Archivio mensile:ottobre 2012

Che tempo che fa/ Minaccia di scioperi in Rcs Mediagroup (Rizzoli)

Leggo su Milano Finanza di oggi (Mf) che l’assemblea dei giornalisti di Rcs Mediagroup (Rizzoli) ha affidato al CdR, cioè ai rappresentanti sindacali aziendali, un pacchetto di 15 (altrove leggo 12) giorni di sciopero. Una tipica mossa sindacale preventiva che viene adottata quando si avvicina il momento dello scontro con l’azienda. In Rizzoli pare sia pronta una bozza di piano di crisi che prevederebbe, stando a indiscrezioni riportate alcuni giorni fa sempre da Milano Finanza e riprese da Futuro dei Periodici (tagli in Rcs?), un taglio del 10 per cento del personale in tutta la società (oltre 5 mila assunti) e la chiusura di alcune testate, elencate nell’articolo.

M’interessa perché: 2) si avvicina il momento dello scontro, in Rizzoli e altrove.

Il punto: il solito: oltre ai tagli, quali investimenti, quale futuro?

Milano Finanza: pacchetto di scioperi in Rcs Mediagroup

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Piano di stato di crisi ed esuberi a Metro?

Leggo su Italia Oggi che a Metro, il quotidiano distribuito gratuitamente, nato in Svezia nel 1995 e arrivato nel 2000 in Italia, starebbero per aprire uno stato di crisi. Il 35% dell’organico, che conta 18 giornalisti incluso il direttore, sarebbe in esubero. Ma lo strumento, l’ammortizzatore sociale, per affrontare il momento difficile non pare essere la cassa integrazione, come si rischia purtroppo in Gruner und Jahr (vedi il post di Futuro dei PeriodiciFuturo dei Periodici: Gruner ), ma un contratto di solidarietà al 20%. La durata, stando a quel che leggo sul sito dell’Inpgi (l’istituto previdenziale dei giornalisti) è di un anno, allungabile di un altro anno.

Significa che ogni giornalista di Metro lavorerebbe il 20% per cento in meno (1 giorno su 5 a casa) e perderebbe il 20% della retribuzione lorda. Sul netto, la riduzione è inferiore, perché l’Inpgi paga in questi casi il 60% della parte mancante. Insomma, i giornalisti lavorano il 20% in meno ma perdono l’8% del netto.

 

M’interessa perché: 1) si allarga la crisi dell’editoria in Italia, arrivano gli stati di crisi.

Il punto: bisogna ripensare giornali e periodici per non soccombere.

Metro: stato di crisi in vista?

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«La crisi dell’editoria non esiste!»/2 – Pubblicità

E quando mi dicono che la crisi dell’editoria non c’è, penso anche ai dati sulla raccolta pubblicitaria e sulle pagine con inserzioni. Negli Stati Uniti, che, a differenza dell’Italia, appaiono più reattivi davanti alla crisi economica (gli Usa, a differenza del nostro paese, non hanno rischiato il default o di uscire dall’euro), la raccolta pubblicitaria, secondo quanto riportato dall’Associazione dei magazine media (Mpa), ammontava nel 2011 a 20 miliardi 86 milioni di dollari, in lenta ripresa rispetto al 2010 e al 2009, ma lontana dai valori di sei anni fa. Ancor più impressionanti sono i dati sulle pagine pubblicitarie pubblicate. 164 mila nel 2011: per trovare un numero inferiore bisogna tornare al 1994.

M’interessa perché: 1) facendo la differenza tra Usa e Italia si ricava un’idea, seppur approsimativa, di quanto grave sia la crisi strutturale dell’editoria, al netto della crisi economica. Anche in America i dati sono negativi, nonostante la maggior capacità di rispondere alla congiuntura non favorevole (diciamo così).

Il punto: come sopra: aprire gli occhi davanti alla realtà per cercare una via d’uscita vera.

La fonte: «La fonte: «The Association of Magazine Media (Mpa), established in 1919, represents 175 domestic magazine media companies with more than 900 titles, approximately 30 international companies and more than 100 associate members».

Magazine Usa, pubblicità dal 1960 al 2011

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«La crisi dell’editoria non esiste!»/1 – Diffusioni

Quando si dice che la crisi dei giornali non esiste, bisognerebbe andare a vedere i dati sulle diffusioni, per ricevere una doccia fredda. Prendiamo quelli dei periodici Usa venduti in abbonamento o in edicola. Allego una tabella con i dati dal 1970 al 2010, anno per anno. Siamo tornati alle copie del 1980: una débacle! La Mpa, Associazione dei magazine media, regisstra sia le copie in abbonamento sia quelle vendute in edicola. Nel 2010 erano 312 milioni 478 mila. Il vertice era stato toccato nel 2000 con 378 milioni 918 mila copie vendute. Un’altra epoca. Ma guardate con attenzione il dato sull’edicola. Nel 2010 si sono vendute 29 milioni 558 mila copie. Mai così bassa. Nel 1980 erano 90 milioni 895 mila.

M’interessa perché: 1) al netto della crisi economica, si coglie il cambiamento strutturale: la gente non compra periodici; 2) nel declino c’è un punto di svolta, dopo il quale il calo di vendite diventa crollo.

Il punto: 1) qualsiasi ragionamento su come affrontare la crisi deve partire dalla consapevolezza della realtà, per quanto dura.

La fonte: «The Association of Magazine Media (Mpa), established in 1919, represents 175 domestic magazine media companies with more than 900 titles, approximately 30 international companies and more than 100 associate members».

Dati diffusioni magazine Usa dal 1970 al 2011

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In Francia si lavora a una legge contro Google News

La campagna degli editori contro Google entra nel vivo.

Come riportato ieri su Futuro dei Periodici (Editori contro google), è stata annunciata un’azione congiuta di editori italiani e francesi per far pagare diritti d’autore a Google e agli aggregatori di news su Interner.

Il mese scorso in Francia le società che pubblicano quotidiani e periodici hanno chiesto un provvedimento legislativo a tutela dei loro prodotti. Google aveva risposto che questo intervento «danneggerebbe Internet, i navigatori e i siti di notizie che beneficiano di un traffico sostanzioso» (grazie a Google).

Anche in Germania il Parlamento sta lavorando nella direzione di far pagare i diritti agli aggregatori di notizie.

Oggi il presidente esecutivo di Google Francia, Eric Schmidt, ha incontrato il presidente francese, Francois Hollande, per discutere la proposta di legge che costringerebbe la compagnia di Mountain View a pagare per i contenuti appartenenti ai media transalpini che appaiono sulla pagina dei risultati di ricerca.

E’ chiaro che qualcosa si sta muovendo. La situazione per il giornalismo professionale è insostenibile. Più cala la pubblicità sui quotidiani e i periodici, più questa aumenta su internet. E l’abitudine a consumare news gratuitamente, disincentiva la gente dal sottoscrivere abbonamenti con le testate online. Le news sono diventate commodity, prodotti che si possono ottenere senza pagar nulla e da fornitori diversi ed equivalenti.

L’articolo de la Stampa descrive quel che era atteso in giornata.

M’interessa perché: 1) è iniziata la guerra dei contenuti giornalistici online e su app; 2) se gli editori riuscissero a vincere, si aprirebbe la strada di credibili modelli di business nel digitale; 3) è un conflitto nel quale è in gioco anche il futuro di un internet aperto e libero come l’abbiamo conosciuto fino a oggi.

Il punto: 1) come mi disse 16 anni fa un famoso inviato diventato poi direttore, la principale limitazione al giornalismo di qualità non è il potere politico ma la mancanza di mezzi economici. Senza soldi e compenso un giornalista non può realizzare un buon lavoro. Ci dovremmo accontentare di una melassa di notizie copiate, scritte male, non verificate.

La Stampa: editori francesi contro Google

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Intermezzo/ Splendori del giornalismo multimediale

Non ci sono solo le incognite e i rischi della trasformazione dell’editoria nell’era digitale. C’è anche l’eccitazione per le modalità espressive, nuove e solo in parte esplorate, che la convergenza dei media permette. Testi, video, foto, grafica allargano il ventaglio delle tecniche a disposizione del giornalista.

Un bellissimo prodotto è questo esempio di racconto multimediale, di multimedia storytelling, del New York Times, la storia «A Year At War» (NYT: la storia multimediale premiata al duPont Award), che ci fa seguire un battaglione di militari statunitensi nella loro missione in Afghanistan.

Video, voice over, fotografie, interviste, presentano i soldati, seguono quel che accade loro, ci fa entrare nella vita quotidiana di una base militare, mostra il combattimento, la preghiera, l’incontro con la morte, i contatti con i familiari a casa, e piccoli episodi anche divertenti che punteggiano la vita in un paese ignoto ed esotico, come i mezzi di trasporto degli afghani e i cani che scorazzano in ogni angolo del paese.

Il raconto ha vinto in gennaio il duPont Award.

Minteressa perché: 1) si allargano, con il digitale, le possibilità espressive dei giornalisti; 2) viviamo in un’epoca per certi versi entusiasmante; 3) non ci sono solo i problemi d’occupazione e conti in rosso.

Il punto: transizione al digitale significa anche acquisire nuove competenze. Chi dorme non piglia pesci.

NYT: la storia multimediale premiata al duPont Award

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Gli editori italiani vogliono far pagare Google

Ovvero, ritornare al concetto che le notizie sui giornali sono frutto del lavoro di qualcuno e, in quanto tali, prodotti che vanno pagati da chi li consuma. Come un romanzo. Come la musica registrata. Al servizio pubblico pensa, o dovrebbe pensare, la Rai. Nelle biblioteche, luoghi bellissimi dove vorrei passare le giornate, si può leggere gratuitamente, e anche nei bar, pagando un caffè per sfogliare i giornali e accedere alle notizie intese come commodity, «ovvero un bene che può essere fruito, senza differenze sostanziali, da più fonti informative» (news come commodity).

E’ sempre stato così (con l’eccezione delle tv generaliste e della radio). Ma internet ha distrutto questa semplice verità

Grazie ai motiri di ricerca possiamo accedere alle notizie dei giornali senza pagar nulla. Possiamo leggere estratti dei principali articoli pubblicati online dai quotidiani. I motori di ricerca, Google in testa, aggregano notizie e traggono enormi profitti dal lavoro di editori e giornalisti, grazie alla pubblicità.

In Italia Google ha superato quest’anno in settembre la Rai nella raccolta pubblicitaria. Già due anni fa internet, nel nostro paese, faceva ricavi pubblicitari equivalenti a quelli dell’intero settore dei periodici, e la metà veniva intascata da Google. Se Fabio Vaccarono ha lasciato lo scorso luglio Manzoni advertising, concessionaria di pubblicità de L’Espresso, per diventare country manager di Google Italia, un motivo c’è. Ed il motivo è che il gigante dei motori di ricerca vuole crescere ancora e raggiungere in pochi anni un fatturato pubblicitario equivalente a quello di Mediaset. In altre parole, Google vuole diventare Mediaset, quel che il principale gruppo televisivo privato italiano è stato nei passati 30 anni.

Non deve quindi stupire (arriviamo alla notizia di questo post, ci arriviamo dopo una lunga introduzione, trasgredendo alla regola numero uno del giornalismo: notizia nell’attacco) la richiesta avanzata in questi giorni dalla Fieg, la Federazione italiana editori giornali, che chiede una legge per tutelare il diritto d’autore verso Google, gli aggregatori di news online e internet nel suo complesso.

Gli editori italiani della Fieg annunciano che la loro azione averrà di concerto con gli editori francesi, i quali, bisogna dire, sono più avanti, perché hanno già ottenuto l’appoggio del ministro francese all’Innovazione e all’Economia digitale, Fleur Pellerin. Italiani e francesi si coordineranno con i tedeschi. In Germania la Federazione dedli editori di quotidiani e l’Associazione degli editori di periodici hanno lanciato un’iniziativa giudiziaria contro Google, ottenendo l’appoggio del cancelliere Angela Merkel.

Questa “guerra” per il diritto d’autore sta assumendo contorni globali. In Gran Bretagna la Newspaper licensing agency già chiede somme agli aggregatori di notizie online. Ed è notizia di questi giorni che gli editori di quotidiani brasiliani hanno deciso di abbandonare Google. A qualcuno farà ridere il fatto che siano brasiliani, ma Google non ride: si tratta di decine di milioni di lettori/utenti.

M’interessa perché: 1) si ristabilisce il principio che l’informazione industriale è un prodotto di processi lavorativi e sudor della fronte, da tutelare e remunerare; 2) sta prendendo forma uno scenario in cui internet viene scavalcato e si accede direttamente a siti e piattaforme digitali che hanno notizie, con l’url o attraverso applicazioni; 3) in altre parole, l’accesso potrebbe in futuro diventare controllato e sottoposto a condizioni, non più libero; 4) non a caso l’articolo di Lettera43 riporta un’indiscrezione, secondo cui Repubblica e Corriere della Sera vorrebbero far pagare dal gennaio 2013 l’accesso ai loro siti di new, con un sistema paywall forse simile al New York Times.

Il punto: dare una prospettiva di sopravvivenza e, si spera, sviluppo all’industria delle notizie, anche con la modernizzazione e innovazione di contenuti, modalità di fruizione, tecnologie.

Fieg: ditirro d’autore e aggregatori di news su internet

Lettera43: news online a pagamento

Wall Street Italia: Google supera la Rai nella pubblicità

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Ue, 10 fatti sull’industria dei media

Dalla Conferenza internazionale della Commissione Europea sull’industria dei media, tenutasi il 25 ottobre 2012.

Sono stati presentati ricerche e dati preziosi.

Mi limito a riportare il documento «10 facts about media and content industries», «10 Fatti sull’industria dei media».

Traduco alcuni punti in italiano, trovate l’elenco completo in inglese nel link.

1.Internet è diventato il secondo canale di diffusione di notizie e informazione dopo la tv.

Le copie cartacee vendute in edicola o con abbonamento rimangono la principale fonte di ricavi per gli editori di quotidiani. Nonostante la pubblicità digitale stia crescendo, essa ammonta per ora a solo il 7 per cento dei ricavi complessivi (2010).

2) L’editoria europea è la più grande del mondo e conta un numero di 83 mila 472 tra società e aziende. Il sotto-segmento più ampio è quello degli editori di libri (31 mila e rotti, 38,1 %) seguito dai periodici (quasi 19 mila editori, 22,7 %). Gli editori di quotidiani sono il settore più piccolo, con solo 9 mila società, meno dell’11 % sul totale.

3) Il generale declino nella vendita di giornali stampati NON coincide con la digitalizzazione. Nella maggior parte dei casi esso è iniziato prima, a causa di un cambiamento nei modelli di consumo e può anche essere il risultato di un mercato più competitivo con ridotti margini di profitto e discesa dei prezzi.

4) Mentre la spesa complessiva tra il 1997 e il 2012 in pubblicità ha mostrato un incremento medio del 37%, quella dei quotidiani ha registrato un saldo negativo medio del -7,8%.

Significa che il settore dei quotidiani sta assistendo a un declino più strutturale e serio nei ricavi pubblicitari, mentre il declino per la tv e il calo che perfino su internet si è registrato in questi ultimi mesi sono probabilmente e per la maggior parte dovuti al taglio dei budget pubblicitari per la crisi economica. Non a un calo dell’audience o a uno spostamento degli investimenti su altri media.

5) Nel settore dei media e dei contenuti per i media il potere è passato dalla produzione alla distribuzione.

Considerazione finale: la società si sta muovendo verso un “mondo a cinque schermi”. Tv, Pc, console per videogame, smartphone, tablet. Il mobile (smartphone e tablet) è diventato un canale rilevante per la distribuzione di giochi, notizie, musica ed è una delle piattaforme che crescono più rapidamente nella distribuzione di questi contenuti e nel fornire servizi.

Unione Europea: 10 fatti sull’industria dei media

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The Last King of Print: l’ultimo re della stampa

Posto un bel pezzo del New York Times, racconta cos’è Casa Magazines, un’edicola del West Village, a New York City, e che tipo di personaggio sia Mohammed Ahmed, gestore e uno dei proprietari del punto vendita. Casa Magazines è un’edicola unica nel suo genere perché vi si possono acquistare 2000 titoli, tra quotidiani e riviste, di ogni parte del mondo. Compresi un glossy magazine di moda maschile dall’Indonesia.

Solo il New York Time può raccontare succose storie locali nelle quali si riflette un processo più ampio, in questo caso mondiale: il passaggio della produzione giornalistica dalla carta al digitale.

Riposto solo un breve passaggio. Tutto il resto è nel link. Enjoy.

«Ahmed has run the store since 1995. He admitted that he was scared about the changes in the print-magazine industry. It was four or five years ago, he said, that business started to decline. That shift has been particularly evident for pornographic magazines. Porn used to account for about 35 percent of Ahmed’s supply; now it’s 10 percent».

New York Times: The last King of print

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Perché lo sciopero nel gruppo L’Espresso-Repubblica

Riporto un articolo de L’Opinione che descrive i timori e le inquietudini che serpeggiano nelle redazioni del Gruppo Espresso-Repubblica.
La galassia editoriale di Carlo de Benedetti è in grave difficoltà, come altri gruppi editoriali, peraltro.
Le preoccupazioni partono da La Repubblica, dove si discute di possibili tagli agli organici, blocco del turn over, mancato inserimento dei collaboratori, revisione delle ribattute, e si irradiano verso le riviste (Velvet, XL), i quotidiani locali Finegil e l’agenzia d’informazione interna Agl. Qui la crisi è stata già dichiarata dall’azienda, che ha chiesto il dimezzamento dell’organico.
Si è così arrivati allo sciopero di oggi delle redazioni, deciso dopo che è stato costituito il coordinamento dei CdR di tutte le testate del Gruppo De Benedetti.
I giornalisti denunciano che, a fronte della richiesta di altri, pesanti sacrifici (ricordiamo che nel 2009 ci sono già stati prepensionamenti di giornalisti), l’editore non ha, o non condivide, una visione per il futuro, una prospettiva di rilancio, legata anche al digitale, una direzione nella quale muoversi con investimenti ingenti.
Su tutto questo le trattative proseguiranno.
M’interessa perché: 1) descrive i pericoli che l’editoria italiana corre nell’immediato futuro.
Il punto: pare che solo in Italia ci sia negli editori un atteggiamento così sfiduciato verso il futuro.

L’Opinione: i guai del Gruppo L’Espresso-Repubblica

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Focus entra nell’edicola digitale lekiosk

Questa è una notizia che riporto perché, oltre che interessante, è un omaggio e una forma di incoraggiamento verso i colleghi di Gruner und Jahr/Mondadori, alle prese da inizio ottobre con un piano di stato di crisi, presentato dall’azienda, che ipotizza il taglio di 36 giornalisti su 72.

In questi giorni  il “mondo” di Focus è entrato in lekiosk, edicola digitale per iPad, iPhone e iPod Touch, lanciata da poche ore sul mercato italiano.

Scaricando la app gratuita si possono leggere le testate di Gruner a prezzi molto buoni.

Sono Focus, Focus Storia, Focus Extra, Focus Storia Biografie, Geo e Jack. Ma di queste testate, cinque sono destinate alla chiusura, stando alle dichiarazioni dell’azienda.

lekiosk è nata in Francia nel 2007 ed è stata scaricata da oltre 500 mila persone e installata sul 25% degli iPad francesi.

Buona lettura!

M’interessa perché: 1) le app permettono di proteggere i contenuti dei periodici dall’azione di pirateria di internet e ristabiliscono il concetto che, per leggere degli articoli ben scritti e ben documentati, bisogna pagare. Ben scritti e documentati come quelli di Focus.

Il punto: trasformare le piattaforme digitali in alleate della “stampa”: non più nemici.

Focus: le riviste di Gruner su lekiosk

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Il boom del digitale in Germania

In Germania le piattaforme digitali continuano a guadagnare terreno e la crescita è trainata dagli smartphone e dalla pubblicità su internet.

Il numero di persone che si collegano alla rete con apparecchi wireless è cresciuto del 35% nel 2012, raggiungendo i 29 milioni, e dovrebbe salire a 60 milioni nel 2016.

Nello stesso periodo i ricavi dei quotidiani di carta, ora equivalenti a 8,6 miliardi di euro, dovrebbero scendere dello 0,5% ogni anno. I periodici, che oggi valgono 5,8 miliardi di euro, scenderanno dello 0,3% l’anno.

Smartphone e tablet, uniti al progressivo passaggio degli investimenti pubblicitari sulle piattaforme digitali, sono gli elementi che spiegano questi cambiamenti.

La spesa per la pubblicità online è cresciuta del 12,3% nel 2011, le tariffe dell’11,2%. Risultato, la quota di ricavi pubblcitari nell’area media ed entertainment di internet è salita al 23 % e ha superato per la prima volta quella della televisione, ferma al 20,8%.

La quota di mercato della pubblicità su internet salirà al 37% entro il 2016.

Werner Ballhaus, responsabile tecnologia, media e telecomunicazioni di PwC (società tedesca di auditing e consulenza), commenta: «Per il mercato dei media e dell’entertainment, il motto ora è: “Il digitale è la nuova norma”. La domanda non è più se includere il digitale nel modello di business, ma piuttosto come integrarlo nei processi e nelle strutture organizzative».

M’interessa perché: 1) descrive il cambiamento in atto in un paese più avanzato dell’Italia, ma simile; 2) spiega che il digitale, nel settore dei media e del giornalismo, è ormai una realtà consolidata.

Il punto: si sta componendo il puzzle.

La fonte: «WARC is a marketing information service that organises events, publishes magazines and journals, provides data (including forecasting of trends and expenditure etc)».

Gerrmania, il boom dei media digitali

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Tagli e chiusure di testate in Rizzoli (Rcs)

L’autunno caldo della stampa è appena iniziato. La vicenda dei 36 esuberi in Gruner und Jahr, su 72 giornalisti, è, purtroppo, solo l’antipasto. Oggi Milano Finanza ha pubblicato un breve articolo sul piano di ristrutturazione che circolerebbe, in questi giorni, nelle stanze che contano di Rcs Mediagroup.

Solo indiscrezioni, sia chiaro, non notizie su decisioni già prese.

Ma l’eco che il trafiletto di MF ha avuto nelle redazioni dà l’idea di quanto siano tesi i nervi.

La bozza, stesa dal presidente Angelo Provasoli e dall’amministratore delegato Pietro Scott Jovane, da sottoporre ai soci e al sindacato, pare preveda un taglio del 10% della forza lavoro (giornalisti e non) e chiusure di testate. Tra i giornali a rischio, A (Anna) e Novella 2000. Ma prende consistenza anche l’ipotesi che ci siano esuberi nei quotidiani di Rizzoli, il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport, per decine di giornalisti, fino a 100, complessivamente.

M’interessa perché: 1) la crisi è gravissima, tra cali di diffusioni e collasso della raccolta pubblicitaria.

Il punto: al momento non c’è transizione al digitale ma distruzione di posti di lavoro giornalistici. Il giornalismo è stato, oltre che informazione, intrattenimento, e questo “servizio”, nel mondo della comunicazione digitale, sarà fornito da produttori di contenuti non giornalistici. L’informazione vera, quella che dà notizie e approfondimenti, resterà, sia sulla carta sia sul digitale, ma sarà una piccola isola, non il continente che finora abbiamo conosciuto. O no?

Milano Finanza: i tagli di Rizzoli

Tagli Rcs e minaccia di scioperi, aggiornamento 31/10/2012

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La fine di Internet

Il mese scorso è successo qualcosa di cruciale. L’uso dei motori di ricerca è diminuito. Non era mai successo prima. Già gli esperti parlano della fine (ancora da venire, sia chiaro, ma come vista in una sfera di cristallo) di internet. Del web come l’abbiamo conosciuto.

In settembre le operazioni di ricerca sono diminuite, rispetto allo stesso mese del 2011, del 4 per cento. Da febbraio, in cui era stato toccato un picco di crescita anno su anno del 14 per cento, la crescita è continuata, ma in decelerazione.

Significa che la gente sta passando dal web alle app, dai motori di ricerca agli smartphone. Come aveva predetto Steve Jobs nel 2010. Non si va sul web, non si fanno ricerche, ma si usano le app.

M’interessa perché: 1) pensiamo alle conseguenze per i periodici: app a pagamento anziché consumo gratuito di notizie sul web; 2) dunque: maggiore protezione dei contenuti dei periodici; 3) quindi: una prospettiva di sviluppo digitale profittevole per i magazine e i loro brand?

Il punto: come la tecnologia può aiutare gli editori a ridare significato ai magazine.

 

La fonte: «Business Insider is a U.S. business/entertainment news website launched in February 2009 and based in NYC».

Business insider: smartphone battono google

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Sul tablet la pubblicità si fa guardare

Riporto questa notizia perché aggiunge un elemento utile per capire se con tablet ed e-reader sia possibile far ricavi nel mondo dei periodici. Le riviste guadagnano grazie alle copie vendute e alla pubblicità. Ma la pubblicità proposta sui device digitali è efficace? Quanto fa guadagnare, visto che un giornale non cartaceo è spesso letto gratuitamente?

C’è questo studio di GfK MRI Starch Digital che dice che più della metà degli utenti che legge magazine su tablet ed e-reader interagisce con la pubblicità. Lo studio ha preso in considerazione più di 30 mila pubblicità digitali su 1000 testate periodiche.

Il 55 per cento di coloro che leggono un magazine nota o legge un’inserzione pubblicitaria digitale, il 52 per cento interagisce. Nel 38 per cento dei casi l’interazione consiste nel toccare la pubblicità, cliccando, per espanderla.

Più di un terzo di coloro che hanno visto pubblicità multipagina ha guardato due o più pagine, e più di un terzo è entrato nel sito con la pubblicità. Il 31 per cento dei lettori ha guardato un video.

La fonte: «Newspapers & Technology is a monthly trade publication for newspaper publishers and department managers involved in applying and integrating technology. Written by industry experts, News & Tech provides regular coverage of the following departments: prepress, press, postpress and new media».

M’interessa perché: 1) avvicina la possibilità che i magazine facciano ricavi nel digitale; 2) evidenzia l’importanza di tablet ed e-reader nel futuro dei periodici: liberi dal web.

L’efficacia della pubblicità digitale

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Mentre gli altri sono fermi, gli affari di Springer nel digitale continuano

Una bella intervista di Lettera43 sul successo dell’editore tedesco Axel Springer nel digitale. Parla il presidente di questo gigante della stampa europea, l’italiano Giuseppe Vita, 77 anni, occhi celesti da vero teutonico, manager dal curriculum ricco, dal farmaceutico alle banche, sempre in una dimensione internazionale.

Quest’uomo certo non nativo digitale spiega la ricetta di Springer nel digitale. Ne ho parlato in post del 29 e del 22 agosto (2012).(Springer 1  Daily Mail e Springer 2)

Mentre Newsweek sparisce dalle edicole e lascia solo una traccia nel digitale, i tedeschi già nel luglio scorso facevano il 33,9 per cento del fatturato sulle varie piattaforme tecnologiche, complementari alla carta.

Ci sono contenuti editoriali ma anche tanto e-commerce. Una strada mista che dà frutti. Vita spiega come si sia arrivati a questo assetto passando anche attraverso complesse, e dolorose, ristrutturazioni. Ma il tema degli esuberi è stato affrontato, dice Vita, alla maniera tedesca: prepensionando. Viene da pensare che la maniera tedesca viene applicata in Germania, perché in Italia altri tedeschi, quelli della casa editrice Gruner und Jahr, hanno usato la mannaia nello stato di crisi presentato a inizio ottobre: 36 esuberi su 72 giornalisti, con il rischio reale che non ci siano ammortizzatori “dolci” per loro.

Ecco l’intervista, fortemente consigliata. E un piccolo estratto.

«DOMANDA. Che cosa si intende quando si dice che Axel Springer punta al digitale?

RISPOSTA. Di sicuro non basta trasportare su internet le proprie testate. Questo è banale, è la condizione di base.
D. È ciò che hanno fatto finora la maggior parte dei grandi editori italiani.
R. Intendiamoci, è un primo passo obbligatorio. Ma una volta che una testata va su iPad quanto può guadagnare in termini di abbonamenti? Si può parlare di 10, 20, 30 mila copie se l’editore è proprio bravo…
D. Quindi?
R. Bisogna diversificare.
D. Come?
R.  Il nostro fondatore, Axel Springer, diceva: «La nostra finalità non è stampare carta, è comunicare»…………

M’interessa perché: 1) mostra la strada da seguire per trovare un modello di business; 2) la carta rimane, è l’unico modo per far vedere cos’è esattamente quel prodotto editoriale, la carne e il sangue del brand; 3) per far soldi bisogna diversificare: e-commerce, e-commerce, e-commerce.

Il punto: uscire fuori dalla palude in cui è sprofondato Newsweek.

Lettera43: come fa il digitale Axel Springer

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I consigli della Columbia sulla transizione al digitale

Può il giornalismo sul digitale essere profittevole? Se lo sono chiesti i ricercatori della Columbia School of Journalism. Hanno condotto una ricerca molto approfondita sul tema.
Ci tornerò sopra. In dettaglio.

Per il momento vorrei riportare alcune indicazioni emerse dall’indagine, highlights ancora validi, a oltre un anno dalla pubblicazione.

  • Le piattaforme digitali non devono limitarsi a riproporre contenuti giornalistici esistenti. Dovrebbero dare contenuti originali, di alto valore, pensati per media digitali.
  • Le case editrici devono ridefinire il rapporto con i lettori e gli inserzionisti. I giornalisti devono capire meglio chi li legge e il potenziale di questa relazione, per approfondirla.
  • Gli editori dovrebbero ripensare la relazione con gli inserzionisti e farsi apprezzare per come la pubblicità ora può raggiungere gli utenti attraverso varie strade, canali, attraverso i social media, nuove forme di pubblicità e l’ottimizzazione rispetto ai motori di ricerca.
  • Gli editori devono creare un nuovo sistema dei prezzi non basato sui parametri fin qui adottati (impression-based pricing systems) ma che sappia integrare pubblicità e diffusione sui social network.
  • Bisogna arricchire la pubblicità.
  • Trovate un equilibrio tra sacrosanta protezione dei vostri contenuti da furti di copywrite e consapevolezza che gli aggregatori di notizie, oltre ad agire per il momento dentro i confini della legge, generano un valore per i lettori. Conviene occuparsi di temi che vengono ripresi dai motori di ricerca e dagli aggregatori di notizie.
  • Consiglio per le grandi aziende: a volte conviene tenere distinte le legacy division, cioè la divisione dei periodici (legacy: bel vocabolo) dagli staff che si occupano di raccogliere pubblicità e sviluppare il business per e del digitale.
  • Far pagare per i contenuti è una strategia da valutare con attenzione. Aiuta a ridurre le perdite nelle diffusioni del giornale di carta. Ma non è una soluzione a lungo termine. Meglio giocare questa carta con i contenuti e le app per smartphone.

Columbia University: la storia fino a oggi

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Marina Bigi a Tu Style, Maria Elena Viola a Gioia

Marina Bigi diventerà direttore di Tu Style dal 2 novembre. L’attuale direttore, Maria Elena Viola, lascerà la testata di Mondadori per assumere la guida di Gioia, di Hearst Magazines Italia, il giornale da dove il giro delle poltrone è iniziato, questa mattina. Raffaella Carretta ha infatti dato le dimissioni, aprendo l’altalena di notizie della giornata.

M’interessa perché: proseguono le grandi manovre nei periodici, ci attende un autunno movimentato.

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10 cose che ci insegna l’Huffington Post

Un post dell’Huffington Usa uscito per il decimo numero della app del quotidiano aggregatore. Sono le cose imparate dalle prime dieci uscite.

1) Iniza avendo ben presente l’obiettivo.

2) Scegli la piattaforma giusta. Sennò sono casini.

3) Antipasto, portate principali, dessert. Ecco come “srotolare” l’informazione giornalistica sul digitale.

4) Non dimenticare il tuo Dna. Ovvero, la rete è fatta per il dialogo, non il monologo o la predica.

5) Social dal primo giorno. Darci dentro con Facebook e Twitter.

6) Metti insieme un dream team di giornalisti.

7) Solo perché possiamo non vuol dire che dobbiamo. Bisogna mettere un limite ai contenuti da pubblicare.

8) Non è mai troppo scuro per l’iPad. Le foto buie sono bellissime sui tablet, mentre erano impubblicabili sui giornali di carta.

9) Pianificare anzitempo. La grafica, la tecnologia, i giornalisti… vietato affidarsi all’adrenalina dell’improvvisazione.

10) E’ una app. L’Huffington non è un giornale tradizionale ma un prodotto digitale. E si deve vedere in ogni momento.

10 cose da imparare con Huffington Post

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Intermezzo/ L’era delle immagini digitali

Il primo web browser grafico di successo (Netscape) è stato presentato nel 1994, meno di 15 anni dopo le foto ospitate su Flickr erano 6 miliardi, cioè 450 volte più di quelle conservate nella Biblioteca del Congresso, a Washington.

Nel 2009 più di 2,5 miliardi di apparecchi elettronici con una fotocamera hanno scattato il 10 per cento delle foto mai fatte.

Nel dicembre del 2011 sono state caricate 60 immagini al secondo su Instagram. Per l’inizio del 2012 gli utenti di Facebook caricavano sul sito più di 300 milioni di foto al giorno.

Siamo entrati in un’era in cui la comunicazione visuale sta soppiantando la parola scritta. E’ l’alba della imagesphere.

 

 

 

La Fonte: «iMedia Communications, Inc. is a trade publisher and event producer serving interactive media and marketing industries. The company was founded in September of 2001 and is a subsidiary of dmg world media».

media connection: le immagini nel web

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Nel 2012 Forbes fa metà dei ricavi sul digitale

Nel 2012, per la prima volta, metà dei ricavi di Forbes proviene dal digitale.

Non è il risultato di un calo nella carta. I ricavi dell’edizione cartacea stanno crescendo, grazie a un aumento del 12,5 per cento del fatturato pubblicitario.

I ricavi del digitale sono invece saliti del 27 per cento nel solo mese di agosto 2012.

I visitatori unici mensili di Forbes.com sono aumentati del 49 per cento, da 22.4 milioni in settembre 2011 a 33.4 milioni nel settembre 2012.

 

Mediapost: Forbes, metà del fatturato dal digital

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Newsweek, addio alla carta dal gennaio 2013

Quando anni fa si scriveva che l’ultima copia (cartacea) del New York Times sarebbe uscita nel 2043, si poneva per la prima volta con forza il tema della transizione al digitale. Pochi avrebbero sospettato che il passaggio completo di una grande testata sulle piattaforme digitali sarebbe avvenuto non sull’onda del successo del digitale ma per il fallimento della carta. La mossa della disperazione.

Ecco, la notizia dell’addio alla carta di Newsweek da gennaio 2013 non è una bella notizia. Perché avviene per il fallimento della testata cartacea, fallimento sostanziale, non tecnico.

Riporto, tradotti, alcuni passaggi dell’articolo del New York Times che spiega perchè nella redazione di Newsweek sono disperati.

La notizia viene data adesso per anticipare e, in parte, smorzare l’annuncio che arriverà nei prossimi giorni di altre perdite nei conti di Newsweek.

Le perdite nel newsmagazine sono state di 40 milioni di dollari l’anno.

Sia Newsweek che il suo eterno rivale, Time, sono riviste superate, in ritardo nel portare le notizie da quando c’è internet (ma anche na massiccia presenza di tv). Entrambi lottano per adattarsi all’era di Internet e stabilire una presenza digitale, ma pubblicità e diffusioni sono in declino.

Nel 2001 Newsweek diffondeva 3.158.480 copie pagate. Nel giugno 2012 erano calare di più della metà, a 1.527.157.

L’estate scorsa la famiglia Harman, proprietaria del brand, ha detto chiaramente che non intende investire ancora nel periodico.

Il direttore ha annunciato che ci sarà presto una riduzione di organici a Newsweek.

Usa Today: Newsweek, addio alla carta dal 2013

NYT: Newsweek, addio dalla carta dal 2013

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Con il tablet si leggono più magazine

Uno studio americano rivela che 2 proprietari di tablet su 5, negli Usa, leggono quotidiani o magazine sui loro device. Uno su 10 legge una pubblicazione al giorno.

I periodici hanno un indice di lettura ancor superiore, con il 39,6 per cento dei proprietari di tablet che legge periodici ogni mese.

«I tablet stanno ridefinendo il modo in cui la gente consuma informazione e notizie, e spingono a leggere di più e per un tempo più lungo rispetto a pc e smartphone».

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Congresso periodici americani /2

Flash e dichiarazioni sparse dal “congresso” della Association of Magazine Media, che si è tenuto a San Francisco.

I quotidiani non sono stati sufficientemente veloci nella transizione al digitale, visto che per ogni lettore del cartaceo che “se ne va” non ce n’è un altro che lo rimpiazzi (sul digitale). Quanto ai periodici, l’imminente collasso del servizio postale americano, i media social e online, e il cambiamento nelle abitudini di lettura sta colpendo l’ultimo sopravvissuto dell’era della stampa.

Hearst Usa ha oltre 700 mila abbonati digitali, per l’80 per cento nuovi. La partecipazione alle attività social e di dialogo su piattaforma digitale (engagement) è del 70 per cento, con punte del 90 per cento per alcune testate.

La nostra “piazza” principale era l’edicola, ora è un media multiplex con molti, differenti schermi. Dobbiamo cercare di capire cosa funziona meglio in ciascun canale.

Per aver successo, al di là della piattaforma presa in considerazione, gli editori di magazine devono crecare una soluzione digitale per i loro prodotti, senza però diventare essi stessi technology companies.

Non c’è miglior sfida di quella che ti vede schierato dalla parte del cambiamento. I lettori di magazine vengono coinvolti sempre più in uno scambio con gli editori, e gli editori sono in grado di dar loro contenuti attraverso un numero di piattaforme sempre maggiore. Tuttavia esiste una distanza economica tra le dimensioni degli utenti, l’intensità del loro coinvolgimento e il valore economico che gli inserzionisti al momento attribuiscono ai magazine, soprattutto nella versione cartacea, stampata.

Foliomag: parole dal congresso dei mag americani

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Cos’è un periodico? Flash dal congresso dei magazine americani

Flash e dichiarazioni sparse dal “congresso” della Association of Magazine Media, che si è appena concluso a San Francisco.

L’audience complessiva dei magazine è aumentata dal 2010 del 4 per cento (le persone che leggono i periodici, anche senza acquistarli) e il numero di marchi che hanno fatto pubblicità è cresciuto del 57 per cento sull’insieme delle piattaforme dei magazine (carta, online, tablet) dal 2010.

Si è insistito soprattutto sulla necessità di valorizzare, rafforzare, potenziare i brand. L’attenzione è andata sugli asset digitali (tablet, mobile, online, social… ) e su come queste piattaforme giocheranno una parte centrale nella crescita e sullo stato di salute dei magazine nel prossimo futuro.

Da novembre la rivista People proporrà una nuova app che consente ai lettori di accedere a contenuti speciali sulle loro star e celebrity preferite, aprendo un nuovo canale alla pubblicità.

Si fa un uso poco corretto di Twitter. I migliori periodici non fanno monologhi ma rispondono ai lettori con re-tweet e reply. «A follower is a subscriber».

Mediamente, il following su Twitter di un periodico corrisponde al 14 per cento della sua diffusione.

Twitter amplia il significato di giornalismo. Il momento in cui lo staff editoriale inizia a parlare con i lettori è un momento di verità, dove gli utenti si sentono accolti e ascoltati dal brand.

Che cos’è un periodico? è stato chiesto a Pamela Maffei McCarthy, deputy editor del New Yorker. «C’è un aspetto centrale che rimane presente in tutte le testate e in tutti i tempi. E’ una “critical mass” di scrittura e immagini, spesso su uno specifico soggetto, che ha una voce precisa. C’è stato un tempo in cui abbiamo messo assemblato tutto questo in un unico luogo e in un unico atto. Ma ora ci sono molti modi ed è 24 ore al giorno per 7 giorni. Era nostro dovere accogliere i lettori nel nostro mondo, ora è il nostro universo dove molte cose diverse avvengono».

L’originale: “There is a core that goes across all titles and all times,” she said. “It’s a critical mass of writing and pictures, very often subject specific, with a voice. There was a time we assembled it all in one place and in one time. But now there are a dozen ways and it’s 24/7. We used to welcome readers to our world, now it’s to our universe where all sorts of things are going on.”

 

La fonte: «FOLIO is the only magazine that serves the entire magazine publishing industry. Whether you’re on the front lines of editorial, sales, design, production, marketing, or emedia, our magazine keeps you up to date on the latest trends and news in the magazine publishing industry. From case studies, to interviews and articles, FOLIO magazine will provide you with the latest information and news regarding the audience development industry».

Folio Mag: il futuro dei periodici va costruito dai periodici

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I ricchi leggono carta

Studio dell’Istituto Ipsos Media CT’s sulle abitudini di lettura degli americani benestanti (reddito superiore ai 100 mila dollari l’anno). Metà di questi ha uno smartphone, il 26 per cento ha un tablet personale, il 47 per cento ha un tablet in famiglia.

Eppure… Per quanto circondati dalla tecnologia applicata alla lettura di libri e magazine, gli americani ricchi mostrano attaccamento ai giornali di carta.

Nel 2011 la lettura dei giornali tradizionali è sceso solo dell’1,3%. Più di 8 su 10 hanno letto pubblicazioni stampate, con larga prevalenza delle donne.

Tra i ricchi, il numero di chi legge quotidiani di carta (“hard copy”: una nuova espressione) è cresciuto lo scorso anno del 3,9 per cento. Si è constatato che più si guadagna, più si leggono giornali cartacei.

Ma gli “affluenti” non trascurano il digitale. Al contrario, non ci troviamo davanti a una situazione “either/or”. Sale il numero di chi compra copie digitali di quotidiani.

In altre parole, il digitale ha avuto l’effetto di aumentare la domanda di informazione, con l’inatteso risultato di aumentare anche il consumo di carta.

 

La fonte: «BizReport is recognized internationally as a leading source for Internet business and e-commerce news. Attracting a diverse and influential audience of business professionals, the BizReport website delivers breaking news, in-depth reports and interviews with industry leaders».

BizReport: i ricchi amano la carta stampata

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Giornalisti, crisi, esuberi, licenziamenti: un quadro completo

Questa volta non è necessario tradurre in italiano l’articolo: è un rapporto del sindacato dei giornalisti sulla crisi nell’editoria, e il taglio dei posti di lavoro, a tutto settembre 2012.

58 le aziende che hanno presentato un piano di stato di crisi, 1139 i giornalisti coinvolti tra prepensionamenti, pensionamenti anticipati, contratti di solidarietà e cassa integrazione. In Lombardia (l’articolo riguarda in particolare questa Regione) i giornalisti interessati sono 720.

Sono? No, erano. Perché da fine settembre a oggi si sono aggiunti altri stati di crisi, altri tagli.

Faccio riferimento al piano di crisi dell’editore di periodici Gruner und JahrMondadori, che, nelle dichiarazioni dell’azienda, vuole lasciare a casa 36 giornalisti, la metà dei dipendenti. Vedremo se le trattative porteranno a un numero più basso, numero di eseuberi che però rimane preoccupante perché non si vedono grandi possibilità di evitare il ricorso ad ammortizzatori sociali traumatici (cassa integrazione). Speriamo che non sia così.

Si sono poi aggiunti gli stati di crisi di Telelombardia (nel settore televisivo non sono previsti per legge i prepensionamenti) e l’agenzia giornalistica locale del Gruppo L’Espresso, Agl (crisi che però ha una dimensione nazionale, non regionale), dove sono stati individuati dall’azienda 9 esuberi.

M’interessa perché: 1) questa è la realtà, al di là di qualsiasi ragionamento su dove il mondo dell’editoria vuole andare; 2) tagliare per recuperare risorse e poi investire nel digitale, è questo il senso? 3) non converrebbe riqualificare i giornalisti già assunti? O, forse, gli editori dovrebbero porre in modo più trasparente il tema del costo del lavoro giornalistico in Italia? 4) si rischia un disastro sociale: i giornalisti che escono dalla professione non ci rientraranno più.

Il sindacato dei giornalisti: i numeri della crisi dell’editoria.

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Les Echos potenzia il sito. E fa pagare

Il quotidiano economico francese Les Echos rilascia il nuovo sito e modifica il sistema di accesso a pagamento.

Viene adottato un paywall simile a quello di NYT e FT.

I primi 15 articoli sono gratuiti, per leggerne altri 5 bisogna registrarsi al sito, oltre i 20 si paga. Un paywall poroso, dunque.

Il Pdg del gruppo, Francis Morel, ha dato la notizia specificando che il digitale è ormai il primo canale d’informazione.

«Pour s’informer, les consommateurs passent chaque jour 1h17mn sur le web ou les mobiles, 1h12 devant la télévision, 1h01 à écouter la radio, 0h30 à lire un magazine et 0h28 un quotidien». Chiaro il concetto?

A Les Echos il 15 per cento degli abbonamenti è digitale, non replica del cartaceo.

Infine il quotidiano, che nel 2012 ha ridotto le perdite pesanti dell’anno precedente, dichiara di vendere 120.500 copie al giorno, e di totalizzare con il sito in media tre milioni di visitatori unici al mese, in crescita del 35 per cento.

M’interessa perché: 1) ripropone il dibattito su contenuto gratuito vs contenuto a pagamento: la querelle continua.

Il punto: l’editore investe nel digitale anche se è in perdita.

 

AFP: in Francia Les Echo potenzia il digital.

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Rodale entra nell’e-commerce

Negli Stati Uniti l’editore Rodale, quello che pubblica (anche in Italia con Mondadori) Men’s Health, annuncia l’ingresso dalla prossima primavera nell’e-commerce come retailer. Il sito si chiamerà Rodale’s e venderà prodotti di qualità e alto prezzo, ma al tempo stesso ecosostenibili, per la casa e la bellezza. Di recente altre riviste ed editori hanno deciso di sviluppare l’e-commerce, da Lucky a Shopbazaar, il sito di Harper’s Bazar. Ma Rodale persegue una politica più aggressiva perché vuole fare tutto in casa, senza mediazione: venderà i prodotti ai propri lettori, mentre gli altri editori Usa si limitano ad aprire una vetrina virtuale e a mettere in contatto venditore e potenziale cliente. La differenza sta nei margini di guadagno: l’editore che si limita a fare da mediatore incassa il 7 per cento della transazione, chi diventa retailer trattiene per se il 50 per cento del prezzo pagato.

In Italia è stata Mondadori, finora, a spingersi più avanti su questa strada, ma l’esperienza del sito di e-commerce Easyshop.it non ha avuto successo ed è stata chiusa a pochi mesi dal lancio.

Ad Week: Rodale entra nell’e-commerce

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Columbia University: Quotidiani e periodici? Categorie superate.

Riporto una notizia apparentemente da addetti ai lavori perché contiene una piccola, grande spia linguistica. Negli Usa il preside della Columbia Journalism School ha dato ieri le dimissioni dal suo incarico. Si prende un anno sabbatico. Ma nel racconto che Capital New York fa dei cambiamenti avvenuti nella facoltà sotto la guida di Nicholas Lemann c’è un passaggio che vorrei sottolineare (con penna blu). Riguarda l’organizzazione delle aree didattiche per giornalisti. Si spiega che alle quattro macro aree presenti finora (quotidiani, periodici, broadcast e digitale) subentrerà dal 2013 una nuova divisione, più coerente con il quadro del giornalismo attuale. Sono solo tre aree tematiche: Parola scritta, Immagini e audio, Audience e Engagement. Buona lettura.

M’interessa perché: anche la scuola si adegua.

Il punto: bisogna rivedere, e ampliare, gli strumenti del nostro mestiere.

«Responding to digital revolution’s blurring of the traditional distinctions between delivery systems, in fall 2013 the school will introduce the most significant overhaul of its M.S. curriculum in decades. Students will no longer select a major in one of four traditional media-industry categories: newspaper, broadcast, magazine, digital. Instead, course offerings will be divided into three broad realms: The Written Word, Images and Sound, and Audience and Engagement. These changes recognize that the nature of the work that paid journalists do is changing and entails a much closer interactive relationship between journalists and audiences, with attention to assembling and presenting information from a variety of sources as well as first-hand individual reporting. Reporting, which remains at the core of the school’s teaching, itself demands new skills that go beyond gathering facts, and this will be integrated into the curriculum as well».

Capital: Nicholas Lemann lascia la Columbia (per un anno)

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Il boom di Glamour.com

Glamour.com ha 5,3 milioni visitatori unici al mese, il doppio di un anno fa. Eppure sembra un sito un po’ retro che lascia tanto spazio ai blog. Ricorda i tempi in cui tutti volevano provare l’ebrezza di essere blogger. Ha ancora video ancillari alla rivista sul dietro le quinte di servizi di moda e interviste alle star, come si faceva una volta. I giornalisti di Glamour sono ancora costretti a twittare come matti e a invitare le star a fare una visita alla redazione… attività che assorbono tempo e impediscono di lavorare a contenuti più interessanti per i frequentatori del sito. Un sito che non vuole essere un companion site, un paggetto del giornale di carta ma vivere di vita propria, camminare sulle proprie gambe. In novembre ci sarà il rilancio e il conseguente restyling di Glamour.com. Si punterà di più sui personaggi, sulle indiscrezioni, sulle immagini, su contenuti a forte impatto che viene spontaneo condividere con altri lettori, canali che possono essere fruiti come un prodotto a sé stante, sganciato dalla logica della sequenza di contenuti, tipica della carta e ancora insita nella struttura di molti siti di periodici. E si darà grande spazio alla parte social e allo scambio via smartphone, perché almeno un milione di utenti arriva oggi al sito della rivista americana attraverso il cellulare.

M’interessa perché: 1) ci dice cosa è nuovo e cosa è vecchio nel digitale. Molte cose vecchie sono viste come nuove in Italia, e magari ispirano i siti che stanno per essere rilasciati.

Il punto: come pensare il digitale per i periodici.

Minonline: il caso di Glamour.com.

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The Guardian: licenziamento di 100 giornalisti

Si racconta di come al Guardian, prestigioso quotidiano britannico, si debbano tagliare 100 teste di giornalisti, e di come se ne siano presentati volontariamente al capestro solo 30 (non vi fa venire in mente lo Stato di crisi non dichiarato ma strisciante di Condé Nast Italia?). Qui si narra di come il gruppo editoriale abbia dato mandato a una società di tagliatori di teste di individuare quali siano i costi da eliminare, per contenere perdite pesanti. E di quali riflessioni siano state avviate con il sindacato inglese dei giornalisti. Intanto si ricorda che un senior manager del gruppo Guardian ha dichiarato pubblicamente, alcuni mesi fa, che la strategia per il prossimo futuro è quella del digital first e del coinvolgimento di giornalisti non professionisti, reporter dilettanti, fotografi non professionali nella fattura del giornale. Digital firt, la parola d’ordine che risuona ovunque in questi mesi.

Telegraph: The Guardian deve licenziare 100 giornalisti

 

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PressThink: The Press, The Media; la stampa, i media.

Un blog da leggere, PressTink di Jay Rosen, professore della New York University, membro dell’advisory board (i consiglieri esterni) di Wikipedia.

La stampa, una parola antica, che non può essere sostituita dalla parola: i media. Si dice libertà di stampa, non c’è un equivalente che dica “libertà dei media”. Va dunque conservata. Ha una storia che inizia molto tempo fa. Che continua. La stampa riguarda i media, riguarda chiunque lavori nei media, chiunque si esprima nei media. Che sia giornalista professionale, blogger, altro.

«We need to keep the press from being absorbed into The Media. This means keeping the word press, which is antiquated. But included under its modern umbrella should be all who do the serious work in journalism, regardless of what technology they use. The people who will invent the next press in America—and who are doing it now online—continue an experiment at least 250 years old…»

«…(So) the press is a backward glancing term. To me that’s what’s great about it. It points back to the history of struggle for press liberty, to the long rise of public opinion, and of course to the Constitution, a source from which The Media try to draw legitimacy. But the First Amendment actually speaks of the PRESS. It doesn’t mention media. Anyone could, but then almost no one does, uphold “FREEDOM OF THE MEDIA” as a great right— worth defending and even dying for».

Dal blog di Jay Rosen: PressThink.

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Un tablet anche per i periodici Mondadori

Entro Natale Mondadori lancerà un tablet per i suoi periodici. Per ora, come potete approfondire leggendo questo articolo del Giornale, arriva l’e-reader Kobo, destinato alla lettura dei libri digitali.

Ma il discorso più interessante riguarda naturalmente i periodici. Come declinerà Mondadori il digitale? In chiave “commerciale”? O con una apertura ai contenuti giornalistici, come lascia pensare l’arrivo di un tablet?

M’interessa perché: 1) qualcosa si muove nello sviluppo digitale dei periodici italiani.

Il punto: c’è una luce in fondo al tunne della crisi strutturale dei periodici?

Il Giornale: Mondadori lancia e-reader e tablet.

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Copie digitali e certificazione in Italia

Ma cosa aspettano gli editori italiani a certificare le copie e gli abbonamenti digitali delle loro riviste? …«Di averli e venderli».

No. Ci sono ragioni serie. Lo spiega in questa intervista di Italia Oggi il presidente di Upa (Utenti pubblicità associati), Lorenzo Sassoli de Bianchi.

Che precisa: «Non siamo lontani da questo traguardo».

Due anni fa è nato l’iPad, ad oggi in Italia ne sono stati venduti 2 milioni. Insomma, le premesse ci sono. (Ma in Gran Bretagna i tablet venduti entro Natale 2012 saranno 30 milioni: non so se si capisce la differenze per l’editoria periodica…).

M’interessa perché: 1) spiega che qualcosa (poco) si muove (lentamente) anche in Italia.

Il punto: solo quando avremo una massa critica di iPad e tablet in circolazione l’editoria periodica potrà offrire prodotti editoriali e canali pubblicitari di rispetto.

Italia Oggi: certificare le copie digitali in Italia

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36 giornalisti in esubero a Focus (Gruner und Jahr / Mondadori)

36 giornalisti in esubero, dunque destinati alla cassa integrazione: è questa la richiesta presentata ai sindacati dall’editore di Focus, Geo e Jack, la società Gruner und Jahr Mondadori, joint venture dell’editore tedesco Bertelsmann e del marchio di Segrate.

Il piano di Stato di crisi è stato presentato ai dipendenti mercoledì 3 ottobre e prevede la chiusura di tutte le testate dell’editore tranne Focus, Focus Storia, Focus Junior, Focus Pico. Addio a Jack, Geo, e a molti spin off di Focus, da Wars a Domande e risposte e Brain Trainer.

L’articolo del Corriere della Sera, che vi invito a leggere usando il link qui sotto, è più ricco di dettagli e racconta la manifestazione di protesta dei giornalisti che si è svolta sabato 6 ottobre davanti al Museo nazionale della scienza e della tecnologia di Milano.

Ma perché riportare questa notizia in questo blog?

M’interessa perché: 1) spiega qual è l’impatto sugli editori della crisi del mercato editoriale; 2) mette in evidenza l’imbarazzo di editori che non hanno investito con decisione nel digitale.

Il punto: il digitale distrugge lavoro giornalistico? La frantumazione dell’offerta (penso alle mille letture e ricerche possibili online) elimina la necessità dei marchi editoriali tradizionali, fino a oggi garanti della selezione delle notizie e della loro accuratezza?

Corriere della Sera: 36 licenziamenti a Focus (Gruner und Jahr Mondadori).

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Da Facebook a Kobo

La pubblicità su Internet, gli italiani connessi, il successo di facebook, il Kobo (ereader) di Mondadori. C’è un po’ di tutto qui. Buona lettura.

Censis: il digitale in Italia

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Pubblicità / I periodici sopravviveranno grazie ai tablet

Stati Uniti. Previsioni sulla raccolta pubblicitaria nei media. Ci sono buone notizie.

Un attimo. Nel 2012 magazine e quotidiani perderanno ancora: del 3 per cento i magazine, dell’8 i newspapers.

Ma si pensa che la diffusione dei tablet darà possibilità di riprersa ai periodici nei prossimi anni.

Oltre il 30 per cento degli accessi a contenuti dei magazine avviene infatti già ora attraverso tablet, e questa è una opportunità per gli editori per incrementare le diffusioni attraverso le edicole digitali.

 

M’interessa perché: 1) dice che i tablet sono una risorsa, non un concorrente, per i periodici; 2) indica le prospettive di ripresa per i prossimi anni.

Il punto: come immaginare il futuro dei magazine e il modo in cui usciranno dalla crisi economica.

Ecco le previsioni di spesa pubblicitaria negli Usa per il 2012.

U.S. Ad Spending

Year-on-year % Change
Current Prices

MEDIA

2012 vs. 2011

TELEVISION
Network

1.0

National Cable

8.0

Spot

12.0

Syndication

1.0

Total TV

7.0

RADIO
Network Radio

3.0

Local Radio

2.0

Total Radio

2.1

MAGAZINES
Consumer Magazines

-3.0

B2B Magazines

-3.0

Total Magazines

-3.0

NEWSPAPERS

-8.0

OUTDOOR
Billboards

3.0

Other Out-of-home

5.0

Total Outdoor

4.3

INTERNET
Display

11.5

Video/Rich Media

29.0

Classifieds

5.0

Paid Search

15.0

Internet Radio

11.0

Podcast

2.0

Social Media

37.0

Mobile

49.0

Total Internet

17.9

CINEMA

5.0

TOTAL MAJOR MEDIA

4.3

 Source: ZenithOptimedia

Media Life: la diffusione dei tablet rilancerà i magazine.

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Il digitale fa perdere: quotidiani, magazine e… tv.

Il consumo di notizie online e sul digitale cresce e toglie lettori ad alti media. Riporto alcuni dati di Trends in News Consumption: 1991-2012 del Pew Research Center.

L’impatto più pesante sui media tradizionali è causato dai siti di social networking. La percentuale di americani che dice di aver letto notizie o titoli giornalistici su questi siti il giorno prima della rilevazione è raddoppiato, dal 9 al 19 per cento, dal 2010. Tra gli adulti di 30 anni il numero di chi ha visto notizie sui social network e di chi le ha seguite in tv è lo stesso: 34 per cento. Solo il 13 per cento ha letto un quotidiano, in versione cartacea O DIGITALE!

I periodici sono investiti in pieno. Nel 2000 il 26 per cento leggeva magazine, oggi ci si ferma al 18 per cento.

La ricerca analizza più a fondo gli effetti del digitale sul declino dell’audience televisiva e di Cnn in particolare.

M’interessa perché: 1) misura il passaggio dei lettori dalla carta e dalla tv al digitale; 2) fa vedere come il passaggio al digitale cambi gli equilibri di tutti i media, costringendoli a rivedere il loro modello di business e la struttura dei costi.

Blog: il digitale insidia le news in tv (e … i periodici)

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Usa / Il digitale distrugge lavoro giornalistico?

I media digitali sono secondi negli Usa per numero di dipendenti nell’ambito dei media. Ad Age ha analizzato i numeri dell’occupazione giornalistica. Ma la domanda successiva, per ora senza risposta, è: che tipo di posti sono? Giornalistici o posti da “flipper” di news, peraltro sottopagati?
Questo articolo riporta solo pochi dati ma lo considero un articolo seminale: permette, sulla base dei numeri, di ragionare su cosa sta accadendo all’occupazione giornalistica con lo sviluppo del digitale.
Nel luglio 2012 i media digitali hanno sorpassato le tv, dopo aver lasciato indietro i magazine, la radio e le tv via cavo.
Solo nei quotidiani ci sono più giornalisti. Ma negli ultimi 12 mesi i quotidiani americani hanno tagliato gli organici in media di 1400 posti al mese (leggete bene) mentre nel digitale se ne sono creati in media 400 al mese.
Rispetto a prima della recessione e della crisi economica, i media digitali sono cresciuti del 54 per cento mentre il numero complessivo di giornalisti nell’industria dei media negli Usa è calato del 18 per cento.
La vera sfida per i vecchi media, si legge nell’articolo, sarà come integrare i giornalisti della carta e del digitale. E non come dividerli in categorie. Bradley Johnson, responsabile della ricerca, sostiene che se una azienda di magazine o newspaper vuole sopravvivere, ha una sola scelta: diventare una società del tutto nuova. Una trasformazione che può mettere i brividi per la difficoltà, ma rispetto alla quale gli esempi passati infondono ottimismo. Non è la prima volta che succede. Le grandi tv americane, come NBC, ABC e CBS, hanno tutte iniziato come emittenti radiofoniche. E si sono poi trasformate in televisioni. Hanno visto una novità e hanno saputo coglierla.
M’interessa perché: 1) pone il problema dell’occupazione: il digitale crea o distrugge lavoro giornalistico? E quale lavoro giornalistico offre, di che qualità?
Il punto: che lavoro può sperare di trovare un giornalista che ha perso il posto?

Ad Age: i posti di lavoro nei media digitali

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Perché si legge digital (anche se la pubblicità è noiosa)

Ricerche sulla pubblicità nei giornali digitali, ricerche sul perché si leggono questi giornali.

Un’indagine realizzata in Gran Bretagna suggerisce che la maggior parte dei lettori di giornali digitali trova noiosa la pubblicità associata alle pagine.

Ciò nonostante, la gente continua a spostarsi sul digitale. Chi sceglie i magazine di questo tipo lo fa perché l’accesso ai contenuti è più facile e agevole: il 53% trova più facile portare con se i giornali; il 40% apprezza gli elementi interattivi come video, foto gallery, immagini in 3D; il 37% tiene in considerazione ragioni ambientali (zero consumo di carta).

Si parla anche del mercato statunitense, dove i giornali digitali si diffondono rapidamente tra i giovani adulti, con circa la metà dei 18-34 enni che li leggono, stando a quanto dicono Nielsen e Hearst; il 51% di proprietari di e-reader lo fanno.

 

M’interessa perché: 1) fotografa i cambiamenti nelle abitudini di lettura; 2) spiega cosa i lettori apprezzano del digitale.

Il punto: la transizione al digitale vuol anche banalmente dire fare giornali che funzionino su tablet ed e-reader.

Marketing magazine: che noia la pubblicità nel digitale

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Come procede la transizione al digitale

Alcune riflessioni sul passaggio al digitale in Gran Bretagna.

Si descrive l’impasse degli editori. La copia digitale del cartaceo, un banale Pdf, è poco appetibile per il lettore: la consultazione a base di zoom in e zoom out delle pagine è faticosa e noiosa. Ma la creazione di edizioni originali per iPad è costoso. Nell’attesa che la gente passi ai tablet (in Gran Bretagna per la fine del 2015 si raggiungerà la cifra di 30 milioni di tablet venduti) molti editori si limitano a prender tempo.

M’interessa perché: 1) spiega la lentezza degli editori nella transizione al digitale.

Il punto: cosa sta realmente accadendo nella transizione al digitale.

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