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Time: Editore di Periodici? No, Content Company

 

«Nel momento in cui dici di essere nel business dei periodici, ti infili in una scatola. No, io non sono più in quel business. Sono nel business dei contenuti. Perché ho i migliori produttori di contenuti degli Stati Uniti e, probabilmente, del mondo. Facciamo contenuti video, contenuti digitale e, naturalmente, magazine».

Parla Joe Ripp, l’amministratore delegato di Time Inc, la società di magazine che pubblica Time e oltre 90 brand tra carta e digitale: il più grande editore degli Stati Uniti.

Due settimane fa Time ha separato i magazine dalle altre attività del gruppo: cinema, televisione. E ha imposto ai giornali di correre e stare in piedi da soli, entrando in Borsa come una società separata, senza scaricare i debiti e i conti in rosso sugli altri business.

Ma è interessante questa intervista a Ripp fatta da Bloomberg. Ascoltatela, perché in questo modo presto ragioneranno anche gli editori italiani di periodici.

E-commerce. Separazione tra giornalismo e pubblicità. Acquisizioni di altre società. Qui c’è tutto: intervista a Joe Ripp, Ceo di Time Inc.

 

CEO TIME INC

 

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4 Modi Di Affrontare La Crisi Dei Periodici

Sono 4 gli editori di periodici tradizionali da studiare da vicino nel panorama internazionale

Mentre in Italia ci sono notizie di primo piano (pensiamo solo a Rcs Mediagroup), i cambiamenti negli editori internazionali aiutano ad avere una bussola.

Il quarto esempio, quello di stretta attualità, è Time Inc: il più grande editore americano di riviste, Time, People, Sports Illustrated, che si prepara a camminare da solo, separandosi, nella prima metà del 2014, da Time Warner.

Da seguire perché, come alcuni editori italiani,è in ritardo nel digitale, impegnata nel vincere la sfida della sopravvivenza, travolta da continui cambiamenti di strategia in questi anni, decisa a tagliare.

La notizia di questi giorni è che Time Inc. si prepara a eliminare 500 posizioni. Uscite di dipendenti, pari per numero a quelle di appena un anno fa, che corrispondono a una riorganizzazione interna, con semplificazione delle strutture: si passa da 3 a una sola divisione dei periodici. Obiettivo: poter ragionare con più chiarezza sul lancio di prodotti cross brand.

Ma dicevo che sono 4 le società da tenere a mente.

Le altre sono:

Axel Springer, primo editore europeo ad aver trovato una strada nel digitale (con sviluppo multimediale e multipiattaforma dei brand e cessione ad altri editori di quotidiani locali e riviste non più centrali).

Forbes: ha reinventato in chiave iperliberista il lavoro della redazione e il rapporto con 1000 contributors (visto che nel digitale è necessario pubblicare moltissimo, giocare sulla quantità, fare massa).

The Atlantic Media: ha trasformato il venerando ma vetusto mensile liberal in un prodotto digitale multicanale all’avanguardia, un esempio per tutti gli editori; ha lanciato un giornale online di economia, Quartz, diventato un modello di news pensate per mobile: sviluppo rapidissimo e di grande successo.

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7 Parole Chiave Sui Giornali da Portare nel 2014

7 frasi e parole sui media da portare nel 2014. Descrivono i cambiamenti che stanno rivoluzionando i giornali. Parlano del futuro dei periodici. Descrivono il nuovo modo di lavorare nelle redazioni, di rapportarsi ai lettori, di guadagnare con i brand, di creare e innovare. Con un pizzico di ottimismo

«La carta non è il giornale» Il giornale sopravvive e cresce anche se scompare l’edizione di carta.

«Time non è una rivista» Lo dice il Boss di Time Inc. Perché un giornale vive di copie vendute e pubblicità; ma, sempre di più, di altre voci, come gli eventi, le sponsorizzazioni, le scuole di business e di moda con lo stesso marchio, la pubblicità nativa…

«La community è il contenuto» Vale per Time e per l’Economist. A maggior ragione, la massima si applica alle riviste popolari. Lo scambio con i lettori ha la stessa importanza del normale lavoro giornalistico.

«Wired è digital first» Gennaio 2013, Wired annuncia negli Usa una rivoluzione nel modo di lavorare della redazione. A fine 2013 anche l’edizione italiana di Condé Nast adotta la filosofia del «digital first» con il direttore Massimo Russo. L’esempio di una rivista pionieristica, molto guardata dagli addetti ai lavori, che si presta per contenuto.

«Slow Media» La società svedese Bonnier utilizza in un rapporto sui cambiamenti dei media un’espressione che sta prendendo piede. È bella, anche se modaiola: slow media descrive il piacere della lettura di quotidiani e periodici. Resterà un valore nonostante l’avanzata dei fast food dell’informazione.

«Il Media Quartet» Il quartetto dei media: carta, sito, smartphone, tablet. Perché è il momento di dire basta alla retorica del passaggio al digitale. Il designer ed esperto di media americano Mario Garcia spiega che ogni giornale ha quattro dimensioni, quattro facce che dovranno convivere a lungo. La carta fa parte dello sporco quartetto.

«Newsweek è un prodotto da boutique» Mettiamola così: il giornale di carta diventa in molti casi qualcosa per cui il lettore deve essere disposto a spendere. Ma c’è una ragione per farlo volentieri: è un prodotto di lusso.

Futuro dei Periodici

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Editori Che Rivedono il Business

Le notizie: in questi giorni editori di periodici in Germania e negli Usa comprano tv. O si preparano a separare il business della carta stampata da altri della casa: tv, cinema, entertainment

Il dubbio sarà venuto anche a te: c’è una corsa a sbarazzarsi dei periodici? Oppure gli editori rilanciano alla grande?

PARAGONI Me lo sono chiesto la prima volta in una certa libreria. Un posto dove non tantissimo tempo fa si vendevano libri e cd. Ma negli anni i cd, ormai offerti a prezzi stracciati, sono stati sfrattati dal piano nobile e infilati nei corridoi dell’ingresso, per gli acquisti d’impulso. I libri hanno conservato il loro spazio. E nelle aree rimaste vuote sono oggi esposti televisori, tablet, smartphone, elettronica di consumo. Prodotti che fanno guadagnare di più. Il business cambia. E una libreria diventa megastore.

Torniamo ai periodici. In questi ultimi anni abbiamo visto editori chiudere e vendere riviste. Vendere giornali locali. Per investire di più nel quotidiano della casa. Per investire nei titoli forti. Per investire nel digitale (come Axel Springer). Per investire nella tv.

LA CARTA STAMPATA Anche Time Warner Inc., il più grande editore americano di periodici, che pubblica Time, Sports Illustrated, Fortune, People, si prepara a separare la carta stampata dagli altri business (tv, cinema, entertainment). Time Inc, il ramo che fa riviste, diventerà una public company quotata in Borsa (dunque potenzialmente scalabile, acquistabile da altri).

La notizia di questi giorni è che la scissione avverrà più tardi del previsto, nella seconda parte del 2014.

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Lo Stato e la Chiesa – I Cambiamenti di Time Inc.

Lo Stato è la pubblicità: profana. La Chiesa è il contenuto giornalistico: sacro. La loro separazione aveva figure di garanzia. Che sono state cancellate dal più grande editore di periodici Usa. Per pensare allo sviluppo digitale. Ai bilanci. Alla sopravvivenza

C’ERA UNA VOLTA Ti racconto una storia. Quella dello Stato e della Chiesa. Vivevano nella stessa casa, ma in stanze diverse. Una, la Chiesa, si preoccupava di fare bei giornali (erano giornali importanti, sai!). L’altro, lo Stato, doveva badare al sostentamento. Non potevano vivere l’una senza l’altro. Ma un bel giorno quella divisione è stata cancellata…

COME CAMBIA È saltata perché la Chiesa e lo Stato rispondono alla stessa persona. La scorsa settimana il più grande editore di periodici americano, Time Inc., ha annunciato un grande cambiamento nella struttura di comando. Una svolta epocale, per i veterani del mestiere. Finora i direttori delle riviste rispondevano a un direttore editoriale: un esperto di contenuti giornalistici. Era lui a discutere con chi si occupava del business: un confronto alla pari. Da oggi, invece, l’interlocutore dei singoli direttori di testata, a cui rendere conto dei risultati, è una figura di business (il presidente di divisione), che deve garantire il successo economico delle testate quanto a vendite e pubblicità raccolta. Tra i suoi poteri, la possibilità di licenziare i direttori. Una cosa simile era stata sperimentata da Condé Nast per la rivista Lucky. Ma è seguito un rapido dietrofront.
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Record di pubblicità sulle riviste fashion americane – Formule giornalistiche che funzionano

I giornali fashion americani fanno il pieno di pubblicità sui numeri che usciranno in settembre. Per le riviste di Hearst, Time Inc., Condé Nast la raccolta di pagine registra numeri da record, riportando ai tempi di prima della crisi. Una notizia che contrasta con le difficoltà dei newsmagazine.
 
Il meteo della carta stampata è fatto di improvvisi cambiamenti di umore. Solo la scorsa settimana si diceva che i newsmagazine americani, le riviste di attualità politica ed economica, registrano un preoccupante calo nelle pagine di pubblicità. Il più pesante dopo il 2009, annus horribilis dei giornali. Ma se passiamo alle riviste di moda e lifestyle il panorama è completamente diverso. Si passa dalla tempesta al sole splendente. La notizia è stata riportata da tutte le riviste che si occupano di editoria (per i dati, potete leggere gli articoli del sito di Adweek, riportati in link alla fine di questo post). Le riviste sono conosciute anche in Italia: Vogue, Elle, Marie Claire, Glamour, InStyle.
 
Quali conclusioni ricavarne? Che la crisi colpisce in modo differente le pubblicazioni, mettendo sotto pressione formule come i newsmagazine e dando invece una prospettiva di recupero per i giornali del lusso, di lifestyle, femminili? Lo abbiamo sentito dire spesso.
 
O siamo di fronte a dinamiche tutte statunitensi? Non sembra, anche se ogni Paese ha le sue caratteristiche (per cui la ripresa arriverà più rapidamente negli Usa che in Europa, con l’Italia fanalino di coda).

Adweek: Condé Nast fa il pieno di pubblicità per settembre 2013.

Adweek: Vogue fa il pieno di pubblicità per settembre.
Adweek

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«Good Corp, Crap Corp» – Parte buona e parte “cattiva” dei giornali

Un articolo dell’Economist riflette sul fenomeno delle media company, quelle con giornali, tv, cinema, che decidono di scorporare la carta stampata dalle altre attività. Isolandola, concentrandola, ipotizzando di venderla, tentando di rilanciarla.

Prima di dire cosa scrive l’Economist, vorrei riprendere un passaggio. Quello che riporta un pensiero fatto dagli analisti di Borsa quando si scorporano i giornali. Pensano che si formino due società:

(…) impending spin-offs of News Corp’s newspapers and Time Warner’s magazines have made journalists gloomy. The scribblers fret that they are being consigned to dead-end companies—a fear hardly soothed by analysts who refer in private to “Good Corp” (new media) and “Crap Corp” (print).

(…) gli spin-off dei quotidiani di News Corp’s e dei periodici di Time hanno depresso i giornalisti. Gli scribacchini temono di entrare in compagnie moribonde, per niente confortati in questo da analisti che, in privato, parlano di “Good Corp” (società buona: i New media digitali) e “Crap Corp” (società di cac..: la stampa).

Si tiene il cash, si butta il trash.

Ma l’articolo non è negativo. Anzi. Si racconta di come in altri ambiti la scissione dei business abbia fatto bene alle attività un tempo aggregate. Si racconta la storia di ITT, uno dei maggiori conglomerati al mondo, presente in aree diversissime, dal noleggio d’auto (Avis) alle banche (Wonder Bread) agli hotel (Sheraton). Di come la separazione abbia giovato a tutte le divisioni, con una maggiore valorizzazione del management, nuovi brand, più chiarezza nelle strategie. Anche la Borsa ha apprezzato, perché le attività sono più focalizzate.

Il Punto: come cambiano i grandi editori.

The Economist: l’arte dello spin-off.

.economist

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L’Era di Google: dove e quanti soldi investe la pubblicità sui media digitali

Dove e quanto la pubblicità investe nei media digitali. Ovvero, l’Era di Google: presto il gigante di Mountain View supererà News Corp e diventerà il primo media per raccolta pubblicitaria nel mondo.

Sir Martin Sorrell, Ceo di una delle tre maggiori società internazionali di pubblicità, la WPP, ha spiegato mercoledì 24 aprile alla FT Digital Media Conference di Londra dove e quanto investe in pubblicità. Dove viene speso il budget di cui dispone.

Sorrell ha precisato che il digitale rappresenta il 34% degli investimenti della società da lui fondata. Pari a 72 miliardi di dollari.

«Da zero a più di un terzo degli investimenti in dieci anni: è l’Età di Google» ha commentato il Ceo di WPP.

Ma dove vanno i soldi? Vediamo i dati sugli investimenti di WPP nell’ultimo trimestre.

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L’uomo che vuole tagliare la pubblicità sulla carta stampata

Sir Martin Sorrell è una persona piuttosto influente: capo esecutivo (Ceo, in gergo) di WPP, una delle tre maggiori società di pubblicità e pubbliche relazioni a livello mondiale, quando parla gli altri ascoltano con attenzione. E magari si adeguano.

Il Guardian riporta alcune affermazioni del capo di WPP fatte mercoledì 24 aprile a FT Digital Media Conference di Londra.

Sorrell dice che gli investitori pubblicitari dovrebbero prendere seriamente in considerazione l’idea di tagliare gli investimenti nella carta stampata. E ha accusato Google, Facebook e Twitter di essere degli editori, delle media company, mascherate da società di tecnologia.

Considerazione di Sorrell n.1. C’è una grande discrepanza tra le somme investite in quotidiani e periodici e il tempo che la gente spende su questi media. Troppi investimenti in rapporto al tempo.

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Si misura dalle copie il successo di un giornale?

Le copie vendute in edicola sono ancora il metro del successo di un giornale? Lo è la somma delle copie cartacee e di quelle digitali? Oppure popolarità, vitalità e capacità di attrazione di una testata vengono portate alla luce da un nuovo mix di elementi, di rilevatori?

Le copie vendute, naturalmente, sono indice di successo perché equivalgono a soldi sonanti. E i pubblicitari guardano a questo indicatore (e al tipo di pubblico che segue una testata) per decidere dove investire.

Ma tutti sanno che oggi un giornale non esiste più soltanto in un’unica dimensione. Oltre alla carta esiste una sfaccettata realtà digitale, fatta di siti web, edizioni per tablet, discussioni su Facebook, scambi su Twitter.

Basta, tutto qui. Riporto questa frase trovata in un sito americano che commenta l’andamento di un’importante casa editrice di periodici, Time Inc., uno spunto per me nuovo di riflessione e valutazione.

«The circulation number is a metric from yesterday. More important is the integration between other dimensions of consumption: content sharing, time spent on the site, the interaction rate. What users do next is arguably more important than exposure to the content itself».

«Le diffusioni sono un metro del passato. Più importante è l’integrazione con altre dimensioni della fruizione del giornale: la condivisione dei contenuti, il tempo speso sul sito web, il livello di interazione. Quel che i lettori fanno dopo aver letto un articolo è forse più importante dell’incontro con il contenuto».

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I periodici hanno ancora senso. Ma non sono più un grande affare

Frasi celebri.

Things have changed. “Magazines are still a great experience; they just haven’t been a great business,” said Michael Wolf, CEO of Activate, a consultancy that works with Condé Nast.

Le cose son cambiate. “I periodici hanno ancora un senso; è solo che non sono più un grande affare”, dice Michael Wolf, Ceo di Activate, società di consulenza che lavora per Condé Nast.

(A proposito del significato della vicenda Time Inc., il maggiore editore americano di riviste, che tre giorni fa ha deciso di scorporare le attività editoriali dalla società principale, Time Warner (centrata sul cinema e la tv), per farne una compagnia autonoma che corre da sola a Wall Street).

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Perché Time Warner si sgancia dai periodici (una storia anche italiana)

Perché Time Warner si separa dai giornali che sono all’origine della sua storia di successi? Me lo chiedevo mentre stavo scrivendo, ieri mattina, la prima versione di questo post. Mi sono fermato.

Perché dare una notizia che già altri 200 blog e siti d’informazione stavano mettendo in link, traducevano e in sostanza copiavano dai siti dei giornali americani? Perché lasciarsi scivolare nella pozza delle notizie diventate commodity, tutte uguali, in definitiva irrilevanti?

Anziché riportare un fatto che di lì a poche ore sarebbe stato noto a chi s’interessa di media, sarebbe stato molto più utile, innanzitutto a me stesso, trovare una chiave di lettura. Una fiammella per gettare un po’ di luce su quel che sta succedendo nel mondo dei periodici.

Penso che la spiegazione più coerente dell’intera vicenda, e interessante per noi italiani, sia quella di Daniel Gross, penna di Newsweek e The Daily Beast.

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Perché proprio adesso negli Usa i giornali passano di mano

Se alcuni grandi editori americani vendono le loro testate non è solo perché c’è un fuggi fuggi dalla carta stampata, per qualcuno condannata al declino dai media digitali. Un’altra chiave di lettura può aiutare a capire perché proprio adesso molti giornali americani siano sul mercato. Se c’è chi vende, c’è anche chi compra.

L’articolo di Usa Today fa il punto sui casi aperti negli Stati Uniti.

Time Inc. vende 21 testate su 24, conservando soltanto Time, Fortune e Sport Illustrated. Le risorse della società vengono concentrate dunque sulle altre attività, quelle di Time Warner, il cinema su tutte.

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Nella testa degli editori che ristrutturano i periodici – 2

Leggo che Pietro Scott Jovane, ad di Rcs Mediagroup, ha così commentato il piano di tagli e cessioni di testate della casa editrice: «Sui Periodici ci é stato chiesto di essere precisi, ‘perimetrati’, avendo definito le testate con strategia chiare e facendo chiarezza sull’efficienza». Più in generale, l’obiettivo è «portare Rcs da un mercato difficile con un ruolo leader dell’editoria ad essere i primi attori nel digitale».

Da frasi come questa nasce l’interesse per lo studio di The Boston Consulting Group, multinazionale della consulenza e della ricerca per le imprese, indirizzato agli editori. Come ristrutturare la propria azienda e gestire la transizione al digitale (Seconda parte. Se v’interessa, leggete qui la prima parte). Non sposo questa prospettiva, fornisco un elemento utile, una bussola, per capire cosa ci sta succedendo.

Ci sono editori che si limitano a tagliare i costi. Un aggiustamento inadeguato (dice Boston Consulting).

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Ipc Media: tagli anche per il grande editore inglese

Ipc Media è il principale editore di settimanali e mensili in Gran Bretagna, 60 titoli tra cui Marie Claire, InStyle, e prodotti molto di nicchia, da Country Life alle riviste sulle fotocamere digitali, al giardinaggio.

The Guardian ne parla nella rubrica settimanale sui media perché la casa editrice che ha gli headquarters sulle rive londinesi del Tamigi fa parte del network internazionale di Time Inc., il colosso americano dei magazine che starebbe trattando la vendita di 21 testate, praticamente tutte tranne Time, Fortune e Sport Illustrated. Un affare da oltre 2 miliardi di dollari che vede come potenziale acquirente Meredith.

I dipendenti inglesi, che già due settimane fa hanno ricevuto l’annuncio che l’azienda vuole tagliare 150 posti, equivalenti all’8% dei giornalisti, temono altri interventi. Ma la cosa più interessante dell’articolo riguarda l’analisi di come va il business della casa editrice, e il giudizio che se ne dà.

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Time Inc. vende i periodici People, Real Simple, InStyle

Time Inc., principale editore americano di periodici, proprietario di Time, gigante del cinema e della tv, starebbe trattando con Meredith, editore di Better Homes and Gardens, che i lettori di Futuro dei Periodici conoscono bene.

Oggetto: cedere tutte le testate tranne Time, Fortune, Sport Illustrated.

Da una parte il sangue blu dell’editoria Usa, con sede al 1271 Avenue of the Americas, New York, giornalisti che negli anni d’oro si muovevano con l’autista e in elicottero. Dall’altra l’editore di giornali per la donna media americana, in 1716 Locust Street, Des Moines, Iowa.

Come in Italia?

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Licenziamenti a Time e People

Licenziamenti di giornalisti nei periodici americani, dove è arrivata una nuova ondata di ristrutturazioni. Ma ci sono dentro anche i quotidiani, con in prima fila il New York Times. Sono interventi che coincidono con la seconda stagione di piani di crisi in altri Paesi, tra cui l’Italia.
A Time Inc., dove da mesi si attendevano brutte notizie, i licenziamenti riguarderanno 480 dipendenti, pari al 6% degli assunti, sia a New York sia nella struttura internazionale (Adweek ricorda nell’articolo riportato alla fine di questo post che i dipendenti totali sono 8 mila), e i tagli si dovrebbero inserire in un quadro che prevede una evoluzione della società da un modello centrato sulla stampa a uno orientato in modo deciso verso il digitale.
«We continue to transform our company into one that is leaner, more nimble and more innately multiplatform» ha detto il Ceo Laura Lang.
Per ora sono stati anticipati tagli a People e Time. L’editor di People ha annunciato che sta cercando nove volontari che siano disposti a lasciare il giornale con una buonuscita. Si tratta di tre scriventi e di sei reporter. A Time invece è prevista l’uscita di un ricercatore, uno scrivente e tre copy editor. Se non dovesse farsi avanti nessuno, Time Inc. seguirà le procedure per il licenziamento concordate con il sindacato, la Guild dei giornalisti.
L’editore, che nel 2008 e 2009 aveva ridotto pesantemente il numero di giornalisti, ha di recente comunicato che nel terzo trimestre del 2012 i ricavi sono diminuiti del 6%, come risultato di una flessione del 6% negli abbonamenti e del 5% nella raccolta pubblicitaria.
Anche il New York Times, si è letto in questi giorni (Franco Abruzzo ricorda  che nel 2008 vi fu un esodo di circa 100 penne), vuole sfoltire la redazione di 30 giornalisti. Reuters invece lascia a casa 3 mila dipendenti su 50 mila. Meredith, di cui questo blog si è occupato di recente per almeno due volte, ha tagliato del 2 per cento la forza-lavoro.

Adweek: esuberi a Time Inc.

New York Times: licenziamenti a Time Inc.

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Time licenzia 700 dipendenti nei periodici e nel digitale

L’editore di Time taglia 700 posti nei periodici e nei siti web. Obiettivo: risparmiare quest’anno 100 milioni di dollari. I licenziamenti iniziano a febbraio.

Il Ceo di Time Inc., Laura Lang, ha spiegato che l’azienda sta cambiando e si sta adeguando ai nuovi tempi, ma in questa fase rimangono difficoltà. Per non perdere l’opportunità di crescere nel futuro bisogna tenere sotto controllo i costi.

Di qui la decisione di lasciare a casa 700 dipendenti dell’area periodici e digitale e l’annuncio che non ci saranno gli attesi aumenti di stipendio per 8 mila dipendenti.

L’articolo di Fox Business, che potete leggere andando al link riportato in fondo a questo post, si conclude con una sintetica descrizione del contorno in cui si inserisce la notizia, secondo i canoni delle news d’agenzia. Si dice che l’industria della carta stampata sta soffrendo cali nelle diffusioni e nella pubblicità perché lettori e pubblicità stanno migrando verso il digitale.

M’interessa perché: 1) spiega come il principale editore americano di periodici stia affrontando la crisi della carta stampata; 2) ormai anche la portinaia di Indro Montanelli, ma americana, sa che lettori e pubblicità si spostano sul digitale.

Fox Business: Time Inc. taglia 700 posti, e giornalisti

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La prima donna Direttore periodici di Time Inc e lo sviluppo digitale

La prima donna a capo di tutti i periodici di Time Inc., Martha Nelson, affiancherà l’amministratore delegato Laura Lang: «Credo nella forza della stampa ma dobbiamo muoverci verso una maggiore integrazione della carta con l’attività digitale».

Per la prima volta in 90 anni di storia una donna diventa “Direttore generale” (EIC: editor in chief) della maggiore casa editrice di periodici negli Stati Uniti.

Martha Nelson è stata direttore di InStyle, che ha lanciato 20 anni fa («il lancio aveva una tabella di marcia disumana, abbiamo dormito in redazione»), ora dovrà supervisionare tutte le testate di Time Inc., dal newsmagazine Time a People, Sports Illustrated, InStyle, Fortune, 17 in tutto.

L’amministratore delegato Laura Lang ha commentato: «Martha è una creativa e ci guiderà nel passaggio verso una strategia multi-piattaforma, grazie alla sua conoscenza del consumatore potremo condurre con successo la transizione».

Martha Nelson ha detto una serie di cose che riporto perché aiutano a capire cosa sta succedendo nel mondo dei periodici: in Italia c’è parsimonia nell’uso delle parole da parte di chi amministra le case editrici.

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Il Gruppo Time crea una redazione video per i periodici

Time Inc crea una redazione che realizza video per i periodici del gruppo. I filmati arricchiscono l’offerta informativa giornalistica e sono un richiamo per gli investitori pubblicitari.

Il Gruppo Time, che come sapete pubblica l’omonimo newsmagazine ma anche settimanali e mensili come People, Fortune, Real Simple, Wallpaper, InStyle, Sports Illustrated, Life, ha annunciato la creazione di una unità dedicata alla produzione di video digitali per i brand della casa. Fino a oggi lavoravano alla produzione di video circa 20 giornalisti. Il Ceo (amministratore delegato) di Time Inc., Laura Lang, ha spiegato la decisione dicendo che la pubblicità è particolarmente interessata ai video.

L’importanza dei video, posti al centro dell’offerta giornalistica nel digitale, è ampiamente trattata nel Global Digital Media Trendbook 2012 di Fipp (la federazione mondiale degli editori di periodici), citato in un precedente post sul crollo della pubblicità nei magazine. Alcune tabelle del Trendbook dimostrano come guardare video sia l’attività più comune su internet.

Attività su tablet.

Cosa si fa su internet.

Cosa si fa su internet.

 

 

 

 

 

 

 

 

M’interessa perché: 1) cresce la fame di video nei periodici; 2) saltano sempre più i confini tra quotidiani, periodici, tv; 3) è la pubblicità a chiedere una maggiore articolazione delle piattaforme e dei canali; 4) quando la connessione a internet sarà più veloce e meno ingolfata, anche in Italia ci sarà il boom del video (ora vanno soprattutto le fotogalleries, i video hanno problemi di caricamento e fanno poco traffico nei siti).

adweek: Time Inc crea redazione video digitali

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Time: direttore in uscita, licenziamenti in arrivo

Il potentissimo direttore periodici di Time Inc., John Huey, dovrebbe, stando a voci che trovano conferma nella società di periodici americana, lasciare a fine anno l’incarico.

La decisione cade nel momento in cui il principale rivale di Time, Newsweek, lascia l’edicola e sopravvive solo come  testata digitale (dal primo gennaio 2013). Ma anche Time Inc, principale editore statunitense di periodici, con 130 titoli in portafoglio, si trova in difficoltà: a conclusione dell’anno si prevede un risultato fortemente negativo nella raccolta pubblicitaria. I primi nove mesi del 2012 hanno segnato un -6,2% (un dramma negli Usa; nulla per l’Italia, dove quest’anno i cali dei ricavi pubblicitari sono a due cifre).

Tempi ancor più duri sono all’orizzonte e si teme un altro “giro” di licenziamenti, in numero rilevante, nei prossimi due mesi, sempre secondo una persona bene informata, sentita dal Wall Street Journal.

M’interessa perché: 1) anche negli Stati Uniti ci sono difficoltà; 2) anche negli Stati Uniti avviene un ricambio ai vertici.

Il punto: come saranno i periodici tra tre, cinque anni, dopo la crisi e con l’affermarsi del digitale.

wall street journal: in uscita direttore periodici di Time

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Pubblicità e contenuti giornalistici sul digitale in People

La pubblicità sulla pagina Twitter del giornale. Grande, a coprire lo spazio solitamente lasciato a iniziative autopromozionali. Lo ha fatto People StyleWatch, derivazione del settimanale People.

Ma riprendo un post di Futuro dei Periodici del 16 settembre scorso. Riportava una notizia che riguarda Time Inc., il maggiore editore di periodici negli Usa. La società ha annunciato una revisione delle strategie di raccolta della pubblicità nei propri magazine. La Ceo Laura Lang spiegava che gli inserzionisti potranno utilizzare diversamente il canale digitale delle testate. E altre cose. Arriva ora questa prima cosa di People, magazine di Time Inc.

M’interessa perché: 1) mi fa pensare alle polemiche scoppiate in alcune case editrici italiane quando l’editore ha deciso di utilizzare i siti di testata innanzitutto come contenitori di iniziative autopromozionali e pubblicitarie.

Il punto: è il solito, e cioè se il digitale dei magazine sia destinato ad avere una bassa densità di contenuto giornalistico e una componente principalmente promozionale, social, pubblicitaria e votata a una funzione di raccordo con i lettori attraverso eventi, concorsi, casting.

Ad Age: come People fa pubblicità su Twitter

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Harper’s Bazar si butta nell’e-commerce: ShopBazaar

Hearst Magazines lancia negli Usa un sito di e-commerce, ShopBazaar, che è strettamente legato alle pagine di Harper’s Bazar, con continui rimandi tra oggetti e accessori fotografati e mostrati sulle pagine del giornale e opportunità di shopping nel sito. Leggete perché troverete dettagli di un certo interesse. Hearst Magazines sta cercando di spingere sull’e-commerce e di diversificare i ricavi, vista la debacle con edicola, abbonamenti e pubblicità normale.

Ma con questa iniziativa a Hearst si dice (leggete meglio nell’articolo): “This is our brand moment. We will be a brand you read about and a brand you shop”. Lo stesso brand è un giornale da leggere e un luogo dove acquistare.

Chi se ne occupa è una manager di Hearst che ha già lanciato, in una precedente esperienza lavorativa, Elle Shop nel 2002, sul sito della rivista.

Critico il ruolo dei giornalisti in questa stretta relazione tra testi informativi e necessità di vendere. Se ne parla qui ma anche nell’altro post di Futuro dei Periodici di oggi, 16 settembre 2012, riguardante le strategie di Time Inc. per il digitale.

Harper’s Bazaar diventa ora un… bazar!

M’interessa perché: 1) fa capire che i periodici devono d-i-v-e-r-s-i-f-i-c-a-r-e; 2) il brand, ah il brand; 3) il futuro dei giornalisti: commessi intelligenti? (ma lo sono già, si parla infatti di giornalismi, da Repubblica ad Harper’s Bazaar).

Il punto: sotto il cappello del brand giornalistico, della testata, si possono far crescere attività che non hanno nulla di giornalistico ma portano ricavi. Diranno che è sempre stato così. No, non in modo così diretto.

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Bloomberg: il nuovo digitale di Time Inc.

Laura Lang, Ceo di Time Inc. (ne ho già parlato in un post del 22 agosto di Futuro dei Periodici), è stata chiamata alla guida del gigante dei periodici americani perché ha un’esperienza di pubblicià nel web. Non di editoria. Si è messa al lavoro per ridisegnare le strategie del gruppo con attenzione soprattutto verso il passaggio al digitale e le esigenze degli inserzionisti. In questo articolo di Bloomberg si spiega quali passi sta per intraprendere. E’ un articolo chiave perché contiene molti nodi su cui stanno ragionando gli editori. E perché si riporta anche il pensiero di alcuni grandi inserzionisti relativi ai magazine, al digitale e ai lettori dei magazine.

Partiamo dalla fotografia dei magazine di Time Inc. quest’anno: il fatturato della raccolta pubblicitaria è sceso del 6 per cento, quello degli abbonamenti (rilevantissimi nel mercato Usa) del 7 per cento (guardate il post del 20 agosto di Futuro dei Periodici). Ma il gruppo editoriale conta comunque su 21 testate e una audience potenziale, tra carta e digitale, di 127 milioni di lettori. Su questo Laura Lang vuole far leva e ritrovare una presa sulla pubblicità.

“Advertisers I’ve met with have all said the same thing: ‘I love your print product, but find a way to let me do it with other channels.’”, dice la Ceo di Time Inc. «Gli inserzionisti mi dicono sempre la stessa cosa, che amano la carta ma hanno bisogno di operare anche su altri canali».

Da qui un cambio di strategia. Gli inserzionisti potranno sviuluppare le loro campagne su tutti i brand di Time e su tutti i media, carta e digitale insieme. Finora, invece, ciascun brand si muoveva da solo, spesso combattendo guerre pubblicitarie con altre testate del gruppo editoriale.

Punto secondo, delicato per noi giornalisti: gli inserzionisti, le aziende potranno comprare pagine dei giornali, articoli già usciti o in uscita intendo dire, allo scopo di ripubblicarle sulle proprie pagine Facebook e lanciarle su Twitter. Saranno articoli su commissione o almeno ispirati dalla pubblicità? Ovviamente Laura Lang dice di no. «Articles also won’t be produced at the behest of advertisers, Lang said. Given the depth of Time Inc.’s editorial well, sales executives should be able to find articles or features relevant to any campaign, she said».

I cambiamenti di Time Inc. rimandano subito alle trasformazioni avviate in queste settimane da Hearst Magazines. Qui si sta lavorando per ampliare il numero di abbonamenti alle edizioni dei giornali per tablet, arrivate già a 700,000. E la compagnia ha lanciato il sito di ecommerce ShopBazaar, un website che rinvia direttamente alle pagine di Harper’s Bazar. Quelli di Hearst (riporta l’articolo di Bloomberg) stanno rivisitando alcuni dei dogmi che per molto tempo hanno regolato i rapporti tra contenuti giornalistici e vendite di prodotti. Soprattutto nella chiave dello sviluppo digitale. Da questo punto di vista, sia a Time Inc. che ad Hearst, c’è la consapevolezza che il proprio database di lettori e clienti ha un grande valore commerciale ed è una assicurazione sul proprio futuro. Solo Time Inc. può offrire agli inserzionisti i dati su 65 milioni di abbonati, online e offline, sui quali i pubblicitari possono impostare campagne molto mirate.

Non a caso nell’articolo di Bloomberg si riporta una frase di Dionne Colvin, national media marketing manager di Toyota America: «Time Inc. ha una audience già in qualche modo selezionata, un magnifico, ricco database di potenziali clienti».
E tra i fan di Laura Lang c’è Johnson & Johnson, la multinazionale dei prodotti per l’igiene e la casa.

Bloomberg: il nuovo digitale di Time Inc.

M’interessa perché: 1) vede gli aspetti positivi delle riviste periodiche, ad esempio l’ampio lettorato, ghiotta preda degli inserzionisti; 2) riflette su come devono cambiare i confini tra informazione e pubblicità; 3) riporta il punto di vista di grandi inserzionisti, per niente negativi verso il futuro dei periodici.

Il punto: l’evoluzione della strategia sul digitale e una reale possibilità di sviluppo o almeno tenuta dei periodici.

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Quale deve essere la strategia per i periodici/ Il caso di Time Inc.

Viene presentata la figura del nuovo boss di Time Inc., Laura Lang, una donna, la prima ammessa in una posizione tanto importante in quel bastione di giornalismo machista che è Time Inc., e viene spiegato quali sono le sue priorità.

Possiamo ritrovare in questo articolo del New York Times alcune cose che caratterizzano la vita dei principali editori italiani. Gli Usa non sono più avanti. Innanzitutto con l’arrivo di Laura Lang, nuova nel mondo del giornalismo, strappata alla pubblicità e al digitale, molti si sono chiesti in Time Inc. se il destino di molte testate sia segnato, e se per le altre sia ormai inevitabile addio alla versione cartacea e la completa conversione al digitale. Ma laura Lang spiega che no, al momento il suo obiettivo è un altro. La precedenza viene data alla necessità di rimodellare le properties dei periodici sui bisogni del consumatore digitale, il nuovo consumatore. Al centro della relazione con il lettore/consumatore non c’è più il giornale di carta. C’è una molteplicità di offerta, ritagliata sull’arco del consumo di notizie nella giornata, resa possibile dai nuovi canali di diffusione delle notizie e dei contenuti del brand, a partire dall’edicola dell’Apple App Store. Il problema però è che in questo momento i ricavi dei periodici da pubblicità sono calati drammaticamente e  quelli del digitale, per quanto in rapida crescita, non compensano le perdite. Bisogna muoversi in fretta, conclude un analista sentito dal New York Times.

Interevista di New York Time a Laura Lang di Time Inc.

 

M’interessa perché: 1) fa capire qual è la priorità ora per gli editori di periodici; 2) la priorità è ridefinire le properties intorno al consumatore digitale; 3) questo non significa affatto chiudere testate; 4) i grandi editori italiani non sono in ritardo rispetto agli americani.

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