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Le Categorie Di Video Più Visti Online

Vale la pena di fare video per il web? Quale tipo di video viene guardato fino in fondo nell’online? A che punto conviene mettere la pubblicità? E gli utenti torneranno a vedere altri video e altra pubblicità sul sito?

Prova a rispondere la start-up britannica Coull, che ha studiato oltre 12 milioni di video nel web in 60 paesi (lo racconta, tra gli altri, il sito theMediaBriefing.com).

Con un obiettivo: scoprire quale tipo di video viene visto fino alla fine.

Un’analisi costruita su un indice specifico, il completion rate (quanti utenti rimangono fino al completamento).

Quale categoria prevale tra notizie “serie”, video di automobili, how to do, animali, blog, viaggi, celebrity… ?

Ecco la tabella che riassume i risultati:

Video Completion Rate

Bisogna precisare che nei risultati ci sono differenze tra Paese e Paese. E rimangono dubbi da chiarire su un tipo di misurazione che mette a confronto, probabilmente, video dalla durata diversa.

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Cambiamenti Culturali: Il Feedback Loop del Giornalista Web

La differenza tra giornalista della carta stampata e giornalista digitale? Ecco alcune frasi di chi sta guidando il cambiamento nelle redazioni. Il capo del digitale di Hearst Usa. E il direttore delle attività digitali della rivista Forbes (segue grafico)

VADO BENE? Intervista al capo del digitale nei periodici di Hearst negli Stati Uniti (Cosmopolitan, Esquire, Harper’s Bazaar). Troy Young parla della differenza tra giornalisti digitali e giornalisti tradizionali, della carta stampata. Un tema già trattato da questo blog, in modo più approfondito (ma sempre non sistematico: questo è una specie di diario).

«Un giornalista digitale non pensa solo al contenuto ma al contenuto e alla distribuzione, insieme. Quando ti siedi con i giornalisti giovani, senti che dicono cose come: “Oh, sì: quel post ha funzionato, fantastico; l’altro, invece, non ha funzionato per niente”. Quando invece ti siedi con gli altri giornalisti, senti questo: “Questa è una buona idea”. La differenza tra i due atteggiamenti è enorme».

«The young, modern digital editor doesn’t just think about content, they think about content and distribution. When you sit with a group of young editors, you’ll hear them say, “Oh yeah, that worked, that was cool; that didn’t work at all.” When you sit with other editors, it’s like, “That’s a good idea.” The difference between those two things is massive».

MISURA IL TUO SUCCESSO Ieri il sito Journalism.co.uk, miniera di informazioni e tutorial sul digitale, ha ripreso le parole del capo del digitale di Forbes, Lewis DVorkin. E il concetto di feedback loop, messo a punto da DVorkin e già presentato su questo blog quasi un anno fa.

A Forbes i dati sugli utenti che visitano il sito e il numero di visualizzazioni di un post sono visibili a tutti, non un segreto tra redattore e direttore. Il giornalista si confronta con un “giudizio” trasparente sul successo del suo lavoro. DVorkin dice che inizialmente i redattori e collaboratori (un esercito di 1200 giornalisti) erano poco convinti di questa soluzione. Oggi, sostiene il capo del digitale di Forbes, sono loro stessi a chiedere un continuo miglioramento del “contatore”. Chissà…

«Every contributor should know, and every staffer should know, how am I doing? I publish a post, how’s it doing? Where’s the traffic coming from? Do people care? Are they interested? How does it compare with the other posts that I’ve done? So we really strongly believe that data is a feedback loop that helps power what we do».

«Ciascun collaboratore dovrebbe conoscere, e qualsiasi redattore dovrebbe sapere, se il suo lavoro viene letto. Pubblico un post, com’è andato? Da dove proviene il traffico? Alla gente interessa? Quale risultato ha raggiunto rispetto agli altri post da me realizzati? E così  noi siamo decisamente convinti che i dati di traffico siano un “feedback loop” che aiuta a rafforzare quel che facciamo».

Sento che manca qualcosa.

«The data is to help inform their journalism, not rule it».

«I dati di traffico danno informazioni al giornalista. Non gli dicono cosa deve fare».

Segue l’esempio di un giornalista che si occupa di informatica incapace di fare traffico. DVorkin dice che la soluzione non è far caricare foto di animali, ma trovare la chiave per avere più lettori/utenti nell’area tematica di competenza.

Speriamo sia sincero.

Il feedback loop di Forbes

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La Notizia È: Una Storia Che Ti Ricordi Dove L’Hai Letta

Cos’è la notizia, nell’era di Internet, dei titoli tutti uguali, dei contenuti copiati? Uno spunto preso da Mario Garcia

Un designer di giornali ci dice cosa fa notizia. Per forza: il designer non disegna, ma ripensa i media. E Mario Garcia è diventato il mio guru: lo riprendo quasi ogni giorno.

Cos’è una notizia? Basta guardare la prima pagina del New York Times, dice Garcia.

Ogni giorno compare tra le top news un storia che ha precise caratteristiche.

Non dobbiamo necessariamente leggerla per considerarci aggiornati su quel che è accaduto nel mondo.

Non è una di quelle che non possono mancare in prima pagina.

È però una storia che sorprende, coinvolge, aggiunge un pizzico di conoscenza in più, spesso l’unica con un titolo che non abbiamo già visto sul nostro smartphone.

È quella che ti fa ricordare di averla letta proprio su quel giornale.

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The Modern Magazine – Ripensare i Giornali

Non è solo un bravo grafico. L’art director dei periodici è una figura indispensabile per ripensare il giornalismo nell’era digitale. Come si legge nel libro The Modern Magazine. E come dice Francesco Franchi, art director di Il (Sole24Ore)

UN LIBRO Ho letto The Modern Magazine – Visual Journalism in The digital Era, di Jeremy Leslie (editore Laurence King).

Nell’introduzione viene definita l’essenza dei magazine, parola che rievoca, per etimologia e storia, la varietà del magazzino arabo e l’energia di una polveriera francese.

COS’È UN PERIODICO Il magazine nasce dall’incrocio di due tensioni.

C’è il tempo. Un magazine non è assoggettato alla corsa adrenalina delle news. Ma non può neppure abbandonarsi alla calma senza tempo del libro.

C’è la cura di forma e contenuto. Puoi dispiegare nel magazine tutta l’arte grafica del giornalismo. Ma non devi perdere la spontaneità di chi ha una deadline.

The Modern Magazine potrebbe far pensare che le riviste siano diventate un prodotto di nicchia, dove si concentra la maestria di art director un po’ decadenti. Una bizzarria.

L’INTERVISTA Ma un’intervista di Mario Garcia a Francesco Franchi, il giovane e talentuoso art director di Il (mensile del Sole 24 Ore), autore di Designing News, mi fa pensare che le riviste non siano affatto marginali nell’era digitale. E che la perizia grafica sia più che mai necessaria nel web e sui giornali per tablet. Infine, si capisce che la ridefinizione grafica dei giornali va al di là dell’immagine e ci aiuta a stabilire come sarà il giornalismo.

Riprendo un passaggio di Franchi:

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Multipiattaforma – Cos’è la Rivoluzione per Giornali e Pubblicità

La trasformazione dei periodici, diventati prodotti presenti su più piattaforme. La ridefinizione dei contenuti su tutti i canali nuovi. La sfida della standardizzazione delle metriche per misurare il successo nel digitale. Sono i punti toccati in un’intervista istituzionale ma piena di spunti stimolanti. Il concetto centrale: capire che cosa significa davvero essere giornali multipiattaforma

Parla Mary Berner, Ceo dell’Associazione dei Magazine Media americani, veterana dei magazine, ex Reader’s Digest e Condé Nast. Un’intervista istituzionale ma feconda. Che riprendo e reinvento nella forma. Apoditticamente (ma per gioco). Il concetto su cui tutto ruota è: multipiattaforma.

I CONTENUTI

Multipiattaforma: quanto lavoro in più per i periodici.

Multipiattaforma: devi offrire un grande prodotto non solo sulla carta, ma su tablet, sito web, smartphone. E sei anche in tv, radio, YouTube, Facebook…

Multipiattaforma: la sfida è farsi trovare dai lettori, avere un posto in prima fila nelle edicole digitali, non essere sepolti dai contenuti su internet, farsi acquistare.

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I giornali per tablet sono un flop? – Sondaggio di Hearst Uk

Un sondaggio di Hearst sulla lettura dei giornali su tablet dà indicazioni su questioni in questi giorni molto dibattute. Le edizioni digitali delle riviste hanno un futuro sui nuovi apparecchi mobili? Oppure le applicazioni di settimanali e mensili sono poco friendly, rendono difficile la lettura, impediscono la condivisione degli articoli e lo scambio di commenti e di “like”? E per questo sono un fallimento? Domande che sono state sollevate da un articolo su GigaOM, sito americano d’informazione sulle nuove tecnologie.

SONDAGGIO SUL TABLET Un sondaggio condotto in Gran Bretagna da Hearst, che nel Paese pubblica Harper’s Bazaar, Men’s Health, Cosmopolitan, Esquire, Elle, Red, aggiunge informazioni utili per chiarirsi le idee. L’indagine è in-app, ovvero è stata fatta coinvolgendo 500 lettori che si sono abbonati alle edizioni digitali delle riviste della casa, o le hanno acquistate nelle edicole digitali. Il valore scientifico non è quindi eccelso ma le conclusioni sono comunque utili in dispute in cui, a ben guardare, si mettono a confronto punti di vista e impressioni soggettive.

SI LEGGE COME SULLA CARTA Dal sondaggio, che riguarda copie arricchite e ridisegnate per tablet del giornale e non semplici Pdf, viene fuori che il 31,4% dei lettori legge l’edizione digitale dalla prima all’ultima pagina, in modo lineare.
Il 7,3% scorre il numero del giornale attraverso le miniature delle pagine.
Il 6,4% si muove tra i contenuti utilizzando gli strumenti di navigazione che si trovano all’inizio del giornale: ricerca mirata.

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Il Tempo degli Slow Media – Rapporto su 9 Trend della Comunicazione Digitale

Slow media, i media lenti. Sono siti o applicazioni web del giornalismo diversissimi dai media veloci. Non inseguono numeri vertigionisi di utenti attraverso articoli o titoli tirati, forzati, sexy. Ma puntano sui contenuti di alta qualità. Articoli approfonditi, ben scritti, arricchiti, multimediali, che regalano un’esperienza di lettura coinvolgente, su cui l’utente passa volentieri molto tempo. Per questo piacciono anche agli inserzionisti dei giornali

TREND EMERGENTI Il gruppo svedese Bonnier, con 175 giornali in 20 Paesi, ha pubblicato un rapporto che fa la mappa dei trend nei media, Media Map Trend Report, che individua 9 trend nelle tecnologie della comunicazione e nei comportamenti dei consumatori che potrebbero influenzare l’industria dei media nei prossimi 2 anni.

Il rapporto raccoglie, analizza e porta alle conclusioni notizie, elementi e numeri che emergono dalla raccolta di studi sui comportamenti dei consumatori, dai rapporti dell’industria, da dati di mercato e interviste ad esperti del settore.
Il rapporto, presentato in una forma che ricorda quella di un magazine digitale (tanto per dire che il magazine, nel digitale, ha un’alta leggibilità ed è capace di attrarre pubblico), solitamente indirizzato al management e ai dipendenti, viene per la prima volta reso pubblico.
SLOW MEDIA Mi ha colpito il primo capitolo, quello più intimamente connesso ai media. Si intitola Information Vegetables e introduce un concetto che avevo colto ma che restava indefinito, in mancanza di una etichetta. Quella di slow media, media lenti, contrapposti ai media veloci, al consumo di notizie e titoli accattivanti, senza qualità, senza profondità, senza grafica curata, senza un’offerta aggiuntiva e un servizio per il lettore che faccia venire la voglia di passare anche un’ora sulla pagina, con design ottimizzato. E si fanno esempi famosi, di cui molto si è parlato negli ultimi mesi. Siti web giornalistici e prodotti multimediali. Il racconto multimediale del NYTimes Snow Fall, il sito d’informazione economica Quartz, il sito di racconti innovativi Cowbird, The Atlantic. Sono prodotti giornalistici di successo che regalano un’esperienza di lettura piacevole, stimolante, lenta nel senso che in questi siti non si atterra per caso ma ci si va per scoprire qualcosa che abbia un valore.
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Qualità del Giornalismo nel Web (e il Muro di Berlino tra Carta e Digitale)

Il Muro di Berlino: questa espressione veniva usata nella redazione americana di Wired per indicare l’invisibile ma palpabile distanza qualitativa e di prestigio tra redazione del giornale che usciva in edicola e redazione digitale dello stesso brand. Ma la segregazione sembra superata. Danneggiava entrambi. La qualità della stampa e la velocità dei new media finalmente si incontrano

QUALITÀ DIGITALE? Riprendo alcuni ragionamenti di un bellissimo pezzo uscito ieri su sito web di The Atlantic. Lo firma Bob Cohn, responsabile delle attività digitali della celebre testata.

Parte dalla constatazione che fino a poco tempo fa veniva facile contrapporre il buon giornalismo della carta stampata, accurato, verificato, ben scritto, ben passato, levigato nella grafica. E il giornalismo digitale, veloce, irruento, non curatissimo nella forma ma rapido nel correggere i propri errori. Il web è così, si diceva.

Fino a soli 5 anni fa il web era quasi unicamente testo. Chilometri e chilometri di parole scritte, “piombo”, privo di quella sapienza grafica accumulata dalla stampa nei decenni.

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Scrittura per Web e la Continued Partial Attention

Tutto parte dal lettore. Dalla sua continued partial attention, l’attenzione continua e parziale. Che è al centro dei pensieri di chi ridisegna siti web, quotidiani e magazine digitali, applicazioni, versioni per tablet.

ATTENZIONE PARZIALE Se ne parla oggi e domani al sesto Tablet & App Summith tenuto a Berlino da Wan Ifra, l’organizzazione che raccoglie gli editori di quotidiani e di news di ogni parte del mondo. Tra i protagonisti degli incontri, quel Mario Garcia che ha ripensato la grafica di alcune tra le pubblicazioni giornalistiche più famose, anche in Italia. La sua riflessione parte da un concetto espresso tempo fa dall’esperta di comunicazione Linda Stone, la quale ha definito in questo modo l’approccio del lettore ai siti web: attenzione continua e parziale. Una cosa diversa dal multitasking. L’attenzione è continua, non distratta, perché l’utente sposta l’interesse là dove crede ci sia la cosa più significativa. Ma lo spostamento è continuo, incessante, ansioso perfino, perché la dimensione digitale non ha quei limiti che invece contraddistinguono la carta stampata. La lettura, contesa da link e multimedialità, è un’esperienza potenzialmente infinita. L’attenzione è dunque parziale, perché c’è sempre qualcosa di più accattivante un po’ più in là sullo schermo. Perché, su Internet, vuoi cercare altri ed essere cercato.

DOVE CADE L’OCCHIO Mi è piaciuto nell’articolo di Wan Ifra che riporto qui sotto in link il riferimento ad alcuni studi di eyetrack sui lettori dei siti realizzati dall’Istituto statunitense Poynter.
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Il Monopolio dell’Attenzione

Mi piace questa espressione.

Il monopolio dell’attenzione.

I giornalisti l’avevano. E ora l’hanno perduto, il monopolio.

Per poter diffondere una notizia, un pensiero, dovevi portarlo alla gente.

Per portarlo alla gente dovevi distribuirlo in edicola, dovevi metterlo on air.

Per distribuirlo in edicola dovevi avere un distributore e, prima, dovevi stamparlo; per metterlo on air avevi bisogno di una stazione di trasmissione e, prima, di uno studio con microfoni e telecamere.

Era un percorso lungo, alla portata di pochi.
Per questo i giornalisti se la tiravano tanto. Si muovevano in una dimensione esclusiva. Nessuno poteva insidiarli. Avevano il dono di un dio.

Ora il monopolio della attenzione è caduto.

Ho trovato questa espressione in un’intervista a un guru europeo della comunicazione, intervista fatta da una giornalista indiana per una testata indiana.

Da lontano si vedono meglio le cose. Chi sa molto, spiega le cose in modo semplice. Le cose che contano davvero, sono poche.

Gerd Leonhard spiega che i giornali, prima del digitale, detenevano il monopolio dell’attenzione e per questo avevano creato la “bolla dei media convenzionali“.
Una bolla: come la bolla di Internet nel 2000, come la bolla dei mutui del 2007.

Nell’intervista ci sono altri concetti non nuovi ma espressi bene. Stiamo assistendo alla convergenza del broadcast e del broadband. E al passaggio dall’informazione digitale gratuita e di bassa qualità a quella a pagamento e di qualità. Ma il modello economico che ha tenuto in piedi per decenni la stampa era fondato sul monopolio dell’attenzione, e quello è andato in mille pezzi. Per questo non torneremo alla situazione precedente.

Governance Now: intervista a Gerd Leonhard.

Futuro dei Periodici

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La copertina vista 657 milioni di volte su Twitter (e altri social network)

Due copertine del New Yorker hanno “sbancato” quest’estate sui social network. Perché «una copertina ben fatta te la ricordi. E se sei fortunato, ti ricordi anche il nome della rivista».

Riprendo un post di New Republic, rivista americana liberal di politica e cultura, sul potere delle copertine dei periodici. In realtà si parla solo del New Yorker, settimanale di Condé Nast. E si fa la storia delle copertine che sono rimaste nella memoria degli americani. Da Tina Brown all’ultima.

Questa copertina con Bert ed Ernie, personaggi dei Muppets, abbracciati come due fidanzati, che seguono in tv un pronunciamento pro gay della Corte Suprema degli Stati Uniti, ha raccolto quest’estate 657 millioni di impressioni nel web.

Ma è andata bene anche quella che raffigura il politico Anthony Weiner mentre scatta con l’iPhone una foto del suo… Empire State Building (per capire le allusioni allo scandalo politico e sessuale, basta digitare su Google Search: Weiner, sua moglie, Hillary Clinton, la storia di una collaborazione, il rischio di rovinare un’amicizia, le foto inviate all’amante, una storia analoga di 15 anni fa…).

Che cos’è la copertina di un periodico? E’ un prodotto editoriale che si adatta perfettamente alle logiche di internet.

New Republic: le copertine dei periodici.

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La pubblicità sui giornali oggi la raccolgo così – Nuove strategie nei periodici

Il globale, il locale: la mossa di un grande editore americano sulla pubblicità getta luce su analoghe iniziative di editori italiani. Concentrazione del volume di fuoco nella pubblicità, mettendo insieme le diverse piattaforme e più testate.

Ho messo insieme due notizie lette questo mese. Una sui magazine di Hearst a livello globale, l’altra su Mondadori.
Far uscire la stessa pagina pubblicitaria su tutti i giornali di un editore, anche quelli pubblicati all’estero, per moltiplicare la capacità promozionale. E guadagnare di più. Un’impresa difficile per tutte le case editrici. La pubblicità, infatti, è nel maggior numero dei casi legata a mercati locali. Nazionali.
Ma Hearst, l’editore americano di Cosmopolitan e Marie Claire, ha aperto una nuova divisione, Totally Global Media, che si occupa di questo in chiave puramente digitale. Per la prima volta sarà possibile far uscire inserzioni e campagne promozionali nelle versioni online dei giornali in diversi Paesi. Hearst possiede infatti un network internazionale con succursali straniere a gestione diretta (anche in Italia) e pubblicazioni date in licenza a editori stranieri. La divisione che si occupa di Totally Global Media ha due sedi, a New York e Londra, e sa di poter raggiungere un bacino di 200 milioni di utenti unici.
Funzionerà così: l’inserzionista paga una sola fee, tariffa, che include produzione, traduzione e hosting sui siti web di riviste presenti a livello internazionale.
L’offerta parla ai marchi internazionali come Burberry.
When my plane arrived in Beijing last year, there was a full-sized Burberry poster that just said Burberry.com with a picture of a purse—no Chinese characters,” Gina Garrubbo, svp of Hearst Magazines International and now the svp of TGM, said. “They have the same look and feel everywhere in the world.”
Quando sono atterrata a Pechino lo scorso anno, c’era un cartellone di Burberry su cui c’era la foto di una borsetta e la scritta Burberry.com. Niente ideogrammi cinesi, ha detto Gina Garrubbo, alla guida di Totally Global Media.
Mi ricorda molto questa cosa che ho letto sul rilancio di alcune testate Mondadori avvenuto in questi giorni. Tre giornali femminili, in versione rivisitata, sono stati presentati agli investitori come un’unica piattaforma pubblicitaria, con target diversificati, che permette di portare inserzioni e campagne promozionali a 3,6 milioni di lettrici e 5,3 milioni di utenti unici dei siti. Una mossa di sostegno alla pubblicità (seppur circoscritta all’ambito nazionale) che, a quanto pare, fa parte delle strategie presenti nella mente dei maggiori editori.
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Quanti italiani usano il tablet? 3 milioni 660 mila – Accesso ai contenuti digitali a marzo 2013

Insieme ai dati sull’audience online a marzo e ai trend dei primi tre mesi 2013, pubblicati da Audiweb, è uscita la tabella che vedete qui sotto: fa vedere come gli italiani accedono a Internet. Cliccate per ingrandire.

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Nel primo trimestre 2013 il 68,2% delle famiglie italiane (14,8 milioni) dichiara di disporre di un accesso a Internet da casa.

Il 71,6% delle famiglie connesse, 10,5 milioni, dichiara di avere una connessione veloce.

A me interessano gli altri dati.

37,8 milioni di italiani dicono di accedere a internet da qualsiasi luogo e device.

Al primo posto c’è il computer di casa. Poi lo smartphone. Poi il computer del lavoro. Segue il computer dal luogo dove si studia. Infine le connessioni con tablet.

Gli italiani che usano Internet attraverso uno smartphone sono 17,9 milioni. Quelli che usano i tablet sono quasi 3 milioni 660 mila.

Il Punto: quante persone possono accedere ai contenuti digitali dei giornali. E come.

Prima Comunicazione: dati Audiweb primi 3 mesi del 2013.

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Com’è la redazione giornalistica digitale (e il Feedback Loop)

Se siete giornalisti digitali, saltate questo post. Lo stesso se lavorate alla Stampa o al Sole24 Ore.

Lo schema che vedete qui sotto, infatti, per voi è vecchio.

Ma se siete dei comuni mortali, e il vostro tran tran si svolge in un qualsiasi periodico italiano, forse questo schema, tracciato prima del 2010 da Lewis DVorkin, mefistofelico e stimolante capo dei contenuti di Forbes, potrebbe farvi riflettere.

Come cambia il flusso del lavoro nelle redazioni, i processi, quali nuove figure devono affiancare i giornalisti, come viene valutato il nostro lavoro?

A tutte queste domande risponde Lewis DVorkin nell’articolo riportato in link.

Per ingrandire l’immagine basta cliccare sopra.

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È chiaro che il giornalista, oltre a scrivere in modo efficace e preciso, deve anche pagare grande attenzione alla scelta degli argomenti e all’interazione con il lettore. Per meglio centrare gli obiettivi di traffico nello staff giornalistico vengono inserite figure di specialisti di social media, analisti del traffico. A Forbes, anche figure del marketing.

E il giornalista, nel crescere come professionista, deve tenere conto del feed back di lettori e analisti. Ma, specifica DVorkin, la pioggia di dati, la visualizzazione dei risultati di traffico, aggiornati secondo per secondo, devono spingere a far meglio, non sono la legge del giornalista.

The data is to help inform their journalism, not rule it.

Forbes: come cambiano le redazioni dei giornali.

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Cos’è la qualità nel giornale, cos’è nel digitale – A lezione da Lewis DVorkin di Forbes.com

Continuo a subire la fasciazione professionale di quel Lewis DVorkin che è a capo dei contenuti di Forbes nel giornale di carta e nel digitale. Ripesco quindi alcuni concetti da un suo post.
Le sue parole possono anche non piacere. Nulla fa sprizzar scintille in redazione come parlare dei cambiamenti nel lavoro, nel mestiere, indotti dal web. Anche se sono stati pochi, finora. Ma le parole di DVorkin hanno il merito di far pensare, e questo per me vale più di mille cose. Di sicuro vale più di sentirsi dire quel che piace. Parole da cui traspare, oltre a una straordinaria vocazione per l’autopromozione, una altrettanto straordinaria capacità di lavoro.
Questa volta Mr DVorkin tiene una lezione su cosa sia la qualità. Fa una distinzione: da una parte c’è la qualità nel giornale di carta, dall’altra la qualità nel web. Qui si tratta della qualità attesa dal consumatore e pretesa dal capo.

«(…) we recognize that notions of “quality” for print and digital are somewhat different. In magazines, craftsmanship that produces a high level of “fit and finish” is critical. So is grammar, accuracy and sourcing, particularly given the finality of each issue. The reader expects the brand to provide a rewarding, self-contained and intimate experience that is highly professional and perfectly honed. In the ruckus of the online universe, quality is evolving. Right now, it’s more about timeliness; iterative and updated story-telling; relevance; aggregation; individual voice; and dialogue. Digital news consumers help create their own experience through Search, RSS feeds and increasingly the sharing and recommendation tools of social media. The “link” and commenting provide digital consumers with an easy discovery mechanism to check accuracy».

«… riconosciamo che la nozione di “qualità” per la carta stampata e per il digitale sono in qualche modo diverse. Nei magazine, la maestria che produce qualcosa di straordinariamente curato è determinante. Così sono la grammatica, l’accuratezza, la citazione delle fonti, in rapporto anche agli obiettivi di ciascun numero del giornale. Il lettore ha l’aspettativa di un brand che fornisca contenuti pienamente soddisfacenti, esaustivi, un’esperienza profonda che sia altamente professionale e perfettamente rifinita. Nella confusione dell’universo online, la qualità sta evolvendo. In questo momento, è legata soprattutto al tempismo, alla puntualità, alla frequenza, all’aggiornamento delle storie. Si richiede selezione di quel che è importante, aggregazione di contenuti, una voce distinguibile e individuale, il dialogo. I consumatori di notizie digitali contribuiscono alla creazione della loro esperienza di lettura attraverso la ricerca, i feed RSS e con lo sharing e le raccomandazioni sui social media. Il ricorso ai “link” e il commento di altri lettori permette all’utente di verificare  l’accuratezza di quanto è stato scritto».

Vi consiglio di leggere il lungo articolo da cui questo breve passaggio è tratto. Si dice che ci sono giornalisti che, per le loro particolari qualità e propensioni, è bene utilizzare sul giornale di carta (Forbes, grazie alla crescita del sito, ha aumentato le copie in edicola); altri invece sembrano nati apposta per l’attività nel digitale. Insomma, non ci sono vecchi e giovani ma modi diversi di fare questo mestiere che rimane il più bello del mondo (se non il più antico 🙂 ).

Il Punto: differenze tra vecchio e nuovo mestiere del giornalista.

Forbes: cos’è la qualità.

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Bombardato dai fan del native advertising

Aiuto, oggi il mio blog è stato preso di mira dai sostenitori del native advertising. Hanno commentato post come questo. E come questo.
Riporto quel che scrivono sul loro blog, creato sulla piattaforma di WordPress. E alcune osservazioni che mi sgorgano dal cuore.

In altre parole la Native Advertising è una sorta di pubblicità integrata all’interno dei contenuti di un sito, in modo che non risulti interruttiva agli occhi del lettore.

La vera motivazione per cui oggi siamo qui a parlare di Native Advertising è  perchè la banner blindness è ormai dilagante, soprattutto tra le persone “giovani” che sono nate e cresciute con il web. La percentuale di click (CTR) sugli annunci pubblicitari sta drasticamente calando giorno per giorno.

Secondo dati di Google nel 2010 il CTR è sceso allo 0,09% (rispetto allo 0,10% del 2009), quindi significa che meno di una persona su 1.000 clicca su un annuncio pubblicitario.

E quindi i brand si sono ingegnati ed anziché promuoversi sempre nei classici spazi riservati all’advertising PPC tradizionale, lo fanno all’interno degli stream dei contenuti, dove inevitabilmente lo sguardo si deve posare.

Cari amici di “native advertising”, siete sul pezzo. Sulla mia pelle, scambiando alcuni post di siti americani per giornalismo, anziché coglierne la natura promozionale, ho provato cosa vuol dire la confusione tra pubblicità e informazione sul Web. E se ci casca uno che fa il giornalista da molto, molto tempo, temo possa cadere nell’equivoco anche un lettore. Al tempo stesso, sapete far leva su qualcosa di drammaticamente vero: nel digitale la pubblicità vale poco, gli editori guadagnano poco e per alimentare la produzione giornalistica ci sono risorse limitate. Un bel guaio.

M’interessa perché: 1) aiuta a riflettere sull’importanza di garantire l’autonomia del giornalismo anche nel Web; 2) pone in modo sensato il problema del finanziamento del giornalismo nell’era digitale.
Futuro dei Periodici

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“Quel che è gratis non vale niente” (nel Web)

Le ultime parole famose?

Carlo De Benedetti, nell’articolo de la Repubblica riportato in link, interviene sul pagamento nel web. “Entro l’anno, alcuni contenuti aggiuntivi al sito di Repubblica verranno offerti a pagamento, mentre il sito generale resterà gratuito… Utilizzeremo il sistema scelto da testate come il New York Times”, ha spiegato il presidente del gruppo, ricordando quello che diceva sempre suo padre: “Tutto quello che è gratis non vale niente”. E aggiunge: “Non ci aspettiamo grossi risultati oggi, ma è la premessa in direzione della non gratuità”.

Il Punto: prosegue il confronto tra contenuti gratuiti e a pagamento nel digitale.

Repubblica: una frase di Carlo De Benedetti

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L’online è il futuro dei giornali, ma oggi la carta resta il nostro cuore

Il 90 per cento dei ricavi dell’editoria proviene dalla carta, nonostante la transizione al digitale sia in atto. Lo dice il presidente dellla Federazione italiana editori di giornali, Giulio Anselmi (un giornalista).

Questo è uno dei punti che mi sono diventati chiari scrivendo questo blog, mese dopo mese. All’inizio avevo le idee confuse e credevo fosse necessario investire a più non posso nel digitale. Ho sentito persone dire che è necessario trasferire il più rapidamente i nostri giornali di carta nella nuova dimensione.

Non è così. Lo dicono mille notizie, ricerche, segnali.

L’ultimo, per noi italiani, è stato il convegno «Carta e Web: l’integrazione tra scelte strategiche e tecnologie» che si è tenuto il 10 aprile in Senato, a Roma.

Leggete l’articolo, uno dei tanti, del Corriere delle Comunicazioni, riportato in link alla fine del post.

Riporto solo le frasi di Giulio Anselmi, presidente di Fieg.

La carta rappresenta sempre il 90% dei ricavi del settore editoria. L’editoria nel 2012 presenta dati in rosso per il quinto anno consecutivo nonostante l’integrazione in atto con il digitale, che dà segnali positivi. La filiera della carta occupa 213mila addetti, pari al 5% dell’occupazione nel settore manifatturiero, che diventano 740mila con i 527mila addetti dell’indotto. Serve un sostegno forte per un settore stragico per l’informazione e per l’economia del paese”.

Il Web “rappresenta il nostro naturale interlocutore come via d’uscita da questa situazione ma la carta resta il nostro punto di riferimento. Non lo dico da nostalgico e non nativo digitale, ma lo dico guardando i numeri. L’online è il futuro, ma oggi la carta resta il nostro cuore”.

M’interessa perché 1) stabilisce le priorità d’intervento e di spesa per gli editori: sostenere la carta, sviluppare poi il digitale; 2) evita che l’entusiasmo digitale faccia danni; 3) leva l’allarme sull’impatto sociale della crisi della stampa in Italia.

http://www.corrierecomunicazioni.it/it-world/20693_anselmi-fieg-editoria-il-90-dei-ricavi-dalla-carta-solo-il-10-dal-web.htm

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Esce importante studio sui giornali e media americani nel 2013

Qual è lo stato del giornalismo americano? Periodici, quotidiani, siti web, sviluppo digitale, radio, televisione. Lunedí 18 marzo l’autorevole Pew Research Center rilascerà un importante rapporto, messo a punto dal Project for Excellence in Journalism, intitolato State of The News Media 2013, relativo a quel che è accaduto nell’anno passato.

Qualcuno di voi sa di certo di cosa si tratta: è più completo e approfondito studio sui media degli Stati Uniti. In questo post trovate il link dove scaricare, da una certa ora di domani, il nuovo Rapporto. Ho inserito il link allo studio uscito un anno fa, riguardante il 2011.

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L’informazione gratis su Internet? No, per i media digitali si spende di più

Un editorialista e blogger del New York Times, Nick Bilton, si è messo a fare i conti di quanto ha speso nel 2012. E si è accorto con sorpresa di aver sborsato 2 mila 403 dollari per una sola categoria di acquisti.

No, non è l’abbigliamento. E neppure l’ultima vacanza alle Hawaii.

Bilton ha speso 2 mila 403 dollari in media digitali.

Per un decennio abbiamo sentito ripetere il mantra della gratuità di Internet. Amico, non dovrai più spendere niente, dal web potrai scaricare gratis e a volontà film, programmi tv, libri, notizie, articoli, musica, giochi.

Non era vero. Queste previsioni apocalittiche erano sbagliate.

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Sui periodici la pubblicità rende di più

Fare pubblicità sui periodici conviene. Il ritorno economico per le aziende, rispetto all’investimento, è superiore a tv, internet e quotidiani.

Lo dice una ricerca di Mindshare UK per conto della Professional Publishers Association, riguardante 77 investitori che hanno speso oltre 6 milioni di sterline in pubblicità.

I magazine garantiscono un ROI (ritorno economico in rapporto al capitale investito) superiore a qualsiasi altro canale di comunicazione, giornalistico e non.

Ne ho parlato alcuni giorni fa in un post sull’utilità dei periodici.

So di espormi alle critiche dei colleghi. «Ma perché non pensi ai lettori, alla qualità dell’offerta giornalistica, al tuo lavoro? Non alla pubblicità, agli inserzionisti».

Ma la sopravvivenza dei periodici dipende soprattutto dalla capacità di attrarre pubblicità. Se essa venisse meno, dovremmo vivere di copie vendute. Non lo facciamo da tempo. Forse non l’abbiamo fatto mai.

Con il passaggio al digitale c’è poi una nuova difficoltà: nel web (contenuti raggiungibili da siti, tablet, smartphone, app) la pubblicità non va a chi fa informazione ma a concorrenti che non hanno contenuti giornalistici  (su tutti, Google). E’ un limite che rischia di portare all’estinzione di moltissime testate. Scoprire che la pubblicità sui magazine rimane molto efficace è motivo di speranza per chi lavora in questo ramo dell’editoria.

 

M’interessa perché: 1) spiega qual è la specificità dei periodici rispetto alla pubblicità; 2) dà una speranza ai periodici.

Chi lo dice: «minonline is the definitive career resource for the publishing community, serving job seekers and employers in all media (magazines, etc).

minonline: fare pubblicità sui periodici conviene

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Le parole che non mi hai detto/ Media company

Tutti continuano a chiamarli: editori. Ma loro già si preparano a guidare una: «media company». Questa espressione sbuca in alcuni articoli postati in questo blog nelle ultime settimane.

Media company: questo è diventata negli Stati Uniti la famosa Condé Nast, secondo le parole dell’amministratore delegato Charles Townsend (Futuro dei Periodici: Condé Nast dopo la crisi).

Una media company è quel che dovrebbe diventare l’editore che vuole sopravvivere alla crisi e alla transizione digitale, secondo quanto raccomanda Clayton M. Christensen, professore alla Harvard Business University (Futuro dei Periodici: Nieman Reports).

E tutte le società e aziende della moda, delle auto, del lusso e di mille altre aree sono, stanno per o dovranno diventare delle «media company» secondo quel che prevedono gli esperti del settore, perché le piattaforme digitali (dai siti web agli smartphone) richiedono a qualsiasi imprenditore moderno di non limitarsi a fare pubblicità sui vari media ma di prendere in mano la comunicazione e lanciarsi in attività editoriali e di marketing ricco di contenuti (e non sfacciatamente promozionale).

Come ha fatto Ikea con i suoi cataloghi che tutti noi abbiamo sfogliato con lo stesso piacere con cui leggiamo una rivista di arredamento. O come stanno facendo i marchi dell’abbigliamento di alta gamma, primo tra tutti Burberry (Ikea e il brand journalism).

«Media company». Ma non era la casa editrice in cui lavoravo, sai, quella che pubblicava settimanali e mensili? No, mi rispondono. Ora è qualcosa di più. La chiameremo «media company» perché usa i media per veicolare contenuti giornalistici, contenuti editoriali, e-commerce (Futuro dei Periodici: Hearst lancia ShopBazaar), eventi, pubblicità “intelligente” degli inserzionisti. Sui giornali di carta, i giornali digitali, i social network, twitter, smartphone etc. etc. Con articoli, video, grafica, animazione etc. etc.

Giornalismo e giornalisti sono solo una parte della vecchia casa editrice, a volte una piccola parte, spesso sempre più piccola.

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Condé Nast e gli editori dopo la crisi

E’ naive credere che la stampa stia morendo. Ma, dopo la crisi, è impensabile per un editore investire solo sul giornale, trascurando le piattaforme digitali: smartphone, siti, tablet, social network.

Questo il succo dell’intervento dell’amministratore delegato di Condé Nast Usa, Charles Townsend, a un convegno che si è svolto nei giorni scorsi al Paley Center for Media in New York City. C’è autopromozione della società editrice e dei magazine, sento nelle parole un esercizio di ottimismo. Ma alcune frasi aiutano a capire cosa pensano gli editori.

Riassumo qualche passaggio, ma vi consiglio di leggere il link a Folio Mag, da cui traggo il testo.

Ecco gli estratti.

«L’idea che la stampa stia morendo è naive. Non è vero che sta collassando. Nulla impedisce a questo business di crescere, ma questo non può avvenire senza una presenza digitale consistente. E’ la differenza tra gestire un brand e fare un giornale”.

«Prima della recessione la stampa andava benissimo. Società come Condé Nast avevano fatturati in crescita del 12, 15% nella carta. Ma il mercato ora costringe gli editori di giornali a cambiare il modo di fare business».

«Poi arriva la recessione. Una depressione profonda. Cosa accade? Perdiamo il 40 per cento del fatturato. Terribile. Ma al tempo stesso tagliamo costi per centinaia di milioni di dollari. Ora siamo usciti dalla recessione (negli Usa la considerano superata. Ndr) e ci ritroviamo in splendida forma. La ripresa ruota tutta intorno al digitale, ma non a spese della carta, come si pensava prima della recessione».

Nel 2010 e 2011, dopo la recessione, Condé Nast ha registrato negli Usa fatturati in crescita anche del 7%, l’area web cresce tra il 32 e il 33%.

«Il dopo recessione è caratterizzato dalla introduzione e dallo sviluppo delle piattaforme digitali, le quali, però, non sostituiscono il business della carta. I periodici continuano a crescere, anche se questo 2012 è un anno deludente. Colpa dell’anemica economia americana, non di Condé Nast».

«Da ora in avanti noi ci consideriamo non più come un editore di periodici ma come una media company».

«La nostra industria sta pagando per aver svenduto i suoi contenuti. Come ci è venuto in mente di offrire gli abbonamenti a un dollaro? Abbiamo crato un’abitudine che è quasi impossibile rovesciare: quella dei contenuti giornalistici gratuiti. Ma ora possiamo fornire contenuti digitali, archivi, e-books, accesso a eventi, contenuti per il mobile e per la stampa, e ce la possiamo giocare con il consumatore. Abbiamo trovato la strada, cosa che manca a qualsiasi altro segmento dell’industria dell’intrattenimento».

M’interessa perché: 1) al netto dell’aspetto autopromozionale, indica la strada su cui muoversi anche in Italia, dopo la recessione; 2) media company, media company; 3) il giornale e tutto il resto, non più SOLO il giornale.

Il punto: come gli editori vedono il medio periodo.

La fonte: «The Magazine Industry’s source for news, careers, suppliers, education, features, video, multimedia and more».

Folio Mag: per Condé Nast Usa il giornale è solo una parte

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La fine di Internet

Il mese scorso è successo qualcosa di cruciale. L’uso dei motori di ricerca è diminuito. Non era mai successo prima. Già gli esperti parlano della fine (ancora da venire, sia chiaro, ma come vista in una sfera di cristallo) di internet. Del web come l’abbiamo conosciuto.

In settembre le operazioni di ricerca sono diminuite, rispetto allo stesso mese del 2011, del 4 per cento. Da febbraio, in cui era stato toccato un picco di crescita anno su anno del 14 per cento, la crescita è continuata, ma in decelerazione.

Significa che la gente sta passando dal web alle app, dai motori di ricerca agli smartphone. Come aveva predetto Steve Jobs nel 2010. Non si va sul web, non si fanno ricerche, ma si usano le app.

M’interessa perché: 1) pensiamo alle conseguenze per i periodici: app a pagamento anziché consumo gratuito di notizie sul web; 2) dunque: maggiore protezione dei contenuti dei periodici; 3) quindi: una prospettiva di sviluppo digitale profittevole per i magazine e i loro brand?

Il punto: come la tecnologia può aiutare gli editori a ridare significato ai magazine.

 

La fonte: «Business Insider is a U.S. business/entertainment news website launched in February 2009 and based in NYC».

Business insider: smartphone battono google

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