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Giornalisti Assunti Nel Digitale – Estratto da State of the News Media 2014

I posti di lavoro giornalistici si creano solo nei giornali digitali. Per il resto l’industria americana dei media ha visto un calo drammatico nel numero degli assunti full-time. Le penne della carta stanno migrando sul web. C’è posto per pochi, giovani e famosi

Il pizzico di ottimismo che si sente per la prima volta dopo anni nei media americani va tutto a merito del digitale.

Nel rapporto State of the News Media 2014, rilasciato a fine marzo dal Pew Research Center (Progetto per il Giornalismo), si disegna un quadro sfaccettato e promettente.

Il primo punto riguarda la creazione di posti a tempo pieno (in Italia potremmo tradurre, piuttosto liberamente, posti a tempo indeterminato).

Le 468 redazioni giornalistiche del web, grandi e piccole, censite nel Rapporto 2014, hanno creato in 6 anni circa 5000 posizioni per giornalisti e creatori di contenuti editoriali. Una crescita definita “esplosiva” se ci si limita agli ultimi due anni.

Le 30 redazioni più grandi hanno 3000 giornalisti, una media di 100 ciascuna. Sono redazioni di tutto rispetto.

Nelle testate minori, 438, i giornalisti assunti in ogni redazione sono in media 4,4.

Altro punto da tenere bene a mente: l’80 % dei nuovi assunti provengono da redazioni tradizionali, quelle di quotidiani, periodici, radio e televisioni.

Il dramma si concentra, infatti, in questa parte del mondo dell’informazione, di gran lunga ancora la maggiore. Negli Stati Uniti i quotidiani davano lavoro nel 2003 a 54.000 giornalisti; nel 2013 il numero è sceso a 38.000.

Tabella. Giornalisti assunti negli Usa 2003-2014 (link per la versione interattiva creata con Datawrapper).

 

Giornalisti assunti negli Usa 2003-2012

Nei periodici il taglio è stato del 26% (su una popolazione complessiva di oltre 140.000 dieci anni fa).

Ma ci sono altre tendenze che conviene esplorare nel mondo dei digital outlet, i giornali online.

Il 2013 è stato l’anno in cui si è investito in produzione di contenuti originali e di qualità, tentando di colmare un gap ed evitare di cadere nella trappola del plagio e della aggregazione di articoli pubblicati su altre testate.

L’anno scorso, inoltre, si è registrata una migrazione di firme dai giornali più prestigiosi della stampa americana verso le realtà dell’informazione digitale. A segnare un punto di svolta: non solo il digitale crea lavoro, ma sta diventando quasi più prestigioso dei media della tradizione.

 

 

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Il Papà Di Ebay Lancia Periodici Digitali

Periodici digitali. Lanciati dal papà di ebay. Per restituire al giornalismo quel che ha smarrito online: contenuti di qualità, con una voce originale, diretti da professionisti

Pierre Omidyar è il fondatore di ebay e dalla fine del 2013 ha investito 50 milioni di dollari nella creazione di una media company, una società che mescola editoria e tecnologia, chiamata First Media. Obiettivo: creare una nuova forma di giornalismo nel digitale.

Ha richiamato giornalisti del Guardian, di Rolling Stone e di altre testate prestigiose.

E ieri ha diffuso con un video i dettagli del suo progetto, creando grande attesa nella stampa americana.

Riporto alcune delle frasi che sentirete nel filmato. Sono dichiarazioni d’intenti:

1) Restituire al giornalismo quel che ha perso nel digitale: redazioni che sfornino prodotti di qualità.

2) Lanciare una serie di magazine, ciascuno dedicato a uno specifico argomento, con una voce distinta e riconoscibile, diretto da un giornalista.

3) Creare una nuova redazione, nella quale collaborino figure diverse, solo in parte giornalistiche: esperti nell’elaborazione di dati, fact chechers, visual designer, esperti di tecnologia, giornalisti e scrittori.

«(the effort will) bring back to journalism what’s been lost — the critical but expensive support that’s often neglected in the digital age. In our model, teams of data analysts, fact checkers, visual designers, editors and trechnologists will work together with writers reporters and producers to create powerful stories presented in compelling packages. We’ll give our journalists everything they need to do their jobs well».

Un’osservazione: il padre di ebay, il patron di Amazon, Yahoo.. tutti i grandi della tecnologia digitale stanno investendo in contenuti e giornalismo.

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«Come i periodici digitali hanno ucciso i blog»

Partendo dalla notizia di alcuni cambiamenti in Google (l’eliminazione dell’RSS Reader) un blog americano, io9, spiega come le versioni digitali dei giornali periodici stiano uccidendo un modo di leggere le notizie che sembrava essersi affermato con internet. E come vi sia un ritorno al modo tradizionale di accedere ai contenuti informativi: comprare e sfogliare particolari “contenitori” noti a tutti con il nome di: giornali.

Le considerazioni contenute nel post «Magazines have finally killed blogs – but in a way you never expected», «I periodici hanno ucciso i blog ma in un modo che non vi sareste aspettati», s’inseriscono con naturalezza nelle riflessioni di questo sito sulle carattersitiche che rendono i periodici unici, e le arricchiscono.

Lo spunto è la notizia che Google ha eliminato l’RSS Reader, uno strumento che potete vedere anche nella parte bassa di questa pagina, e in quasi tutti i siti web, un servizio che consente di ricevere nelle proprie e-mail una sintesi delle notizie e dei post usciti in uno o più siti e blog. E’ come un bollettino che viene inviato a casa vostra.

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Tablet venduti in Italia a fine 2012

Copie digitali dei giornali sì, ma bisogna avere gli strumenti per leggerle.

Negli Stati Uniti più di un quarto della popolazione possiede un tablet.

In Italia, paese che secondo una ricerca di Boston Consulting è il più entusiasta verso il nuovo supporto digitale e dove c’è la più alta propensione a spendere per dotarsene, in Italia, dicevo, siamo indietro.
I dati di Sirmi, società di consulenza e di ricerca nel digitale, dicono che nel 2012 sono stati venduti 2 milioni 100 mila apparecchi. La stessa fonte aveva calcolato per il 2011 un numero di poco superiore al milione. Nel 2010, anno della presentazione del re dei tablet, l’iPad, gli apparecchi mobili venduti nel nostro paese erano stati circa 400 mila. Totale: in Italia sono stati venduti, verosimilmente, circa 3,5 milioni di tablet.

Teniamo presente che i lettori di periodici sono 30 milioni.

Su come debba essere visto il bicchiere mezzo pieno, lascio a ciascuno la risposta.

Il Punto: dove siamo con la transizione al digitale.

il sole 24 ore: tablet venduti in Italia
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Perché le donne leggono periodici digitali

Buone notizie per i periodici. Le donne iniziano a leggere le versioni digitali dei giornali. Il merito è dei nuovi tablet con lo schermo piccolo che sta in borsetta o in una tasca dei jeans: si chiamano 7 pollici. Una strada da percorrere per i magazine, anche se la crescita delle copie digitali vendute è molto lenta. Se lo è in America, figuriamoci in Europa, dove il numero di tablet in circolazione è dieci volte inferiore.

Ne ha parlato una vecchia conoscenza di questo blog, David Carey, presidente dei magazine di Hearst negli Usa (Cosmopolitan è la testata principale della casa editrice), viso simpatico, che vi ho fatto conoscere anche attraverso una videointervista.

Carey, in una conferenza, ha spiegato che gli abbonamenti digitali ai giornali fino a oggi non sono decollati, soprattutto tra le lettrici. Ma le cose stanno cambiando grazie all’arrivo di schermi dalle dimensioni più piccole.

I tablet da 10 pollici sono stati acquistati in prevalenza dai maschi, che li utilizzano, tra l’altro, per leggere i quotidiani. Sono i normali iPad che vedete in giro.

Invece i 7 pollici, apparecchi dalle dimensioni ridotte, che stanno anche in una tasca dei pantaloni, come il nuovo iPad e uno dei Nook, stanno allargando alle donne la platea dei lettori.

Tutto questo va inquadrato in modo corretto. Negli Stati Uniti, paese all’avanguardia nel digitale dei giornali, gli editori ricavano solo il 3% dei fatturati dalle versioni per tablet dei periodici. Carey dice che spera di raggiungere il 10% entro il 2016: tre anni.

Nel frattempo l’editore ritiene che i giornali di carta continuino ad avere un ruolo di primo piano nel business. Carey pensa che l’immagine dei periodici sia stata ingiustamente intaccata dal drammatico declino dei quotidiani (quotidiani di carta). Ed obietta che i periodici continuano a godere di grande presa e popolarità tra le donne, cosa che rende forte la posizione di Hearst.

Il Punto: perché i periodici hanno una prospettiva di crescita nel digitale.

paidcontent: anche le donne leggono giornali digitali

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Gli inserzionisti e il giornalismo di qualità

La crescita nel digitale dei giornali, la produzione di contenuti di qualità, gli spazi per inserzionisti alla disperata ricerca di prodotti editoriali efficaci: sono alcuni dei punti toccati dal capo del marketing di Zinio, la più grande edicola online.

L’articolo mi è piaciuto in due passaggi.

Il primo riguarda i contenuti di qualità.

Jeanniey Mullen, Global Executive Vice President e Chief Marketing Officer di Zinio, spiega che il digital publishing è la categoria che cresce di più (inclusi ricerca, mobile e video) nelle classifiche di comScore.

In altre parole, i lettori cercano nel digitale contenuti di qualità.

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I limiti delle app dei periodici

In questo pezzo di Techvibes si spiega perché la maggior parte degli editori di periodici crea copie digitali che sono l’esatta replica del giornale di carta.

Senza multimedialità, a basso tasso di interattività, con pochi elementi aggiuntivi, come i video.

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L’informazione gratis su Internet? No, per i media digitali si spende di più

Un editorialista e blogger del New York Times, Nick Bilton, si è messo a fare i conti di quanto ha speso nel 2012. E si è accorto con sorpresa di aver sborsato 2 mila 403 dollari per una sola categoria di acquisti.

No, non è l’abbigliamento. E neppure l’ultima vacanza alle Hawaii.

Bilton ha speso 2 mila 403 dollari in media digitali.

Per un decennio abbiamo sentito ripetere il mantra della gratuità di Internet. Amico, non dovrai più spendere niente, dal web potrai scaricare gratis e a volontà film, programmi tv, libri, notizie, articoli, musica, giochi.

Non era vero. Queste previsioni apocalittiche erano sbagliate.

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Studio sulla sostenibilità dei giornali digitali

Una analisi di 69 startup giornalistiche in dieci Paesi, tra cui l’Italia, per capire come riescano a stare in piedi e a far soldi i giornali digitali. Non sono i lettori a sostenere finanziariamente le testate ma la pubblicità e una varietà di altre fonti di ricavo. Lo spiega uno studio intitolato «Chasing sustainability on the net» ripreso oggi da Nieman Journalism Lab

L’analisi, frutto di un progetto chiamato Submojour (sustainable business models for journalism), condotto da un gruppo di ricercatori, prova a spiegare come i giornali delle startup, società nate di recente con lo scopo di farsi largo nel digitale, riescano a sostenersi da soli, senza sovvenzioni, senza contributi per la carta, etc etc (è uno sberleffo, scusate), grazie a specifiche fonti di guadagno.

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Huffington Post/ Come immaginare il futuro dei periodici

I giornali del futuro assomiglieranno a quelli del presente. Ma bisognerà cambiare i formati per adattarli agli strumenti della lettura digitale. E i profitti saranno enormi. O è solo un sogno?

Non so se si tratta di sponsored content, contenuto sponsorizzato, ma questo intervento su The Huffington Post del boss di una piattaforma per l’editoria digitale, Yudu, ha elementi per me illuminanti sul futuro dei periodici.

Richard Stephenson, questo il nome del Ceo di Yudu, dà per scontato che i magazine continueranno a esistere, e vivranno in una dimensione digitale, come siti o app. Insomma viene messo a tacere lo psicodramma dell’Internet che manda in rovina i giornali di carta con la sua offerta di contenuti infinita (ma frammentati, disseminati, discordanti, faticosi da cercare e raggiungere).

Ma, dice Stephenson, i periodici del futuro dovranno affrontare alcuni nodi e tener conto di certe premesse.

1) Faranno guadagnare molto, perché eliminano le spese di stampa e distribuzione: i margini saranno del 60-85 %.

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Non solo l’Edicola Italiana per diffondere quotidiani e riviste digitali

Nasce l’edicola online dei giornali italiani, si chiama Edicola Italiana, si possono acquistare, leggere, scaricare le versioni digitali dei quotidiani e delle riviste dei maggiori editori del nostro Paese. Sono sei gli editori consorziati: Caltagirone, Gruppo Espresso, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Mondadori, Rcs Mediagroup. Altri potranno aggiungersi ed esporre i propri giornali, i settimanali, i mensili e le altre testate del portafoglio.

PER TABLET. L’atto costitutivo di Edicola Italiana, riferisce Il Sole 24 Ore (l’articolo è riportato in link alla fine di questo post), è stato firmato nei giorni scorsi a Milano. I lettori dei giornali e delle riviste degli editori che fanno parte di questo consorzio potranno acquistare le versioni per pc, tablet o smartphone. Si tratta di una manovra per sfuggire anche ai sistemi di prezzi imposti dalle edicole online esistenti, come Apple Newsstand (che trattiene il 30% dell’acquisto).

ALTRE AZIONI. L’Edicola Italiana fa parte di un’azione più ampia degli editori, così penso ma ormai mi sembra evidente, per incoraggiare e diffondere la lettura nel digitale, sviluppare prodotti specifici e mettersi al riparo da concorrenza scorretta, balzelli di mediatori, pirateria, come questo blog aveva tentato di approfondire in un post di qualche tempo fa. L’Edicola si aggiunge alla guerra per far pagare Google, all’uscita di tablet degli editori italiani, alla chiusura per azione della magistratura del sito pirata (che però ha riaperto nei giorni scorsi) Avaxhome, dal quale si possono scaricare gratuitamente, ma illegalmente, copie digitali complete dei giornali.

IL PUNTO: gli editori italiani si stanno muovendo nel digitale. Lo fanno anche con azioni coordinate, di difesa comune, come nel caso di Edicola Italiana.

Il Sole 24 Ore: edicola online di giornali italiani

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Scenari 6/ Nei giornali la carta conta ancora

Infine, la carta: per gli editori americani i giornali di carta rimangono indispensabili nell’offerta al lettore. Non si può rinunciare a quotidiani e periodici tradizionali.

Il Digital Publishing Survey 2012 di The Alliance for Audited Media (ex Audit Bureau of Circulations, l’Ads del Nord America), per cui sono stati sentiti i principali editori di quotidiani e periodici, arriva alla conclusione che della carta non si può fare a meno.

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Scenari 4/ I quotidiani hanno siti a pagamento, i periodici no

Gli editori americani hanno deciso di far pagare per i contenuti gionalistici digitali: il 2012 è stato l’anno del paywall.

Non c’è solo il caso, ormai da storia del giornalismo, del New York Times: moltissimi quotidiani hanno adottato nel 2012 il paywall. Lo dice il Digital Publishing Survey 2012 di Aam, l’organizzazione che fornisce dati certificati sugli editori di quotidiani e periodici americani. Si mette fine all’epoca in cui i contenuti giornalistici venivano offerti gratuitamente ai lettori. Un errore, per molti, perché si sono abituati gli utenti a considerare le notizie alla pari di commodities, servizi per cui è giusto non pagare. Sta emergendo dunque un sistema di prezzi per il digitale, tagliato sulle nuove modalità di distribuzione dei contenuti.

Passando ai numeri, il 48 per cento dei quotidiani ha adottato un paywall e fa pagare. Tra gli editori che non lo fanno ancora, il 44 per cento conta di adottare un paywall nei prossimi due anni.

Solo una piccola parte dei periodici (il 22 per cento) ha il paywall sul sito: i periodici devono puntare sulle app?

Far pagare per i contenuti stabilizza il numero di copie vendute dei giornali. Dare i contenuti gratuitamente taglia le gambe a qualsiasi modello di business. Queste alcune conclusioni del Rapporto.

Gli editori americani adottano il paywall

Leggete il rapporto completo in inglese di Aam nel link qui sotto oppure guardate la serie di post che ho dedicato al 2012 Digital Publishing Survey.

AAM: 2012 Digital Publishing Survey

AAM 2012 Digital Publishing Survey

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Scenari 2/ Nel 2013 tutti gli editori Usa presenti nel digitale

La maggior parte degli editori americani sentiti da The Alliance for Audited Media dichiara di produrre contenuti giornalistici per i canali e le piattaforme digitali. In altre parole, il digitale è oggi la regola, lo standard per gli editori di quotidiani e periodici. Senza non si può stare sul mercato.

Nella precedente edizione del Digital Publishing Survey di Aam (ex Audit Bureau of Circulations, l’Ads del Nord America, organizzazione che dice quanto vendono i quotidiani e i periodici) circa la metà delle case editrici di giornali dicevano di produrre contenuti per i device mobili (smartphone e tablet). Tre anni dopo, nel 2012, il 90 % degli editori interpellati dice di produrre contenuti per mobile. Per l’anno prossimo, tutti gli editori lo faranno. Lo si vede nella tabella qui sotto.

Editori che offrono contenuti per mobile

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Il Gruppo Time crea una redazione video per i periodici

Time Inc crea una redazione che realizza video per i periodici del gruppo. I filmati arricchiscono l’offerta informativa giornalistica e sono un richiamo per gli investitori pubblicitari.

Il Gruppo Time, che come sapete pubblica l’omonimo newsmagazine ma anche settimanali e mensili come People, Fortune, Real Simple, Wallpaper, InStyle, Sports Illustrated, Life, ha annunciato la creazione di una unità dedicata alla produzione di video digitali per i brand della casa. Fino a oggi lavoravano alla produzione di video circa 20 giornalisti. Il Ceo (amministratore delegato) di Time Inc., Laura Lang, ha spiegato la decisione dicendo che la pubblicità è particolarmente interessata ai video.

L’importanza dei video, posti al centro dell’offerta giornalistica nel digitale, è ampiamente trattata nel Global Digital Media Trendbook 2012 di Fipp (la federazione mondiale degli editori di periodici), citato in un precedente post sul crollo della pubblicità nei magazine. Alcune tabelle del Trendbook dimostrano come guardare video sia l’attività più comune su internet.

Attività su tablet.

Cosa si fa su internet.

Cosa si fa su internet.

 

 

 

 

 

 

 

 

M’interessa perché: 1) cresce la fame di video nei periodici; 2) saltano sempre più i confini tra quotidiani, periodici, tv; 3) è la pubblicità a chiedere una maggiore articolazione delle piattaforme e dei canali; 4) quando la connessione a internet sarà più veloce e meno ingolfata, anche in Italia ci sarà il boom del video (ora vanno soprattutto le fotogalleries, i video hanno problemi di caricamento e fanno poco traffico nei siti).

adweek: Time Inc crea redazione video digitali

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Con il tablet ci si abbona ai giornali digitali

Una ricerca degli editori americani di periodici rivela l’interesse dei possessori di tablet per l’informazione giornalistica, l’acquisto di giornali, la sottoscrizione di abbonamenti alle riviste digitali.

Al MPA Digital’s Social Media Summit (Mpa è l’associazione degli editori americani di magazine), che si è tenuto ieri (questa notte) a New York, sono stati anticipati parte dei risultati di una ricerca sui tablet che sarà pubblicata in gennaio.

L’indagine, condotta in collaborazione con Gfk MRI su un campione di 796 adulti che possiede un tablet, rivela che i proprietari di questi device (connessi a internet: i tablet sono dei mobile, come gli smartphone) preferiscono sottoscrivere abbonamenti annuali ai periodici digitali. Circa il 56 per cento degli intervistati preferisce acquistare una sottoscrizione annuale, il 31 per cento propende per un abbonamento mensile, l’11 per cento si abbona per sei mesi, appena il 2 per cento si impegna per più di un anno.

Una risposta sorprendente riguarda i contenuti preferiti: il 55 % dice di leggere sia i numeri della rivista appena usciti sia gli arretrati; il 45% invece si limita all’edizione più recente. Si apre uno spazio interessante per sfruttare economicamente i vecchi numeri (mi viene in mente questo articolo su Gramophone, rivista di musica classica, che ha deciso di mettere a disposizione on line, a pagamento, i 1000 numeri arretrati).

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Manifesto dell’editoria ultracompatta: come deve essere un giornale digitale

Un blogger americano spiega le regole per realizzare un giornale digitale di successo, facile da leggere, poco costoso, flessibile, libero dai condizionamenti del passato: Manifesto dell’editoria ultracompatta.

Craig Mod, blogger, scrittore e designer che ha pubblicato sul The New York Times e il sito di CNN, ex componente dello staff di Flipboard, ha scritto il Manifesto del Subcompact Publishing, l’editoria ultracompatta. Il riferimento del titolo è alle auto di piccole dimensioni, le utilitarie, e il paragone implicito rinvia all’arrivo a fine anni Sessanta sul mercato americano delle prime macchine giapponesi di piccole dimensioni, così diverse dalle auto a cui si era abituati eppure capaci di conquistare parte degli americani e di cambiare il mercato, mandando in crisi i produttori dei macchinoni a stelle e strisce.

Honda, auto, ultracompact publishing, craig, mpa

Honda , auto ultracompatta

Craig Mod è un creativo, non a caso è un ex fellow della MacDowell Colony, prestigiosa istituzione culturale, nata per sostenere e fare incontrare gli artisti emergenti. E come succede con i creativi, il discorso può sembrare poco ancorato alla realtà e visionario. In realtà contiene spunti di riflessione e qualche risvolto pratico.

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Lancio di nuovi periodici: arrivano 195 riviste nelle edicole di Usa e Canada

Nel 2012 gli editori americani e canadesi, vecchi e nuovi, hanno lanciato un totale di 195 nuove riviste di carta, più dell’anno scorso, quando ci si era fermati a 181.

Solo 74 titoli hanno chiuso le pubblicazioni rispetto ai 142 del 2011.

MediaFinder.com ha anche censito 32 nuove pubblicazioni native digitali, prive di un equivalente per l’edicola, mentre nel 2011 se ne erano contate 58. Quest’anno sono stati chiusi 7 giornali digitali contro i 10 di un anno fa. L’ultima vittima è stato il quotidiano di Rupert Murdoch, The Daily.

Secondo MediaFinder il minor numero di lanci digitali è legato alla difficoltà per gli editori di fare ricavi con queste pubblicazioni: manca un business model.

Ci sono stati 24 titoli che sono passati dalla carta al digitale, come Newsweek e Spin. Nel 2011 questo percorso era stato seguito da 29 magazine.

Qual è la morale? Viviamo in una fase di transizione. Il passaggio al digitale è, sul lungo periodo, inevitabile. E un editore che trascuri questo cambiamento è destinato a soccombere. Ma per il momento chi pubblica periodici (il discorso vale anche per i quotidiani) continua a fare la parte più consistente dei ricavi con le copie vendute in edicola o spedite a casa in abbonamento. E grazie alla pubblicità raccolta per le edizioni cartacee. Rinunciare a queste voci di entrata significa condannarsi a morte. Anche condurre male la transizione al digitale, sbagliando i tempi e i modi, comporta esiti letali. Penso all’avventura de Il Nuovo, il primo quotidiano digitale dell’editoria italiana, la cui parabola, all’inizio degli anni 2000, è stata brevissima. L’assunto che il futuro dell’editoria fosse nel digitale era giusto, completamente sbagliati i tempi.

Senza contare che alcuni editori (come raccontano gli articoli in inglese che ho riportato nei link qui sotto), soprattutto quelli che entrano per la prima volta nel mercato dei periodici, vedono nella stampa e nell’inchiostro qualcosa che ha maggior peso e sostanza di un sito web o una applicazione per iPad.

M’interessa perché: 1) è un controcanto rispetto alle sirene della fascinazione tecnologica: oltre alle novità digitali c’è la logica del business, senza la quale non si creano giornali di successo e posti di lavoro; 2) il ragionamento deve farsi più sottile, l’entusiasmo per le novità porta con se una grossolanità di pensiero.

 

Ne parlano:

«The Verge was founded in 2011 in partnership with Vox Media, and covers the intersection of technology, science, art, and culture».

«Crain’s New York Business thoroughly covers NYC’s major industries, including Wall Street, media, the arts, real estate, retail, restaurants and more».

Crain’s New York.com; più lanci che chiusure nei periodici

The Verge: 195 magazine pubblicati nel 2012

Crain's Nwe York

Crain’s Nwe York

The Verge

The Verge

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Periodici / Non solo tagli e chiusure: si fa la guerra a Google e alle edicole pirata per lanciare il digitale

L’ingegnere Carlo De Benedetti, presidente onorario del Gruppo Editoriale Espresso, ha confermato ieri sera in tv che nel 2013 Repubblica.it diventerà un sito a pagamento. Sarà introdotto un paywall, cioè un sistema di accesso alle notizie online che costringe ad abbonarsi per leggere i contenuti o a pagare per i singoli articoli (il più famoso esempio di paywall è del New York Times, un sistema “poroso” che permette di leggere gratuitamente un numero massimo di articoli per utente: poi si paga). «Penso che il futuro sia la carta e il digitale. Le due cose. Indubbiamente la crescita avviene sul digitale, non certo sulla carta. Repubblica.it è il primo sito di news in Italia ed ormai il 20% della pubblicità di Repubblica è sul sito. Quindi per noi è una fonte di profitto» ha detto De Benedetti a La7.

Pagare per l’informazione online. Gli editori italiani, per quanto divisi negli affari e in politica, sembrano aver imboccato tutti insieme, in modo concorde e spesso concordato, la strada della guerra ai contenuti free.
Gli editori in queste ultime settimane hanno detto basta a Google e alle edicole pirata. E’ una controffensiva che mira a contrastare la diffusione gratuita su internet di contenuti giornalistici copiati da testate cartacee (spesso riprodotte per intero in pdf) e da siti d’informazione. Non si vuole fare la fine dell’industria musicale, le case discografiche messe in ginocchio dalla pirateria e dagli mp3.A parte un articolo di Repubblica, dal quale si riceve quasi l’impressione che qualche editore voglia limitare la libertà di espressione sul web (un colpo partito per sbaglio), tutti concordano sul fatto che l’informazione giornalistica sia il prodotto di una attività che richiede impegno, fatica, esperienza, tempo, investimenti, un prodotto che merita quindi di essere protetto e valorizzato. Pagato. Stiamo parlando non delle notizie diffuse dal servizio pubblico, ma di un settore industriale che dà lavoro a migliaia di italiani (dei quali solo una piccola parte ha stipendi stellari, gli altri percepiscono retribuzioni ben al di sotto di quelle di altre professioni con iscrizione all’albo).

Ma non mi voglio limitare a notizie come la denuncia presentata da Mondadori contro il portale russo Avaxhome, dal quale si può accedere gratuitamente ai pdf di quotidiani e periodici italiani e non. La denuncia ha poi portato al sequestro d’urgenza del portale.

Non mi voglio neppure limitare alla notizia della guerra dichiarata a Google dagli editori francesi e italiani e alla proposta di legge in discussione al Parlamento tedesco che propone di introdurre l’obbligo per Google di pagare specifici diritti di copyright per le notizie dei giornali riprese dal servizio Google News.

Osservo un quadro più ampio. Vedo editori che lanciano versioni interattive dei loro giornali da leggere con i tablet, come ha fatto ieri Condé Nast Italia. C’è Mondadori che presenta e promuove un tablet con il marchio Kobo per la lettura su “tavoletta” dei periodici della casa. Più in generale ho l’impressione che l’industria dei periodici abbia deciso finalmente di muoversi verso il digitale e stia preparando il terreno a investimenti in prodotti da distribuire magari nelle edicole virtuali legali come il Newsstand Apple ed Lekiosk, l’edicola virtuale nata in Francia e arrivata qualche mese fa in Italia (tra i primi periodici italiani a essere distribuiti in formato digitale c’è Focus di Gruner und Jahr / Mondadori). Aggiungo infine la notizia che anche il Corriere.it, oltre a Repubblica.it, si starebbe preparando ad adottare un accesso a pagamento ai contenuti giornalistici del sito.

M’interessa perché: 1) si inizia a intravedere una strada per lo sviluppo digitale nei periodici; 2) ipotesi su quel che accadrà nei prossimi mesi.

International Business Times: Repubblica.it a pagamento

Il Sole 24 Ore: guerra alle edicole pirata

s24o

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Perché ha chiuso il quotidiano digitale The Daily di Murdoch

Perché The Daily, il quotidiano solo digitale di Rupert Murdoch, è stato un fallimento e dopo neanche due anni di pubblicazioni chiude l’attività?

Nella rete e sui giornali, ma soprattutto nella piggia di tweet, si sprecano le interpretazioni.

In questo articolo di International Business Times, che trovate linkato in fondo a questo post, vi invito a leggerlo, si riportano con tona pepato alcune delle spiegazioni più comuni. Credo contengano tutte un grano di verità.

C’è chi evidenzia l’assurdità di voler lanciare un prodotto editoriale che può essere letto su un solo device, l’iPad.

Chi contesta l’adozione dell’accesso a pagamento (paywall) per un giornale completamente nuovo (questa spiegazione mi sembra stimolante).

Altri imputano alla debolezza dei contenuti giornalisti l’inevitabile debacle.

Ma per me la cosa più importante è che non si ricavi dal fallimento di The Daily una sfiducia totale sul futuro dell’editoria digitale. Certo, dirlo adesso espone a lazzi di ogni tipo. Racconto allora un apologo, tanto per alleggerire la preoccupazione.

E’ un paragone folclorisico, di quelli invisi alla forma mentis italiana ma tanto amati dalla manualista americana dal taglio pratico: quel che conta non è la verosimiglianza ma il suggerimento di pensiero, concettuale.

Pare che negli anni delle prime sperimentazioni con gli aeroplani ci fosse qualcuno che era sconfortato dai continui fallimenti. Accidenti, anche oggi un altro velivolo si è schiantato al suolo dopo pochi metri. Prevedevano che non ci sarebbe stato futuro per le macchine volanti, anche se tutti i sondaggi di ricerca (questa è una aggiunta spuria, moderna, al raccontino) registravano una gran voglia di volare negli intervistati… Chissà se quei visionari (delle macchine volanti) si sono arresi così presto.

http://www.ibtimes.com/why-rupert-murdochs-daily-failed-what-it-means-ipad-publishing-915371

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