Archivio mensile:novembre 2012

Versione per iPad di Grazia Uk: novità nella pubblicità

Il Gruppo Bauer lancia la versione iPad di Grazia UK.

La testata, che fa parte del network internazionale di Mondadori, e che in Gran Bretagna è pubblicata dai tedeschi di Bauer, vende iun edicola 190 mila copie.

La versione per iPad è considerata innovativa, per il momento, dal punto di vista della pubblicità. Cliccando sugli annunci di moda, cosmesi, prodotti per il benessere, è possibile acquistarli, commentarli, condividerli sui socialnetwork.

L’editore ha detto che considera questa versione come il primo passo verso un giornale digitale con una maggiore “funzionalità”.
Il direttore, Jane Bruton, ha spiegato: «I nostri lettori si attendono qualcosa di più di un Pdf di Grazia sull’iPad». E quel qualcosa di più, per il direttore e per l’editore, è la pubblicità interattiva.

M’interessa perché: 1) spiega cosa può offrire al lettore la versione digitale di un giornale; 2) gli editori iniziano a muovere i primi passi con le versioni per tablet dei giornali.

Print Week: lancio versione iPad di Grazia

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Usa/ Balzo in avanti nelle copie digitali dei periodici

Soffrono in edicola i periodici americani ma quando si parla di lettorato nel digitale (numero complessivo di persone che leggono il giornale, magari anche senza acquistarlo) la musica cambia. Oggi GfK MRI (Media Audience Measurement,) ha diffuso il Survey of the American Consumer dell’autunno 2012 che misura la readership dei giornali cartacei e digitali, e ha rivelato che il lettorato complessivo dei periodici è cresciuto dell’1,6% (significa 20 milioni di persone in più) raggiungendo complessivamente un miliardo e 200 milioni di lettori (gli americani sono molti di meno, ovviamente, ma ciascuno di essi può leggere più di un giornale, o la stessa copia digitale può essere letta da più persone, come si diceva: la somma dei lettori dà la readership, il lettorato).

Questo risultato è stato reso possibile da un balzo in avanti nel consumo digitale: il lettorato delle edizioni digitali dei periodici è cresciuto del 47% (4,4 milioni di persone) raggiungendo i 13,5 milioni di lettori.

Tra i giornali con la più ampia readership figurano ESPN The Magazine, che conta 967 mila lettori digitali unici, WebMD the Magazine (767 mila lettori digitali) e Food Network Magazine (541,000).

M’interessa perché: 1) bisogna capire a che velocità cresce la vendita di copie digitali.

Chi lo dice: «Adweek is a magazine and website that covers media news, including print, technology, advertising, branding and television».

adweek: lettori di copie digitali

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Come cambia il giornalismo? Uno studio della Columbia School of Journalism

La Columbia Journalism School ha pubblicato un nuovo, voluminoso rapporto (220 pagine) intitolato «Post-Industrial Journalism: Adapting to the Present».
Devo ancora leggerlo per bene. Ma riporto i cinque punti cardine su cui il rapporto è costruito:
1) Il giornalismo è ancora rilevante.
2) Il buon giornalismo è sempre stato sostenuto finanziariamente.
3) Internet mette fine ai ricavi da pubblicità.
4) Ristrutturare è, pertanto, una mossa forzata.
5) C’è la possibilità di fare del buon giornalismo sui nuovi media.

M’interessa perché: aiuta a capire cosa sta succedendo all’industria del giornalismo. Industria, proprio così.

Buona lettura.

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Votate la copertina digitale più bella ai Digital Magazine Awards 2012

Vi invito a partecipare, con il vostro voto, a The Digital Magazine Awards, il premio internazionale per le migliori copertine digitali dei periodici. Cliccate il link sotto ed entrate nella pagina del concorso che ha quest’anno come media partner The Huffington Post Uk.

Potete esprimere una preferenza entro l’1 dicembre 2012. Sono arrivati in finale, tra gli altri, GQ, National Geographic Traveler, Newsweek (nessuna ironia per favore: dall’1 gennaio 2013 questo giornale lascia le edicole e sopravvive solo in digitale), O – The Oprah Magazine.

L’anno scorso ha vinto Wired (edizione del Regno Unito).

Al premio partecipano giornali da 31 paesi, come Usa, Regno Unito, Germania, Olanda, Sud Corea.

Digital Magazine Awards 2012: votate entro l’1 dicembre

Ecco, come esempio, la copertina digitale di GQ in gara.

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Sui periodici la pubblicità rende di più

Fare pubblicità sui periodici conviene. Il ritorno economico per le aziende, rispetto all’investimento, è superiore a tv, internet e quotidiani.

Lo dice una ricerca di Mindshare UK per conto della Professional Publishers Association, riguardante 77 investitori che hanno speso oltre 6 milioni di sterline in pubblicità.

I magazine garantiscono un ROI (ritorno economico in rapporto al capitale investito) superiore a qualsiasi altro canale di comunicazione, giornalistico e non.

Ne ho parlato alcuni giorni fa in un post sull’utilità dei periodici.

So di espormi alle critiche dei colleghi. «Ma perché non pensi ai lettori, alla qualità dell’offerta giornalistica, al tuo lavoro? Non alla pubblicità, agli inserzionisti».

Ma la sopravvivenza dei periodici dipende soprattutto dalla capacità di attrarre pubblicità. Se essa venisse meno, dovremmo vivere di copie vendute. Non lo facciamo da tempo. Forse non l’abbiamo fatto mai.

Con il passaggio al digitale c’è poi una nuova difficoltà: nel web (contenuti raggiungibili da siti, tablet, smartphone, app) la pubblicità non va a chi fa informazione ma a concorrenti che non hanno contenuti giornalistici  (su tutti, Google). E’ un limite che rischia di portare all’estinzione di moltissime testate. Scoprire che la pubblicità sui magazine rimane molto efficace è motivo di speranza per chi lavora in questo ramo dell’editoria.

 

M’interessa perché: 1) spiega qual è la specificità dei periodici rispetto alla pubblicità; 2) dà una speranza ai periodici.

Chi lo dice: «minonline is the definitive career resource for the publishing community, serving job seekers and employers in all media (magazines, etc).

minonline: fare pubblicità sui periodici conviene

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Le parole che non mi hai detto/ Earned advertisement

Earned, guadagnato.
Giovanni si è guadagnato la promozione. Vuol dire che ha lavorato sodo, con ottimi risultati. E’ bravo.
Ma come fa la pubblicità a essere guadagnata, sudata, non “pagata”? Perché questo significa earned advertisement, pubblicità conquistata, un’espressione che trovo spesso nelle mie peregrinazioni nel web, una parola di moda, frequente, una di quelle di cui si riempiono la bocca le persone che amano farvi sentire inadeguati, impreparati, arretrati: behind the curve. Loro sì che sono avanti.
Sono così avanti da ritenere che i giornali debbano percorrere senza esitazione la strada della earned advertisement. Sai che novità?
La differenza con la pubblicità normale è che quest’ultima viene pagata e occupa nella pagina un posto diverso, distinto dai contenuti giornalistici. Anche un bambino si accorgerebbe che è una pubblicità e non un articolo.
Mentre l’earned advertisement, la pubblicità guadagnata, conquistata, è dentro agli articoli.
Vi è mai capitato di leggere un pezzo di costume sulle abitudini sessuali degli italiani e di trovare un passaggio in cui si dice che “una ricerca condotta su 1500 italiani dalla marca di preservativi XY… “? O che i comportamenti alla guida degli italiani sono cambiati così e cosà, come risulta da “un sondaggio della casa automobilistica Opanz…”? Questa non è pubblicità pagata ma è, talvolta, earned advertisement.
Piace molto agli inserzionisti, un po’ meno ai giornalisti. Ai marketers, ai pubblicitari, l’earned advertisement piace perché è molto efficace, fa presa sul lettore più di una pubblicità dichiarata. Basta guardare la tabella dell’Istituto Nielsen (questa non è earned advertisement, giuro) qui accanto. Ingranditela.
nielsen_advertising
L’earned advertisement è, innanzitutto, il passaparola. Tra amici, parenti, conoscenti ci si consiglia un certo prodotto. Qualche volta anche un giornale, nella sua libertà di scelta, consiglia prodotti. Succede che di questi prodotti si parli perché sono diventati un fenomeno così ampio, popolare, significativo, da costituire una notizia. Non parlarne vorrebbe dire vivere fuori dal mondo. Ecco perché l’earned advertisement è la più ambita dai pubblicitari: è un attestato di rilevanza. Non è pagata, se la sono guadagnata.
Peccato che non funzioni sempre così. L’earned advertisement viene spesso contrattata, è oggetto di scambio.

Vi consiglio di leggere l’articolo riportato in link, descrive bene cos’è questa forma di pubblicità ricercata, studiata, in crescita.

Ma se è guadagnata, perché tenerlo nascosto?

(Risposta: perché a nessuno piace essere preso in giro).

Estratto dalla ricerca Nielsen:
  • le raccomandazioni di amici e conoscenti sono considerati dal 92% del campione la forma di advertising più performante
  • al secondo posto, con il 70% del gradimento globale, troviamo le opinioni dei consumatori postate online
  • …….
  • la credibilità diminuisce, solo il 47% ne ha fiducia, quando si arriva a parlare di spot pubblicitari in TV, pagine Ads nei magazine, campagne di sponsorizzazione dei marchi e cartelloni pubblicitari.

M’interessa perché: in tempi di crisi, è un fenomeno in crescita.

smallbusiness: cos’è l’earned advertisement

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Che tempo che fa/ Gruppo l’Espresso -19% di pubblicità

Per capire l’aria che tira nei giornali italiani, e nei periodici, basta leggere questi lanci usciti ieri.

Partecipando al convegno «Europa: il nostro futuro», l’ingegnere Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo Cir, ha detto che la raccoltà pubblicitaria della sua “azienda”, l’Espresso, segna in novembre un -19%, dato che, sommato ai mesi precedenti, porta il calo pubblicitario complessivo nel 2012 a -15%.

Ha aggiunto di prevedere, per i prossimi mesi, ristrutturazioni nei principali gruppi editoriali italiani ed europei. Stanno per arrivare, conclude De Benedetti: «Tagli, tagli e tagli».

Tanto per dire che la crisi durerà ancora. Ecco l’aria che tira. Nell’editoria.

radiocor: gruppo espresso perde in novembre 19% di pubblicità

radiocor: tagli, tagli, tagli prevede De Benedetti

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Un tablet Mondadori per rafforzare i periodici?

Lo avevo scritto tempo fa, citando un articolo del Giornale, l’unico a riportare la notizia.

Il gruppo Mondadori ha annunciato l’arrivo in Italia di Kobo Arc, un tablet Android della famiglia Kobo. Si aggiunge alla serie di e-reader Kobo (società giapponese) introdotta in Italia da Mondadori alcune settimane fa.

L’e-reader serve a leggere libri digitali, gli ebook. Il tablet, come sanno tutti, consente di leggere libri ma anche di guardare film, ascoltare musica, caricare applicazioni di ogni tipo. E incoraggia la lettura dei periodici.

Una serie di studi, di cui ho parlato in questo blog, come nel post del 17 ottobre 2012 e nel post del 19 novembre 2012, dimostra che la diffusione del tablet favorisce la lettura di quotidiani, settimanali, mensili, e crea un’area di consumo che invece il pc ostacolava o distruggeva.

Il tablet, leggero e maneggevole, rende possibile la lettura di giornali ovunque e in qualsiasi momento della giornata. Anche se le indagini di cui parlavo dimostrano che si usa il tablet soprattutto a casa, in particolare quando si è stravaccati sul divano. Come sempre si è fatto con i giornali.

M’interessa perché: 1) questa mossa del principale editore italiano è finalizzata anche a contrastare il declino dei periodici?

Il punto: se e come leggeremo ancora i giornali in futuro.

Radiocor su Borsa italiana: arriva il tablet di Mondadori

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Ricerca negli Usa/ Perché i periodici sono ancora necessari

Dicono che alla gente i settimanali e i mensili non interessano più. Dicono che la pubblicità se ne va su altri media, da internet alle televisioni digitali. E non lo sapete che i ragazzi, come mio figlio di 16 anni, non leggono più i giornali? Mentre i newsmagazine sono formule informative morte e defunte.

C’è del vero in tutto questo, come il mio blog ha chiarito (innanzitutto a me stesso) attraverso 100 e più post con notizie, studi, commenti sulla crisi della carta stampata.

Ma quando alle considerazioni delle persone preparate si somma il coro di quelli che la sanno sempre più lunga (ma non sanno niente e sono solo dei pappagalli), pronti a bastonare il corpo caduto a terra, viene voglia di reagire. Non si lincia chi è in difficoltà. E state attenti alla reazione fiera di qualcuno che ha dato molto.

Veniamo al dunque. I magazine possiedono ancora una forza di attrazione per i lettori e per i pubblicitari. La natura di questo medium è unica e non ancora eguagliata dal nuovo che avanza.

Lo ricorda e spiega uno studio pubblicato nella prima parte del 2012 dall’Association of Magazine Media (Mpa), associazione degli editori di periodici statunitensi (175 editori, 900 pubblicazioni): Magazine Media 2012/2013. C’è una componente autopromozionale nei dati e nei commenti che sto per riportare. Ma aiutano a capire che i periodici sono un prodotto che conserva caratteristiche utili a molti. Sia i giornali di carta sia i “pidieffoni” (le copie in pdf dei giornali scaricabili online) sia le versioni digitali più o meno originali.

Perché i magazine sono efficaci?

Perché il lettore spende in media 41 minuti su ciascun numero di una rivista: strabiliante. I contenuti e la pubblicità vengono “assorbiti” più in profondità che su altri mezzi.

I consumatori si fidano dei periodici e la pubblicità pubblicata su questi giornali è ritenuta più credibile di quella televisiva, radiofonica o di internet.

I magazine sono un medium universale: il 92% degli americani legge periodici, inclusi i millennials, i giovani nati negli anni Novanta o subito dopo.

Legge periodici il 92% degli adulti.

Legge periodici il 95% degli under 35.

E, udite udite, legge periodici il 96% dei giovani sotto i 25 anni. LEGGE PERIODICI.

L’età media dei lettori di periodici è vicina all’età media degli americani (45.8 anni).

Utenti di Internet: 41,4 anni.

Radio: 44,4 anni.

Periodici: 44,8 anni.

Televisione: 46,6 anni.

Quotidiani: 48,2 anni.

Ancora sui giovani. Sono coloro che consumano con maggior frequenza i periodi.

Ai pubblicitari interesserà sapere che (ma lo sanno già, anche se fanno finta di no, in questo periodo in cui si possono pretendere sconti incredibili sulle tariffe):

i 25 periodici più letti e diffusi degli Usa raggiungono più adulti e teenager della televisione; quando esce un numero del giornale, il numero di lettori che lo sfoglia continua a crescere per molti giorni (l’esperienza di lettura, e la ricezione della pubblicità, non si ferma nei primi giorni ma va avanti per almeno 10 giorni, e il messaggio produce effetti su un arco di tempo lungo); i lettori non vanno mai in vacanza e il numero rimane nei 12 mesi più costante che per la televisione, la radio, internet (i cali stagionali sono contenuti).

M’interessa perché: 1) i periodici conservano una ragione d’essere; 2) facile sparare su chi sta male, ma tante presunte verità sui periodici, entrate nei discorsi di tutti i giorni, sono forse luoghi comuni.

Il punto: capire se i periodici sopravviveranno, e conserveranno un interesse e un’utilità, dopo la crisi economica e con la transizione al digitale.

Mpa: factbook 2012/2013

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Stati Uniti/ Lascia Zinczenko, direttore di Men’s Health

Nella girandola di direttori che se ne vanno dai magazine americani (ieri riferivo dell’addio, dato per imminente, del direttore di Time), si aggiunge David Zinczenko di Men’s Health, testata del gruppo Rodale.

Il giornalista, famoso anche per le apparizioni in televisione e alcuni libri sul fitness in chiave maschile, era una colonna portante del giornale e della casa editrice, il suo passo indietro ha quindi colpito l’ambiente del giornalismo.

Commenti? Ragioni? «When the editor becomes bigger than the magazine, the owners will become concerned: Are we serving the brand or are we serving the editor? David has become bigger than the brand Men’s Health». Quanti scrupoli in the USA.

M’interessa perché: 1) la crisi accelera il ricambio di direttori.

Chi lo dice: «Minonline Media Job Center is the definitive career resource for the publishing community, serving job seekers and employers in all media».

minonline: Zinczenko lascia Men’s Health

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L’Espresso sciopera, l’Huffington avanza.

Leggo dello sciopero che oggi e domani, 20 e 21 novembre, fa incrociare le braccia ai redattori dell’Espresso, settimanale del gruppo editoriale De Benedetti.

I redattori protestano contro un piano anticrisi che prevederebbe, stando a quel che si legge, il ricorso al prepensionamento (e non al licenziamento, come scrive oggi un sito: è un grave errore) per alcuni giornalisti, leggo 12 su oltre 50 componenti della redazione.

Un taglio pesante.

12 su 50 significa ripensare la formula che ha fatto la storia e il successo dell’Espresso.

Avremo un giornale interamente scritto dai collaboratori, come avviene in molte testate americane? Nella redazione resteranno solo gli addetti al desk, giornalisti che commissionano i pezzi, decidono gli argomenti, titolano, correggono e mettono in pagina gli scritti? Una volta questi giornalisti venivano affettuosamente chiamati “culi di pietra” dai colleghi che scrivevano, e loro si consolavano pensando che rinunciavano a fare i giornalisti (così dicevano loro) in cambio di una vita più regolare e della carriera. In futuro, forse, saranno gli unici giornalisti sicuri dello stipendio.

Una riflessione che vale anche per altri giornali italiani. Redazioni interamente composte da “culi di pietra”? (lo dico anch’io con affetto, magari perché mi riguarda).

Ma c’è un altro aspetto dello sciopero all’Espresso che vorrei mettere in luce. Mentre i giornalisti dell’Espresso si astengono dal lavoro (richiamandosi al patto con il lettore: ma temo che il lettore non sia così sensibile alle difficoltà e alla funzione sociale dei giornalisti, visto quello che dice della stampa un Beppe Grillo alla ricerca di facili consensi elettorali), gli utenti unici dell’Huffington Post Italia crescono. E l’Huffington Post Italia nasce da una joint venture del Gruppo Espresso. In altre parole, l’editore de l’Espresso tiene in piedi anche l’Huffington Post Italia. Sarà stato un mezzo flop rispetto alle aspettative, la versione italiana dell’Huffington, ma il tempo dirà qual è la vera verità.

Abbiamo una rivista di carta che ha fatto la storia del giornalismo italiano. E una testata digitale (nativa digitale) che ne sta prendendo il posto, se è vero che il digitale è lo sbocco inevitabile del giornalismo scritto, parlato, per immagini.

Nell’attesa, sul sito del Gruppo Espresso vengono esaltati i risultati del primo mese dell’Huffington Post Italia, il mese di ottobre. Ecco alcuni passaggi.

«Huffington Post in ottobre ha registrato oltre 1.100.000 utenti e 7.000.000 di pagine al netto delle fotogallerie; comprendendo queste ultime si arriva a un totale complessivo di 11 milioni.

Il primo mese dell’edizione italiana di Huffington Post  si chiude pertanto con un risultato di audience che supera le stime di piano e colloca il sito diretto da Lucia Annunziata tra i protagonisti nel panorama dell’informazione online.

La joint venture tra Gruppo Editoriale L’Espresso e Huffington Post Media Group totalizza oltre 64mila utenti unici e 220mila pagine viste nel giorno medio (fonte Audiweb Nielsen SiteCensus).

Huffington Post Italia si va caratterizzando per le esclusive nei settori dell’economia e della politica, come le anticipazioni sugli esodati e sullo sviluppo delle primarie nel Pd, nonché per la capacità di affrontare i temi del giorno e lo spazio dei diritti civili con un taglio che rispecchia i valori delle nuove fasce di lettori, come i giovani e le donne, nel rispetto degli orientamenti sessuali, ideologici e di fede. (…). Continua inoltre a crescere il parterre dei blogger, oramai oltre 250 tra opinion leader, esperti e personalità della cultura  e dell’attualità».

Un mio sintetico post sull’Atlantic racconta di come la formula adottata dal mensile (10 numeri all’anno) statunitense per uscire dalle secche della crisi sia stata quella della propria cannibalizzazione. Il sito che cannibalizza un giornale che ormai non va più. L’Espresso ha ancora un vasto pubblico di acquirenti e, cosa spesso trascurata, un’alta readership. Invece Huffington Post Italia ha tutto l’aspetto di un cannibale con l’osso nel naso.

M’interessa perché: 1) la crisi avanza, fioccano gli stati di crisi nei giornali; 2) il digitale cannibalizza la carta?

Il punto: cosa accadrà ai giornali italiani più conosciuti? Sapranno costruire un futuro che combina carta e digitale, oppure emergeranno nuovi concorrente (interni o esterni alla casa editrice) che li sostituiranno?

Sito del Gruppo l’Espresso: i successi di Huffington Post Italia

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Il giornale più letto in Gran Bretagna? Quello del supermercato Tesco

Batte anche il quotidiano The Sun, popolare e scandalistico: Tesco Magazine (pubblicato due volte al mese) è il giornale con la più alta readership del Regno Unito. Significa che ogni numero della pubblicazione viene letto da un maggior numero di persone, sommando quelle che lo prendono con atto volontario e coloro che lo leggono perché lo trovano a portata di mano (esempio: la moglie lo prende al negozio, il marito lo legge a casa). Segnale di come perfino le catene dei supermercati (Tesco è il numero 1 in UK) siano diventate insidiosi concorrenti per il mondo della stampa, alle prese con crisi e declino.
Tesco Magazine, giornale gratuito, è cresciuto dell’8% in un anno e ha una readership di 7,2 milioni, superiore a quella di qualsiasi quotidiano e periodico britannico. The Sun si ferma a 7,1 milioni di lettori, arretrando di circa un quinto rispetto a dieci anni fa.
Il dato rimane sensazionale anche dopo aver ricordato che The Sun esce ogni giorno in edicola (e viene letto da 7,1 milioni di britannici), mentre la pubblicazione del supermercato è un quindicinale.
Tesco Magazine contiene interviste a personaggi famosi, pezzi pratici e consigli sul lifestyle e la cucina.
M’interessa perché: 1) gli editori hanno nuovi concorrenti (portano via copie e pubblicità: perché mai Tesco dovrebbe acquistare pagine di reclame se ha già un suo magazine, molto letto)? 2) si afferma e ha successo la comunicazione dei brand, non più percepita come pubblicità (ne ho scritto poco tempo fa).
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Time: direttore in uscita, licenziamenti in arrivo

Il potentissimo direttore periodici di Time Inc., John Huey, dovrebbe, stando a voci che trovano conferma nella società di periodici americana, lasciare a fine anno l’incarico.

La decisione cade nel momento in cui il principale rivale di Time, Newsweek, lascia l’edicola e sopravvive solo come  testata digitale (dal primo gennaio 2013). Ma anche Time Inc, principale editore statunitense di periodici, con 130 titoli in portafoglio, si trova in difficoltà: a conclusione dell’anno si prevede un risultato fortemente negativo nella raccolta pubblicitaria. I primi nove mesi del 2012 hanno segnato un -6,2% (un dramma negli Usa; nulla per l’Italia, dove quest’anno i cali dei ricavi pubblicitari sono a due cifre).

Tempi ancor più duri sono all’orizzonte e si teme un altro “giro” di licenziamenti, in numero rilevante, nei prossimi due mesi, sempre secondo una persona bene informata, sentita dal Wall Street Journal.

M’interessa perché: 1) anche negli Stati Uniti ci sono difficoltà; 2) anche negli Stati Uniti avviene un ricambio ai vertici.

Il punto: come saranno i periodici tra tre, cinque anni, dopo la crisi e con l’affermarsi del digitale.

wall street journal: in uscita direttore periodici di Time

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Francia, i ricchi preferiscono i giornali di carta

Anche in Francia i fedelissimi della carta stampata sono coloro che percepiscono un alto reddito: quadri, dirigenti, professionisti. Una buona notizia per l’editoria dell’Exagone, che deve comunque combattere con le difficoltà della crisi economica e i cambiamenti strutturali del mercato.

Se avete seguito questo blog forse ricorderete che ho già pubblicato un post su questo argomento, ma relativo agli Stati Uniti. Rileggendolo, mi sono accorto che l’istituto che ha condotto la ricerca in Francia è lo stesso che ha fatto l’indagine negli Usa. Ma procediamo con ordine.

Uno studio sull’audience della stampa intitolato Audipresse Premium, realizzato da TNS-Sofres e da Ipsos Media Ct (quello che ha fatto la ricerca in America), ha scoperto che seppur con qualche cedimento la stampa rimane il media di gran lunga preferito tra quadri, dirigenti e percettori di redditi alti, una fascia nella quale si fa rientrare il 7,7% della popolazione transalpina.

Questi ritengono che i giornali siano più affidabili (66%), credibili (63%) e più completi (62%) di televisione, radio e Internet. Sono la fonte d’informazione in cui più si riconoscono e si vedono rispecchiati (48%).

Questi lettori “premium” (termine che può provocare reazione allergica per la connotazione elitaria) sono i più interessanti da punto di vista economico e dunque particolarmente inseguiti dagli investitori pubblicitari.

Cresce anche l’apprezzamento per i tablet (+31,1% di lettori rispetto al 2011).

La ricerca condotta negli Stati Uniti da Ipsos Media aveva stabilito che tra i lettori con un reddito alto (più di 100 mila dollari all’anno) il numero di coloro che nel 2011 avevano acquistato giornali di carta era aumentato del 3,9% rispetto all’anno precedente.
M’interessa perché: 1) è un indizio del fatto che la carta si deve preparare a convivere per lungo tempo con il digitale; 2) la fascia ad alto reddito rimane la più interessante per gli editori, perché permette di raccogliere la pubblicità più “ricca” (ricordiamo che la prima causa della gravissima crisi in cui si dibatte la stampa è il crollo della pubblicità); 3) la diffusione dei tablet continua, continua…
Il punto: come sono cambiate le abitudini di lettura della gente.
Chi lo dice: «Fondé en 1908, Les Échos est un quotidien français d’information économique et financière, propriété du
Groupe Les Échos, pôle médias du groupe LVMH».

lesechos: i ricchi e la stampa

Futuro dei Periodici: i ricchi leggono carta

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Crisi dell’editoria/ Licenziamenti a Variety

Cinque settimane dopo essere stato acquistato a un prezzo scontatissimo da una media company rivale (Penske), Variety, un tempo il più autorevole e conosciuto settimanale sull’industria del cinema, fondato oltre un secolo fa, subisce una pesante ristrutturazione. Un numero tra i  20 e i 25 dipendenti, non giornalisti, circa il 20 per cento degli assunti, è stato licenziato. «I tagli» dice l’amministratore delegato, Jay Penske, «rientrano in un piano finalizzato a ulteriori, rilevanti investimenti editoriali e digitali». Ma si teme il licenziamento di giornalisti.

Come ho scritto in un vecchio post, la rivista è stata ceduta a un prezzo di 25 milioni di dollari, circa la metà della richiesta iniziale. Pochi anni fa il valore del settimanale era infinitamente superiore (era stata rifiutata una proposta d’acquisto di 300 milioni di dollari). Le difficoltà sono in gran parte dovute all’arrivo della tecnologia digitale. Da quando c’è internet, i lettori possono trovare nei siti delle case cinematografiche e sui blog degli attori tutte le informazioni e le notizie di loro interesse.

M’interessa perché: 1) anche negli Usa l’investimento nel futuro dei giornali passa attraverso tagli e ristrutturazioni; 2) le testate giornalistiche, anche quelle settoriali, seppur svalutate, sono ancora un prodotto su cui qualcuno ritiene di investire; 3) internet ha “tagliato” le gambe a molte pubblicazioni: anche il sito di una società (cinematografica, di arredamento, alimentare…) fa concorrenza ai giornali e può mandarli in crisi.

Chi lo dice: «The International Business Times is the leading provider of international online coverage of breaking news and current headlines from the US and around the world».

international business times: tagli a Variety

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Le parole che non mi hai detto/ Downsizing

Downsizing, ridimensionamento, dove ho già sentito questa parola?

Nei giorni scorsi è uscita la notizia che un editore americano di medie dimensioni, Martha Stewart Living Omnimedia Inc, ha deciso di procedere al downsizing (leggete l’articolo sotto). Per risparmiare dai 33 ai 35 milioni di dollari, la società si prepara a vendere o a rivedere la formula editoriale e la periodicità di alcune testate, a lasciare a casa una parte dei giornalisti, a riorientare la propria attività dalla carta stampata ai video online e ai contenuti digitali.

Dalla mia memoria zoppicante, che da tempo si era messa al lavoro sulla parola downsizing, probabilmente per averla captata da qualche parte, è riaffiorato (quando esattamente?) più che un ricordo preciso, uno stato d’animo, un senso d’angoscia che appartiene a un passato che non saprei dove collocare, ma che, chissà perché, mi sembra portare indietro di tanti anni, almeno 25, 30.

Adesso, quando pronuncio quella parola, mi viene in mente anche il nome di una città, Detroit, la capitale americana dell’auto. Ok, mi fermo qui con il gioco delle associazioni, visto che non è argomento su cui scherzare, è anzi drammatico.

Probabilmente ho vaghi ricordi del downsizing degli anni Settanta e Ottanta, le chiusure degli stabilimenti Ford a Detroit, i licenziamenti, il deserto sociale raccontato da tanti film.

La memoria impasta e rimpasta i fatti e le emozioni, gioca strani scherzi e fa apparire come un avvenimento lontano qualcosa che non c’è mai stato, accosta cose che non sono mai state collegate.

Ma questa parola, downsizing, ridimensionamento…

 

huffingtonpost.com: downsizing per i magazine Martha Stewart

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Pacchetto di 24 giorni di sciopero in Gruner und Jahr / Mondadori

I giornalisti di Gruner und Jahr / Mondadori, leggo su affaritaliani.it, hanno approvato un pacchetto di 24 giorni di sciopero, uno per ciascun giornalista considerato in esubero nel piano di crisi esaminato in questi giorni da azienda e sindacato.

Come molti di voi ricorderanno, Gruner ha annunciato a inizio ottobre di voler chiudere 8 delle 13 testate pubblicate in Italia e ha pertanto definito un certo numero di esuberi tra i dipendenti, suddivisi tra personale amministrativo e giornalisti. Per questi ultimi si dichiaravano 36 eccedenze. Un’enormità, se si considera che i giornalisti di Gruner / Mondadori sono in tutto 72.

Le trattative sono state avviate e ora Gruner è scesa a 24 giornalisti in esubero. Di questi, come si dice nella notizia riportata in link, una parte in realtà rientrerebbe al lavoro, ma in forme non ritenute soddisfacenti dall’assemblea dei giornalisti (cassa integrazione a rotazione: si rimane a casa a turno, subendo una riduzione proporzionale della retribuzione). Un’altra parte dei giornalisti verrebbe invece esclusa dal parziale recupero e finirebbe in cassa integrazione a zero ore (e zero stipendio, ma con un’indennità mensile per tutta la durata della cassa integrazione) se la trattativa non portasse a un diverso risultato. Anche la volontà dell’azienda di escludere dalla cassa integrazione a rotazione i giornalisti con qualifiche alte ha spinto l’assemblea dei giornalisti a respingere le offerte della controparte e affidare al sindacato il pacchetto di giorni di sciopero.

M’interessa perché: molti considerano questa vertenza come una prova generale di successivi stati di crisi che potrebbero riguardare grandi case editrici di periodici.

affaritaliani: 24 giorni di sciopero in gruner und jahr/mondadori

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Oi dialogoi/ Il digitale, la pubblicità e il New York Times (2)

Continua (vedi la prima parte).

A: «Passata la crisi torneranno anche le pagine di pubblicità, magari sul digitale».

B: «Non capisci. Ti sto dicendo che i cambiamenti sono strutturali, destinati a durare. Digitale o non digitale. Tu continui a immaginare che la pubblicità sia come un lago artificiale che alimenta alcuni canali, sempre e solo quelli. Qualcosa di statico. Passata la crisi, si torna come prima. Ma chi te lo garantisce?».

A: «Eh eh, sei un disfattista. Grazie per l’iniezione di fiducia».

B: «No. Io mi sforzo di capire. Altrimenti come fai a raddrizzare la situazione? Leggevo che i grandi gruppi internazionali, come Unilever, L’Oreal, Mercedes-Benz, preferiscono investire nei Paesi emergenti, quelli dove la crescita economica avanza a doppia cifra. Turchia, Argentina, Nuova Zelanda, Brasile, Filippine, Hong Kong… Tu continui a considerarli dei poveracci! Ma con la crisi economica del 2008 il mondo è cambiato! La ricchezza si è spostata, l’Europa è il malato dell’economia mondiale e alle grandi società e alle multinazionali conviene mettere un dollaro in uno dei paesi che ti dicevo piuttosto che nella parte declinante del pianeta. Torneranno? Sì, in parte torneranno, leggo. Ma una parte consistente degli investimenti andrà dove ti dicevo e la parte destinata a noi si dividerà tra mille rivoli, perché non ci sono solo tv, periodici, quotidiani, radio e cinema in cui fare pubblicità ma anche nuove “vetrine”. I media digitali, gli aggregatori di news, i social network, i canali televisivi digitali, i videogiochi e le aziende stesse, che possono farsi pubblicità da sole attraverso nuove modalità, meno propagandistiche e più “informative”….. Ecco perché la raccolta pubblicitaria del New York Times è calata, per la prima volta, del 2,2%».

A: «Wow, che bella spiegazione. Ma quando si parla di digitale non ci sono certezze. Le cose possono cambiare. Preparati a cambiare idea anche tu».

(Fine).

La Repubblica: il risiko mondiale degli spot

The Guardian: cosa sta succedendo al New York Times

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Oi dialogoi/ Il digitale, la pubblicità, il New York Times (1)

A: «Bisogna fare le app dei nostri giornali. C’è la crisi dell’editoria, ma la situazione non sarebbe così preoccupante se ci fosse una crescita nel digitale e si vendessero più copie digitali dei giornali. Compenserebbero le copie perse in edicola. Guarda l’esempio del New York Times: in tre mesi sono stati sottoscritti 57 mila abbonamenti digitali. Oggi sono 566 mila i lettori del giornale nella versione per l’online, il tablet, il mobile in tutte le sue declinazioni».

B: «(Declinazioni…!) A sentire te sembra tutto facile…».

A: «Grazie alle copie digitali e a un ritocco del prezzo del giornale di carta, i ricavi diffusionali del New York Times sono aumentati del 7%».

B: «Prima mi hai interrotto. Stavo per farti notare che proprio nel giorno in cui sono usciti i dati che dici tu, il New York Times ha perso il 22% in Borsa. Un tonfo così non si vedeva dal 1980. I ricavi complessivi del giornale, copie più pubblicità, sono scesi, seppur di poco, ma sono scesi. Anche per questo c’è stato il tracollo a Wall Street».

A: «Ma l’aumento delle copie digitali è inarrestabile, stupefacente. Vedrai».

B: «Non è la soluzione a tutti i mali. Si vendono un sacco di copie digitali ma i ricavi diminuiscono. Quale futuro ci può essere?».

A: «E allora, tu che te ne intendi, come spieghi questa discrepanza?».

B: «Non me ne intendo per niente. Ma noto alcune cose. Se il New York Times arretra è per colpa, innanzitutto, della pubblicità. Il giornale perde il 9 %. Nella carta, il calo della raccolta pubblicitaria è addirittura dell’11 %».

A: «Ma il digitale sta crescendo, passata la crisi, il giornale tornerà a guadagnare».

B: «Speriamo! Il guaio è che al momento il NYT perde soldi anche nella raccolta pubblicitaria per le edizioni digitali. Il digitale va male! C’è una piccola flessione, del 2,2 %, che non fa presagire niente di buono. Vendere più copie, di carta o nel digitale, non è sufficiente».

A: «………».

B: «Non per fare il pessimista, ma questa cosa è stata studiata e misurata. Pare che per ogni dollaro guadagnato dai giornali nel digitale se ne perdano sette nel cartaceo. Ma il NYT perde anche nel digitale».

A: «Mi piacerebbe capire perché».

B: «Bisognerebbe interpellare un esperto. Come sai, io non me ne intendo, anche se cerco di tenermi informato. E su un giornale ho letto che il mondo della pubblicità sta subendo cambiamenti profondi».

Continua (1).

La Repubblica: il risiko mondiale degli spot

The Guardian: cosa sta succedendo al New York Times

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Il boom di The Atlantic nel digitale: una buona notizia, ogni tanto

Sarebbe una bella storia da raccontare quella di The Atlantic, rivista letteraria statunitense nata oltre 150 anni fa, gioiello editoriale fondato da un gruppo di scrittori e intellettuali “liberal” del New England, che è diventata un caso grazie al successo nel digitale e ai suoi 12 milioni e mezzo di visitatori unici nell’ottobre 2012 (+45%).
Sarebbe una bella storia, perché fa vedere come un giornale che sembrava destinato alla chiusura dopo dieci anni di conti in rosso sia invece rinato e si sia imposto come uno dei siti di informazione e riflessione politica e culturale più autorevoli e soprattutto più letti degli Stati Uniti.
Nel secondo link trovate un articolo di due anni fa del New York Times. Racconta come abbia pagato, per The Atlantic, la strategia del “digital first“, prima di tutto il digitale. La dirigenza spiega qual è stato l’approccio al digitale. In sintesi: The Atlantic ha agito come se fosse una nuova realtà editoriale, una start-up della Silicon Valley foraggiata con venture capital,  decisa ad aggredire e sconfiggere… The Atlantic. «Che cosa avremmo fatto se il nostro obiettivo fosse stato quello ci cannibalizzare noi stessi?» dice il proprietario del giornale, David Bradley.

I primi passi sono stati: fondere la redazione del giornale di carta con quella digitale; rinunciare a far pagare la lettura delle notizie sul sito (buttato via il paywall); mettere insieme la raccolta pubblicitaria, senza distinguere tra i budget dei due canali.

The Atlantic ha anche organizzato eventi con il proprio brand: conferenze con il marchio del giornale con accesso a lezioni a pagamento. Un progetto realizzato con l’Aspen Institute ha raccolto l’adesione di 1200 persone, ciascuna delle quali ha pagato 2 mila 700 dollari per quattro giorni di seminario.

Sarebbe bello raccontare questa storia.

M’interessa perché: 1) fa vedere come anche una testata tradizionale-che-più-tradizionale-non-si-può abbia una chance di restare in vita, anzi, di prosperare, nell’era digitale; 2) “ragionare come una start-up, cannibalizzare se stessi”; 3) non c’è una strada uguale per tutti, ma c’è una strada; 4) il digitale non è solo informazione da due soldi.

Il punto: trovare la strada giusta per ridare un significato editoriale ed economico alle testate di carta.

foliomag.com: The Atlantic vola sul web

nytimes: il rilancio di The Atlantic

 

 

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Un quiz: indovina qual è il giornale

Un quiz. Su una materia in cui non c’è niente da ridere. Ma questa formula mi aiuta, perché non sono un esperto di editoria, anche se ci lavoro. Non sono uno stratega del marketing né uno stregone del brand. Non ho niente da insegnare a nessuno. Siedo sui banchi e cerco di capire. Proviamo.

Ecco le domande. Dalle risposte riceveremo nuovi indizi per dire se questa crisi (dell’editoria) è globale oppure, al contrario, soprattutto nazionale.

E avremo qualche piccolo elemento in più per dire se è provocata da fattori generali (nuovi media, cambiamento delle abitudini di lettura) o da cause (soprattutto!) locali (difficoltà delle famiglie, rischio uscita dall’euro, editori italiani poco motivati).

1) Quale di questi mercati ha visto un calo nelle vendite dei periodici del 6,7% anno su anno nel mese di settembre 2012?

A: Italia; B: Gran Bretagna. C: Australia.

2) Quale di questi periodici femminili di fashion e lifestyle ha perso, nel mercato di cui si parla alla domanda precedente, il 20,61% delle copie anno su anno nel settembre 2012?

A: Elle; B: Marie Claire; C: Grazia.

3) Quante copie ha perso il giornale di cui parliamo?

A: 20 mila su 100 mila; 2) 45 mila su 225 mila ; C) 12 mila su 60 mila.

M’interessa perché: 1) l’importante è inquadrare bene il problema.

Risposta al quiz: cosa è accaduto al giornale di cui parliamo

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Che tempo che fa/ Lunedì 13 novembre sciopero in Rcs Mediagroup

Scioperano lunedì 13 novembre i giornalisti dei settimanali e dei mensili di Rizzoli. La società che pubblica i periodici si chiama Rcs Mediagroup. Scioperano i giornalisti in concomitanza con la convocazione del Consiglio di amministrazione che deve leggere, valutare e approvare la relazione trimestrale sui risultati del Gruppo al 30 settembre 2012. La ragione dell’agitazione dei dipendenti è legata alla ormai vicina presentazione da parte della dirigenza della società di un piano di ristrutturazione che potrebbe prevedere, tra le altre, l’uscita di giornalisti dai periodici e dai quotidiani (Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport) e la chiusura di alcune testate. Il piano verrà presentato agli azionisti a dicembre inoltrato (leggo il 19 dicembre). Quanti siano gli esuberi e quali le testate da chiudere (o vendere) non si sa, anche se le voci sono numerose e le indiscrezioni ricche di particolari. Ma, da giornalista che lavora nel settore, trovo di pessimo gusto fare pronostici e mettere in giro voci. E’ il lavoro dei giornalisti? A me risulta che il lavoro dei giornalisti consista nel fare una distinzione tra ciò che è certo, probabile, possibile, inesistente. Altrimenti siamo tutti giornalisti.

M’interessa perché: 1) si avvicina lo scontro tra giornalisti ed editori.

Il punto: come uscire dalla crisi: solo tagli?

La fornte: primaonline.it

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Diffusioni/ Il “venduto” dei mensili italiani nell’agosto 2012

Dopo il post di ieri sui settimanali (Futuro dei Periodici: dati ads settimanali settembre 2012) ecco quello sui mensili. I dati sul “venduto” pubblicati nei giorni scorsi dalla Accertamenti diffusioni stampa (Ads), l’associazione che certifica i numeri forniti dagli editori, sommano le copie vendute in edicola a quelle vendute in abbonamento.

Per i mensili le rilevazioni vengono eseguite ogni due mesi. Con questi dati si mettono a confronto le vendite dell’agosto con quelle del luglio 2012.

Ecco quanto è variato il venduto per i principali mensili. Mi sembra evidente che c’è qualcosa da spiegare. Il numero, nudo e crudo, dice poco dello stato di salute della testate. Probabilmente questo nuovo modo di rilevare i dati, introdotto nell’aprile di quest’anno, va capito meglio. Che senso ha dire che Marie Claire è cresciuta in agosto, rispetto a luglio, del 56,9% mentre For Men Magazine è crollato del 30,6%? Se corrispondenti al vero, queste oscillazioni sono legate a variabili stagionali e di distribuzione, oltre che a interventi sui singoli giornali e alla crisi dei periodici.

Amica +10,7, Brava Casa 0,2%, Casa Facile 1,5, Casaviva 17,1, Ciak 28,7, Condé Nast Traveller -3,3, Cosmopolitan 4,2, Cucina Italiana 6,7, Cucina Moderna 4,6, Dove 21,2, Elle 6,8, Focus 3,9, Focus Junior 29,4, Focus Storia 33,3, For Men Magazine -30,6, Gardenia 2,0, Gente Motori 5, Glamour 30,7, GQ -11, Jack 247,8, Marie Claire 56,9, Max 34,8, Men’s Health 8,4, Myseff 6,8, National Geographic 3,4, Natural Style -7,8, Ok La salute prima di tutto 4,1, Pc Professionale 7,6, Quattroruote -3,7, Silhouette Donna 3,6, Starbene 1,2, Velvet 18,2, Vogue 16,5, Wired 55,8.

La fonte: primaonline.it.

Primaonline: i mensili venduti agosto vs luglio 2012

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Diffusioni/ Quanto vendono i settimanali italiani nel settembre 2012

Parlo sempre degli Stati Uniti. Ma ieri sono usciti i dati ads (accertamenti diffusione stampa) sulle diffusioni dei quotidiani e dei settimanali italiani. Sono rilevazioni che (lo dico ai non addetti ai lavori) spiegano quanto vendono in edicola e in abbonamento le testate.

Questo blog si occupa quasi esclusivamente di periodici. Ecco allora alcuni dati che balzano all’occhio. La variazione percentuale si riferisce alle copie vendute, somma delle vendite in edicola e in abbobamento, confrontate con il mese precedente. Dunque qui si fronteggiano settembre e agosto 2012. I dati sono stime e vengono forniti dagli editori.

A-Anna, -1,3; Chi, – 34,3; D la Repubblica delle Donne, -16,7; Di Più Tv, +6,6; Diva e Donna, -28,7; Donna Moderna, -28,8; Espresso, +1,7; Famiglia Cristiana, -2,3; Gente, -19,9; Gioia, – 8,5; Grazia, -3,5; Io Donna, -14,2; Milano Finanza, +16,1; Il Mondo +16,2; Novella 2000, -53,1; Di Più, -16,3; Oggi, -1,4; Panorama, -4; Sorrisi e Canzoni Tv, +16,3; Sport Week, -23,7; Vanity Fair, -28,3; Venerdì di Repubblica, -4,5; Visto, – 28; Vivere Sani e Belli, -40,9.

M’interessa perché: 1) dà la misura della pesantezza della crisi; 2) ci sono dati contrastanti, tutti da spiegare.

Primaonline: diffusioni settimanali settembre 2012

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Intermezzo/ The Best of News Design

Segnalo un bellissimo libro sul giornalismo grafico: The Best of News Design 33. E’ uscito negli Stati Uniti l’1 novembre, pochi giorni fa. Contiene esempi di eccellenza nel design delle news, sia sui quotidiani, sia nel web. Il volume, il numero 33 della serie, viene pubblicato da The Society for News Design (SND), un’organizzazione internazionale che si trova a Orlando, in Florida: mette in contatto professionisti delle news e della grafica. In particolare coloro che creano prodotti e pubblicazioni per stampa, web, mobile. Il volume è in vendita su Amazon, ma potete trovarlo anche in qualche libreria specializzata. Nel link potrete sfogliare alcune pagine del numero 32.

Seguo da qualche anno questa pubblicazione. L’organizzazione che se ne occupa, una non-profit fondata nel 1979 che oggi conta 1500 membri, premia ogni anno i quotidiani e i periodici che hanno proposto qualcosa d’innovativo e rimarchevole nell’impostazione grafica dei giornali. Si premiano pubblicazione di ogni parte del mondo, dal Messico al Portogallo. Mai l’Italia.

Gli italiani… Mi ha sempre colpito il fatto che nell’ambiente dei giornalisti italiani poco si parli dell’innovazione dei contenuti, scritti o grafici. I giornalisti italiani si appassionano di politica, sindacato, pluralismo, finanziamento pubblico ai giornali, libertà di stampa: sacrosanto. Ma anche il mestiere, in se stesso, è bello e meritevole di attenzione. Nei premi giornalistici si premiano, in genere, professionisti affermati, penne importanti, editorialisti e direttori. Insomma, è una consacrazione, come l’assegnazione di un Premio Nobel per la Letteratura. Manca il gusto della scoperta. Per non dire dei casi deleteri in cui si distribuiscono premi a grossi nomi del giornalismo per attrarre l’attenzione dei giornali, creare eventi, fare pubblicità a chi assegna i riconoscimenti, ricevere finanziamenti. Alimentare la vita di società dei giornalisti che contano. Anche in questo campo ci sarebbe bisogno di svecchiare.

Guardate! Nel link ci sono pagine molto belle.

Amazon: The Best of News Design n. 32 (2011)

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Le parole che non mi hai detto/ Media company

Tutti continuano a chiamarli: editori. Ma loro già si preparano a guidare una: «media company». Questa espressione sbuca in alcuni articoli postati in questo blog nelle ultime settimane.

Media company: questo è diventata negli Stati Uniti la famosa Condé Nast, secondo le parole dell’amministratore delegato Charles Townsend (Futuro dei Periodici: Condé Nast dopo la crisi).

Una media company è quel che dovrebbe diventare l’editore che vuole sopravvivere alla crisi e alla transizione digitale, secondo quanto raccomanda Clayton M. Christensen, professore alla Harvard Business University (Futuro dei Periodici: Nieman Reports).

E tutte le società e aziende della moda, delle auto, del lusso e di mille altre aree sono, stanno per o dovranno diventare delle «media company» secondo quel che prevedono gli esperti del settore, perché le piattaforme digitali (dai siti web agli smartphone) richiedono a qualsiasi imprenditore moderno di non limitarsi a fare pubblicità sui vari media ma di prendere in mano la comunicazione e lanciarsi in attività editoriali e di marketing ricco di contenuti (e non sfacciatamente promozionale).

Come ha fatto Ikea con i suoi cataloghi che tutti noi abbiamo sfogliato con lo stesso piacere con cui leggiamo una rivista di arredamento. O come stanno facendo i marchi dell’abbigliamento di alta gamma, primo tra tutti Burberry (Ikea e il brand journalism).

«Media company». Ma non era la casa editrice in cui lavoravo, sai, quella che pubblicava settimanali e mensili? No, mi rispondono. Ora è qualcosa di più. La chiameremo «media company» perché usa i media per veicolare contenuti giornalistici, contenuti editoriali, e-commerce (Futuro dei Periodici: Hearst lancia ShopBazaar), eventi, pubblicità “intelligente” degli inserzionisti. Sui giornali di carta, i giornali digitali, i social network, twitter, smartphone etc. etc. Con articoli, video, grafica, animazione etc. etc.

Giornalismo e giornalisti sono solo una parte della vecchia casa editrice, a volte una piccola parte, spesso sempre più piccola.

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Chiude Velvet (Gruppo Espresso) e nasce un sito

Uso la lente d’ingrandimento leggendo l’articolo pubblicato questa mattina su Italia Oggi che dà la notizia della chiusura di Velvet, mensile del Gruppo Espresso. Il numero di dicembre sarà l’ultimo. E, per fortuna, i redattori, una decina, saranno ricollocati. Dove? Con la mia lente d’ingrandimento mi soffermo su questa riga: «La decina di redattori (…) passerà in forze al sito web del D di Repubblica che presto verrà implementato con nuovi contenuti con la prospettiva della creazione di un polo femminile online». Un polo!

Chissà se sarà proprio un polo femminile o se sono supposizioni dell’autore dell’articolo o di chi ha passato la notizia al giornalista. Resta il fatto che un editore avrebbe in mente di sviluppare un sito femminile con: 1) giornalisti (è una notizia); 2) una decina di giornalisti. E questa è una grande notizia. Perché fino a oggi si è sempre detto che i ricavi dei siti dei periodici sono talmente bassi da non consentire il ricorso a giornalisti, i cui salari sono piuttosto alti, rispetto agli editoriali.

M’interessa perché: 1) si investe (si investirebbe) sullo sviluppo di un sito giornalistico di un mensile.

Il punto: prove generali di futuro dei periodici?

Italia Oggi: chiude Velvet

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Quanto guadagnano i periodici con gli smartphone

Gli editori iniziano a fare qualche soldo con i contenuti per gli smartphone, ma devono ancora imparare e sperimentare. Lo racconta Minonline, citando il rapporto annuale di un importante provider americano.

I dati, relativi al mese di settembre, riguardano la capacità degli editori di incrementare i ricavi con le edizioni digitali, le app per i periodici, i siti web.

Ecco la tabella che accompagna l’articolo.

  • 88% degli editori vende pubblicità sulle proprie piattaforme digitali
  • 77% genera ricavi pubblicitari ma molti sottoutilizzano gli strumenti per incrementarli ancor di più
  • Gli editori sentiti nel sondaggio riconoscono l’importanza dei dati degli utenti ma il 75% non li usa correttamente
  • 3 editori su 5 registrano una crescita delle diffusioni e nella raccolta pubblicitaria
  • 38% pianifica di ridisegnare i siti o di intervenire sul software di gestione dei contenuti (CMS) per incrementare i ricavi
  • I grandi investitori pubblicitari vorrebbero essere presenti sulle varie piattaforme tuttavia i budget attuali sono ancora focalizzati sulla stampa (la carta),

Godengo+Texterity, il provider che ha condotto la ricerca (certificata da BPA audit) ha constatato che, per quanto le principali testate monitorate siano già attive su più piattaforme, il canale che ha la crescita più rilevante è il mobile. Gli editori, dal canto loro, stanno ancora lavorando per trovare un equilibrio tra contenuti gratuiti (free, liberi) e contenuti premium, a pagamento. E nella speranza di capire qual è il giusto rapporto tra le varie piattaforme.

Chi lo dice: «Min is the industry’s trusted source on the consumer and b2b magazine business, reaching thousands of media executives through print, online and in-person events. For more than 60 years, Min has been serving the magazine and media community».

M’interessa perché: 1) gli smartphone sono un’area di sviluppo per i contenuti digitali dei periodici (in Italia, un anno fa, si erano già venduti 20 milioni di smartphone).

Il punto: cosa possono dare i periodici sulle piattaforme digitali.

Minonline: come guadagnare dalle edizioni digitali

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Nieman Reports/1 – Come gli editori possono salvarsi

Nieman Reports. Una lettura rapida che consiglio a tutti. Ai giornalisti, perché fa capire cos’hanno in mente gli editori. E a chi i giornali li fa (se già non conosce questo testo), per invitalo a chiedersi se la ricetta proposta possa andar bene per i periodici e in Italia.

Sto parlando dei Nieman Reports, uno studio pubblicato dalla Nieman Foundation for Journalism dell’Università di Harvard.

L’autore è Clayton M. Christensen, docente alla Harvard Business School. Studioso di organizzazione aziendale, scrittore di bestseller, Christensen si è ritagliato il ruolo di superesperto che insegna alle aziende dei settori in crisi a reinventare il proprio business rispondendo alla sfida di nuovi, agguerriti, dirompenti competitor.

Tanto per spiegar meglio, Christensen in questo Rapporto si è occupato dell’industria dell’informazione per capire come gli editori possono rispondere alla sfida mortale lanciata da nuovi soggetti e, più in generale, dalla transizione al digitale. I nuovi arrivati sono, tra gli altri, l’Huffington Post, aggregatore di news, e BuzzFeed. «Questi siti fatti di notizie copiate e foto di gatti non potranno mai competere con il giornalismo di qualità» dicevano l’editore e i redattori di Newsweek. Sono le stesse, consolatorie risposte che si davano i costruttori di automobili statunitensi quando arrivarono le auto giapponesi, su tutte Toyota. Ma i giapponesi hanno imposto nuovi valori, come l’affidabilità dei prodotti, e si sono conquistati ampie fette di mercato. Poi hanno imparato a disegnare belle auto, e per Ford sono arrivati tempi duri. Del downsizing.

Lo stesso sta avvenendo nell’industria dell’informazione, dice il professor Christensen. Gli aggregatori di notizie hanno imposto nuovi valori, come la rapidità dell’informazione, la possibilità di ricevere news in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Con gli utili in rapida crescita, anche l’Huffington Post ha iniziato a proporre, infine, contenuti originali, di qualità. E, ci scommetto, si candida a scalzare in Italia L’Espresso, testata pubblicata dallo stesso editore.

Per restare sul mercato, per non chiudere decine di testate, gli editori dovrebbero rispondere, meglio dei loro concorrenti, a questa domanda: come posso soddisfare le richieste dei miei lettori? Qual è, nel lessico di Christensen, il job-to-be-done?

Nell’arredamento, un settore certo molto saturo, Ikea è riuscita a imporsi. Ce l’ha fatta perfino in Italia, paese di mobilieri. Ha infatti risposto meglio di altri al job-to-be-done. Oggi molte persone devono arredare casa rapidamente, perché rapidamente la cambiano. E vogliono un pizzico di design nelle abitazioni. Ikea ha risposto alla perfezione a questa domanda: «Devo arredare questo appartamento e devo farlo rapidamente ed efficacemente». Il marchio svedese si preoccupa perfino di consegnare i mobili nel giorno stesso dell’acquisto. Pù di così.

Quale richiesta rivolgono oggi i lettori a chi fornisce loro le notizie? Per Christensen è la seguente: «Ho dieci minuti liberi in cui far qualcosa ma non so cosa (perché sono in metropolitana o in attesa dal dentista etc etc). Aiutatemi a riempire il tempo con contenuti e informazioni interessanti e divertenti».

Voi come rispondereste?

(continua)

La fonte: «Nieman Reports di Clayton M. Christensen, docente alla Università di Harvard,David Skok e James Allworth».

M’interessa perché: 1) aiuta ad avere una mappa in questo casino; 2) aiuta a capire come ragionano gli editori; 3) dà qualche consiglio ai giornalisti.

Il punto: capire se gli editori, quelli per cui lavoriamo, possono salvarsi.

Harvard Business School: Nieman Reports

 

 

 

 

 

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Giornali venduti negli Usa, diffusioni a settembre 2012

Grazie alla crescita delle copie digitali i quotidiani Usa hanno tenuto botta al calo delle diffusioni della carta e chiuso il semestre aprile-settembre 2012 con un pareggio sostanziale nelle copie complessivamente vendute o date in abbonamento.

Le copie digitali valgono ormai il 15,3 % sul totale delle diffusioni, in salita di 9,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2011. Questi dati includono, ovviamente, i lettori che usano smartphone, tablet, e-reader o che leggono siti web sottoposti a rilevazione.

Sono i numeri forniti nei giorni scorsi dall’Audit Bureau of Circulations, che certifica le copie vendute e gli abbonamenti negli Usa e in altri paesi (non l’Italia, naturalmente).

La crescita nel digitale ha permesso ad alcuni quotidiani di fare incredibili balzi in avanti. Il New York Times, per esempio, ha registrato un incremento di più del 40% nel totale delle diffusioni quotidiane, passando da 1 milione 150 mila 589 copie nel 2011 a 1milione 613 mila 865 copie nel periodo considerato. Limitandoci al digitale, la diffusione media lunedì-venerdì del NYT è di 896 mila copie, con crescita del 136 % rispetto a un anno fa.

Ma sui conti del New York Times riporto alcuni elementi di cui molto si è discusso. Ci tornerò sopra anch’io, in questi giorni.

Il Gruppo cui fa capo il NYT ha chiuso il terzo trimestre del 2012 con un utile netto in calo dell’85% a 2,5 milioni di dollari. L’anno scorso erano 15,7 milioni di dollari. Ma il dato più preoccupante è la flessione nelle vendite pubblicitarie, scese del 9,8%.

M’interessa perché: 1) mostra come le copie digitali vendute, anche con abbonamento, possano crescere in fretta; 2) le copie digitali compenseranno le perdite di fatturato in edicola?; 3) è in corso una rivoluzione nella pubblicità: la fetta destinata ai quotidiani (e ai periodici?) sarà più piccola.

Il punto: avere un’idea di quel che sta succedendo alla carta stampata e immaginare come se ne uscirà.

NYT: diffusioni dei giornali americani fino a settembre 2012

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Condé Nast e gli editori dopo la crisi

E’ naive credere che la stampa stia morendo. Ma, dopo la crisi, è impensabile per un editore investire solo sul giornale, trascurando le piattaforme digitali: smartphone, siti, tablet, social network.

Questo il succo dell’intervento dell’amministratore delegato di Condé Nast Usa, Charles Townsend, a un convegno che si è svolto nei giorni scorsi al Paley Center for Media in New York City. C’è autopromozione della società editrice e dei magazine, sento nelle parole un esercizio di ottimismo. Ma alcune frasi aiutano a capire cosa pensano gli editori.

Riassumo qualche passaggio, ma vi consiglio di leggere il link a Folio Mag, da cui traggo il testo.

Ecco gli estratti.

«L’idea che la stampa stia morendo è naive. Non è vero che sta collassando. Nulla impedisce a questo business di crescere, ma questo non può avvenire senza una presenza digitale consistente. E’ la differenza tra gestire un brand e fare un giornale”.

«Prima della recessione la stampa andava benissimo. Società come Condé Nast avevano fatturati in crescita del 12, 15% nella carta. Ma il mercato ora costringe gli editori di giornali a cambiare il modo di fare business».

«Poi arriva la recessione. Una depressione profonda. Cosa accade? Perdiamo il 40 per cento del fatturato. Terribile. Ma al tempo stesso tagliamo costi per centinaia di milioni di dollari. Ora siamo usciti dalla recessione (negli Usa la considerano superata. Ndr) e ci ritroviamo in splendida forma. La ripresa ruota tutta intorno al digitale, ma non a spese della carta, come si pensava prima della recessione».

Nel 2010 e 2011, dopo la recessione, Condé Nast ha registrato negli Usa fatturati in crescita anche del 7%, l’area web cresce tra il 32 e il 33%.

«Il dopo recessione è caratterizzato dalla introduzione e dallo sviluppo delle piattaforme digitali, le quali, però, non sostituiscono il business della carta. I periodici continuano a crescere, anche se questo 2012 è un anno deludente. Colpa dell’anemica economia americana, non di Condé Nast».

«Da ora in avanti noi ci consideriamo non più come un editore di periodici ma come una media company».

«La nostra industria sta pagando per aver svenduto i suoi contenuti. Come ci è venuto in mente di offrire gli abbonamenti a un dollaro? Abbiamo crato un’abitudine che è quasi impossibile rovesciare: quella dei contenuti giornalistici gratuiti. Ma ora possiamo fornire contenuti digitali, archivi, e-books, accesso a eventi, contenuti per il mobile e per la stampa, e ce la possiamo giocare con il consumatore. Abbiamo trovato la strada, cosa che manca a qualsiasi altro segmento dell’industria dell’intrattenimento».

M’interessa perché: 1) al netto dell’aspetto autopromozionale, indica la strada su cui muoversi anche in Italia, dopo la recessione; 2) media company, media company; 3) il giornale e tutto il resto, non più SOLO il giornale.

Il punto: come gli editori vedono il medio periodo.

La fonte: «The Magazine Industry’s source for news, careers, suppliers, education, features, video, multimedia and more».

Folio Mag: per Condé Nast Usa il giornale è solo una parte

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Il National Geographic lancia un’edizione per iPhone

Il National Geographic ha lanciato un’edizione per iPhone con il numero di novembre del giornale di carta, e da questo momento fornità aggiornamenti quotidiani e contenuti sostanziosi, come video in alta definizione della Bbc.

Nell’edizione per l’iPhone ci saranno notizie aggiornate, foto scattate dai professionisti del periodico di carta, foto della community online del giornale e altro, sempre nuovi ogni volta che un utente apre l’app.

«Disegnare il giornale per l’iPhone ha richiesto un profondo ripensamento del nostro lavoro», ha detto il direttore creativo del National Geographic, Bill Marr.

L’edizione per iPad della rivista ha vinto il premio National Magazine 2012 come miglior rivista per tablet.

Si può fare anche da noi, in Italia, con i nostri settimanali e mensili, riconoscendo che chi scrive i pezzi per iPhone, gira video, scrive e registra contributi audio fa spesso un lavoro giornalistico.

M’interessa perché: 1) facciamolo anche noi.

Il punto: seduti sulla carta, è ovvio che crolliamo. Bisogna fare anche dell’altro, presto.

La fonte: «WebWire distributes your business, organizational and personal news releases and press releases on and over the Internet. Our online service delivers news releases directly to Internet readers and is an integral part of Search Engine Inclusion and Search Engine Optimization (SEO)».

Webwire.com: National Geographic lancia l’edizione per iPhone

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Le parole che non mi hai detto/ Legacy costs

Incontro questa parola negli articoli sull’impatto e le conseguenze che la transizione al digitale provoca nell’industria dei quotidiani e dei periodici: sulla carta stampata.

Legacy costs, i costi ereditati. Il peso dell’eredità.

Perché le media company che hanno successo nel giornalismo digitale non portano a casa, per il momento, gli stessi soldi che faceva e che ancora fa l’industria della carta stampata. E dunque chi lavora nel digitale non viene pagato come i giornalisti della carta. E non si vede riconoscere gli stessi diritti e garanzie, i contributi previdenziali, l’inquadramento professionale (in Italia molti giornalisti del digitale non hanno un contratto giornalistico). Negli Usa la differenza consiste anche nella mancanza delle assicurazioni sanitarie e previdenziali di cui beneficiano i dipendenti delle grandi società.

In altre parole, come suggerisce Wikipedia alla voce “legacy costs”, questi sono un retaggio del Secondo Dopoguerra, di quella lunga parentesi di pace, pace lavorativa (sappiamo che è una semplificazione. Ingiusta. Barbarica. Ma fa capire la differenza con i tempi odierni), nella quale il Welfare State e buone condizioni contrattuali erano un’area in progressiva espansione. Scordatevelo, sembra dire l’industria del digitale. Nel migliore dei casi questo significa che, noi giornalisti-del-secondo-dopoguerra (qualcuno però ha 30 anni), saremo meno benestanti. O poveri.

Legacy costs, sono una struttura dei costi che gli editori ritengono di non poter più sostenere, perché hanno fatturati in picchiata e margini di guadagno ridotti o inesistenti. Per ora. Non tutti. Ma ne parlo ogni giorno su questo blog, nei post di Futuro dei Periodici.

Legacy costs, ne sentiremo ancora parlare. Finalmente l’abbiamo pronunciata questa cosa, era inutile tenerla lì, inespressa, segreta. «Ragazzi, arrivateci da soli». Ecco, ci siamo arrivati. Sappiamo che cosiderate i nostri contratti giornalistici come dei legacy cost. Beppe Grillo dà contro ai giornalisti, la gente lo segue, pensando che i giornalisti siano tutti ben messi come Bruno Vespa e i conduttori dei tg nazionali. E noi dovremo difendere quei legacy cost. Da soli.

Wikipedia: legacy costs

Ibtimes.com: Newsweek e i legacy costs   «The mounting legacy costs associated with Newsweek’s print version were not sustainable».

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