tradurre le pagine viste e la partecipazione dell’utente in moneta sonante per i pubblicitari.

11) MOBILE: la pubblicità più basic, il banner (il vecchio annuncio), rende poco, ma si adatta alla versione per smartphone di tanti siti di news. Una risorsa da non perdere.

12) EVENTI: organizzati dai giornali, usando il loro brand, per guadagnare notorietà, conquistare pubblico, aumentare i ricavi.

13) NUOVA PUBBLICITÀ: anziché chiedere al lettore di pagare per accedere ai contenuti di un sito giornalistico, gli si chiede di pazientare un momento e guardare un video pubblicitario. Una formula, molto vista in Italia, che fa pensare al modello economico della tv commerciale.

14) NEWSLETTER: ci sono utenti disposti a pagare per newsletter di approfondimento su temi sensibili e rilevanti, soprattutto in ambito finanziario.

15) INCENTIVI: i giornalisti che aderiscono a “compensation program” vengono in parte premiati e retribuiti sulla base del traffico generato, dei lettori conquistati. Un tema spinoso, controverso, che vede Forbes schierato tra i “cattivi”. Sul versante dei “buoni” ci sono invece giornalisti (ed editori) che continuano a credere che chi scrive non deve essere condizionato dai risultati di traffico. Anzi, non dovrebbe neppure esserne messo a conoscenza. Per la qualità dell’informazione, non per restare attaccati a privilegi.

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L’Arte Funzionale Dell’Infografica: Blog E Manuali Di Alberto Cairo

L’infografica è un prodotto di punta del giornalismo digitale. Fonte inesauribile di sorpresa. Ecco un blog e manuali molto utili

Ci sono blog che sono una scoperta. thefunctionalart.com è uno di questi. Lo scrive Alberto Cairo, docente di Information Graphics e Visualization alla School of Communication dell’Università di Miami. Ma è anche un giornalista: ha guidato la redazione specializzata in infografica di El Mundo, in Spagna.

 

Nel blog, che ha lo stesso titolo di un manuale di grafica e infografica di Cairo, si discutono ogni giorno casi concreti apparsi sui giornali. E si affina l’arte di trasformare i dati in comunicazione giornalistica tutta visuale.

Penso possa essere utile, come probabilmente è stato il manuale di Mario Garcia per il design giornalistico su iPad, citato in un post molto letto di questo blog.

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La Percentuale Di Lettori Digitali Nei giornali Francesi

Quanti lettori digitali hanno i giornali? Quanti di questi lettori sfogliano anche il prodotto di carta? E quanti guardano solo il sito del brand? Uno studio sulla Francia. Utile all’Italia

Misurare l’apporto del digitale per i giornali: ora in Francia è possibile, come spiega questo articolo di CB News.

Si può sapere quanti lettori accedono ai contenuti di un giornale esclusivamente con Internet, quanti solo su carta, e in che misura i lettorati si sovrappongono. Nel digitale, si può distinguere tra accesso da computer o da mobile (tablet, smartphone).

In media, nei brand giornalistici il 57% dei lettori si affida unicamente al prodotto di carta, il 22% solo a Internet, il 4% solo al mobile. Il restante 17% legge su più supporti.

Ecco la classifica dei brand più letti nel Paese, sommando le varie piattaforme.

Al primo posto c’è Femme Actuelle: 16 milioni 625 mila lettori, di cui 13 milioni 996 mila su carta. Il digitale pesa per il 19%.

Lettori digitali nei giornali francesi

 

Interessante vedere le differenze tra tipologie di giornali.

Nei quotidiani i lettori esclusivamente print sono, in media, il 46%, mentre Internet è porta d’accesso per il 54%.

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L’Universal Publishing Del Financial Times

Universal Publishing: è il modo in cui il quotidiano Financial Times diffonde i propri contenuti nel digitale.

E’ la lezione tenuta in questi giorni alla Digital Media Europe conference da Lisa MacLeod, head of operations del brand giornalistico (consiglio di guardare le foto del post di Journalism.co.uk, da cui ho tratto questi contenuti).

Il sito web è funzionale, spiega MacLeod. «Entri, cerchi quel che vuoi sapere, esci». Ma molti lettori odiano leggere i giornali sul sito. Perché senti di avere a disposizione una quantità infinita d’informazione. Invece sul giornale di carta, tradizionalmente, hai un senso dei confini, della misura, del limite.

Di conseguenza c’è chi si sente più a proprio agio con l’app da scaricare, arricchita o meno. Perché ti restituisce l’esperienza della lettura su carta. Pur conservando l’aggiornamento continuo delle notizie.

Per tutte queste ragioni il Financial Times è presente su una serie di piattaforme digitali e vuole svilupparsi anche verso altre direzioni, incluse le console dei videogiochi.

Si è presenti su tutte le piattaforme e tutti i device, anche se la metà del traffico di Financial Times proviene da mobile. Signori ecco a voi la strategia dell’universal publishing‘.

 

Futuro dei Periodici

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24 Siti Che Cambiano il Giornalismo (Cronologia Interattiva)

Una cronologia interattiva e multimediale sui 24 siti d’informazione nativi digitali che hanno cambiato il giornalismo. Da Huffington Post a Policy Mic, da Slate.com a Project X: emergono le tendenze portate dal digitale nel mondo della stampa (Usa e non solo)

La timeline di Futuro dei Periodici s’intitola: 24 Siti che hanno cambiato il giornalismo. (Per vederla, è necessario andare al link: non è possibile “inserire” il file nei post di WordPress. La consultazione è lenta su tablet).

E’ stata realizzata da Futuro dei Periodici raccogliendo informazioni nella Rete e prendendo spunto da The State of the News Media 2014 del Journalism Project (Pew Research Center).

Vengono fuori cambiamenti e tendenze del giornalismo.

Il programma è della fondazione Knightlab.

Timeline: 24 siti web che hanno cambiato il giornalismo

 

 

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24 Siti D’Informazione Che Hanno Cambiato Il Giornalismo

Una cronologia interattiva e multimediale sui 24 siti d’informazione nativi digitali che hanno cambiato il giornalismo. Da Huffington Post a Policy Mic, da Slate.com a Project X: emergono le tendenze portate dal digitale nel mondo della stampa (Usa e non solo)

La timeline di Futuro dei Periodici s’intitola: 24 Siti che hanno cambiato il giornalismo. (Per vederla, è necessario andare al link: non è possibile “inserire” il file nei post di WordPress. La consultazione è lenta su tablet).

E’ stata realizzata da Futuro dei Periodici raccogliendo informazioni nella Rete e prendendo spunto da The State of the News Media 2014 del Journalism Project (Pew Research Center).

Timeline: 24 siti web che hanno cambiato il giornalismo

 

Vengono fuori cambiamenti e tendenze del giornalismo.

Da segnalare:

1) Il mondo del digitale ha dimensioni ancora ridotte rispetto all’industria dell’informazione. Prendiamo i fatturati pubblicitari. Il Pew Research Center stima che i quotidiani statunitensi abbiano raccolto nel 2013 ricavi pubblicitari per 25 miliardi di dollari. I siti d’informazione for profit si fermerebbero a non più di 500 milioni di dollari.

Ma la rilevanza del mondo online sta crescendo. Time Inc, la principale casa di periodici americana, fatturava nel 2012 meno di 600 milioni di dollari. Più o meno negli stessi mesi, la media company digitale Vice Media avrebbe fatturato circa 175 milioni di dollari (100 milioni Huffington Post, 10-15 milioni Mashable, 20 milioni Business Insider).

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Personale Ed Emotivo: Come Il Digitale Cambia Le Pratiche Giornalistiche

Il digitale sta cambiando il modo di fare i giornalisti. Il compito di informare inizia a far coppia con il coinvolgimento del lettore. Si adegua di conseguenza il linguaggio. Che diventa personale ed emotivo

Come le organizzazioni giornalistiche e i giornalisti stanno cambiando per l’arrivo del digitale: si è discusso di «Pratiche giornalistiche emergenti nell’età digitale» al 15th International Symposium for Online Journalism, che si è tenuto all’Austin campus dell’Università del Texas.

Tra le tante cose emerse, mi hanno colpito due aspetti.

Il primo riguarda l’uso ormai massiccio dei social media da parte dei professionisti dell’informazione.

Sebbene le piattaforme digitali stiano danneggiando l’industria del settore, è sempre più chiaro che l’informazione è diventata più accessibile, che il consumo è aumentato, e che di questo possono trarre vantaggio singoli giornalisti che riescono a raggiungere un pubblico ampio.

In particolare, si osserva il tentativo di costruire attraverso gli strumenti digitali un’immagine pubblica di se stessi. E questo lo si può fare sia tenendo webinars, sia twittando e riprendendo il lavoro dei colleghi, sia parlando della propria vita personale e professionale.

È il tema del personal branding e della personalizzazione dei canali d’informazione nel digitale.

Al simposio dell’Università del Texas si è spiegato che questo avviene soprattutto attraverso i social media. Twitter viene usato per far vedere che si è competenti e per guadagnare in autorevolezza.

Cambia anche il linguaggio, che diventa più personale e attento a suscitare emozioni.

In questo è fondamentale l’arrivo e il diffondersi dei tablet. Questo device mobile, è emerso, spalanca la porta del rapporto diretto con il pubblico.

Uno tra tanti modi per coinvolgere i lettori è l’infotainment, come si è spiegato riportando esempi presi da due quotidiani brasiliani,  O Globo a Mais e Estadão Noite,

«Infotainment is no longer as taboo as it used to be for many newspapers».

Naturalmente non dovrebbe essere l’ingrediente principale del piatto.

Futuro dei Periodici

 

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Perché I Post Più Visti Sono Diventati Virali

Non solo foto di gatti. Storie giornalistiche sono tra i post più visti online. Perché la chiave per diventare virali non è la leggerezza

Ne parla un’esperta di scienze comportamentali, la giovane responsabile del team di contenuti virali di PolicyMic, piattaforma di news dal mondo per la generazione dei millennial.

Liz Plank riporta la lista delle 15 notizie più lette su Facebook in un certo lunedì del 2013. E osserva che solo uno dei post diventati virali ha contenuto leggero, gli animali, secondo il canone introdotto da BuzzFeed. Gli altri 14 post sono di Bbc, The Guardian, The New York Times.

Guardiamo meglio.

Di cosa parlano? Di proteste popolari (Brasile), persone sfruttate in lotta per i loro diritti, insolite prese di posizione impegnate da parte di chi non te l’aspetti (Miss Utah).

Perché sono notizie molto lette, molto commentate, molto condivise?

I gatti inteneriscono e fanno sentire felici. Ma anche gli altri 14 post mettono al centro le emozioni. Le storie. Un punto di vista molto vicino ai fatti. C’è identificazione. E allora l’argomento “serio” diventa un veicolo ancor più potente delle foto dei gatti.

Liz Plank, in un altro articolo, elenca le caratteristiche del post virale.

E aggiunge questa interessante osservazione:

«Recognize the difference between optimizing for search and optimizing for social»

«Tieni conto della differenza tra ottimizzazione per Internet e ottimizzazione sui social media»

Questo post sulle proteste di piazza Taksim: “Turkey protests: Has the Arab Spring finally reached Turkey?”,  ha un titolo pensato per le ricerche su Google. Ci sono tutte le parole chiave della notizia. Eppure il post ha raccolto pochi tweet e poche condivisioni su Facebook.

Invece un post ottimizzato per i social media ha questo titolo: “Taksim Square protest: 11 images from Turkey that will give you the warm fuzzies.” La combinazione di emozioni coinvolgenti, immagini e fatti importanti si dimostra vincente. Infatti questo post ha raccolto 48 mila condivisioni su Facebook e 1.400 su Twitter.

 

 

Bonus: le lezioni apprese nel lancio della sua startup giornalistica dal cofondatore e Ceo di PolicyMic, Christopher Altchek (oltre 4 milioni 500 mila utenti unici in 2 anni di attività su temi come l’invasione russa della Crimea e l’opposizione dei Repubblicani alle nuove politiche sull’immigrazione negli Usa).

Futuro dei Periodici

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Le 5 Caratteristiche Del Sito Giornalistico Perfetto

Sono le Lezioni Americane di Mario Garcia. Perché il design nei giornali non è solo grafica ma idea

Riprendo di peso le 5 caratteristiche per un grande sito giornalistico elencate in un recente post di Mario Garcia, geniale designer americano che ha ridisegnato decine di media nel mondo etc etc.

Conviene andare nel blog di Garcia per vedere gli esempi grafici che accompagnano queste sintetiche Tavole di Mosè.

1) Must be uncluttered. Less is best (Non deve essere affollato. Meno è più).

Come il sito del Boston Globe

2) It offers a clear navigation (La navigazione è chiara e razionale).

Come il sito di The Guardian e del Sole 24 Ore

3) It surprises visually (Stupisce per l’impatto visivo).

Come Handelsblatt

4) It reflects immediately the look & feel of the publication it represents (Comunica immediatamente la personalità della pubblicazione).

Come Bild e The New York Times

5) It uses texture, contrast and color to help the eye move through the elements (Usa texture, contrasto e colore per aiutare l’occhio a muoversi e orientarsi tra i vari elementi).

Come Newsweek e Usa Today.

 

Futuro dei Periodici

 

 

 

 

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Giornalisti Assunti Nel Digitale – Estratto da State of the News Media 2014

I posti di lavoro giornalistici si creano solo nei giornali digitali. Per il resto l’industria americana dei media ha visto un calo drammatico nel numero degli assunti full-time. Le penne della carta stanno migrando sul web. C’è posto per pochi, giovani e famosi

Il pizzico di ottimismo che si sente per la prima volta dopo anni nei media americani va tutto a merito del digitale.

Nel rapporto State of the News Media 2014, rilasciato a fine marzo dal Pew Research Center (Progetto per il Giornalismo), si disegna un quadro sfaccettato e promettente.

Il primo punto riguarda la creazione di posti a tempo pieno (in Italia potremmo tradurre, piuttosto liberamente, posti a tempo indeterminato).

Le 468 redazioni giornalistiche del web, grandi e piccole, censite nel Rapporto 2014, hanno creato in 6 anni circa 5000 posizioni per giornalisti e creatori di contenuti editoriali. Una crescita definita “esplosiva” se ci si limita agli ultimi due anni.

Le 30 redazioni più grandi hanno 3000 giornalisti, una media di 100 ciascuna. Sono redazioni di tutto rispetto.

Nelle testate minori, 438, i giornalisti assunti in ogni redazione sono in media 4,4.

Altro punto da tenere bene a mente: l’80 % dei nuovi assunti provengono da redazioni tradizionali, quelle di quotidiani, periodici, radio e televisioni.

Il dramma si concentra, infatti, in questa parte del mondo dell’informazione, di gran lunga ancora la maggiore. Negli Stati Uniti i quotidiani davano lavoro nel 2003 a 54.000 giornalisti; nel 2013 il numero è sceso a 38.000.

Tabella. Giornalisti assunti negli Usa 2003-2014 (link per la versione interattiva creata con Datawrapper).

 

Giornalisti assunti negli Usa 2003-2012

Nei periodici il taglio è stato del 26% (su una popolazione complessiva di oltre 140.000 dieci anni fa).

Ma ci sono altre tendenze che conviene esplorare nel mondo dei digital outlet, i giornali online.

Il 2013 è stato l’anno in cui si è investito in produzione di contenuti originali e di qualità, tentando di colmare un gap ed evitare di cadere nella trappola del plagio e della aggregazione di articoli pubblicati su altre testate.

L’anno scorso, inoltre, si è registrata una migrazione di firme dai giornali più prestigiosi della stampa americana verso le realtà dell’informazione digitale. A segnare un punto di svolta: non solo il digitale crea lavoro, ma sta diventando quasi più prestigioso dei media della tradizione.

 

 

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Timeline: I 10 Anni Che Cambiarono I Giornali (Cronologia Multimediale)

Un racconto con testi, foto e video dei 10 anni di cambiamenti nei giornali degli Stati Uniti. Una timeline, una cronologia multimediale. Per ricevere chiavi di lettura sul presente di quotidiani, riviste, media digitali. Valide anche per l’Italia

Ho realizzato una timeline, una cronologia multimediale sugli ultimi 10 (14) anni di cambiamenti nei periodici e nei media americani. Date, foto, video per raccontare le chiusure di Life e Gourmet, il ritorno in edicola di Newsweek, la vendita di Washington Post al padre di Amazon e l’avventura giornalistica del fondatore di eBay. Con tante chiavi di lettura uscite in 20 mesi di Futuro dei Periodici.

Ecco la schermata della timeline. Ma per vederla in funzione dovete andare a questo linkI 10 anni che cambiarono i giornali (purtroppo il programma non può essere inserito in un post di WordPress). Date un’occhiata e sappiatemi dire. E’ una cavalcata tra 22 fatti, una storia dei giornali vista dal mondo dei periodici.

Timeline: I 10 anni che cambiarono i giornali.

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L’inevitabile convergenza delle redazioni: digitale e cartacea

Può una sola redazione fare il giornale per l’edicola e il giornale digitale arricchito con video, streaming, un flusso ininterrotto di news? Vincere alle Olimpiadi sia la maratona sia i 100 metri piani? E’ la domanda dei redattori di Journalism.co.uk

Risponde Torry Pedersen, direttore del tabloid norvegese VG: un caso editoriale (perché ha successo e per la formula giornalistica a getto continuo di notizie, diversa dalla nuova home molto strutturata del Corriere: vedi il sito del giornale).

Fin dalla domanda di partenza si può capire che Pedersen è stato un fautore della divisione tra redazioni. Torna dunque il modello della separazione, almeno iniziale, predicata qualche anno fa dal Washington Post e ricordata dal professor Clayton Christensen nel suo studio Breaking News per il Nieman Lab dell’università americana di Harvard.

Il lavoro per il digitale, sostiene Pedersen, richiede un differente approccio mentale e un diverso modo di raccontare.

Il problema è poter innovare nel digitale conservando il business sulla carta, anzi, rafforzandolo. Ne ha parlato giorni fa anche un dirigente di Time Inc. citato da Futuro dei Periodici.

Il tabloid norvegese ha scelto la strada della separazione alla nascita, per evitare che la cultura della carta stampata, definita “conservatrice”, frenasse lo sviluppo digitale.

Continua a leggere

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L’Editore Tradizionale Già Per Metà Digitale

Un editore tradizionale, con riviste e quotidiani, è già passato per metà al digitale. Dove ha investito in una televisione allnews. E in nuovi abbonati ai suoi contenuti a pagamento

L’editore tedesco Axel Springer è un modello per tanti concorrenti europei e italiani.
La società, infatti, ha imboccato con decisione il passaggio al digitale: i ricavi di quest’area equivalgono, nel 2013, al 47,9% dei ricavi della società, dal 44,6% del 2012.
I conti mostrano la differenza con chi è rimasto indietro: Axel Springer ha chiuso l’anno con utili di gruppo pari al 16,2%. Pagherà un dividendo di 1,80 euro per azione.
Merito della crescita del business digitale e dell’offerta di contenuti a pagamento nelle nuove piattaforme.
Nell’ultimo anno l’editore tedesco ha fatto due mosse:
1) ha ceduto a Funke Mediengruppe una serie di quotidiani locali e alcune riviste televisive e femminili (manca ancora il via libera definitivo dell’Antitrust tedesco). Obiettivo, concentrare investimenti e attenzione sui brand più importanti, i quotidiani Bild e Die Welt, per trasformarli in realtà multimediali.
2) ha fatto acquisizioni in campo digitale e allargato l’offerta di contenuti a pagamento. Tra queste operazioni, l’acquisizione della stazione televisiva di news N24, completata a febbraio. Obiettivo, fondere la stazione tv con il quotidiano Die Welt per creare  una news company multimediale leader di mercato nel mondo che parla tedesco. La televisione inoltre fornirà contenuti a tutti i brand di Axel Springer, tra cui numerose riviste. 
Infine, Mathias Döpfner, Chief Executive Officer di Axel Springer:
«For Axel Springer, 2013 was a year of transformation, transition and new beginnings. There has never been so much change! We had already announced that it would be a year of transformation, accompanied by substantial investments in the future, and consequently we were prepared to accept a decrease in our consolidated net income. We have successfully started into the future of digital journalism».
«Per Axel Springer il 2013 è stato un anno di trasformazione, transizione e nuovi inizi. Mai si era visto un cambiamento così grande! (…). Siamo entrati con successo nel futuro del giornalismo digitale».
Letture aggiuntive:
Futuro dei Periodici
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Cosa Insegna Ai Giornali La Rivoluzione Digitale Nel Cinema

Un documentario racconta l’arrivo e l’affermarsi del digitale nel cinema e nella fotografia. E’ una storia che stimola confronti con quel che sta avvenendo nel mondo dei giornali. Rivelando un ritardo culturale

Leggo delle polemiche nate da un quesito nel corso di deontologia dell’Ordine dei giornalisti italiani, quesito che accredita l’idea secondo cui la cultura di Internet indebolirebbe la capacità di approfondimento del giornalismo (il quesito è stato eliminato dopo una segnalazione).

Carta contro digitale: la disputa mi ha fatto tornare in mente le discussioni che hanno accompagnato l’arrivo delle tecnologie digitali nel cinema.

Anche in quel caso era stato posto un problema di qualità, come ricorda un articolo di Talking New Media. Lo sappiamo, la fotografia su pellicola era, e rimane, superiore.

Il passaggio più interessante dell’articolo riguarda una riflessione su cosa ha reso possibile la transizione al digitale nell’industria dei film.

La storia è raccontata nel documentario Side by side di Christopher Kenneally, prodotto da Keanu Reeves (più sotto vedete il trailer). Ci sono interviste a Martin Scorsese, James Cameron, David Lynch.

L’affermarsi delle nuove tecnologie, guardate all’inizio con sospetto, è stato reso possibile da un’alleanza tra registi, produttori, distributori. Tutti insieme hanno spinto per il digitale. A velocità travolgente.

Un’alleanza che non si vede nell’editoria dei giornali.

Oggi nel mondo della stampa il digitale viene visto come un puntello per la carta stampata, roccaforte da difendere a ogni costo.

La creatività viene imbrigliata, sacrificata, ritardata.

Nel cinema, e nella fotografia, si è riconosciuto che la pellicola aveva già dato tutto quel che poteva. Era arrivato il momento del digitale.

Nel giornalismo ci si attende che quotidiani e periodici di carta possano ancora riservare sorprese?

Chi sparge la polvere dorata di ispirazione, creatività, voglia di sperimentare?

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Il Digitale Ha Ucciso L’Edicola

Le ultime ore di un’edicola famosa di Washington. One Stop, con i suoi spazi stracarichi di giornali, chiude. Schiacciata dalla concorrenza del digitale. Che sta cancellando il principale motivo per frequentare posti come questo

Non dobbiamo più scendere in strada per comprare l’ultima edizione del Corriere della Sera.

Sul tablet possiamo leggere a nostro piacere giornali di ogni parte del mondo. Time e Le nouvel observateur sono a portata di dito: hanno perso il loro sapore esotico.

E così le edicole chiudono. Come nella storia emblematica raccontata nel sito di Washington Post. Vi invito a leggerla.

Estraggo però un passaggio che va al punto. Per me è importante cogliere il succo del discorso, senza perdere tempo.

He looks at his shop, and this is about as emotional as he lets himself be: «No one comes here because they have to. They come here because they want to».

«Non c’è più nessuno che venga nella mia edicola perché DEVE farlo. Ci viene perché VUOLE».

Siamo passati dalla urgenza di essere informati al piacere di frequentare un luogo stimolante. Ma i piaceri possono essere rinviati. L’urgenza, quella no: e per soddisfarla oggi c’è il digitale.

Aggiungo altri passaggi dell’articolo, suggestivi.

Un vecchio frequentatore di One Stop dice: il bello è che quando entro in un’edicola non so cosa sto cercando (sulla possibilità di scoprire nuovi giornali).

Oggi la gente va di fretta, e su Internet c’è abbondanza di contenuti gratuiti.

La copertina di una rivista sullo schermo di un iPhone non sarà mai bella come in edicola.

Edicola One Stop di Washington

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I 7 Vizi Capitali Dei Giornali Su Tablet

Come si trasferisce su tablet un giornale di successo? Discussione su copie replica, copie arricchite, interattività, multimedialità, vecchie star del cinema che cantano su iPad. E il vero problema che gli editori di periodici devono affrontare

La domanda è stata fatta da uno studente a Mario Garcia, designer di centinaia di giornali: come si “trasporta” un giornale sul tablet? E lui, geniale giornalista che quest’anno insegna alla Columbia University di New York, ha risposto tirando fuori la versione per iPad di Vanity Fair.
Finisce sotto la lente di ingrandimento un numero del giornale molto, molto riuscito: quello dedicato alla Notte degli Oscar.
La copertina, con tutti gli attori, è stata un fenomeno virale su Twitter. E la copia cartacea è un successo in edicola: oltre 400 pagine per un numero monstre che squaderna bellissime foto e raccoglie pubblicità da fare invidia a qualsiasi concorrente. Sfogli le pagine e respiri la grandezza della carta stampata.
Ma la “traduzione” per tablet delude Mario Garcia. Nonostante Condé Nast sia uno degli apripista nel digitale per la stampa periodica. Le critiche benevole di Garcia, quindi, non colpiscono un soggetto che si muove nella retroguardia, ma qualcuno che sicuramente merita il plauso di tutti. Qualcuno molto coraggioso e innovativo (su quest’aggettivo, vedi più sotto).
Garcia, però, sfoglia il giornale su iPad e il suo “dito curioso”, alla ricerca di interazione sullo schermo, di multimedialità, di pagine da aprire, rimane deluso: un “dito frustrato”.
Il designer individua setti vizi capitali. Valgono anche per i giornali di altri editori.
Ecco una sintesi, con il rinvio a leggere il post.
1) Il giornale di carta viene trasferito di peso sull’iPad.
2) L’unica differenza, rispetto all’edizione cartacea, è che nel digitale c’è la possibilità di condividere gli articoli su Facebook e in Rete. Non basta, per Mario Garcia.
3) e 4) Il dito del lettore viene sollecitato troppo poco. Solo una piccola parte delle immagini, per esempio, è cliccabile. Un prodotto statico.
5) Ci sono pochi video.
6) Ci sono molte occasioni mancate: avresti voluto toccare le foto di vecchie star di Hollywood, Marilyn Monroe per dire, e vederle prender vita, magari nelle scene dei loro film. Niente.
7) Anche la pubblicità è ferma all’immagine fissa.
La morale? Secondo Garcia i lettori vogliono ritrovare su tablet lo stesso prodotto uscito in edicola. I magazine sono godibilissimi su iPad. Al tempo stesso, però, la domanda di interattività e multimedialità deve venir soddisfatta in una qualche misura. Nessuno pretende effetti speciali, prove creative spesso sterili (vogliamo parlare del sopravvalutato Snow Fall?). Ma il dito merita soddisfazione.
«Keep the finger happy».
In altre parole, come dice il nuovo senior vice president del digital a Time Inc., il problema per gli editori, in questo momento, è trovare un giusto equilibrio tra “the need of scale with the necessity of innovation“: tra prodotti che fanno fatturato e lavoro sull’innovazione.
Futuro dei Periodici
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La Guerra Della Pubblicità

La pubblicità su internet vale poco. E sfugge a misurazioni affidabili. Tra frodi e zone grigie

C’è questo interessante articoletto di Quartz sulle mosse di Google e un recente acquisto fatto dal gigante di Internet. Nei giorni scorsi ha comprato una società, Spider.io, che si occupa di pubblicità.

E’ l’occasione per capire meglio la guerra della pubblicità. E in che modo può riguardare la carta stampata.

Si parte dalla notizia, molto commentata, che metà della pubblicità su Internet non viene vista da nessuno. La parte rimanente, in parte non viene vista da esseri umani, ma da macchine.

Ci sono computer che guardano miliardi di pubblicità (come ha rivelato un anno fa proprio Spider.io).

Da qui la scarsa affidabilità delle misurazioni su Internet. Una mancanza di credibilità che comprime verso il basso i prezzi, mettendo in difficoltà chiunque cerchi di far ricavi nel digitale, editori compresi.

Anche per questo, si spiega, il brand advertising, cioè la pubblicità di maggior qualità e valore (contrapposta ai piccoli annunci), rimane ancora in tv e, in misura non disprezzabile, sulla carta stampata.

In Italia il 50% della pubblicità va ancora alla tv, il 20% ai giornali, il 17% (stime) a Internet.

Invece negli Usa la situazione è questa.

Pubblicità negli Stati Uniti

 

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Periodici, Internet E “Verticali” (Sui Mag Di First Look Media)

Rivisti e ripensati. I periodici trovano una nuova vita nella Rete. Perché c’è ancora bisogno di un giornalismo specializzato, accurato, pieno di entusiasmo. Che parli delle passioni delle persone

Molto si è parlato del lancio di magazine digitali da parte di un editore digitale americano, First Look Media.

Il 10 febbraio è uscito il primo giornale di quelli preannunciati, The Intercept. E la discussione si è spostata sul ruolo delle “firme”, dei giornalisti che ci mettono la faccia su Internet.

Ma c’è chi si è chiesto se questi siti possano davvero essere considerati i discendenti dei magazine nel digitale.

Una docente americana che si occupa di mass media ha approfondito l’argomento, riprendendo le parole dell’executive editor di First Look Media. E’ una riflessione sui “verticali”, i rami dei portali giornalistici che approfondiscono un dato argomento. Lo abbiamo sentito ripetere di recente anche in Italia, quando Rcs Mediagroup ha messo mano alla ridefinizione del sito del Corriere della Sera collegandolo alle testate periodiche e agli allegati, vecchi e nuovi.

Date un’occhiata all’articolo. Si dice che i verticali ricreano in Internet quel rapporto speciale che i periodici intrattengono con i loro lettori. Ci sono voci di giornalisti distinte, uniche, riconoscibili, che emergono nei siti specializzati e non sprofondano nell’uniformità dei portale. Con i giornalisti delle riviste si crea un rapporto di fiducia, fondato sull’entusiasmo per un soggetto, la conoscenza approfondita, l’esperienza, lo scambio.

«Magazines were doing a lot of what the Internet does, before the Internet was around. If you wanted deep expertise, if you wanted to be around people who shared a passion, you’d go to magazines… The idea that there’s a publication that exists for multiple devices and multiple platforms, with a strong editorial vision and voice, is really reminiscent of what magazines do».

«I periodici facevano molto di quel che Internet offre, prima che Internet nascesse. Se volevi competenza, se volevi sentire persone che condividevano le tue passioni, ti compravi un periodico. .. L’idea di una pubblicazione che esiste su molti device e piattaforme, con una voce e una linea editoriale forti, è davvero un’eredità di quel che facevano i periodici».

E continuano a fare.

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Modello Spotify: Un Nuovo Modo Di Leggere I Giornali

Si diffonde il modello Spotify nei giornali. Per leggere le riviste in streaming online. Senza doversi abbonare alle singole testate

La società svedese Readly lancerà dal prossimo mese un nuovo prodotto per il mercato dei periodici britannici sul modello di Spotify.

Si tratta di un servizio di distribuzione di contenuti in streaming online che consente di accedere alle riviste.

Con un abbonamento all-you-can-eat da 9,99 sterline al mese, sarà possibile leggere tutte le testate settimanali e mensili che aderiscono all’iniziativa, senza limiti per quantità e tempo.

Proprio come avviene con Spotify nella musica.

Il vantaggio per gli editori è di poter ampliare la rete di distribuzione e circolazione dei propri prodotti, e questo può avvenire senza investimenti in nuove piattaforme e infrastrutture fisiche e virtuali.

Si fa “scala”.

I contenuti dei giornali saranno gli stessi di quelli offerti sull’edizione cartacea.

Il modello Spotify inizia ad avere un certo interesse per l’industria dei giornali, inclusi i quotidiani.

Se n’è occupato la scorsa settimana il consulente globale di media Ken Doctor in uno dei suoi appuntamenti per Nieman Lab.

Doctor osserva che nell’era di Internet la tendenza è quella dell’unbundling: far circolare (e in qualche caso, vendere) i contenuti smembrando i raccoglitori tradizionali. Che si tratti di giornalismo o di musica. Lo sappiamo molto bene, le canzoni, oggi, vengono comprate su iTunes singolarmente, come ai tempi dei 45 giri.

Ma stanno emergendo servizi di distribuzione in streaming dei giornali, dice Doctor, che portano in auge, in forme inattese, una forma di smart rebundling: i contenuti tornano ad essere aggregati, tenuti insieme da un filo e una logica creativa, ma in modo nuovo, coerente con le nuove esigenze dei lettori.

«Per i quotidiani e i periodici – alle prese con cambiamenti di mentalità che riguardano anche il modo di proporre l’acquisto dei prodotti e gli abbonamenti – si apre un’epoca dalle possibilità quasi infinite».

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Lezioni Dalle Diffusioni Digitali Dei Giornali

Quante copie digitali vendono le riviste inglesi. E il valore dei loro lettori (lezioni per l’Italia)

Sono usciti i dati sul numero di copie vendute dai periodici britannici nella seconda metà del 2013. Per la prima volta vengono sommate copie digitali e copie print, cartacee.

Succede anche in Italia e Stati Uniti, il cambiamento procede con lo stesso passo: vengono conteggiate solo le copie “replica”, identiche (concessi minimi aggiustamenti) al prodotto dell’edicola.

Facendo il confronto con l’Italia, si vede come le copie digitali vendute in Gran Bretagna siano un numero più basso, come prevedibile viste le differenze demografiche.

Ma ci sono lezioni da trarre.

Il titolo più venduto è T3, 22.319 copie digitali (in Italia Io Donna e D di Repubblica vendono quasi 100.000 copie, Sorrisi e Canzoni oltre 30.000): rivista di gadget e tecnologia per tutti.

Segue Economist, edizione europea, con 17.000 copie.

Terzo Stuff, 15.000, anche questo giornale di tecnologia consumer.

L’editore complessivamente più proiettato verso il digitale è Condé Nast: nessuna sorpresa, è un editore americano che investe molto nel cambiamento (Vanity Fair, Glamour, GQ, Vogue, Wired).

Ma quali sono le lezioni?

Prendiamo T3. Il giornale digitale viene venduto a un prezzo di un terzo più basso della copia cartacea. E la pubblicità rende molto meno che sul mezzo tradizionale.

Nel passaggio al digitale, vanno meglio le testate specializzate, con un pubblico ben delineato.

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Anticipazioni Sulle Innovazioni Nei Magazine 2014

Le strategie globali di Condé Nast, i cambiamenti nella pubblicità dei periodici, il network internazionale di Grazia. Ne parla Magazine World, la pubblicazione della Federazione mondiale dei magazine media

Ma l’articolo di maggiore interesse riguarda le novità per i periodici nel 2014, anticipazione del rapporto Magazine Media World Report 2014 di Fipp sull’innovazione in uscita a marzo: native advertising, video, big data, mobile.

Ecco il link a una pubblicazione stimolante, seppur voce ufficiale di questo mondo.

Magazine World.

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Storytelling Delle Olimpiadi

Un nuovo modo di raccontare le Olimpiadi. I Giochi invernali di Sochi sono stati palestra di storytelling e multimedialità per Sports Illustrated, New York Times, Spiegel Online

L’esempio più bello è di Spiegel Online. Si intitola Die Straβe Nach Sotschi – Eine Olympische Winterreise, la strada per Sochi, con un tocco schubertiano.

Giornalista e fotografo hanno raccontato un viaggio dalla capitale Mosca a Sochi, sede dei Giochi, sul Mar Nero. Cartina geografica, scatti spettacolari, tanto testo: la componente “multi” non c’è (i quotidiani e i periodici sono multimediali?), ma l’impatto emotivo molto forte, tra bambini che fanno pattinaggio alle 6 del mattino, vittime della mafia, madri che hanno perso il figlio in attentati terroristici, spogliarelliste che fanno numeri ispirati alle Olimpiadi, la desolazione di svincoli stradali e strutture sportive costruiti per l’occasione a Sochi.

Altrettanto sobrio è Fourth Place del New York Times. Cosa vuol dire andare alle Olimpiadi e mancare per un soffio il podio: il quarto posto. Sono ritratti e dichiarazioni di atleti, la loro delusione, e la registrazione audio dell’intervista. Siamo lontani dalla complessità del racconto multimediale di Snow Fall. Eppure per creare Fourth Place sono stati messi all’opera 10 producer. Lussi da quotidiani globali.

Va segnalato Meet Team Usa di Sports Illustrated. Ritratti di atleti degli Stati Uniti, con profili e racconto.

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4 Modi Di Affrontare La Crisi Dei Periodici

Sono 4 gli editori di periodici tradizionali da studiare da vicino nel panorama internazionale

Mentre in Italia ci sono notizie di primo piano (pensiamo solo a Rcs Mediagroup), i cambiamenti negli editori internazionali aiutano ad avere una bussola.

Il quarto esempio, quello di stretta attualità, è Time Inc: il più grande editore americano di riviste, Time, People, Sports Illustrated, che si prepara a camminare da solo, separandosi, nella prima metà del 2014, da Time Warner.

Da seguire perché, come alcuni editori italiani,è in ritardo nel digitale, impegnata nel vincere la sfida della sopravvivenza, travolta da continui cambiamenti di strategia in questi anni, decisa a tagliare.

La notizia di questi giorni è che Time Inc. si prepara a eliminare 500 posizioni. Uscite di dipendenti, pari per numero a quelle di appena un anno fa, che corrispondono a una riorganizzazione interna, con semplificazione delle strutture: si passa da 3 a una sola divisione dei periodici. Obiettivo: poter ragionare con più chiarezza sul lancio di prodotti cross brand.

Ma dicevo che sono 4 le società da tenere a mente.

Le altre sono:

Axel Springer, primo editore europeo ad aver trovato una strada nel digitale (con sviluppo multimediale e multipiattaforma dei brand e cessione ad altri editori di quotidiani locali e riviste non più centrali).

Forbes: ha reinventato in chiave iperliberista il lavoro della redazione e il rapporto con 1000 contributors (visto che nel digitale è necessario pubblicare moltissimo, giocare sulla quantità, fare massa).

The Atlantic Media: ha trasformato il venerando ma vetusto mensile liberal in un prodotto digitale multicanale all’avanguardia, un esempio per tutti gli editori; ha lanciato un giornale online di economia, Quartz, diventato un modello di news pensate per mobile: sviluppo rapidissimo e di grande successo.

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Personal Franchise Model Nel giornalismo Digitale

Siti d’informazione costruiti intorno a personalità carismatiche. Giornalisti che diventano il marchio di una testata. Se ne parla nel giorno del lancio di nuovi periodici digitali negli Stati Uniti

Qualche ora fa è stato presentato il primo dei magazine digitali di First Look Media, la “casa editrice” del papà di eBay.

Il giornale si chiama Intercept, è un “verticale” che si occupa di sicurezza, privacy ed è ritagliato intorno alla figura del giornalista che lo dirige, Glenn Greenwald, ex Washington Post.

Non sarà la prima creazione di questo tipo per First Look Media. Yahoo! sta seguendo la stessa strada.

E sulla stampa americana si dà spazio alla lezione di un professore di giornalismo, Jay Rosen, su quello che lui chiama “personal franchise model” applicato ai siti. Un esempio che tutti conosciamo: Andrew Sullivan.

Il personal franchise model è questo:

Caratteristiche

Redazioni costruite intorno a figure carismatiche di giornalisti che hanno una voce unica e un seguito online.

Il controllo editoriale è del fondatore, anche se la proprietà passa di mano.

Il modello si contrappone a quello istituzionalizzato degli editori tradizionali, dove le persone vanno e vengono mentre restano invariati i brand, i prodotti, il logo.

La testata non sopravvive senza il suo creatore.

L’approccio è di nicchia, riguarda un pubblico circoscritto. Non si danno news generaliste per tutti i gusti e palati.

Il modello economico è estremamente vario e unico per ogni esperienza.

Cosa lo ha fatto nascere

Il pubblico si lega più facilmente a una persona, che a un brand.

Con una figura carismatica, è facile sapere se c’è qualcosa di nuovo da leggere e seguire.

Nel tempo, è diventato più facile aver fiducia nella persona che nell’istituzione.

Nelle grandi aziende c’è meno propensione al rischio e all’innovazione, rispetto alle inizialmente individuali.

Le divisioni tra i generi del giornalismo, le convenzioni fruste, le barriere artificiali tra news e opinioni, le strutture piramidali, la debolezza tecnologica sono fonte di frustrazione per i giornalisti di maggior talento.

continua… leggete il link al professor Rosen!

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Perché Facebook Non Affonda I Giornali

Fa notizia il lancio di Paper, l’applicazione di Facebook per leggere notizie online. Ma è davvero un attacco mortale allo sviluppo digitale dei giornali?

Paper di Facebook seleziona notizie e le raccoglie tenendo conto delle indicazioni dei lettori, i loro interessi, le comunità di cui fanno parte, gli acquisti. Ok, bellissimo.

Ma questo è un surrogato dei magazine? Ed è questa la pietra che sbarra la strada dello sviluppo digitale dei periodici?

Per capire quale rapporto può nascere tra questi sofisticati aggregatori, molto belli, e le testate tradizionali, consiglio di leggere questo post su Vogue e l’aggregatore Flipboard.

Si spiega che:

1) E’ Vogue a decidere quali articoli mettere a disposizione di Flipboard.

2) Lo scambio è interessante per entrambi i partner. Vogue accede allo sterminato bacino di utenti di Flipboard (100 milioni contro 3,4 milioni). E questo accede ai contenuti di pregevole fattura di Vogue, di cui sarebbe altrimenti privo.

3) Vogue trae un enorme vantaggio pubblicitario: grazie all’alleanza con Flipboard aumentano in modo esponenziale i clic sulle pagine pubblicitarie digitali.

L’interesse è comune.

Al riguardo, un anno fa ho pubblicato il post: Cos’è un periodico. Una ricerca mi aveva aperto gli occhi.

Futuro dei Periodici

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3 Link Sulla Pubblicità Nativa Nei Periodici

Se ne fa un gran parlare. Ma la pubblicità nativa sta davvero prendendo piede nei giornali. Dopo il grande passo del New York Times, altre testate seguono l’esempio. Solo ieri si sono lette 3 notizie

Teen Vogue lancia un piano di pubblicità nativa su Instagram, dove è il brand leader negli Stati Uniti (tra i periodici) con 625.000 follower.

Bauer Media, che in Gran Bretagna pubblica decine di riviste tra cui Grazia e Closer, presenta The Debrief, rivista digitale multipiattaforma, destinata a giovani donne, che viene finanziata con native advertising in partnership con Bacardi ed H&M.

In Italia Condé Nast e Manzoni, concessionaria di pubblicità del Gruppo L’Espresso, mettono al mondo nelle prossime settimane Multi-Mag, il primo periodico multimediale e nativo digitale italiano che ospita pubblicità… nativa.

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Periodici E Banda Larga

L’arrivo della banda larga di ultima generazione. La diffusione del tablet. La ripresa economica. Ecco perché in Gran Bretagna c’è ottimismo sul futuro dei “customer magazines”

Un lettore di questo blog commentava ieri un post sullo sviluppo delle app di news per tablet. Osservava che a oggi le copie digitali dei nostri giornali equivalgono a non più del 5%. A che pro, dunque, parlare di digitale nei periodici?

L’emergenza del momento è sostenere i giornali di carta. Ma lo sguardo va spostato più avanti. Perché i cambiamenti sono iniziati e non c’è ritorno al passato.

Serve un po’ di prospettiva.

In un articolo come questo, sui customer magazine britannici, i giornali dei grandi brand non giornalistici (tipo Coca Cola e Tesco), c’è la capacità di guardare più lontano. Oltre la crisi, per dire.

Il  “Customer Magazines Market Report Plus 2014”aiuta ad avere un quadro di riferimento valido per tutte le riviste, incluse quelle vendute in edicola.

In sintesi, si dice che:

1) Anche in Gran Bretagna il digitale vale il 5, 15% del mercato.

2) Ma il digitale sta crescendo velocemente. Metà della popolazione ha uno smartphone, il possesso di tablet riguarda il 24% degli adulti.

3) Ma il salto definitivo avverrà tra poco. Entro il 2015, infatti, la maggioranza dei Britons sarà raggiunta dalla banda larga per mobile con tecnologia di quarta generazione (4G), con download più rapidi e accesso a maggiori contenuti online.

Non a caso (4) si prevede che gli editori di customer magazine vedranno crescere i loro ricavi di oltre il 10% tra 2015 e 2018. Una crescita dovuta in gran parte alla ripresa economica e all’aumento dei budget destinati dalle aziende alla pubblicità, al content marketing, alla comunicazione anche digitale.

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Prescrizioni Per Sopravvivere Nel Digitale

Il transformation director del gruppo editoriale britannico Trinity Mirror, il maggiore del Paese, spiega le mosse per muoversi con successo nel giornalismo digitale.

Questo articolo di Journalism.co.uk aiuta a tirar fuori e rendere evidenti regole, concetti, princìpi che tutti noi abbiamo in qualche modo in testa. Il pregio sta nella chiarezza, non nella novità.

Si spiega che ogni sito deve essere mobile first. Non digital first. La notizia devi poterla leggere in modo agevole sul tablet e lo smartphone. Poi si passa alla lettura su computer (in declino).

Bisogna avere una strategia di crescita multipiattaforma: non sei più, soltanto, un giornale, una tv, una radio.

Ok, lo sappiamo, il contenuto è king: è quel che ci distingue e ci tiene in vita. Ma se non riesci a creare contenuti differenti per le diverse piattaforme sei morto.

E’ necessario avere un’organizzazione integrata: vietato tenere separati carta e digitale.

 

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Perché Tutti Creano Siti Di News

La corsa delle società nate del digitale verso i contenuti giornalistici. Il lancio di siti di news che fanno concorrenza a quotidiani e periodici. Un esperto di media analizza il fenomeno

E’ un post di Ken Doctor su Nieman Lab, punto di riferimento per chi tiene d’occhio le novità del giornalismo nel digitale.

Il superconsulente analizza in dettaglio la situazione. Le compagnie che hanno sviluppato piattaforme digitali fanno a gara nel lanciare iniziative editoriali. Creando nuovi brand e testate verticali. Assumendo giornalisti con un nome.

Ma un punto sottolineato da Ken Doctor è quello della sostenibilità economica: un sito di news può stare in piedi.

Può stare in piedi se trova un pubblico di lettori ben circoscritto, per quanto limitato nella dimensione: una nicchia.

Può nutrirsi di pubblicità nativa, diventata competitiva rispetto a quella dei banner.

Può creare redazioni piccole ma con possibilità di ampliarsi.

«Business models are maturing. New publishers are finding enough niches tolargely pay smaller-but-expanding staffs of journalists — if they can create large enough audiences. They are also seeing that native advertising, well done by BuzzFeed and Atlantic Media, for instance, offers a way to compete with programmatic advertising. Premium (Politico Pro) and events (Business Insider) strategies are giving the new publishers the sense they don’t have to wholly rely on advertising».

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La Corsa Ai Contenuti: Facebook Entra Nelle News

Indiscrezioni. Facebook lancerà una app di news, un aggregatore curato da giornalisti: una serie di canali monotematici (verticali, in gergo) che raccoglierebbero, si dice, articoli e contenuti di qualità messi in rete dai quotidiani e dai magazine. Si dovrebbe chiamare Paper, e viene descritto come un aggregatore “intelligente”, non affidato a un algoritmo, a un automatismo, ma alla capacità di selezione e confezionamento di persone esperte.

Segue breve e incompleta cronologia delle società tecnologiche entrate nel… giornalismo:

Il patron di Amazon, Jeff Bezos, ha comprato l’estate scorsa il Washington Post.

Yahoo! è entrato a gennaio nell’informazione e ha lanciato, tra l’altro, alcuni magazine digitali. Assunti giornalisti con curriculum di tutto riguardo, ad esempio l’ex columnist di tecnologia del sito del New York Times.

Il fondatore di Ebay ha annunciato lunedì di voler aprire alcuni magazine digitali; a fine 2013 aveva fondato la società che li pubblicherà, First Media, con un investimento di 50 milioni di euro.

Loro si danno da fare. C’è invece chi ha il pane e non ha i denti per mangiarlo.

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5 Giornali Che Hanno Accettato Il Cambiamento

Un viaggio nei giornali che cambiano. Attraverso le parole di un grande designer di media. Per capire in quale direzione devono andare quotidiani e periodici. Cogliendo il meglio di una stagione tra le più eccitanti (e rischiose) del giornalismo

The Wall Street Journal (Usa), El Tiempo (Colombia), Die Zeit (Germania), Aftenposten (Norvegia), Paris Match (Francia).

Mario Garcia ha ridisegnato centinaia di giornali ma questi sono i progetti che meglio illustrano la sfida del cambiamento.
Garcia lo ha spiegato a una lezione a studenti universitari di giornalismo: come promuovere il cambiamento e trarne vantaggio. Garcia, americano di origini cubane, è il più famoso designer al mondo di giornali e media. Maestro nella carta stampata, 41 anni di lavoro, centinaia di progetti alle spalle per i principali quotidiani (Italia inclusa), ora crede nella strategia del digital first, il ripensamento dei giornali a partire dall’edizione per smartphone e tablet. E ha scritto un manuale, il suo primo ebook, sulla grafica dei giornali digitali.

Ascoltarlo è come fare un tuffo in quel che c’è di più entusiasmante, creativo, coinvolgente del giornalismo, quello che ne fa uno dei mestieri più belli.

Il cambiamento è ora l’imperativo a causa della … disperazione. Ma il cambiamento va fatto per trarne beneficio, non per amore del cambiamento.

Sintetizzo alcuni passaggi, partendo dai 5 progetti.

L’introduzione del colore sul Wall street Journal, sfidando una tradizione considerata intoccabile.La redazione era contraria: il colore sul wsj? «Perderemo la credibilità»…

La ridefinizione della formula del quotidiano El Tiempo di Bogotà: eliminate le sezioni (politica, economia, esteri) e introdotta una scansione più intuitiva e naturale: Cosa sapere, Cosa fare, Cosa imparare. Il concetto è filtrato ovunque nell’editoria, viene applicato anche dai newsmagazine italiani.

L’approccio digital first in un grande quotidiano norvegese, disegnato partendo dal mobile. Deve essere letto sugli smartphone e sui tablet, poi si passa alla carta. Non il processo inverso, di adattamento del prodotto di grande formato ai piccoli schermi. La lezione è che il lavoro giornalistico non è più un lavoro per «solo numbers» (numeri primi), ma collettivo. Si parte da un’idea (un tweet) e su questo si costruiscono testo scritto, parte grafica, video, tutto il resto.

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La Peggiore E La Migliore Stagione Del Giornalismo

La peggiore stagione del giornalismo. Quella delle testate che chiudono, dei giornalisti che perdono il posto, delle aziende in crisi. Ma in Rete torna con insistenza l’idea che invece stiamo attraversando un’età dell’oro

Segnalato ovunque nel mondo giornalistico anglosassone il post di Tom Engelhardt (mente del sito di informazione alternativo TomDispatch.com; motto: “un antidoto quotidiano contro i media mainstream”) intitolato Are we in a new golden age of journalism? «Siamo nella nuova età dell’oro del giornalismo?».

Naturalmente chiunque di noi sia coinvolto nelle ristrutturazioni dei giornali, con pensionamenti, licenziamenti, solidarietà, casse integrazioni, ha poca voglia di appassionarsi al tema: stiamo attraversando un periodo orribile. L’epoca più brutta. E temiamo che i tempi d’oro non ritornino mai più.

Diverso è fare una riflessione sul giornalismo come possibilità espressive: disporre delle nuove tecnologie consente a chi fa questo mestiere di inventare e imparare nuovi modi di fare informazione, in costante contatto e scambio con chi legge, disponendo di una varietà di strumenti senza pari.

«In terms of journalism, of expression, of voice, of fine reporting and superb writing, of a range of news, thoughts, views, perspectives, and opinions about places, worlds, and phenomena that I wouldn’t otherwise have known about, there has never been an experimental moment like this.  I’m in awe».

(«In termini di giornalismo, di espressione, di voce, di reporting ben fatto e scrittura superba, di varietà di notizie, pensieri, punti di vista, opinioni su luoghi, mondi e fenomeni di cui non sarei altrimenti venuto a conoscenza, non c’è mai stato un momento sperimentale come questo. Sono senza parole»).

C’è poi la posizione del lettore. Qui l’autore del post, Tom Engelhardt, è più convincente. Per gli utenti questa è una stagione ricchissima di soddisfazioni. Perché dal computer (o tablet) puoi avere accesso a qualsiasi pubblicazione del pianeta, a documenti, rapporti governativi, informazione di ogni sorta. E puoi a tua volta diventare editore. (Seppur restando esposto a forme innumerevoli di spionaggio governativo e non).

«For the first time in history, you and I have been put in the position of the newspaper editor.  We’re no longer simply passive readers at the mercy of someone else’s idea of how to “cover” or organize this planet and its many moving parts.  To one degree or another, to the extent that any of us have the time, curiosity, or energy, all of us can have a hand in shaping, reimagining, and understanding our world in new ways».

(«Per la prima volta nella storia, io e voi siamo stati messi sulla poltrona del redattore di giornale. Non siamo più semplicemente lettori passivi alla mercè delle idee di altri su come “coprire” o organizzare questo pianeta. Che sia tanto o poco, nella misura in cui ciascuno di noi ha tempo, curiosità, o energia, tutti possiamo avere una parte nel modellare, ripensare, e capire il nostro mondo in nuovi modi»).

Non dobbiamo dimenticarlo.

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La Lettura Digitale Non Penalizza La Carta

Una ricerca del Pew Research Center. Sulla popolarità degli e-reader. E le abitudini di lettura degli americani. Gli e-book sono sempre più diffusi. Ma la carta non tramonta

Da tempo non entravo nel sito del Pew Research Center e devo dire che il Pew è sempre il Pew.

Da questa ricerca sulle abitudini di lettura emerge che cresce in modo considerevole il numero di americani che usano l’e-reader. In un anno si è passati dal 23% degli adulti al 28%. Al tempo stesso, 7 americani su 10 continuano a leggere libri di carta, in leggera risalita rispetto all’anno precedente. In altre parole, gli e-reader vanno diffondendosi sempre più. Ma si sta affermando un consumo misto. Appena il 4% dei lettori abbandona la carta e legge solo libri in formato elettronico.

La carta rimane alla base delle abitudini di lettura.

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Perché Il Digitale Ti Allunga La Vita: Fenomeno Multihomers

I giornali sono in declino. Ma le testate con una presenza digitale riescono ad attrarre più pubblicità. Come spiega uno studio dell’università di Toronto. Che aiuta a capire i cambiamenti nel mondo della pubblicità e di chi la gestisce. Anche in Italia

Sono notizie che sembrano la scoperta dell’acqua calda. Se invece ci rifletti sopra, con umiltà, porti a casa un pezzetto di conoscenza. Acquisisci una chiave di lettura che ti aiuta a capire perché una concessionaria italiana di pubblicità prende anche la raccolta sulle radio, le tv. O compra riviste che altrimenti chiuderebbero.

La ricerca dell’università di Toronto Scarborough (condotta sulla stampa tedesca, con la collaborazione di docenti europei dell’università di Zurigo) spiega fino in fondo le conseguenze, per la pubblicità, di avere a che fare con lettori che si cibano di contenuti su più piattaforme: la loro “dieta mediatica” (come dicono gli esperti) include la lettura del giornale di carta, navigazione e ricerca su Internet, social media, tablet e tanto smartphone. Si chiamano “multihomers” (ma in italiano la esse del plurale va cassata, giusto?).

L’attenzione del lettore/consumatore è parcellizzata. La comunicazione delle aziende, la pubblicità, non può più avvenire solo su un canale. La carta non basta, ma neppure il digitale da solo. Bisogna seguire il potenziale cliente nei suoi spostamenti e conquistare ovunque la sua attenzione. Non c’è dunque il “passaggio al digitale”, ma siamo su un terreno misto.

Torniamo ai multihomer. Tracciarli non è facile. I giornali che ci riescono, che selezionano un pubblico di lettori con interessi molto focalizzati e omogenei, e presenti su carta ma anche sulle estensioni in radio, tv e digitale, possono vendere a un prezzo più alto gli “spazi” pubblicitari. Possiedono qualcosa di grande valore.

Per questo è importante sviluppare una presenza a tutto tondo. Non solo perché si perdono lettori e copie dei giornali.

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7 Parole Chiave Sui Giornali da Portare nel 2014

7 frasi e parole sui media da portare nel 2014. Descrivono i cambiamenti che stanno rivoluzionando i giornali. Parlano del futuro dei periodici. Descrivono il nuovo modo di lavorare nelle redazioni, di rapportarsi ai lettori, di guadagnare con i brand, di creare e innovare. Con un pizzico di ottimismo

«La carta non è il giornale» Il giornale sopravvive e cresce anche se scompare l’edizione di carta.

«Time non è una rivista» Lo dice il Boss di Time Inc. Perché un giornale vive di copie vendute e pubblicità; ma, sempre di più, di altre voci, come gli eventi, le sponsorizzazioni, le scuole di business e di moda con lo stesso marchio, la pubblicità nativa…

«La community è il contenuto» Vale per Time e per l’Economist. A maggior ragione, la massima si applica alle riviste popolari. Lo scambio con i lettori ha la stessa importanza del normale lavoro giornalistico.

«Wired è digital first» Gennaio 2013, Wired annuncia negli Usa una rivoluzione nel modo di lavorare della redazione. A fine 2013 anche l’edizione italiana di Condé Nast adotta la filosofia del «digital first» con il direttore Massimo Russo. L’esempio di una rivista pionieristica, molto guardata dagli addetti ai lavori, che si presta per contenuto.

«Slow Media» La società svedese Bonnier utilizza in un rapporto sui cambiamenti dei media un’espressione che sta prendendo piede. È bella, anche se modaiola: slow media descrive il piacere della lettura di quotidiani e periodici. Resterà un valore nonostante l’avanzata dei fast food dell’informazione.

«Il Media Quartet» Il quartetto dei media: carta, sito, smartphone, tablet. Perché è il momento di dire basta alla retorica del passaggio al digitale. Il designer ed esperto di media americano Mario Garcia spiega che ogni giornale ha quattro dimensioni, quattro facce che dovranno convivere a lungo. La carta fa parte dello sporco quartetto.

«Newsweek è un prodotto da boutique» Mettiamola così: il giornale di carta diventa in molti casi qualcosa per cui il lettore deve essere disposto a spendere. Ma c’è una ragione per farlo volentieri: è un prodotto di lusso.

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7 Ragioni Per Credere Ancora nei Giornali

Escono a getto continuo in questi giorni articoli e post che fanno il bilancio del 2013 e formulano previsioni per il 2014.

Tra i più citati, questo intervento del guru dei media, Ken Doctor.

In Italia ho letto con interesse Pier Luca Santoro, alias il Giornalaio.

Mi è piaciuto molto un post del designer ed esperto di media Mario Garcia. È sempre eccitante leggerlo: sparge entusiasmo, ottimismo, racconta da vero giornalista, attratto dalle novità come un ragazzo; e non parla mai ex cathedra, pur avendo un’esperienza e risultati da far impallidire chiunque nei giornali.

Nel suo bilancio del 2013, Garcia elenca 7 ragioni per brindare nel mondo dei media… L’anno è stato complicato anche negli Stati Uniti, ma:

1) Continuano a nascere giornali (di carta). Garcia cita il caso, tanto raccontato e ormai paradigmatico negli Stati Uniti, del quotidiano locale Long Beach Register. Ma potremmo aggiungere il ritorno in edicola di Newsweek. E il numero cospicuo di lanci nel 2013 (185 magazine lanciati contro 56 chiusi).

2) Il boom del mobile: quasi la maggioranza della popolazione (negli Usa, l’Italia non è da meno, come noto) possiede uno smartphone e un tablet, supporti su cui c’è un’esplosione nella lettura e ricerca di notizie. La strada è ancora lunga, il giornalismo su mobile è nella sua infanzia, ma c’è un potenziale enorme.

3) Non è vero che i giovani non leggono notizie. Ma lo fanno su smartphone e tablet. La frequenza nella lettura è la stessa delle persone di 30 e 40 anni. E i giovani molto più spesso cliccano sulla pubblicità digitale.

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