Archivi categoria: Lanci di giornali

Come Dovrebbe Essere Un Giornale Sull’iPad

L’app del quotidiano canadese Ottawa Citizen viene rilasciata ogni giorno alle 18. Per il designer Mario Garcia, coinvolto nel progetto, è uno dei primi esempi di come un giornale deve essere ripensato per l’iPad. Un “textbook” per l’industria

Il dibattito sulle app è acceso, un tema caldo anche per questo blog (flop nei periodici, finora).

Sulla scorta dei dati di vendita prevale lo scetticismo.

Ma quell’inguaribile ottimista di Mario Garcia spiega in dettaglio il progetto dell’Ottawa Citizen.

Spiega i punti di forza, le differenze con altri progetti (fallimentari).

Perché siamo ancora nell’infanzia dei giornali per tablet.

L’Ottawa Citizen non è il quotidiano di carta riformattato. Approfondisce notizie già uscite con lanci su smartphone, ma permette di vedere gli aggiornamenti.

Dà al lettore l’ingrediente grezzo e il piatto cotto a puntino.

E’ multisensoriale: un po’ di audio, di narrazione, di musica, di video ovviamente. E poi foto e testo.

Futuro dei Periodici

 

 

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Mappa Interattiva Dei Lanci Di Magazine Nel Mondo 2013-2014

L’ultimo anno ha visto una raffica di lanci di testate in paesi di ogni continente: Germania, Olanda, Spagna, Stati Uniti, Messico, Repubblica Domenicana, Myanmar, India, Medio Oriente, Filippine, Australia… Un percorso da seguire attraverso una mappa interattiva. Per capire la strategia di internazionalizzazione dei grandi editori globali

 

Questa è la mappa interattiva sui principali lanci di magazine in paesi di ogni parte del mondo nel periodo aprile 2013-aprile 2014. Ecco un’immagine statica: per accedere al programma dovete andare al link. E’ stata realizzata utilizzando un programma di Knightlab, e le informazioni fornite da Fipp sul mondo dei periodici.

Mappa Lanci Periodici nel Mondo 2013-2014

Una selezione, ovviamente, perché le iniziative degli editori sono state numerose.

Vediamo come prosegue la strategia dell’internazionalizzazione per editori di tutto il mondo: americani, tedeschi, italiani. Hearst, Burda, Bauer Media, Mondadori, Rodale, Gruner + Jahr…

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Newsweek torna in edicola: 70 mila copie a 7,99 dollari l’una

Proprio così.

Il prodotto di carta è un lusso. E in quanto tale deve costare molto. Esattamente 7,99 dollari a copia.

Si capisce. Il ritorno di Newsweek in edicola avviene all’insegna della modestia: saranno stampate solo 70 mila copie a numero, contro i 3,3 milioni, ogni settimana, di 20 anni fa. Bisogna rientrare dei costi.

«You would pay only if you don’t want to read anything on a backlit screen. It is a luxury product».

«Uno è disposto a pagare questa somma solo se non vuole leggere un articolo su uno schermo retroilluminato: Newsweek è un prodotto di lusso» ha spiegato Etienne Uzac, 30 anni, uno dei fondatori di IBT Media, l’editore che ha comprato Newsweek per farlo rivivere nel digitale. E ora anche in edicola.

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Nuove Riviste Dimostrano Che La Stampa Non È Morta

Una ondata di nuove riviste. Più simili a piccoli capolavori dell’artigianato che a giornali. Senza pubblicità. Realizzate con il crowdfunding. Con foto artistiche, carta di pregio, materiali scelti

Riempiono gli scaffali delle librerie, sia a Londra, come racconta The Guardian, sia a Roma e Milano.

L’articolo del quotidiano britannico descrive il fenomeno. Che per qualcuno sarebbe la dimostrazione della resistenza della carta stampata.

In realtà si tratta di prodotti lontani dalle logiche industriali che governano i periodici come li conosciamo.

E non è una gran consolazione sapere che l’artigianato subentra alla produzione di massa: è un fenomeno di nicchia che non salva posti di lavoro e non garantisce lettori.

Ma è bello lasciarsi ispirare. Perché queste riviste mostrano come può cambiare la stampa nell’epoca di Internet.

The Guardian fa riferimento a nuovi modelli economici, al crowdfunding, alla vendita in Rete.

E alla creatività messa in moto. Senza celebrity in ogni pagina, pubblicità, calendari promozionali.

Non è solo un capitolo del revival dei prodotti fatti a mano, artigianali, che ci compensano della progressiva smaterializzazione della vita nel mondo digitale.

Dal Guardian: nuovi magazine 1.

 

 

Dal Guardian, nuovi magazine 3.

Dal Guardian, nuovi magazine 2

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Periodici, Internet E “Verticali” (Sui Mag Di First Look Media)

Rivisti e ripensati. I periodici trovano una nuova vita nella Rete. Perché c’è ancora bisogno di un giornalismo specializzato, accurato, pieno di entusiasmo. Che parli delle passioni delle persone

Molto si è parlato del lancio di magazine digitali da parte di un editore digitale americano, First Look Media.

Il 10 febbraio è uscito il primo giornale di quelli preannunciati, The Intercept. E la discussione si è spostata sul ruolo delle “firme”, dei giornalisti che ci mettono la faccia su Internet.

Ma c’è chi si è chiesto se questi siti possano davvero essere considerati i discendenti dei magazine nel digitale.

Una docente americana che si occupa di mass media ha approfondito l’argomento, riprendendo le parole dell’executive editor di First Look Media. E’ una riflessione sui “verticali”, i rami dei portali giornalistici che approfondiscono un dato argomento. Lo abbiamo sentito ripetere di recente anche in Italia, quando Rcs Mediagroup ha messo mano alla ridefinizione del sito del Corriere della Sera collegandolo alle testate periodiche e agli allegati, vecchi e nuovi.

Date un’occhiata all’articolo. Si dice che i verticali ricreano in Internet quel rapporto speciale che i periodici intrattengono con i loro lettori. Ci sono voci di giornalisti distinte, uniche, riconoscibili, che emergono nei siti specializzati e non sprofondano nell’uniformità dei portale. Con i giornalisti delle riviste si crea un rapporto di fiducia, fondato sull’entusiasmo per un soggetto, la conoscenza approfondita, l’esperienza, lo scambio.

«Magazines were doing a lot of what the Internet does, before the Internet was around. If you wanted deep expertise, if you wanted to be around people who shared a passion, you’d go to magazines… The idea that there’s a publication that exists for multiple devices and multiple platforms, with a strong editorial vision and voice, is really reminiscent of what magazines do».

«I periodici facevano molto di quel che Internet offre, prima che Internet nascesse. Se volevi competenza, se volevi sentire persone che condividevano le tue passioni, ti compravi un periodico. .. L’idea di una pubblicazione che esiste su molti device e piattaforme, con una voce e una linea editoriale forti, è davvero un’eredità di quel che facevano i periodici».

E continuano a fare.

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Personal Franchise Model Nel giornalismo Digitale

Siti d’informazione costruiti intorno a personalità carismatiche. Giornalisti che diventano il marchio di una testata. Se ne parla nel giorno del lancio di nuovi periodici digitali negli Stati Uniti

Qualche ora fa è stato presentato il primo dei magazine digitali di First Look Media, la “casa editrice” del papà di eBay.

Il giornale si chiama Intercept, è un “verticale” che si occupa di sicurezza, privacy ed è ritagliato intorno alla figura del giornalista che lo dirige, Glenn Greenwald, ex Washington Post.

Non sarà la prima creazione di questo tipo per First Look Media. Yahoo! sta seguendo la stessa strada.

E sulla stampa americana si dà spazio alla lezione di un professore di giornalismo, Jay Rosen, su quello che lui chiama “personal franchise model” applicato ai siti. Un esempio che tutti conosciamo: Andrew Sullivan.

Il personal franchise model è questo:

Caratteristiche

Redazioni costruite intorno a figure carismatiche di giornalisti che hanno una voce unica e un seguito online.

Il controllo editoriale è del fondatore, anche se la proprietà passa di mano.

Il modello si contrappone a quello istituzionalizzato degli editori tradizionali, dove le persone vanno e vengono mentre restano invariati i brand, i prodotti, il logo.

La testata non sopravvive senza il suo creatore.

L’approccio è di nicchia, riguarda un pubblico circoscritto. Non si danno news generaliste per tutti i gusti e palati.

Il modello economico è estremamente vario e unico per ogni esperienza.

Cosa lo ha fatto nascere

Il pubblico si lega più facilmente a una persona, che a un brand.

Con una figura carismatica, è facile sapere se c’è qualcosa di nuovo da leggere e seguire.

Nel tempo, è diventato più facile aver fiducia nella persona che nell’istituzione.

Nelle grandi aziende c’è meno propensione al rischio e all’innovazione, rispetto alle inizialmente individuali.

Le divisioni tra i generi del giornalismo, le convenzioni fruste, le barriere artificiali tra news e opinioni, le strutture piramidali, la debolezza tecnologica sono fonte di frustrazione per i giornalisti di maggior talento.

continua… leggete il link al professor Rosen!

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Perché Facebook Non Affonda I Giornali

Fa notizia il lancio di Paper, l’applicazione di Facebook per leggere notizie online. Ma è davvero un attacco mortale allo sviluppo digitale dei giornali?

Paper di Facebook seleziona notizie e le raccoglie tenendo conto delle indicazioni dei lettori, i loro interessi, le comunità di cui fanno parte, gli acquisti. Ok, bellissimo.

Ma questo è un surrogato dei magazine? Ed è questa la pietra che sbarra la strada dello sviluppo digitale dei periodici?

Per capire quale rapporto può nascere tra questi sofisticati aggregatori, molto belli, e le testate tradizionali, consiglio di leggere questo post su Vogue e l’aggregatore Flipboard.

Si spiega che:

1) E’ Vogue a decidere quali articoli mettere a disposizione di Flipboard.

2) Lo scambio è interessante per entrambi i partner. Vogue accede allo sterminato bacino di utenti di Flipboard (100 milioni contro 3,4 milioni). E questo accede ai contenuti di pregevole fattura di Vogue, di cui sarebbe altrimenti privo.

3) Vogue trae un enorme vantaggio pubblicitario: grazie all’alleanza con Flipboard aumentano in modo esponenziale i clic sulle pagine pubblicitarie digitali.

L’interesse è comune.

Al riguardo, un anno fa ho pubblicato il post: Cos’è un periodico. Una ricerca mi aveva aperto gli occhi.

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3 Link Sulla Pubblicità Nativa Nei Periodici

Se ne fa un gran parlare. Ma la pubblicità nativa sta davvero prendendo piede nei giornali. Dopo il grande passo del New York Times, altre testate seguono l’esempio. Solo ieri si sono lette 3 notizie

Teen Vogue lancia un piano di pubblicità nativa su Instagram, dove è il brand leader negli Stati Uniti (tra i periodici) con 625.000 follower.

Bauer Media, che in Gran Bretagna pubblica decine di riviste tra cui Grazia e Closer, presenta The Debrief, rivista digitale multipiattaforma, destinata a giovani donne, che viene finanziata con native advertising in partnership con Bacardi ed H&M.

In Italia Condé Nast e Manzoni, concessionaria di pubblicità del Gruppo L’Espresso, mettono al mondo nelle prossime settimane Multi-Mag, il primo periodico multimediale e nativo digitale italiano che ospita pubblicità… nativa.

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La Corsa Ai Contenuti: Facebook Entra Nelle News

Indiscrezioni. Facebook lancerà una app di news, un aggregatore curato da giornalisti: una serie di canali monotematici (verticali, in gergo) che raccoglierebbero, si dice, articoli e contenuti di qualità messi in rete dai quotidiani e dai magazine. Si dovrebbe chiamare Paper, e viene descritto come un aggregatore “intelligente”, non affidato a un algoritmo, a un automatismo, ma alla capacità di selezione e confezionamento di persone esperte.

Segue breve e incompleta cronologia delle società tecnologiche entrate nel… giornalismo:

Il patron di Amazon, Jeff Bezos, ha comprato l’estate scorsa il Washington Post.

Yahoo! è entrato a gennaio nell’informazione e ha lanciato, tra l’altro, alcuni magazine digitali. Assunti giornalisti con curriculum di tutto riguardo, ad esempio l’ex columnist di tecnologia del sito del New York Times.

Il fondatore di Ebay ha annunciato lunedì di voler aprire alcuni magazine digitali; a fine 2013 aveva fondato la società che li pubblicherà, First Media, con un investimento di 50 milioni di euro.

Loro si danno da fare. C’è invece chi ha il pane e non ha i denti per mangiarlo.

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Il Papà Di Ebay Lancia Periodici Digitali

Periodici digitali. Lanciati dal papà di ebay. Per restituire al giornalismo quel che ha smarrito online: contenuti di qualità, con una voce originale, diretti da professionisti

Pierre Omidyar è il fondatore di ebay e dalla fine del 2013 ha investito 50 milioni di dollari nella creazione di una media company, una società che mescola editoria e tecnologia, chiamata First Media. Obiettivo: creare una nuova forma di giornalismo nel digitale.

Ha richiamato giornalisti del Guardian, di Rolling Stone e di altre testate prestigiose.

E ieri ha diffuso con un video i dettagli del suo progetto, creando grande attesa nella stampa americana.

Riporto alcune delle frasi che sentirete nel filmato. Sono dichiarazioni d’intenti:

1) Restituire al giornalismo quel che ha perso nel digitale: redazioni che sfornino prodotti di qualità.

2) Lanciare una serie di magazine, ciascuno dedicato a uno specifico argomento, con una voce distinta e riconoscibile, diretto da un giornalista.

3) Creare una nuova redazione, nella quale collaborino figure diverse, solo in parte giornalistiche: esperti nell’elaborazione di dati, fact chechers, visual designer, esperti di tecnologia, giornalisti e scrittori.

«(the effort will) bring back to journalism what’s been lost — the critical but expensive support that’s often neglected in the digital age. In our model, teams of data analysts, fact checkers, visual designers, editors and trechnologists will work together with writers reporters and producers to create powerful stories presented in compelling packages. We’ll give our journalists everything they need to do their jobs well».

Un’osservazione: il padre di ebay, il patron di Amazon, Yahoo.. tutti i grandi della tecnologia digitale stanno investendo in contenuti e giornalismo.

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L’Editore Che Investe Sia Nella Carta Sia Nel Digitale – Prisma Media

Nuovi progetti, lancio di giornali e di allegati per i titoli esistenti, investimento nei video e nel digitale. In Francia Prisma Media va all’attacco

È l’editore di Geo, Capital, Voici, Télé Loisir: 25 titoli tra i più venduti in Francia. E da poco la versione transalpina dell’elitario Harvard Business Review (17.000 copie a 17,90 euro).

Ma Prisma Media, in questa intervista di Le Figaro al presidente Rolf Heinz (guida anche Gruner + Jahr International), dichiara soprattutto di credere ancora nei periodici, di voler investire nel corso dell’anno e di avere un piano di espansione in cui il digitale non si sostituisce ai giornali ma ne è un volano di diffusione.

(Una controffensiva mediatica per rispondere al colpaccio di una rivista della concorrenza, quel Closer che ha rivelato la relazione tra il presidente Hollande e l’attrice Julie Gayet?)

Per il 2014 si prepara il lancio di, almeno, una nuova testata, mentre sono 3 i progetti in cantiere.

Prisma ha acquisito una quota maggioritaria della più grande società di produzione di video in Francia (AdVideum).

Si costruisce un’offerta integrata, carta e digitale insieme, per le principali aree di interesse della società: economia, femminili, televisione e intrattenimento, scienze.

«La mia ambizione è di concepire un nuovo genere mediatico ibrido, consultabile sul tablet, che amplia la ricchezza del testo, delle foto, dei video, della community, del servizio, del gioco.

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«Il Primo Passo Verso i Periodici Del Futuro» – Yahoo Lancia 2 Magazine Digitali

Yahoo lancia 2 magazine digitali, uno sul cibo, l’altro sulla tecnologia: un gigante di Internet inizia a produrre contenuti giornalistici di qualità. Un pericolo mortale per gli editori tradizionali

Ho letto 2 notizie.

Una buona: l’informazione giornalistica è su Internet il contenuto che coinvolge maggiormente i lettori, facendo passare più tempo sulle pagine: è il concetto di engagement. Nel post del Giornalaio, uscito ieri, si riferisce come l’informazione sia prima per capacità di coinvolgimento in 8 nazioni su 10 analizzate dalla piattaforma Outbrain, che prende in esame migliaia di pubblicazioni. L’Italia, però, fa eccezione. Per arretratezza degli abitanti o del giornalismo?

L’altra notizia è cattiva (ma contiene opportunità). Yahoo ha lanciato una serie di nuovi prodotti, quasi tutti incentrati sull’offerta di contenuti informativi, tra cui 2 magazine, 2 riviste digitali: una di gadget e cultura tecnologica (Yahoo Tech News), l’altra di cucina (Yahoo Food: da vedere entrambe, molto belle). Un big dell’online entra con passo deciso nel cerchio dei media.

Mi hanno colpito questi aspetti:

1) Pare sia la prima volta che un Titano delle tecnologie digitali punti in modo così forte sulla produzione di contenuti informativi originali. Non generati dagli utenti.
2) Per realizzarli, sono stati assunti giornalisti di primo piano. L’ex responsabile del canale tecnologia del New York Times; ex giornalisti della rivista Bon Appétit e Huffington Post Food.
3) Il taglio dei contenuti giornalistici sarà popolare e di servizio. Roba tipo: come arrotolare il caricatore del Mac, come scattare un fantastico selfie, ecco il rasoio da 500 dollari che dura per sempre. In questo Yahoo è maestro di titolazione catchy anche in Italia. L’informazione di base, se fatta bene, non è commodity. È qualità (e ti porta via la pubblicità di cui vivi).
4) Yahoo farà fruttare le news e i magazine con la pubblicità, in particolare quella nativa, oggi tanto discussa e analizzata.
Con sintesi, uno dei boss di Yahoo, Mike Kerns, ha detto che Yahoo Food e Yahoo Tech sono «il primo passo verso la prossima generazione di media product».
Mi sembra che gli editori tradizionali abbiano la fortuna di essere i possessori di contenuti di alta qualità. Ma corrono il rischio di essere scavalcati da chi ha creato e sviluppato le nuove autostrade dell’informazione.

P.S. A proposito di subentri simbolici: Google Italia prende in affitto mezzo palazzo nell’ area residenziale milanese apripista dello sviluppo urbanistico cittadino. A poche centinaia di metri di distanza sorge lo storico edificio venduto pochi giorni fa dalla società che edita il principale quotidiano italiano.

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Ci Si Pensa Prima Di Chiudere un Giornale

Secondo MediaFinder, database online di Oxbridge, sorta di anagrafe con i lanci e le chiusure nella carta stampata in Stati Uniti e Canada (quotidiani, magazine, altro: 77.000 titoli), nel 2013 il rapporto tra nuove iniziative e chiusure di periodici di carta si è stabilizzato.

Il rapporto è di 3 nuovi magazine per ogni chiusura di giornale.

Complessivamente i nuovi magazine sono stati 185, il 18% in meno rispetto al 2013. Ma sono calate anche le chiusure: 56 titoli, in discesa del 30% in confronto all’anno passato. E di oltre il 60% sul 2011, un anno di grande mortalità.

C’è da ricordare che nel 2010 lanci e chiusure si erano equivalsi: 193 a 176.

Entrano in edicola, nel 2013, soprattutto periodici del food, regionali e femminili.

“Però dammi una chiave di lettura”.

Proviamo. Penso che far morire una testata non sia un’operazione che un editore compie a cuor leggero. Ne sono stati investiti di soldi ed energie in quel brand.

Penso che la chiave sia la parola “sistema”. Tieni e porti avanti quei giornali che possono non solo vivere in edicola, seppur con difficoltà rispetto al passato, ma anche avere uno sviluppo digitale e come brand, attraverso gli eventi e altre attività (il college di moda di Vogue, la scuola di economia di Forbes…).

Se questo non è possibile, perché devi concentrarti su altri giornali della casa, allora provi a vendere la testata, forse altri editori possono disporre delle risorse e dell’attenzione per ripartire.

Ma prima di uccidere un giornale, c’è da pensarci a lungo.

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7 Ragioni Per Credere Ancora nei Giornali

Escono a getto continuo in questi giorni articoli e post che fanno il bilancio del 2013 e formulano previsioni per il 2014.

Tra i più citati, questo intervento del guru dei media, Ken Doctor.

In Italia ho letto con interesse Pier Luca Santoro, alias il Giornalaio.

Mi è piaciuto molto un post del designer ed esperto di media Mario Garcia. È sempre eccitante leggerlo: sparge entusiasmo, ottimismo, racconta da vero giornalista, attratto dalle novità come un ragazzo; e non parla mai ex cathedra, pur avendo un’esperienza e risultati da far impallidire chiunque nei giornali.

Nel suo bilancio del 2013, Garcia elenca 7 ragioni per brindare nel mondo dei media… L’anno è stato complicato anche negli Stati Uniti, ma:

1) Continuano a nascere giornali (di carta). Garcia cita il caso, tanto raccontato e ormai paradigmatico negli Stati Uniti, del quotidiano locale Long Beach Register. Ma potremmo aggiungere il ritorno in edicola di Newsweek. E il numero cospicuo di lanci nel 2013 (185 magazine lanciati contro 56 chiusi).

2) Il boom del mobile: quasi la maggioranza della popolazione (negli Usa, l’Italia non è da meno, come noto) possiede uno smartphone e un tablet, supporti su cui c’è un’esplosione nella lettura e ricerca di notizie. La strada è ancora lunga, il giornalismo su mobile è nella sua infanzia, ma c’è un potenziale enorme.

3) Non è vero che i giovani non leggono notizie. Ma lo fanno su smartphone e tablet. La frequenza nella lettura è la stessa delle persone di 30 e 40 anni. E i giovani molto più spesso cliccano sulla pubblicità digitale.

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L’Editore Che Fa Innovazione di Prodotto. In Piena Crisi

Stati Uniti: il gruppo Bauer Media ha lanciato 3 giornali in 3 mesi. Tra cui il settimanale Closer. Un passo compiuto nel pieno della crisi: il momento giusto per fare innovazione di prodotto

Giorni fa una persona che si occupa di brevetti mi diceva che in questo periodo sta lavorando come mai prima. Proprio quando c’è la crisi, le aziende fanno la corsa per cambiare i loro prodotti e innovare. Puoi conservare la tua fetta di mercato solo se dai una ragione in più di acquisto (sarebbe sbagliato abbassare i prezzi). E nei periodici?
Ne parla il professore di giornalismo, Samir Husni, noto come Mr Magazine. Ha intervistato i boss di una grande casa editrice: Bauer Media, gruppo tedesco, presente in modo massiccio negli Stati Uniti. Quest’anno Bauer ha lanciato tre giornali negli ultimi tre mesi, tra cui il settimanale di gossip Closer (di cui avrete sentito parlare per lo scandalo delle foto di Kate Middleton nuda, un anno fa).
 
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«Newsweek È un Prodotto da Boutique»

Avete letto bene. Per il direttore che riporta in edicola il celebre newsmagazine, «Newsweek è un prodotto da boutique».

Lo ricorda il sito dell’Atlantic. Jim Impoco, direttore messo da IBT Media alla guida del brand uscito un anno fa dalle edicole, afferma:

«We see it as a premium product a boutique product».

Suggestivo. Il giornale di carta è un prodotto premium: per un pubblico esigente, disposto a pagare, attento al valore del giornalismo.

Certo, questo non significa che la crisi non c’è.

I giornali hanno perso quell’equilibrio economico che li ha sorretti e resi grandi per tanto tempo. Bisogna dimostrare di aver ritrovato una stabilità.

Ma la vicenda di Newsweek dice, a mio parere, un’altra cosa, positiva: i brand storici del giornalismo sono più duri a morire di quanto si pensasse. C’è del valore, in quelle riviste. In quei nomi.

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Magnifico Video Sugli Slow Media

La Reykjavik di Bjork. L’Islanda delle scogliere, dei fiordi e delle steppe, del vento e del mare alla fine del mondo. Sono le immagini di un video che promuove la rivista Londinese Boat Magazine.

Troppo lontano?

Tempo fa si parlava di slow media (suona come Slow Food). Ecco, questo video contrappone il passo lento, non interrotto, disconnesso dei periodici alla concitazione, frammentazione ed energia di Internet e dei New Media. Pastorale e Futurismo: a ciascuno la sua poesia.

Guardate!

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