Archivio mensile:aprile 2013

I giornali hanno qualcosa da imparare dalla Apple?

Qualcosa da imparare da iTunes, l’applicazione lanciata dieci anni fa da Apple, ciambella di salvataggio dell’industria discografica presa d’assalto e saccheggiata da Napster e dalla pirateria online. Si era affermata l’idea che non ci fosse da pagare per scaricare dischi. Un atteggiamento simile a quello indotto nei lettori di giornali dalla informazione distribuita gratuitamente su internet.

«Il cielo stava cadendo a pezzi e iTunes fornì un luogo dove avremmo fatto soldi con la musica e, in teoria, fermato la marea della pirateria. Per quel momento, è stata la soluzione del problema» spiega un pezzo grosso dell’industria discografica al Denver Post, un articolo che riporto nel link alla fine di questo post.

Trovo delle somiglianze tra il passaggio al digitale della musica e i giornali.

Avrete letto…

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Cos’è la qualità nel giornale, cos’è nel digitale – A lezione da Lewis DVorkin di Forbes.com

Continuo a subire la fasciazione professionale di quel Lewis DVorkin che è a capo dei contenuti di Forbes nel giornale di carta e nel digitale. Ripesco quindi alcuni concetti da un suo post.
Le sue parole possono anche non piacere. Nulla fa sprizzar scintille in redazione come parlare dei cambiamenti nel lavoro, nel mestiere, indotti dal web. Anche se sono stati pochi, finora. Ma le parole di DVorkin hanno il merito di far pensare, e questo per me vale più di mille cose. Di sicuro vale più di sentirsi dire quel che piace. Parole da cui traspare, oltre a una straordinaria vocazione per l’autopromozione, una altrettanto straordinaria capacità di lavoro.
Questa volta Mr DVorkin tiene una lezione su cosa sia la qualità. Fa una distinzione: da una parte c’è la qualità nel giornale di carta, dall’altra la qualità nel web. Qui si tratta della qualità attesa dal consumatore e pretesa dal capo.

«(…) we recognize that notions of “quality” for print and digital are somewhat different. In magazines, craftsmanship that produces a high level of “fit and finish” is critical. So is grammar, accuracy and sourcing, particularly given the finality of each issue. The reader expects the brand to provide a rewarding, self-contained and intimate experience that is highly professional and perfectly honed. In the ruckus of the online universe, quality is evolving. Right now, it’s more about timeliness; iterative and updated story-telling; relevance; aggregation; individual voice; and dialogue. Digital news consumers help create their own experience through Search, RSS feeds and increasingly the sharing and recommendation tools of social media. The “link” and commenting provide digital consumers with an easy discovery mechanism to check accuracy».

«… riconosciamo che la nozione di “qualità” per la carta stampata e per il digitale sono in qualche modo diverse. Nei magazine, la maestria che produce qualcosa di straordinariamente curato è determinante. Così sono la grammatica, l’accuratezza, la citazione delle fonti, in rapporto anche agli obiettivi di ciascun numero del giornale. Il lettore ha l’aspettativa di un brand che fornisca contenuti pienamente soddisfacenti, esaustivi, un’esperienza profonda che sia altamente professionale e perfettamente rifinita. Nella confusione dell’universo online, la qualità sta evolvendo. In questo momento, è legata soprattutto al tempismo, alla puntualità, alla frequenza, all’aggiornamento delle storie. Si richiede selezione di quel che è importante, aggregazione di contenuti, una voce distinguibile e individuale, il dialogo. I consumatori di notizie digitali contribuiscono alla creazione della loro esperienza di lettura attraverso la ricerca, i feed RSS e con lo sharing e le raccomandazioni sui social media. Il ricorso ai “link” e il commento di altri lettori permette all’utente di verificare  l’accuratezza di quanto è stato scritto».

Vi consiglio di leggere il lungo articolo da cui questo breve passaggio è tratto. Si dice che ci sono giornalisti che, per le loro particolari qualità e propensioni, è bene utilizzare sul giornale di carta (Forbes, grazie alla crescita del sito, ha aumentato le copie in edicola); altri invece sembrano nati apposta per l’attività nel digitale. Insomma, non ci sono vecchi e giovani ma modi diversi di fare questo mestiere che rimane il più bello del mondo (se non il più antico 🙂 ).

Il Punto: differenze tra vecchio e nuovo mestiere del giornalista.

Forbes: cos’è la qualità.

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Qual è la forza dei giornali nel digitale – I conti del primo trimestre 2013 dei quotidiani Usa

C’è una frase che infonde ottimismo in un articolo piuttosto negativo sulla sfida tra giornali e digitale. Si parla di come sono andati i quotidiani americani nel primo trimestre del 2013. Non bene, naturalmente, perdono pubblicità anche nell’online. E il New York Times è in affanno. Ma ci sono potenzialità inesplorate.

Infatti i primi tre mesi del 2013 si sono chiusi per il quotidiano più famoso del mondo con una perdita del 4% nella raccolta pubblicitaria nel digitale. La raccolta complessiva del New York Times, carta stampata inclusa, va indietro dell’11%, a 191 milioni di dollari. Una doccia fredda per il giornale che più ha innovato il prodotto. E che aveva chiuso il 2012 con una crescita dell’1,9%, la prima inversione di tendenza dal 2006.

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14 incredibili copertine che raccontano l’America hip hop

Le copertine delle riviste raccontano il loro tempo più di tante parole. Quelle dei giornali per le nuove generazioni o le minoranze, come Vibe, bimestrale di cultura Hip Hop e R&B americana, spalancano il mondo dei segni. Idoli, look, sessualità, messaggi politici lanciati con il corpo. Sono come quei piccoli quadri con le figure dei santi appese alle pareti per l’adorazione del fedele perché indicano la Via: icone.

Creo una gallery di copertine di Vibe prendendo spunto da una notizia di questi giorni: la storica testata, lanciata nel 1993 dal geniale musicista e producer Quincy Jones, è stata venduta a un nuovo editore, SpinMedia (ex BuzzMedia). Paga il calo della pubblicità, che flagella i periodici di ogni parte del mondo, e la flessione dei lettori (Vibe ha una diffusione di 300 mila copie. Il sito ha 1,4 milioni di visitatori unici e 1,6 milioni di video visti al mese). La nuova proprietà preannuncia investimenti nel sito. Entro il 2013 Vibe cesserà le pubblicazioni cartacee per vivere solo nella dimensione digitale. Proprio come successo a SPIN, di propietà dello stesso nuovo editore.
Ma la monumentalità delle copertine è irriproducibile nel digitale.
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Il giornale con immagini in 3D e altre innovazioni dei periodici nel 2013

Quante innovazioni nei periodici. Domina la sperimentazione sul digitale e l’arricchimento sensoriale. Cosa vuol dire? Lo spiega Innovations in Magazine Media, pubblicato dall’associazione internazionale degli editori di periodici. Non mancano alcune curiosità.

L’obiettivo di molte innovazioni è di rendere l’esperienza di lettura dei periodici più intensa, più sensoriale, più visiva.

C’è My-Agazine, la personalizzazione delle copertine e dei contenuti. Nel marzo del 2012 Hearst ha inviato a 300 mila abbonati di Harper’s Bazaar una copia della rivista fatta su misura, con il nome del lettore stampato sul numero. Un “trucco” che incrementa la circolazione e attrae inserzionisti.2013-04-25-1InnovationsinMagazineMedia2013CoverCourtesyFIPP

Gli studenti del Royal Institute of Technology di Svezia hanno fatto sperimentazione sull’arricchimento sensoriale con progetti di ologrammi e speciali lenti a contatto per vedere dei video.

Con l’ologramma l’immagine di un’auto, associata a un numero di una rivista, diventa tridimensionale ed è possibile ammirare il modello da tutti i punti di vista, girandogli intorno. Bizzarria o sviluppo?

 

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Con il digitale un quotidiano ha conquistato un paese straniero: gli Stati Uniti

L’articolo di Business Insider riporta questi dati: il sito del quotidiano britannico Daily Mail, noto per le sue gallery e titoli sulle attrici in topless, ha 50 milioni di visitatori unici al mese, di cui 19,3 milioni negli Stati Uniti. Quindi il sito del Daily Mail è il terzo più visitato negli Usa dopo i siti, molto americani, del New York Times e Washington Post.

Fortunati i paesi di lingua inglese. Con il digitale cadono le barriere tra gli stati, l’oceano non è una distanza, e testate come Daily Mail ed Economist hanno trovato nuovi mercati in cui crescere. È la loro età dell’oro.

Il Punto: come il digitale cambia la geopolitica dei brand giornalistici.

Business Insider: il Daily Mail è il terzo sito di news negli Usa.

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L’Era di Google: dove e quanti soldi investe la pubblicità sui media digitali

Dove e quanto la pubblicità investe nei media digitali. Ovvero, l’Era di Google: presto il gigante di Mountain View supererà News Corp e diventerà il primo media per raccolta pubblicitaria nel mondo.

Sir Martin Sorrell, Ceo di una delle tre maggiori società internazionali di pubblicità, la WPP, ha spiegato mercoledì 24 aprile alla FT Digital Media Conference di Londra dove e quanto investe in pubblicità. Dove viene speso il budget di cui dispone.

Sorrell ha precisato che il digitale rappresenta il 34% degli investimenti della società da lui fondata. Pari a 72 miliardi di dollari.

«Da zero a più di un terzo degli investimenti in dieci anni: è l’Età di Google» ha commentato il Ceo di WPP.

Ma dove vanno i soldi? Vediamo i dati sugli investimenti di WPP nell’ultimo trimestre.

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L’uomo che vuole tagliare la pubblicità sulla carta stampata

Sir Martin Sorrell è una persona piuttosto influente: capo esecutivo (Ceo, in gergo) di WPP, una delle tre maggiori società di pubblicità e pubbliche relazioni a livello mondiale, quando parla gli altri ascoltano con attenzione. E magari si adeguano.

Il Guardian riporta alcune affermazioni del capo di WPP fatte mercoledì 24 aprile a FT Digital Media Conference di Londra.

Sorrell dice che gli investitori pubblicitari dovrebbero prendere seriamente in considerazione l’idea di tagliare gli investimenti nella carta stampata. E ha accusato Google, Facebook e Twitter di essere degli editori, delle media company, mascherate da società di tecnologia.

Considerazione di Sorrell n.1. C’è una grande discrepanza tra le somme investite in quotidiani e periodici e il tempo che la gente spende su questi media. Troppi investimenti in rapporto al tempo.

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Come trovare video virali per i siti di news

Chi trova e verifica i video per i siti d’informazione? Negli Stati Uniti sono nate società che forniscono ogni giorno immagini selezionate, dunque interessanti per i giornali e dall’autenticità certificata. Potenzialmente virali.

È andata così con questo video sull’assalto in Birmania all’abitazione di una famiglia musulmana da parte di una folla di buddisti.

L’ho trovato in un articolo di Mediashift che parla anche di Storyful, società americana che rifornisce di video potenzialmente virali (ripresi migliaia di volte sui social media) e rigorosamente verificati circa l’autenticità. Tra i clienti, il New York Times.

Si discute degli strumenti che consentono di controllare in quale luogo sono stati girati i filmati, e se tutti i dettagli tornano. Oppure se il video è un falso. Un problema frequente, visto che su YouTube vengono caricati ogni giorno 100 mila ore di filmati e spesso i documenti di valore non vengono individuati.

Ma ci sono passaggi sul fenomeno del citizen journalism, i rischi e pericoli legati al documentare con video quel che accade in regimi totalitari o in situazioni di forte conflitto sociale. Da leggere le indicazioni su come rendere non identificabili le persone riprese, per evitar loro problemi.

PBS Mediashift: video e citizen journalism.

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Scrivi in modo personale, giornalista! (E addio allo stile british)

Al quotidiano USA Today, uno dei pochi giornali americani che coprono tutti gli Stati Uniti e si proiettano sul mondo, è arrivata ai redattori l’indicazione di scrivere i loro articoli con uno stile più personale e incisivo. Niente più distacco dai fatti, resoconto freddo. I lettori hanno bisogno di sentire la voce di una persona in carne e ossa che riferisca le notizie. A costo di sembrare meno obiettivi. Di sicuro meno oggettivi.
Ecco cosa è stato detto ai redattori dal presidente di Usa Today, Larry Kramer, secondo quanto riporta il sito di Wan Ifra, l’associazione mondiale degli editori di news e quotidiani.

“You know, for 30 years you’ve been told to write the same way”. “We really want you to have a unique stand on how you write”.
“Per 30 anni vi abbiamo detto di scrivere tutti allo stesso modo. Ora vi chiediamo di avere una voce originale, personale, nella scrittura”.

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Perché un articolo di giornale è diverso da un post

Come sarebbe un mondo senza giornalisti? Giornalisti veri, voglio dire. Sarebbe come viene descritto su In These Times.
L’articolo racconta di quanta cattiva informazione sia circolata negli Stati Uniti subito dopo l’attentato alla maratona di Boston. La colpa? Dello smantellamento del giornalismo. Colpa del trionfo dei blog, dice l’autore (ma io non condivido del tutto), nei quali si confondono i fatti con i commenti. Lo so è un discorso complicato. Ma chi lavora tutti i giorni in redazione conosce la differenza tra dire la prima cosa che viene in mente e controllare i fatti. È la fatica di fare i giornalisti. Ce lo dice l’articolo di In These Times, che richiama, con la definizione di New New Journalism, un’espressione coniata da Tom Wolfe.

The New ‘New’ Journalism

Il nuovo Nuovo giornalismo

Anyone can give their opinion, but to line up the facts behind that opinion—is Obamacare really going to kill your Grandma?—reporters have to read legislation. They have to interview key people. Their editors will have questions, and will send the reporter out to interview more sources, or clarify elements of the story for general readers.
Chiunque può esprimere la propria opinione. Ma per mettere insieme i fatti che permettono di formularla – la riforma della salute del presidente Obama costerà la vita a tua nonna? – i reporter devono guardare le leggi. I loro capiservizio faranno le pulci agli articoli e costringeranno i giornalisti a tornare fuori, a intervistare altre persone, perché il lettore possa capire meglio.

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Il problema della pubblicità sulla carta stampata

Leggo un post de ilGiornalaio che riguarda gli investimenti pubblicitari sulla carta stampata secondo il rapporto Global Adview Pulse di Nielsen. Il blog è uno dei migliori sul giornalismo.

Nonostante il calo, gli investimenti sulla carta stampata continuano ad attirare oltre un quarto della spesa complessiva con buona pace per i sostenitori della morte della carta. Amen!

Ma la messa non è finita.

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Il corrispondente di guerra pagato 20 euro a pezzo

Riprendo una lettera di Gabriele Barbati, freelance e collaboratore di SkyTg24, a Franco Abruzzo, ex presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia e curatore dell’omonimo sito di informazione sui giornali italiani.

Nel novembre 2012 sono andato a Gaza, per coprire la campagna militare israeliana nella Striscia, una notizia che ha tenuto titoli e prime pagine dei giornali per circa una settimana. Lusingato dalla pubblicazione su quotidiani nazionali, ho acconsentito a scrivere delle lunghe corrispondenze per questi quotidiani, spesso in situazioni di bombardamenti e di pericolo per la mia incolumita’.

Il giovane giornalista è amareggiato per essere stato pagato molto poco: dunque non vale niente il lavoro di chi più s’impegna?

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Lanci e rilanci di giornali in Rcs, Cairo e Mondadori

Una rivista per mamme, un sito di e-learning, un settimanale di cronaca nera e una testata di gossip nella fascia più cheap. Il rilancio di tre femminili. Sono alcune novità editoriali da un mondo dei periodici che prova a rialzare la testa.

Rcs ha presentato due progetti per l’infanzia e le mamme: Io e il mio bambino – Smart Magazine, edizione nativa digitale del periodico già esistente su carta e come sito web; Quimamme Academy, piattaforma di e-learning per i genitori, con corsi e lezioni sulla prole e percorsi formativi tenuti da pediatri, psicologi, nutrizionisti.

Io e il mio bambino – Smart Magazine è un sito ma in realtà può essere sfogliato come se fosse un giornale, con una serie di oggetti interattivi.

Un aspetto dello sviluppo digitale di Rcs Mediagroup. Ma sempre Italia Oggi informa che Rcs Periodici, che ha messo sul mercato 10 riviste, nel 2012 ha visto calare il fatturato del 19%, chiudendo a 180,6 milioni di euro. L’ebitda (quel che l’azienda guadagna) è negativo per 16,2 milioni, perdita quasi doppia rispetto all’ultimo anno.

Italia Oggi: due progetti digitali per Rcs.

Lettera43 spiega che Mondadori vuole reagire alla crisi con il rilancio di tre testate femminili, due delle quali storiche: Grazia e Donna Moderna. L’operazione sembra voler essere una dimostrazione di forza della società di Segrate, visto che i tre giornali arrivano rinnovati nelle edicole in rapidissima successione: l’8 maggio Tu Style, il 9 maggio Donna Moderna, il 10 maggio Grazia.

Lettera43: Mondadori rilancia tre femminili.

Cairo Editore lancia un nuovo settimanale (di carta): Giallo. Diretto da Andrea Biavardi (che guida anche le redazioni di For Men Magazine, In Viaggio, Airone, Natural Style), il giornale si occupa dei delitti che più fanno parlare, dal caso che vede accusata Amanda Knox per l’omicidio a Perugia di Meredith Kercher, alla scomparsa di Emanuela Orlandi.

Ma sempre l’editore che ha da poco comprato La7 si preparerebbe al lancio di un altro giornale, una rivista di gossip affidata a Riccardo Signoretti, attuale direttore di Nuovo.

Italia Oggi: i nuovi lanci di Cairo Editore.

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Consigli per verificare le notizie dei social network

Dopo le polemiche sulle notizie false o distorte riguardanti l’attentato alla maratona di Boston, si è aperto un confronto negli Stati uniti sui limiti del giornalismo nell’era di Twitter, sul ruolo dei giornalisti professionisti e sulla verifica delle informazioni che circolano nella dimensione digitale.

Riprendo da Mashable una lista di indicazioni e consigli elaborati dalla Bbc su cosa devono fare i giornalisti quando vogliono riprendere notizie, foto, filmati, commenti dai social network allo scopo di verificarne l’esattezza e la credibilità dei contenuti. In altre parole, per fare verifiche sullo user-generated content.

Avvertenza: quelle elencate sono regole di buon senso, adatte ai cronisti. Colleghi di cui avremmo bisogno, anziché pensionarli tutti. Se ne sconsiglia invece la lettura a coloro i quali dovevano fare i maître à penser ma, ingiustamente trascurati dal mondo che conta, hanno ripiegato sul giornalismo.

  • Puoi contattare chi ha postato il materiale, la fonte delle informazioni?
  • Le informazioni e le immagini sono troppo ben rifiniti per essere veri? I falsi sono più belli della realtà.
  • Dove il materiale è apparso per la prima volta online?
  • Puoi controllare la geo-localizzazione (la posizione geografica) della foto o del video? C’è corrispondenza con le mappe di Google Maps?
  • Le strade corrispondono a quelle che si vedono su Panoramio o Google Street View?
  • Le immagini assomigliano a quelle caricate da altri utenti dello stesso luogo?
  • Fai tutti i controlli, secondo la scuola dei vecchi reporter applicata ai nuovi media. Chiediti, tra l’altro: le condizioni meteo che si vedono nelle immagini sono compatibili con quelle descritte dai servizi meteo online per quel luogo e quel giorno? La segnaletica stradale e le targhe delle auto sono del luogo?

Il Punto: come fare i giornalisti in un mondo dell’informazione inondato dallo user-generated content.

Mashable: la verifica delle notizie dei social media.

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A confronto il passaggio al digitale della musica e dei giornali

La transizione al digitale dell’industria della musica come lente attraverso cui leggere quella dei giornali? Ci sono somiglianze: la concorrenza dell’online, la pirateria, la crisi delle organizzazioni, il maggior potere dei singoli, la ricerca di fonti di ricavo alternative. E grandi differenze. Manca però il The End. Sia per l’industria della musica, sia per l’editoria.

Saltabeccando su Internet ho trovato un articolo di Usa Today del 2009. Mi sembra ancora oggi pieno di spunti che ispirano. Vi si narra che:

Il 1999 è stato l’anno più ricco della storia della musica, apparentemente proiettato verso un’espansione illimitata dell’industria del disco. Nel marzo del 2000 la boy band ‘N Sync’s con No Strings Attached fu capace di vendere 2.4 milioni di copie nella prima settimana, il record di ogni tempo. L’anno si chiuse con un giro d’affari del settore pari a 14 miliardi di dollari.

Ma il 2000 è stato anche l’anno di Napster e della pirateria musicale che diffonde i brani gratuitamente ed erode le basi dell’industria. La battaglia contro il mercato illegale, subito avviata, portò alla denuncia di 35 mila servizi di file-sharing dal 2003 al 2009, quando la guerra venne definitivamente chiusa, senza una vittoria delle grandi case discografiche.

Contemporaneamente le vendite legali di musica nel digitale crescono notevolmente, senza però compensare le perdite nella vendita di cd, crollate del 50% entro il 2009 (vi ricorda qualcosa questo passaggio? NdA). Nel 2007 la colonna sonora di Dreamgirls arrivò al No. 1 delle classifiche con il minor numero di copie mai vendute per un album di successo: 60 mila copie.

Nel 2008 le vendite digitali valevano nel mondo 3,7 miliardi di dollari, ma rappresentavano appena il 5% della musica consumata. La gente, nel frattempo, scaricava illegalmente 40 miliardi di file all’anno.

Nonostante ciò, il consumo e la circolazione di musica ha raggiunto picchi ineguagliati (come il consumo di informazione nel digitale: si parla infatti di Età dell’oro della readership. NdA). Non solo grazie alla pirateria ma per merito, innanzitutto, della accessibilità e portabilità: la si può trovare facilmente e portare ovunque grazie ai lettori digitali.

L’iPod è stato introdotto nel 2001, per la gioia dei fan stanchi di spendere 20 euro per un cd che contiene al massimo due o tre tracce di valore.

Gli album perdono rilevanza, inizia un’epoca in cui trionfano i singoli, le singole canzoni (avete presente il fenomeno E-Single nel giornalismo? Guardate anche qui. NdA). Come avveniva prima dell’invenzione dell’Lp in vinile.

Leggete l’articolo di Usa Today. Spiega come il mondo della musica, posto di fronte al drammatico collasso di un modello di business, abbia reagito. Attraverso i concerti, la televisione, i video di YouTube, il merchandising.

Ma la storia continua.

Usa Today: storia del declino dell’industria musicale. E sua rinascita.

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Tre notizie da non perdere sui giornali (21/4/12)

Tre notizie della settimana. The Economist lancia un’app per leggere meglio i giornali. I conti in rosso di Class Editori. Le previsioni di un gigante americano dei periodici.

L’app di Economist: perché le riviste si leggono meglio sul tablet.

L’Economist presenterà a metà maggio un’app gratuita di Google Chrome che permette di riprodurre anche al computer, desk e laptop, l’esperienza di lettura del tablet. L’idea nasce da una richiesta degli abbonati dell’Economist che vogliono una fruizione più coinvolgente e piacevole anche al computer. Ma il punto è questo: con la nuova app è possibile scaricare il giornale e leggerlo successivamente, anche senza avere una connessione a Internet.

L’Economist va in controtendenza rispetto alla maggior parte degli editori i quali, con HTML5, vogliono rendere i siti web dei loro giornali perfettamente leggibili anche su mobile, cioè su tablet e smartphone.

Trovate la notizia su Btobonline.com: l’app di lettura dell’Economist.

I guai di Class Editori. Che pubblica Class, Capital, Milano Finanza, Italia Oggi.

I conti del 2012 si chiudono con una riduzione di un terzo dei ricavi consolidati, passati da 141,3 milioni a 94,3 milioni di euro. Il margine operativo lordo, dall’attivo di 12 milioni, è sceso nell’ultimo anno a -11,7 milioni. C’è una perdita netta consolidata di 12,9 milioni. Tutti i busness sono in contrazione, i periodici soffrono moltissimo con un crollo dei ricavi del 32% e margini (guadagno) negativi.

Trovate l’articolo qui, sul Sole24Ore: il Gruppo Class perde un terzo dei ricavi.

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Solo due grandi editori in attivo nel 2012: l’Espresso e Cairo

Solo 2 grandi editori italiani di giornali hanno guadagnato nel 2012

“Se consideriamo gli 8 gruppi editoriali italiani quotati – ha dichiarato l’amministratore delegato del Gruppo Editoriale l’Espresso, Monica Mondardini – nel 2012 essi hanno registrato, a livello aggregato, i seguenti risultati: un fatturato in calo del 10%; una redditività operativa lorda praticamente nulla; un risultato netto negativo per €760mn su un fatturato di €5mld. Solo 2 degli 8 gruppi hanno registrato un risultato netto positivo e di essi uno è il Gruppo Espresso” (l’altro è Cairo Editore).

Repubblica: una frase di Monica Mondardini
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10 fantastiche copertine di riviste (e il futuro di quest’arte)

Ho scoperto un blog fantastico sul design di settimanali e mensili.

Perché c’è poco da fare: uno dei punti di forza dei periodici sono le copertine. Giocate sulla grafica, il colore, i caratteri, il formato, il tipo di carta, i materiali e altri elementi. Ogni volta che entro in un megastore di libri e vado nell’area dei giornali, provo ancora stupore ed entusiasmo per l’incredibile creatività di art director e case editrici. Per qualcuno si tratta di una bella tradizione destinata a scomparire. Come le copertine dei dischi in vinile. Per altri si tratta di una dote che permetterà almeno ai giornali di nicchia, quelli più raffinati e pensati per un pubblico di appassionati, di sopravvivere. Come i dischi in vinile.

Penso anche alle sette copertine dello stesso numero speciale di Time (quello del 18 aprile-6 maggio) con cui si celebrano quest’anno le 100 persone più influenti del pianeta.

Delle copertine più belle si occupa un sito che vi invito a visitare spesso, MarkLives.com, dove ogni settimana vengono mostrate e commentate le novità. Il blog è realizzato da un giornalista sudafricano che per il momento “preferisce non rivelare il suo nome”. Ha creato anche un sito dedicato all’analisi dei periodici del suo Paese, tutti i pregi e tutti i difetti.

MarkLives.com runs a regular slot featuring the best local and international magazine covers every week. We recognise well thought out, powerful and interesting (and hopefully all three in one) magazine covers and celebrate the mix of pragmatism, creativity and personal taste that created each of them. By media blogger MediaSlut.

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Bombardato dai fan del native advertising

Aiuto, oggi il mio blog è stato preso di mira dai sostenitori del native advertising. Hanno commentato post come questo. E come questo.
Riporto quel che scrivono sul loro blog, creato sulla piattaforma di WordPress. E alcune osservazioni che mi sgorgano dal cuore.

In altre parole la Native Advertising è una sorta di pubblicità integrata all’interno dei contenuti di un sito, in modo che non risulti interruttiva agli occhi del lettore.

La vera motivazione per cui oggi siamo qui a parlare di Native Advertising è  perchè la banner blindness è ormai dilagante, soprattutto tra le persone “giovani” che sono nate e cresciute con il web. La percentuale di click (CTR) sugli annunci pubblicitari sta drasticamente calando giorno per giorno.

Secondo dati di Google nel 2010 il CTR è sceso allo 0,09% (rispetto allo 0,10% del 2009), quindi significa che meno di una persona su 1.000 clicca su un annuncio pubblicitario.

E quindi i brand si sono ingegnati ed anziché promuoversi sempre nei classici spazi riservati all’advertising PPC tradizionale, lo fanno all’interno degli stream dei contenuti, dove inevitabilmente lo sguardo si deve posare.

Cari amici di “native advertising”, siete sul pezzo. Sulla mia pelle, scambiando alcuni post di siti americani per giornalismo, anziché coglierne la natura promozionale, ho provato cosa vuol dire la confusione tra pubblicità e informazione sul Web. E se ci casca uno che fa il giornalista da molto, molto tempo, temo possa cadere nell’equivoco anche un lettore. Al tempo stesso, sapete far leva su qualcosa di drammaticamente vero: nel digitale la pubblicità vale poco, gli editori guadagnano poco e per alimentare la produzione giornalistica ci sono risorse limitate. Un bel guaio.

M’interessa perché: 1) aiuta a riflettere sull’importanza di garantire l’autonomia del giornalismo anche nel Web; 2) pone in modo sensato il problema del finanziamento del giornalismo nell’era digitale.
Futuro dei Periodici

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Dimmi dove va la pubblicità dei giornali

Va sempre più verso la televisione.

Il Global AdView Plus Report di Nielsen conferma il declino della raccolta pubblicitaria sula carta stampata, sia nei quotidiani sia nei periodici, calati rispettivamente, a livello globale, dell’1,6 per cento e dello 0,2 per cento. Anche se, si legge, rimangono pur sempre il secondo e terzo settore per gli investimenti in pubblicità, con, rispettivamente, una quota del 20 per cento e una dell’8 per cento.
In Italia è confermato un calo della raccolta sui periodici del 21,6 per cento.

Internet è cresciuto del 10 per cento (nello stesso periodo).

Ma nell’era digitale regina incontrastata della pubblicità rimane la tv, che ha una quota del mercato pari al 63 per cento. Confermando, dunque, di essere considerata il mezzo di gran lunga più efficiente e di maggiore impatto sul pubblico.

The Drum: dove va la pubblicità.

Futuro dei Periodici

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“Quel che è gratis non vale niente” (nel Web)

Le ultime parole famose?

Carlo De Benedetti, nell’articolo de la Repubblica riportato in link, interviene sul pagamento nel web. “Entro l’anno, alcuni contenuti aggiuntivi al sito di Repubblica verranno offerti a pagamento, mentre il sito generale resterà gratuito… Utilizzeremo il sistema scelto da testate come il New York Times”, ha spiegato il presidente del gruppo, ricordando quello che diceva sempre suo padre: “Tutto quello che è gratis non vale niente”. E aggiunge: “Non ci aspettiamo grossi risultati oggi, ma è la premessa in direzione della non gratuità”.

Il Punto: prosegue il confronto tra contenuti gratuiti e a pagamento nel digitale.

Repubblica: una frase di Carlo De Benedetti

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Come sarà il giornalismo nel 2015: il nuovo vocabolario della professione

Chiudiamo gli occhi e immaginiamo che siano passati due anni, immaginiamo di essere fuori dalla crisi dei giornali (Premessa ottimistica n. 1: tra due anni la crisi sarà superata; premessa ottimistica n. 2: tra due anni faremo ancora i giornalisti).

Quale lavoro giornalistico faremo, come saranno le redazioni, quali i cambiamenti nei giornali?

Riprendo un articolo di un personaggio che mi affascina. Provocatorio, innovativo, sospetto, interessato, stimolante, mefistofelico. Lewis DVorkin, capo del digitale di Forbes, ha guidato una rivista famosa fuori dal dramma della crisi. Il giornale, ora, fa soldi nel digitale e in edicola.

Con la sua ideologia del cambiamento, così imparentata al liberismo di Forbes, DVorkin ha scritto quasi un anno fa due vocabolari: il giornalismo vecchio, il giornalismo nuovo. Il tramonto e la nuova epoca. Un piccolo testo che divide, fa arrabbiare, fa sorridere, colpisce.Per qualcuno si tratta di roba vecchia. Ma per molti giornalisti è tutto nuovo, perché da anni vivono incapsulati, per colpa degli editori, in redazioni vecchie e arretrate.

M’interessa il titolo dell’articolo: A New Language of Journalism Speaks to the Rebirth of a Profession, il nuovo vocabolario del giornalismo parla di rinascita della professione.

Old Language of Journalism:/ Vocabolario del vecchio giornalismo

Editors, reporters, stories, readers, anchors, viewers, advertisers, church, state, page one, column inches, rating points, photos, op-ed, sound bite, rewrite, correction, rim, slot, copy, blue line, press run, bull pen, bull dog edition, cover, picas, pages, broadcast, networks, broadsheet, bound, full bleed, register, takeout, ahed, lede story, copydesk, overnight, typeset, plate, inverted pyramid, wire, transmit, press time, stringer, “special to,” foreign correspondent, bureau, phoner, spike, kill, presses, stet, double truck, dateline, notebook, file, night editor, copy boy, jump page, in depth, breaking, paid circ.

New Language of Journalism: Vocabolario del nuovo giornalismo

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Il Punto: saper vedere il nuovo.

Forbes: vocabolario vecchio e nuovo del giornalismo.

Forbes 2

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Forbes, modello di transizione di successo al digitale

Visita nella redazione di Forbes di un giornalista francese di Les Echos.

Due mondi s’incontrano: il giornalismo del Vecchio Continente e il dinamismo spregiudicato degli americani.

Si spiega perché Forbes sia diventato un modello tra i periodici che vogliono sopravvivere al declino della carta stampata.

Forbes ha creato un sito di grande successo con 15 milioni di visitatori unici al mese. Cresciuti del 20% in un anno. Superato il Wall Street Journal.

La redazione Web è separata da quella del giornale, “per non cadere nelle mezze misure” dice il direttore del digitale di Forbes, Lewis DVorkin.

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A che ora vengono “letti” i siti dei giornali

Potrebbe servire anche a chi ha un sito o un blog: come avviene il consumo di notizie nel digitale? A che ora si visita un sito d’informazione? C’è differenza tra utenti che usano un computer e quelli con tablet?

Riprendo da Press Gazette, giornale sulla stampa e i media britannici, alcune infografiche messe a punto dal quotidiano Guardian e da Anthony Sullivan, product manager del quotidiano inglese.

A che ora la gente legge o va a guardare i contenuti del Guardian?

1) La prima slide riguarda il consumo del quotidiano di carta. Si legge al mattino, quando si compra il giornale, e nel pomeriggio. Poco la sera, ma si capisce: gli inglesi vanno a letto presto. (Cliccate sull’immagine per ingrandirla).

Quotidiano di carta

2) La seconda riguarda l’accesso al sito web del Guardian, notoriamente ad accesso gratuito.

Lettura del sito Continua a leggere

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Il power brand, Rcs Mediagroup e altri stati di crisi nei periodici

Non è facile discutere dei periodici di Rcs e di altri giornali in crisi senza urtare la sensibilità di chi ci lavora.

Provo a fare una riflessione limitata, per mettere in luce qualche aspetto che penso valga per tutti.

Non mi soffermo sulle situazioni specifiche, come le ragioni che in Rcs hanno portato alla decisione di cedere o vendere dieci testate, limitandomi a notare che comunicare da subito l’intenzione di vendere o chiudere è il miglior strumento per bruciare i ponti: un giornale perde all’istante pubblicità.

Lo abbiamo sentito:

Rizzoli intende rinunciare a una decina di testate, tra cui A – Anna, Bravacasa, Max, Novella 2000.

Continuerà le pubblicazioni, tra gli altri, di Oggi e Amica.

Rizzoli, soprattutto, è un editore che ha la proprietà di due quotidiani leader, Il Corriere dela Sera e la Gazzetta dello Sport.

Alla luce di questo assetto è possibile provare a capire il senso del piano dell’Ad Pietro Scott Jovane, nella parte che riguarda i periodici.

Gli editori devono investire nel sostegno dei giornali e nello sviluppo del digitale, ma le risorse a disposizione sono limitate: la tentazione di ridurre il numero di giornali per concentrare gli investimenti è fortissima.

C’è poi una parola chiave: powerbrand. Nella dimensione digitale i marchi più forti prendono tutta la posta. Chi arriva, non dico secondo, ma terzo, ha perso. Il lettore cerca la voce più conosciuta. Il divario tra i titoli più forti e quelli di media caratura, di conseguenza, si allarga, rispetto al mondo della carta stampata. Per dire: La Stampa, in edicola, ha retto per anni alla potenza di fuoco di Corriere e Repubblica. Nel digitale, invece, il quotidiano di Torino rischia di perdere terreno e di essere più vicino, per risultati, a Messaggero e Giornale. In altre parole, un editore è portato a investire sui marchi forti, sacrificando le testate che non sono leader nel loro segmento di mercato.

Infine, la crisi ha lasciato il segno. Nella pubblicità è cambiata la mappa degli investimenti e l’arredamento, per dire, non è un settore che possa più alimentare il numero di riviste che si sono viste fino a oggi in edicola. Un discorso simile vale per la pubblicità e le riviste di turismo (ne ho parlato in post su Condé Nast Traveller e sulla crisi in Mondadori). L’affermarsi invece dei media digitali ha tagliato le gambe ai giornali di gossip. Qualsiasi notizia in esclusiva delle riviste patinate viene immediatamente ripresa e consumata su Internet. Non c’è match e bisogna inventarsi un’altra formula, se ci si riesce.

Il Punto: cosa c’è nella testa degli editori.

Futuro dei Periodici

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Le news come commodity e Oggi24

Mi colpisce la disinvoltura con cui molti siti riprendono di peso le notizie pubblicate da altri. Non è la riproposizione di news diventate commodity. Che so: il Milan ha pareggiato con la Lazio.

No, vengono copiate riflessioni, osservazioni, post interi. Come ha fatto con Futuro dei Periodici il sito di news Oggi24 diretto da Paolo Paoletti, che firma un lungo, deforme pezzo che aggrega a casaccio alcuni dei miei post. Per fortuna non mi ha citato, ma mette lui la firma, altrimenti avrei fatto brutta figura al suo posto.

Paoletti, nel suo sito di news, riporta il logo di Fnsi (il sindacato dei giornalisti), di Fieg (la federazione italiana degli editori di giornali), e dell’Ordine dei giornalisti. Ma poco tiene alle regole del primo, del secondo e del terzo.

Al di là dell’episodio, che si ripete ogni giorno milioni di volte nella blogosfera (ma si dice ancora così?), c’è da fare una riflessione sulle news come commodity, finora mi sono limitato a qualche annotazione (https://futurodeiperiodici.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=650&action=edit) buttata lì.

http://oggi24.it/politica/editoria-mondo-sa-andare-tagli-mondadorircs-web-standbye-crisi-libro-pubblicit-36190.html

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L’arte dei social media: quando (e quanto) postare su Facebook e Twitter

A che ora conviene postare su Twitter per avere più retweet? Quando postare su Facebook per avere più click?

Guardate qui, questo articolo (link alla fine del post), per avere suggerimenti sull’uso dei social media, da Facebook a Twitter. E’ ripreso dal sito della The Association of Magazine Media (Mpa), l’associzione americana degli editori di periodici.

Ecco qualche esempio:

  • Momento migliore per postare su Twitter (per retweets): 5pm
  • Momento migliore per postare su Facebook (per condivisioni): 1pm
  • Numero ottimale di interventi su Twitter: 1-4 tweets all’ora
  • Numero ottimale di post su Facebook: 0.5 volte al giorno

Quando agire su Twitter

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http://www.magazine.org/industry-news/blogs/read/sticky-posts

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Rcs, nessuna retromarcia sulla cessione di dieci periodici

La notizia del giorno è che il patto di sindacato di RCS Mediagroup probabilmente diluirà, ridurrà la propria quota di capitale ordinario. Leggete l’articolo del Sole 24 Ore riportato alla fine di questo post.
A per me è una notizia anche la mancanza di segnali che la società voglia fare dietrofront sulla cessione di dieci riviste, messe sul mercato, per cui si è ipotizzata, in alternativa, la chiusura.
Nell’articolo si dice infatti che sembra avvicinarsi la vendita del pacchetto di periodici al gruppo Bernardini De Pace.
A livello sindacale ci sono prese di posizioni ferme e molto responsabili (sempre sintetizzate nell’articolo). Anche i periodici di RCS, non solo il quotidiano del Gruppo, il Corriere della Sera, sono un pezzo di storia del giornalismo italiano. Molti colleghi sembrano dimenticarlo, con dimostrazione del consueto snobismo verso le riviste e i loro giornalisti.

Sole 24 Ore: RCS non cambia sulla cessione dei periodici

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Se il Kenya insegna ai giornalisti il personal branding

Consigli e considerazioni su come rafforzare la propria immagine di opinionisti sui social media e nei blog giornalistici? Li fornisce un curioso sito web aggregatore di news kenyota. Perché, ammettiamolo: diventare un brand è il desiderio più o meno consapevole di molti colleghi che twittano a raffica. E una richiesta implicita degli editori. In ogni parte del mondo, anche in Africa.

Questo post si inserisce senza volerlo nella scia del precedente “Giornalista, mettici la faccia!“.

Essere rilevanti nel mondo digitale, raccogliere una pioggia di like e retweet, dispensare giudizi e analisi che pesano, almeno farsi notare per lo stile, la verve, il sarcasmo: sono il desiderio di molti colleghi.

L’articolo su Standard Media non dice molto ma ricorda due cose: 1) il digitale ha conferito valore all’individualità e ne ha tolto, per il momento, ai brand dei giornali; 2) il personal branding, fenomeno nuovo e profondamente in contrasto con parte della tradizione giornalistica (per il modo in cui viene concettualizzato: sei un brand e non un opinionista), è diventato quasi indispensabile.

Per parte mia sento tutto il fascino e tutto il rischio del processo che ingessa i giornalisti in marchi. Non perché sia un limite alla libertà di pensiero. Semplicemente presuppone che un redattore si occupi più o meno stabilmente di determinati argomenti. Ma è ancora possibile, cari amici proletarizzati delle redazioni? Largo ai collaboratori illustri e non assunti!

Standard Media: diventa il brand di te stesso

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L’online è il futuro dei giornali, ma oggi la carta resta il nostro cuore

Il 90 per cento dei ricavi dell’editoria proviene dalla carta, nonostante la transizione al digitale sia in atto. Lo dice il presidente dellla Federazione italiana editori di giornali, Giulio Anselmi (un giornalista).

Questo è uno dei punti che mi sono diventati chiari scrivendo questo blog, mese dopo mese. All’inizio avevo le idee confuse e credevo fosse necessario investire a più non posso nel digitale. Ho sentito persone dire che è necessario trasferire il più rapidamente i nostri giornali di carta nella nuova dimensione.

Non è così. Lo dicono mille notizie, ricerche, segnali.

L’ultimo, per noi italiani, è stato il convegno «Carta e Web: l’integrazione tra scelte strategiche e tecnologie» che si è tenuto il 10 aprile in Senato, a Roma.

Leggete l’articolo, uno dei tanti, del Corriere delle Comunicazioni, riportato in link alla fine del post.

Riporto solo le frasi di Giulio Anselmi, presidente di Fieg.

La carta rappresenta sempre il 90% dei ricavi del settore editoria. L’editoria nel 2012 presenta dati in rosso per il quinto anno consecutivo nonostante l’integrazione in atto con il digitale, che dà segnali positivi. La filiera della carta occupa 213mila addetti, pari al 5% dell’occupazione nel settore manifatturiero, che diventano 740mila con i 527mila addetti dell’indotto. Serve un sostegno forte per un settore stragico per l’informazione e per l’economia del paese”.

Il Web “rappresenta il nostro naturale interlocutore come via d’uscita da questa situazione ma la carta resta il nostro punto di riferimento. Non lo dico da nostalgico e non nativo digitale, ma lo dico guardando i numeri. L’online è il futuro, ma oggi la carta resta il nostro cuore”.

M’interessa perché 1) stabilisce le priorità d’intervento e di spesa per gli editori: sostenere la carta, sviluppare poi il digitale; 2) evita che l’entusiasmo digitale faccia danni; 3) leva l’allarme sull’impatto sociale della crisi della stampa in Italia.

http://www.corrierecomunicazioni.it/it-world/20693_anselmi-fieg-editoria-il-90-dei-ricavi-dalla-carta-solo-il-10-dal-web.htm

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Giornalista, mettici la faccia!

Un articolo del Nieman Journalism Lab su una trasformazione del giornalismo e dei giornali indotta dai social media e dai mezzi digitali di comunicazione.

I giornali potrebbero trasformarsi, da raccoglitori di pezzi di firme più o meno note, in piattaforme per i talenti del giornalismo. Il digitale mina alle basi i brand e dà più valore all’individualità. E se tra dieci anni tutte le media company (case editrici giornalistiche) diventassero “social media”?

The end of big (media): When news orgs move from brands to platforms for talent

Con questo titolo (La fine dei big media: quando le organizzazioni giornalistiche migrano dal brand alle piattaforme di talenti) ritorna l’idea che i social media costringano la gente a metterci la faccia, anche nel giornalismo professionistico.

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Due risposte sul futuro dei periodici

Come sarà il futuro della carta stampata nell’età digitale? Come il digitale è stato d’aiuto a una rivista di successo, molto conosciuta, diventata un modello della transizione alla nuova epoca dei periodici?

Riprendo un’intervista a Lewis D’Vorkin, Chief product officer di Forbes Media, la casa editrice della rivista Forbes. Non è una persona qualsiasi. D’Vorkin è alla guida dello sviluppo digitale di una rivista che è diventata un modello di reazione alla crisi della carta stampata e di espansione sulle nuove piattaforme. Non solo. Forbes è un esempio della nuova organizzazione del lavoro nelle redazioni, come spiegato nel celebre saggio «Breaking News» del professore Clayton M. Christensen della Harvard Business School (ampiamente ripreso da Futuro dei Periodici).

L’intervista, divisa in due domande, ciascuna delle quali contenuta in un video caricato su YouTube, è stata realizzata da un personaggio di cui si è parlato in questo blog, il professore Samir Husni, che si è dato il nome di Mr. Magazine, direttore del Magazine Innovation Center della School of Journalism all’Università del Mississipi.

Prima domanda: come immagina il futuro della carta stampata nell’era digitale?
(How do you see the future of print in a digital age? Listen to Mr. D’Vorkin’s answer to this question in this Mr. Magazine™ minute).

D’Vorkin spiega che c’è un futuro per le riviste che sapranno costruire un pubblico motivato, realmente interessato al contenuto, grazie a un giornale che sa essere focalizzato, sa darsi una precisa identità, sa cosa vogliono i suoi lettori. Ci saranno invece tempi difficili per le riviste troppo generaliste, ampie, confuse, poco bene indirizzate sui bisogni e le richieste dei potenziali lettori.

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Copie digitali vendute dei periodici: 3 ragioni per non strapparsi i capelli

Poche sono poche. Ma così poche che viene voglia di guardare più da vicino i dati sul numero delle copie digitali dei settimanali e dei mensili italiani vendute nel febbraio 2013. L’occhio lungo di chi lavora da molti anni nei periodici insegna a veder cose che a voi umani…

I dati Ads sulle copie digitali dei settimanali e mensili, appena usciti, sono deludenti, come avevo scritto senza grande fantasia un mese fa parlando della rilevazione relativa al gennaio 2013, la prima in assoluto fatta in Italia: fino ad allora non erano mai state contate. Sinceramente non era poi un gran problema: prima di quella data erano pochissimi i periodici con un’edizione digitale.

Ecco una prima ragione per non pensare che i periodici abbiano più difficoltà dei quotidiani a vendere copie online: gli editori sono appena entrati nel ring, hanno appena iniziato a proporre questo servizio.

Ma ci sono altre cose che molti non hanno visto. Guardate i titoli dei periodici più venduti nel digitale.

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La solitudine dei giornalisti dei periodici Rizzoli

Penso ai giornalisti dei periodici di RCS e già sento un’obiezione vibrare nell’aria: ma perché non pensi ai fatti tuoi?

Invece penso ai giornalisti delle 10 testate che uno dei maggiori editori di periodici italiani (ancora per poco) ha deciso di mettere in vendita o, in alternativa, di chiudere. Le ultime notizie dicono che la cessione sarebbe vicina e potrebbe essere decisa già domenica.

Sui loro colleghi del Corriere della Sera, dico colleghi perché sono dipendenti della stessa società, RCS Mediagroup, molto si scrive, molto si può leggere.

Lo capisco: sono giornalisti in forza al principale quotidiano del Paese, indispensabile alla completezza dell’informazione degli italiani, indispensabile alla nostra democrazia. La sede di Via Solferino, a Milano, è un monumento nazionale, le sue stanze sono state definite il Pantheon del giornalismo italiano. Quanta invidia suscitano.

Ma il pensiero torna ai loro colleghi dei periodici, di cui poco o niente si dice (magari è una cosa voluta da loro stessi, di qui il prevedibile invito a non impicciassi dei fatti altrui),dimenticato da tutti il loro “Pantheon” (all’Europeo hanno scritto Camilla Cederna, Oriana Fallaci, Giorgio Bocca), ma costretti a fronteggiare una situazione ben più preoccupante.

Per loro il rischio non consiste nel pensionamento anticipato di parte della redazione, non è il trasferimento dalla sede storica a un palazzo moderno di periferia.

I giornalisti dei periodici e le loro testate potrebbero essere ceduti a un altro, piccolo editore. Non è la perdita di posti di lavoro, sia chiaro. Ma c’è il timore che questo spettro possa materializzarsi tra non molto. Sicuramente si tratterebbe di un trauma maggiore del trasferimento del Pantheon del giornalismo italiano in un altro palazzo (rimasto semi-vuoto), vicenda che suscitare così forti emozioni nei vecchi del mestiere. E sui giornali di carta e digitali.

Quando un quotidiano è in pericolo di chiusura, o rischia un ridimensionamento, si rispolvera immancabilmente l’argomento della difesa del pluralismo e della completezza dell’informazione. Insomma, bisogna difende chi ci lavora perché è nell’interesse dei lettori. Nell’interesse generale.

Quando sulla graticola finiscono i giornalisti di altri settori, il tono è meno accorato.

Ma pensiamo anche ai nostri interessi, cari colleghi, e non vergognamoci di parlarne, via! Le pensioni e il welfare della categoria stanno in piedi perché ci sono i giornalisti dei quotidiani, dei periodici, della tv, delle radio, del digitale, degli uffici stampa. Se ci tenete ad avere una pensione, ad avere gli ammortizzatori sociali per il prossimo giro di valzer, ad avere un’assistenza sanitaria di categoria, dovete avere a cuore le sorti di tutti. Senza distinzioni.

Milano Finanza: vicina cessione 10 periodici Rcs Mediagroup.

Futuro dei Periodici

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Gli inserzionisti pagano per avere articoli online, non pubblicità

Molto ripreso un pezzo pubblicato due giorni fa dal New York Times:

Sponsors Now Pay for Online Articles, Not Just Ads

Gli sponsor pagano per avere articoli online, non della semplice pubblicità.

Mi sono interrogato altre volte sulla mescolanza tra contenuti editoriali e pubblicitari nel digitale e sulla carta stampata.

La pubblicità, soprattutto nel digitale, ha perso efficacia, o non ne ha mai avuta di paragonabile a quella dei giornali di carta. Ora gli inserzionisti vogliono di più.

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Si misura dalle copie il successo di un giornale?

Le copie vendute in edicola sono ancora il metro del successo di un giornale? Lo è la somma delle copie cartacee e di quelle digitali? Oppure popolarità, vitalità e capacità di attrazione di una testata vengono portate alla luce da un nuovo mix di elementi, di rilevatori?

Le copie vendute, naturalmente, sono indice di successo perché equivalgono a soldi sonanti. E i pubblicitari guardano a questo indicatore (e al tipo di pubblico che segue una testata) per decidere dove investire.

Ma tutti sanno che oggi un giornale non esiste più soltanto in un’unica dimensione. Oltre alla carta esiste una sfaccettata realtà digitale, fatta di siti web, edizioni per tablet, discussioni su Facebook, scambi su Twitter.

Basta, tutto qui. Riporto questa frase trovata in un sito americano che commenta l’andamento di un’importante casa editrice di periodici, Time Inc., uno spunto per me nuovo di riflessione e valutazione.

«The circulation number is a metric from yesterday. More important is the integration between other dimensions of consumption: content sharing, time spent on the site, the interaction rate. What users do next is arguably more important than exposure to the content itself».

«Le diffusioni sono un metro del passato. Più importante è l’integrazione con altre dimensioni della fruizione del giornale: la condivisione dei contenuti, il tempo speso sul sito web, il livello di interazione. Quel che i lettori fanno dopo aver letto un articolo è forse più importante dell’incontro con il contenuto».

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La pubblicità nei periodici americani (primo trimestre 2013)

Come dicevo nel post precedente, gemello di questo, è utile mettere a confronto la raccolta della pubblicità sui giornali americani e su quelli italiani. Vengono fuori due scenari diversi. Il confronto aiuta a capire se per i periodici, e quali, vi sia una prospettiva realistica di ripresa.

E come dicevo nel post gemello, spero che voi non pensiate che l’attenzione per la pubblicità sia una personale ossessione. Da come va la raccolta della pubblicità nei periodici, dunque dal numero di pagine di inserzioni raccolte e dai relativi incassi, dipende in gran parte la sopravvivenza dei giornali. E la salvezza del posto di lavoro per centinaia di giornalisti in Italia.

Avete visto qual è la situazione italiana.

Riporto ora un articolo sulla pubblicità in America.

Nei primi tre mesi del 2013 c’è stato un calo, ma di appena il -4.9%, il più basso dal 2011.

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La pubblicità nei periodici italiani (febbraio 2013)

In Italia nel febbraio del 2013 continua il crollo della pubblicità nei giornali periodici, dunque nei settimanali e nei mensili. Negli Stati Uniti, invece, rallenta la caduta e c’è la speranza di una schiarita (per l’analisi e i dati guardate il post gemello). Due scenari molto distanti.

Chi non si occupa di giornali penserà che questa sia una personale ossessione. Invece guardare i dati sulla pubblicità vuol dire preoccuparsi del futuro di settimanali e mensili, il settore in cui lavoro, in cui lavorano migliaia di giornalisti italiani.

La pubblicità è in crisi cronica. In sette anni la raccolta è scesa del 60% e questo significa che stanno venendo meno le risorse finanziarie per tenere in vita molti giornali. Non è un problema da poco: un intero settore industriale è in ginocchio e si rischia un impatto sociale dalle conseguenze incalcolabili.

Per questo riporto i dati sulla pubblicità dei giornali italiani nel febbraio 2013.

In Italia il fatturato della carta stampata (quotidiani + periodici) nel febbraio 2013 registra un calo del 25,3%. Nello stesso periodo del 2012, periodo pestifero, che sta alla base di tutti gli stati di crisi nelle case editrici di giornali italiani aperti tra l’anno scorso e quello in corso, era appena del -6,4%!!!

Passiamo ai periodici. Nel febbraio 2013 perdono il 22,5%. Nel 2012 era il – 8,4% (a valore).

I settimanali fanno nel febbraio 2013 -22,9%. Facevano nel febbraio 2012 il – 13%.

I mensili fanno quest’anno -23,2%. Nel 2012 era -1,5%.

È tutto così assurdo…

Prima on line: raccolta pubblicitaria nei periodici nel febbraio 2013.

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La crisi dei periodici e la risposta di un editore in Gran Bretagna

Trainata dal mensile femminile Good Housekeeping, Hearst in Gran Bretagna regge bene alla crisi della carta stampata. Nel suo arco ci sono tre armi: giornali di gamma alta che non perdono pubblicità, un amministratore delegato “sgamato” e un uomo che viene da Microsoft, proprio come Pietro Scott Jovane.

L’articolo del Guardian, che ogni domenica fa l’esame del sangue a un editore britannico, parte dall’ottima performance di Good Housekeeping, il mensile femminile di servizio pubblicato in Gran Bretagna da Hearst, editore americano presente in tutto il mondo, Italia compresa.

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Chi comanda nei giornali, tra carta e digitale

Un articolo della Columbia Journalism Review fa chiarezza sulle tante sparate autopromozionali degli editori americani.

Tutti a dare risonanza alla straordinaria crescita nel digitale, soprattutto nella raccolta pubblicitaria.

Ma quanto pesa davvero il digitale nei bilanci degli editori? E chi conta di più, adesso e nella prospettiva del breve e medio termine?

La vera questione, dice il bolletino della Columbia University, è il valore assoluto dei ricavi. Ovunque nei giornali americani (e di tutto il mondo) i ricavi pubblicitari nel digitale stanno rapidamente salendo da un punto di partenza molto, molto basso. E negli Usa la raccolta complessiva ammonta nel 2012 a circa 3 miliardi di dollari. Vale a dire appena un quinto della raccolta pubblicitaria sulla carta stampata. E se un editore come Forbes, con un sito web studiato in tutto il mondo per le sue innovazioni nelle strategie e nell’organizzazione del lavoro, annuncia di fare metà dei ricavi pubblicitari con il digitale, questo è un buon segnale. Ma può essere una delle conseguenze del pauroso calo sulla carta stampata (tradotto: se calano i ricavi sulla carta stampata, crescono in valore percentuale quelli del digitale. Se ne era parlato qui). Non è un successo che fa dormire sonni tranquilli.

«But the real questions is, as always, compared to what? Digital ads everywhere in US magazines are rising from a low base, and, at about $3 billion nationally, are still a fifth that of print ad sales. That digital ads now account for half of total ads at Forbes can be good news but can also be a function of shrinking print ad sales».

Il Punto: dove fanno i soldi gli editori, tra carta e digitale.

Columbia: leggere i dati sul digitale
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Longreads: il sito di “letture lunghe” e l’accordo con The Atlantic

“Letture lunghe”, long form journalism, nuova passione di chi possiede un tablet. Letture lunghe, fonte di guadagni aggiuntivi per gli editori, a compensare parte del drammatico calo dei ricavi nelle edicole. Il fenomeno va guardato da vicino.

Grazie a una notizia su Google ho scoperto ieri Longreads.com, un sito americano, molto di tendenza, che condivide online “letture lunghe”, ovvero racconti, documenti e articoli di giornale, usciti a volte sui maggiori quotidiani e periodici Usa, ripresi purché siano più lunghi di 1500 battute.

Scorrendo la pagina iniziale del sito ho trovato capitoli di romanzi di scrittori di successo, inchieste, interviste.

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I giornalisti digitali pagati a performance online

Giornalisti digitali pagati sulla base delle performance online.

Questo tema è nell’aria.

Su Digiday.com, media company newyorkese (contenuti, marketing, pubblicità, consulenze), vengono riportati esempi di prassi adottate da brand e siti web americani grandi e piccoli. Il più noto è Forbes. Nei casi citati la paga fissa del giornalista è solo una parte della retribuzione, cui si aggiungono bonus legati alle performance online.

Performance misurate in questo modo: quante volte l’articolo viene visto, quanti nuovi utenti si conquistano in una settimana, il numero di follower su Twitter…

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La guerra delle riviste femminili in Australia

Una guerra combattuta tutta all’interno del perimetro di un editore: Bauer Media, il gigante tedesco della carta stampata che lo scorso settembre ha comprato in Australia il principale editore locale di magazine, ACP Magazines, per 525 milioni di dollari.

Da allora la nuova società ha chiuso cinque testate. L’ultima, annunciata dopo Pasqua, è il glossy femminile Madison, un mensile che andrà in edicola fino al 15 maggio. Ma la vittima più illustre è stata Grazia, settimanale di moda, marchio italiano, che ha chiuso i battenti un mese fa. Le altre testate che hanno cessato le pubblicazioni sono state Burke’s Backyard, BBC Good Food e UFC Magazine.

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I giornali in gara per l’Oscar dei periodici 2013

Non di Oscar si tratta ma dei National Magazine Awards 2013, i premi per i migliori periodici americani, anche noti come “Ellies” (con riferimento alla statuetta a forma d’elefante assegnata ai vincitori).

Delle 62 testate ad aver ricevuto una segnalazione in 23 categorie, il National Geographic è in testa con sette nomination; seguono con sei Bon Appétit di Condé Nast e il New York Magazine. GQ e The New Yorker hanno cinque nomination ciascuno, Esquire quattro.

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Negli Usa lanciati 27 periodici da inizio 2013

Non è la prima volta che riprendo la contabilità dei lanci e delle chiusure di giornali.

Negli Stati Uniti, da inizio anno, sono comparsi 27 nuovi titoli (giornali di carta) mentre 9 testate hanno chiuso i battenti.

Mi ci soffermo perché:

1) è interessante vedere dove vanno i gusti dei lettori e gli interessi degli editori: i giornali nuovi sono, tra gli altri, Glam Bellezza Latina, una pubblicazione in lingua spagnola indirizzata al pubblico delle donne latine e prodotto da Glamour (un esempio di segmentazione, direbbe un esperto: crei un nuovo giornale mirato su un gruppo ben definito di lettori, già serviti dal giornale originario, ma che è bene distinguere perché sono lettori che, se ben serviti con una pubblicazione pensata per loro, permettono all’editore di vendere complessivamente più copie e di raccogliere più pubblicità), c’è poi The Veil, per le donne in vista di matrimonio (quelle belle cerimonie americane con i paggetti), e Politico Pro Magazine, spin off cartaceo dell’omonimo blog (una mossa non nuova: un giornale di carta che nasce da un sito o blog di successo, il contrario di quel che normalmente avviene; speriamo non faccia la fine della maggior parte dei giornali nati, invece, da trasmissioni televisive).

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Negli Usa taglio netto alla pubblicità nella carta stampata

Dove vanno i soldi per la pubblicità? Secondo l’American Marketing Association and Aquent, la carta stampata subirà il taglio maggiore di investimenti da parte delle aziende nel 2013.

Il 28% per cento degli investitori intervistati per il sondaggio dice di voler ridurre il budget destinato ai periodici, un calo secondo solo a quello dei quotidiani, dove la discesa stimata sarà del 32%. Riduzioni, seppur minori, per la radio e la televisione.

L’articolo di Minonline fa vedere dove gli investimenti in comunicazione saranno indirizzati: il digitale. Questa l’opinione generale.

L’82% prevede di far crescere la propria presenza nel mobile, area molto promettente per i periodici (smartphone, tablet e un pizzico di smart tv, la televisione che si connette a internet), il 76% vuole essere più incisivo nei social media, di conseguenza ha aumentato il budget destinato a operazioni in questo ambito.

M’interessa perché: 1) il calo della pubblicità, un tempo principale voce di ricavo nella stampa, sembra destinato ad aumentare in quotidiani e periodici; 2) resistono alla disfatta o al rallentano solo i marchi forti, i power brand, gli editori che offrono prodotti di alta qualità; 3) nel quadro di incertezza generale, fioccano notizie a volte contraddittorie, sintomo di un mondo (della comunicazione aziendale e giornalistica) che non sa dove andare.

Minonline: le aziende riducono investimenti nella carta stampata

minonline

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Anche gli editori portoghesi chiedono soldi a Google

Anche gli editori portoghesi, alle prese con la peggiore recessione dagli anni Settanta,  hanno avviato delle forti pressioni su Google chiedendole di pagare per i contenuti giornalistici ripresi dal motore di ricerca , sulla scia delle analoghe rivendicazioni avanzate in altri paesi europei.

Il mese scorso, il governo francese e Google avevano firmato un accordo per cui l’ azienda di Mountain View si è impegnata a versare 60 milioni di euro in un fondo speciale per aiutare i media francesi a sviluppare la propria presenza su Internet, ma non a pagare per i link ai loro contenuti.

Google aveva risolto un caso simile con gli editori belgi nel mese di dicembre, impegnandosi ad aiutarli ad accrescere le entrate nel versante online, ma deve ancora affrontare un contenzioso analogo con gli editori tedeschi.

Il Punto: Google e la tendenza ad aggregare contenuti.

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