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Il futuro dei contenuti digitali a pagamento – Reuters Digital News Report 2014

Informazione a pagamento nel digitale: c’è un mercato. Anche in Italia. Ma al lettore bisogna offrire giornali che lo mettono al centro

Una delle domande capitali per capire se i giornali possono sopravvivere nella transizione al digitale è la seguente: i lettori/utenti sono disponibili a spendere per comprare notizie dalle piattaforme digitali (siti web, app, copie digitali)?

Una notizia incoraggiante arriva dal terzo Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism (RISJ). È stato realizzato interpellando 18.000 persone in 10 Paesi, tra cui l’Italia.
Mi voglio limitare al capitolo dedicato ai modelli di informazione a pagamento.

Viene fuori che l’Italia è tra i Paesi in cui c’è maggiore propensione a pagare per l’acquisto di notizie nel digitale, soprattutto nel caso di singoli numeri dei giornali.

Questo si sposa con altre indicazioni favorevoli al giornalismo digitale, uscite quasi due anni fa, come la disponibilità degli italiani a investire per l’acquisto di tablet e iPad.

In generale, nei Paesi esaminati, l’acquisto di prodotti giornalistici digitali riguarda una fascia della popolazione ancora molto ristretta, spesso intorno al 10%. Ma ovunque si registra un trend in crescita. E questo riguarda anche i tablet.

Ma si spiega molto bene che la chiave per vendere nel digitale è diversa da quella della carta stampata.

In passato, per riassumere con una formula, si dava un prodotto in cui ci fosse «qualcosa per ogni lettore».

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L’Ottimismo nello “Stato Dei News Media 2014”

Leggiamo lo Stato dei News Media 2014. Un rapporto sulla salute di quotidiani, riviste, tv, media digitali negli Stati Uniti. Uno specchio di tendenze presenti anche in Italia. E c’è un briciolo di ottimismo

L’ottimismo è nei primi autorevoli commenti su The State of the News Media 2014. Si osserva, per esempio, che nel mondo dei media stanno finalmente filtrando investimenti, energie e attenzione di chi si è affermato e arricchito nel digitale. Una carica per l’industria della carta stampata, ancora in affanno nell’anno passato. E così i giornali riducono ancora del 6% le redazioni ma 500 news outlet digitali hanno assunto 5000 giornalisti e curatori di contenuti.

The State of The News Media 2014 del Pew Research Center (fondazione che sviluppa indagini statistiche sulla vita e la cultura degli statunitensi, indagini riprese sempre più spesso dalla stampa italiana) fa il punto sulle condizioni di salute di tv, quotidiani, riviste, nuovi media. E fornisce una tale quantità di informazioni, dati, tabelle, riflessioni da richiedere giorni per esaurire l’esame.

Provo ad avviare per voi il processo di assimilazione ed estrapolo alcuni highlight, validi non solo per i periodici.

1) Confusione nei cieli

Il rapporto si apre infatti con una affermazione che dà forma a qualcosa che tutti noi avvertiamo: è sempre più difficile fare una distinzione tra le varie forme di giornalismo. Appare ormai artificioso separare quotidiani, periodici, televisione, radio e media digitali. Il 2013, di fatto, ha accelerato il fenomeno della convergenza delle varie piattaforme.

2) Le giuste proporzioni

Cos’è il giornalismo a livello industriale? Il mondo dell’informazione ha un giro d’affari di circa 63 miliardi di dollari. L’industria dei video giochi vale 93 miliardi di dollari; Google 58 miliardi; Starbucks 15 miliardi.

3) Follow the money

Nei media statunitensi il 69% dei ricavi complessivi (93 miliardi di dollari) è rappresentato dalla pubblicità. Il 24% da copie vendute e abbonamenti (pensiamo alla tv). E poi…

Il 7% va sotto la voce “altro”. E’ interessante capire di cosa si tratta, perché è sempre più importante per le case editrici (vista la contrazione di pubblicità e copie). Si tratta di eventi, servizi di marketing offerti a terzi, consulenza nel web, scuole con il brand del giornale…

L’1% sono i contributi di magnati, filantropi. Come Jeff Bezos, papà di Amazon, che compra per 250 milioni di dollari il Washington Post.

4) La parte del leone

La fanno i quotidiani. Che raccolgono 38,6 miliardi di dollari. Le tv locali ne prendono 8,9 miliardi. I settimanali 3,6 miliardi. I nuovi editori digitali 0,5 miliardi di dollari.

5) Mantenere il futuro

La domanda da un milione di dollari è da anni: c’è un modello economico per i giornali o falliranno tutti? Si può ancora vivere facendo informazione?

Si parte dalla constatazione che solo il 25% dei fatturati dei news media proviene da copie vendute e abbonamenti. E nuovi sistemi di pagamento, come i paywall nei quotidiani, stanno dando finalmente frutti. Ma il sorriso muore sulle labbra quando si pensa che in 7 anni la raccolta di pubblicità, principale fonte di sostentamento, è crollata del 50%. E nell’ultimo anno è rimasta stabile in tv, è ulteriormente calata sui quotidiani, invece nel web non cresce in modo sufficientemente rapido da compensare le perdite sugli altri media.

Il futuro, si conclude, dovrà poggiare su modelli di business differenti testata per testata, editore per editore, media per media.

Futuro dei Periodici

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Perché Tutti Creano Siti Di News

La corsa delle società nate del digitale verso i contenuti giornalistici. Il lancio di siti di news che fanno concorrenza a quotidiani e periodici. Un esperto di media analizza il fenomeno

E’ un post di Ken Doctor su Nieman Lab, punto di riferimento per chi tiene d’occhio le novità del giornalismo nel digitale.

Il superconsulente analizza in dettaglio la situazione. Le compagnie che hanno sviluppato piattaforme digitali fanno a gara nel lanciare iniziative editoriali. Creando nuovi brand e testate verticali. Assumendo giornalisti con un nome.

Ma un punto sottolineato da Ken Doctor è quello della sostenibilità economica: un sito di news può stare in piedi.

Può stare in piedi se trova un pubblico di lettori ben circoscritto, per quanto limitato nella dimensione: una nicchia.

Può nutrirsi di pubblicità nativa, diventata competitiva rispetto a quella dei banner.

Può creare redazioni piccole ma con possibilità di ampliarsi.

«Business models are maturing. New publishers are finding enough niches tolargely pay smaller-but-expanding staffs of journalists — if they can create large enough audiences. They are also seeing that native advertising, well done by BuzzFeed and Atlantic Media, for instance, offers a way to compete with programmatic advertising. Premium (Politico Pro) and events (Business Insider) strategies are giving the new publishers the sense they don’t have to wholly rely on advertising».

Futuro dei Periodici

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Guida da Campo per Giornalisti Smarriti

E se a dirti come vanno davvero le cose, senza nascondere nulla, fosse chi ti dà il lavoro? Succede in un grande gruppo editoriale americano, il secondo del paese con 75 quotidiani. Qui l’amministratore delegato ha scritto ai dipendenti. Per spiegare due cose. La prima è l’ammissione di un errore, una cosa molto tecnica (che non mi interessa): elimineremo l’accesso a pagamento ai siti dei giornali. La seconda molto più importante: la condivisione delle strategie della società. E di tutte le incertezze e le preoccupazioni sul futuro della carta stampata. Una testimonianza del momento

Il post di John Paton, alla guida di Digital First, è stato ripreso a più non posso su Twitter. E sui siti d’informazione.

Egli dice.

Il viaggio dalla carta stampata al digitale sarà lungo. E siamo ancora nella prima parte, quella in salita.

I dollari che si guadagnavano nella carta si sono trasformati in centesimi nel digitale: lo stesso prodotto viene pagato molto meno. Ma i costi che dobbiamo sostenere per andare avanti sono ancora in dollari.
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La Formula di Axel Springer: Carta e Digitale Insieme

Basta alla divisione carta/digitale. Giornalismo di qualità. Contenuti a pagamento. Previsioni per i prossimi 5 anni. Tutto nell’intervista di Milano Finanza al Ceo di Axel Springer, la prima media company digitale europea

TROVATA LA STRADA Il sottotitolo di questo blog è: cronache da un mondo che non sa dove andare. Chiaramente se trovo qualcuno che sa dove andare, mi sento obbligato a dargli la prima pagina.

Da tempo nella mia prima pagina c’è l’editore tedesco Axel Springer, gigante dei periodici in Europa, proprietario in Germania dei maggiori quotidiani. E apripista del digitale.

Segnalo un’interessantissima intervista all’amministratore delegato del Gruppo uscita sabato su Milano Finanza. Bel colpo. La sostanza dell’articolo, intitolato «Il meglio deve venire», è già stata esposta con anticipo e in modo ampio in queste pagine: Axel fa il 40% dei ricavi con il digitale. È dunque il primo ad aver trovato una strada nel digitale che porti a risultati economici di rilievo. E ad avere individuato il tanto inseguito modello economico del digitale: un equilibrio tra costi sostenuti e ricavi.

Ma c’è dell’altro. A livello di definizioni, linguaggio, formule: scolpiscono concetti. E allora faccio una sintesi dei passaggi di maggior rilievo per un giornalista italiano.

SIATE CANNIBALI

1) La strategia di digitalizzazione della società è stata adottata con largo anticipo sulla concorrenza: già dal 2002. Nel 2004 solo il 4% dei ricavi proveniva dal digitale. Il Ceo di Axel Springer spiega che le aziende che non entrano con decisione nel digitale per timore di cannibalizzare il proprio business hanno perso in partenza: qualcuno lo farà al loro posto. Cannibalizzare significa che il digitale ruba lettori alla carta, mettendo in crisi il sistema.

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Idee per cambiare i periodici (ma scordiamoci il passato) – Congresso Fipp a Roma

Copie e pubblicità non bastano più alle riviste. Bisogna trovare fonti aggiuntive di guadagno. Ma i periodici non moriranno. Se ne parla al Congresso della Fipp, l’associazione mondiale degli editori di periodici. A Roma, ieri e oggi.

IL PUNTO DI VISTA DEGLI EDITORI Ascolto chiunque parli di giornali. Ma l’attenzione raddoppia se a prendere la parola è chi guida un grande gruppo editoriale. Perché sicuramente sa fornire un quadro d’insieme in cui è possibile distinguere tra quel che è vitale e quel che è accessorio.

Riprendo parte del discorso fatto ieri da Ernesto Mauri, Ceo di Mondadori, alla apertura del Congresso mondiale di Fipp a Roma. Dove si ritrovano anche oggi i più grandi editori internazionali, in prima fila Hearst, Time Inc., Axel Springer. Dalle parole dei loro rappresentanti al convegno sono usciti innumerevoli esempi di strategie e scelte per lo sviluppo dei periodici.
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La pubblicità nel digitale: capire come cambia il rapporto con i giornali

Il mondo della pubblicità è stato rivoluzionato dal digitale. E vive una crisi paragonabile a quella della stampa. Un argomento di importanza vitale anche per i giornalisti. Che ne parlano come mai prima.

INTERESSA AI GIORNALISTI Molti dei siti giornalistici americani che riprendo in questo blog parlano di com’è cambiata la pubblicità nel digitale. Con la crisi, chi lavora in quotidiani e periodici, radio e tv, ha capito la centralità dei guadagni da pubblicità per la sostenibilità dell’attività giornalistica. Sappiamo che se l’informazione non troverà un nuovo equilibrio economico, il suo spazio si ridurrà di molto in un futuro vicino.

Da mesi sto cercando di capire come funziona la pubblicità nel digitale. Non sono un esperto dell’argomento, per niente. Ma ho provato a orizzontarmi.
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Il modello del New York Times, i periodici, i media

Tre pennellate nell’acquerello di come cambiano periodici e media.

Riprendo tre passaggi di un intervento di Ken Doctor, consulente americano che si occupa dei media, uscito su Nieman Journalism Lab, sito che per me e’ un punto di riferimento sui cambiamenti nel giornalismo (e’ un laboratorio legato alla universita’ di Harvard).

Parliamo di periodici e media, ma Ken Doctor analizza i risultati semestrali del New York Times, i ricavi, le novita’ in quella che e’ una delle testate che reggono la fiaccola del passaggio progressivo al digitale. Modello di business cercasi, come dicono gli esperti; e il Times ci sta provando, a trovare un modo per tenere in piedi il giornalismo.

Torniamo a noi.

Prima pennellata. Il New York Times cerca nuovi modi per fare ricavi stabilendo alleanze con societa’ che forniscono contenuti, thid-party, come si dice in gergo. Contenuti che non vengono prodotti dalla redazione ma comprati gia’ confezionati allo scopo di arricchire l’offerta digitale e del sito. Non e’ crescita organica. Per cui il Corriere della Sera o una rivista italiana non fa tutto in casa: compra all’esterno, stringe alleanze. Un futuro promettente per service e produzioni video. O intese tra gruppi editoriali della carta e gruppi televisivi: pronto?! In Italia ci sono per caso editori che possiedono giornali e tv, o che hanno appena fatto acquisti in tal senso?

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11 notizie su come è cambiato il giornalismo

Ho letto a fondo il Digital News Report 2013 del Reuters Institute, importante rapporto su come cambia il consumo di notizie  nell’era del digitale. Computer, smartphone, tablet e carta stampata messi a confronto in un’indagine condotta in Europa, Stati Uniti, Brasile, Giappone. Viene fuori anche una descrizione dell’Italia come Paese votato alla dimensione social della comunicazione.

Non ho chiuso bottega, come temeva un amico che mi ha scritto ieri. Anzi, approfittando di qualche giorno di maggiore tranquillità estiva ho trovato utile rileggere uno degli studi sul giornalismo più interessanti e approfonditi della prima parte del 2013. Fare la sintesi di qualcosa che un lettore non ha il tempo di andarsi a vedere: ecco un compito del giornalista che non sarà mai superato. Vale anche per un blogger a tempo perso.

Il Rapporto sulle news digitali del Reuters Insitute risponde ad alcune domande che tutti i giornalisti si fanno.

1) Quando si pensa al modo in cui consumiamo informazione, dobbiamo ricordare che esistono ancora grandi differenze tra Paese e Paese: la cultura nazionale, il reddito, la composizione sociale, le infrastrutture della comunicazione, la politica e la legislazione creano paesaggi diversissimi. Se ne deve ricordare anche un blogger quando è tentato di vedere in una tendenza locale un fatto globale.

2) La carta stampata sta morendo e sarà sostituita dalla distribuzione digitale? La fruizione delle notizie giornalistiche è sempre più multipiattaforma: non c’è il lettore di carta stampata o del digitale. E il 33% dei lettori che legge news digitali utilizza 2 device (es. computer e smartphone), altri (il 9%) ne usano tre (il tablet si aggiunge ai primi due).

3) Il tablet è una novità dirompente nel mondo del giornalismo o solo uno dei tanti strumenti per leggere notizie? Il numero di coloro che usano il tablet per cercare e leggere notizie è raddoppiato nel giro di dieci mesi in molti dei Paesi europei passati al setaccio dal Reuters Institute. In Danimarca siamo al 25% dei lettori complessivi.

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22 cose da tenere a mente se avete a cuore il giornalismo

Le trasformazioni del giornalismo nel passaggio al digitale, le idiosincrasie dei giornalisti in una fase di incertezza e paura, le sfide per gli editori, i rischi che tutto ci crolli addosso…

Di questo e di molto altro parlano 22 frasi raccolte dal giornalista David Bauer agli incontri del GEN News Summit 2013 che si è tenuto nei giorni scorsi a Parigi (segnalate su Facebook da Claudio Giua del Gruppo Espresso). Bauer è digital strategist del quotidiano online svizzero in lingua tedesca Tageswoche.

Riporto solo 9 delle 22 sentenze. Leggete le altre nel post in inglese di Bauer.

Conosci bene, e quanto, il tuo pubblico?

Poiché le technology company sono diventate media company, le media company devono diventare technology company.

Parliamo troppo degli strumenti e troppo poco del cambiamento culturale?

Il chi, cosa, quando, hanno perso valore. Il giornalismo deve occupare del perché, del come e del dopo.

Il contenuto oggi è come l’acqua. Lo trovi ovunque. Il valore risiede nel confezionamento.

Le molte nuove facce di quella unità un tempo conosciuta come: l’articolo.

Più gente paga per i contenuti giornalistici nel 2012 rispetto al 2013. Ma ancora troppo poca.

Il passato non garantisce il nostro futuro. Senza correre rischi, ciascun dollaro guadagnato si trasformerà in una perdita di 0,56 dollari entro cinque anni.

Lo smartphone è la tua redazione.

22 cose da tenere a mente se avete a cuore il giornalismo.

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Il futuro dei periodici fino al 2017 – Entertainment & Media Outlook di PwC

Una ricerca importante, l’Entertainment & Media Outlook di PricewaterhouseCoopers (PwC), descrive il futuro economico dei periodici americani da qui al 2017. Il calo dei ricavi da copie vendute, il calo della pubblicità, la crescita del digitale, non sufficiente. E qualche sorpresa.

La crisi continua. L’articolo di Adweek che sintetizza l’Outlook di PwC dice che non c’è alcuna ripresa dietro l’angolo per i periodici. Il mercato continuerà a scendere nei ricavi da copie vendute e nella raccolta pubblicitaria. Questa previsione vale per gli Stati Uniti, Paese che ha risposto meglio e più rapidamente dell’Italia alla crisi economica. Il declino dei periodici si conferma, dunque, strutturale. Non abbiamo ancora visto tutte le conseguenze. Viene confermata la “narrativa” corrente secondo cui i lettori e gli inserzionisti grandi e piccoli stanno migrando verso il digitale e verso altre modalità di accesso all’informazione.

Il mercato dei periodici consumer americani (le riviste come Time e Cosmopolitan) vale nel 2012 24 miliardi di dollari ma scende a 23 miliardi di dollari nel 2017. Dalla crisi del 2009 si è registrata una lieve ripresa, ma il mercato continuerà nel suo complesso a calare con l’abbandono della carta da parte di lettori e inserzionisti.

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Cosa succede se non leggi più il giornale a colazione – Lo stato dei media nel 2013

Il giornalismo sta attraversando un periodo di grandi opportunità, non solo di bilanci in rosso? Alan Murray, ex giornalista del Wall Street Journal e presidente del Pew Research Center, spiega invece qual sia l’esatta condizione dei giornali. Si va al punto: la perdita di pubblicità, l’irrilevante crescita delle copie vendute, la frammentazione dei new media.

Prima di lasciare spazio all’entusiasmo per il digitale, bisognerebbe capire cosa sta succedendo al giornalismo e quali saranno le conseguenze per le testate e per chi ci lavora. Una sintesi viene fatta da Alan Murray, per cinque anni responsabile dello sviluppo digitale del Wall Street Journal, presidente da alcuni mesi del prestigioso Pew Research Center, organizzazione no profit che ogni anno rilascia un rapporto sullo Stato dei media. Potete ascoltare l’intervento di Murray alla George Washington University School of Media and Public Affairs. Ma ho selezionato alcuni punti e li ho sintetizzati in italiano. Potete leggerli qui sotto.

Sì, anche al Wall Street Journal, grazie al digitale, l’audience complessiva non è mai stata alta come in questi anni. 10, 15 volte superiore a quella che il giornale ha avuto nel periodo d’oro. Questo significa che il Wall Street Journal è in grande salute? Purtroppo no. In tutto il mondo avanzato, a causa dell’esplosione della comunicazione digitale, non c’è più un modello di business per i giornali, non si è ancora trovato il modo per ripagare e tenere in piedi il business.

 

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Il college di moda e design di Vogue – Nuove fonti di ricavo per i periodici

Condé Nast, la casa editrice americana di riviste patinate, ha aperto una scuola di moda a Londra. L’iscrizione ai corsi è costosissima. L’idea rientra in quella serie di attività che gli editori di giornali provano ad avviare per cercare nuove voci di guadagno. Le vendite dei periodici e la raccolta di pubblicità, infatti, stanno calando ovunque, dall’Italia agli Stati Uniti.

Il Condé Nast College of Fashion & Design, di cui parla il New York Magazine (guardate il link a fine post: c’è l’intervista al direttore della scuola), è stato aperto due settimane fa a Londra. Due i corsi attivi: il Vogue Fashion Certificate, della durata di dieci settimane, e il Vogue Fashion Foundation Diploma, che richiede un anno di frequenza.

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A confronto il passaggio al digitale della musica e dei giornali

La transizione al digitale dell’industria della musica come lente attraverso cui leggere quella dei giornali? Ci sono somiglianze: la concorrenza dell’online, la pirateria, la crisi delle organizzazioni, il maggior potere dei singoli, la ricerca di fonti di ricavo alternative. E grandi differenze. Manca però il The End. Sia per l’industria della musica, sia per l’editoria.

Saltabeccando su Internet ho trovato un articolo di Usa Today del 2009. Mi sembra ancora oggi pieno di spunti che ispirano. Vi si narra che:

Il 1999 è stato l’anno più ricco della storia della musica, apparentemente proiettato verso un’espansione illimitata dell’industria del disco. Nel marzo del 2000 la boy band ‘N Sync’s con No Strings Attached fu capace di vendere 2.4 milioni di copie nella prima settimana, il record di ogni tempo. L’anno si chiuse con un giro d’affari del settore pari a 14 miliardi di dollari.

Ma il 2000 è stato anche l’anno di Napster e della pirateria musicale che diffonde i brani gratuitamente ed erode le basi dell’industria. La battaglia contro il mercato illegale, subito avviata, portò alla denuncia di 35 mila servizi di file-sharing dal 2003 al 2009, quando la guerra venne definitivamente chiusa, senza una vittoria delle grandi case discografiche.

Contemporaneamente le vendite legali di musica nel digitale crescono notevolmente, senza però compensare le perdite nella vendita di cd, crollate del 50% entro il 2009 (vi ricorda qualcosa questo passaggio? NdA). Nel 2007 la colonna sonora di Dreamgirls arrivò al No. 1 delle classifiche con il minor numero di copie mai vendute per un album di successo: 60 mila copie.

Nel 2008 le vendite digitali valevano nel mondo 3,7 miliardi di dollari, ma rappresentavano appena il 5% della musica consumata. La gente, nel frattempo, scaricava illegalmente 40 miliardi di file all’anno.

Nonostante ciò, il consumo e la circolazione di musica ha raggiunto picchi ineguagliati (come il consumo di informazione nel digitale: si parla infatti di Età dell’oro della readership. NdA). Non solo grazie alla pirateria ma per merito, innanzitutto, della accessibilità e portabilità: la si può trovare facilmente e portare ovunque grazie ai lettori digitali.

L’iPod è stato introdotto nel 2001, per la gioia dei fan stanchi di spendere 20 euro per un cd che contiene al massimo due o tre tracce di valore.

Gli album perdono rilevanza, inizia un’epoca in cui trionfano i singoli, le singole canzoni (avete presente il fenomeno E-Single nel giornalismo? Guardate anche qui. NdA). Come avveniva prima dell’invenzione dell’Lp in vinile.

Leggete l’articolo di Usa Today. Spiega come il mondo della musica, posto di fronte al drammatico collasso di un modello di business, abbia reagito. Attraverso i concerti, la televisione, i video di YouTube, il merchandising.

Ma la storia continua.

Usa Today: storia del declino dell’industria musicale. E sua rinascita.

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Nella testa degli editori che ristrutturano i periodici – 5 fine

Giungo alla fine della serie di post che prendono spunto dagli stati di crisi presentati dai principali editori italiani di periodici (e quotidiani), eventi che mi hanno spinto a rileggere lo studio di The Boston Consulting Group intitolato: Transforming Print Media. Leggete qui la prima, la seconda e la terza e la quarta parte.

Aiuta a entrare nella testa degli editori, capire il presente, immaginare come e perché vengano presentati piani di riorganizzazione che prevedono chiusure e cessioni di testate, esuberi, revisione delle redazioni, addirittura l’uscita dal mercato dei periodici.

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Guide televisive del futuro, Axel Springer e l’operazione TunedIn

TunedIn Media, la società tedesca che ha lanciato la “social Tv” app Tunedin, è stata acquistata oggi dal gigante dell’editoria europea Axel Springer, editore di quotidiani, periodici e proprietario di siti di e-commerce in 36 paesi, a partire dalla Germania.

L’app per iPhone di Tunedin trasforma il guardare la televisione in un’esperienza sociale, perché mette insieme le indicazioni di una guida televisiva, le segnalazioni degli spettatori, gli show più visti, una community, la possibilità di postare su Facebook. Era stata lanciata nel dicembre del 2011 e in aprile era già presente in Germania, Austria, Svizzera. Ma la startup è nata in realtà a New York, a fine 2010, e poi si è trasferita a Berlino, come spiega l’articolo in link alla fine di questo post.

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Compleanno digitale per il Financial Times

Autorevole, britannico, uno dei giornali più antichi, il Financial Times festeggia oggi i 125 anni sotto il segno del digitale.

La storia di questo quotidiano va approfondita. Leggete l’articolo del New York Times (riportato in link alla fine di questo post).

Le copie in edicola stanno calando vertiginosamente, la pubblicità fa acqua, ma le copie digitali sono in rapida crescita e questo, nonostante i tagli al numero dei giornalisti, ha garantito la sopravvivenza della testata. Come altri quotidiani, per il FT si può dire che è al tempo stesso un prodotto di successo, grazie al digitale, e un giornale che può essere venduto in qualsiasi momento, a causa del suo precario equilibrio (la pubblicità non va).

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Huffington Post/ Come immaginare il futuro dei periodici

I giornali del futuro assomiglieranno a quelli del presente. Ma bisognerà cambiare i formati per adattarli agli strumenti della lettura digitale. E i profitti saranno enormi. O è solo un sogno?

Non so se si tratta di sponsored content, contenuto sponsorizzato, ma questo intervento su The Huffington Post del boss di una piattaforma per l’editoria digitale, Yudu, ha elementi per me illuminanti sul futuro dei periodici.

Richard Stephenson, questo il nome del Ceo di Yudu, dà per scontato che i magazine continueranno a esistere, e vivranno in una dimensione digitale, come siti o app. Insomma viene messo a tacere lo psicodramma dell’Internet che manda in rovina i giornali di carta con la sua offerta di contenuti infinita (ma frammentati, disseminati, discordanti, faticosi da cercare e raggiungere).

Ma, dice Stephenson, i periodici del futuro dovranno affrontare alcuni nodi e tener conto di certe premesse.

1) Faranno guadagnare molto, perché eliminano le spese di stampa e distribuzione: i margini saranno del 60-85 %.

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Rcs, presentato il piano industriale: ristrutturazione e sviluppo digitale

Rcs Mediagroup ha presentato il piano triennale per il rilancio della casa editrice. Al primo posto lo sviluppo digitale, la valorizzazione delle riviste forti (power brand), la chiusura o vendita delle testate che non sono leader, i contenuti editoriali digitali di alta qualità, un’organizzazione delle redazioni innovativa, flessibile, più produttiva.

Non è facile spiegare cos’è il piano triennale di una società. In sostanza, Rcs Mediagroup, il secondo editore italiano nell’area delle riviste (ma il primo se si considera il quotidiano di cui è proprietario: il Corriere della Sera), prova a disegnare un futuro di sviluppo, con riorganizzazione e investimenti, per reagire al declino che ha investito da quasi dieci anni la carta stampata.
Il piano mette al primo posto il digitale. Significa che, oltre alla difesa dei giornali di carta (e dei libri), Rcs concentrerà gli investimenti soprattutto sui contenuti e i servizi da consumare e fruire su computer, tablet, cellulari intelligenti (gli smartphone), e gli ebook. La società punta a ottenere dalle attività digitali il 25 % del fatturato nel 2015, contro il 14% attuale. Per arrivarci, pensa di investire circa 300 milioni di euro. Da spendere anche in acquisizioni, l’acquisto di società o attività nel settore.
Importantissima la pubblicità. Si prevede di avere una crescita nella raccolta digitale del 18% in tre anni, contro una media attesa per gli editori (il mercato) dell’11%.
Naturalmente questo blog è concentrato sulle riviste, i periodici, in cui Rcs (“la Rizzoli“), è una presenza importante in Italia, sia per la storia del Gruppo sia per i risultati attuali.
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Scenari 5/ Crescita lenta dei periodici nel digitale

Gli editori americani si interrogano su come fare profitti con il digitale e fanno previsioni: il 20 per cento crede che entro il 2014 riceverà da siti web, applicazioni per smartphone e contenuti per tablet ricavi pari al 25 % del fatturato pubblicitario complessivo della compagnia.

I dati sono tratti dal Digital Publishing Survey 2012 di The Alliance for Audited Media (Aam), l’organizzazione che si occupa di certificare le copie di giornali vendute negli Stati Uniti. Si viene a scoprire che:

1) La maggior parte degli editori americani offre contenuti per tablet e smartphone. Ma non sempre si chiede all’utente di pagare per questi prodotti.

Il 56 per cento degli editori fa pagare per i contenuti specificamente studiati per iPad, il 42 per cento per iPhone, il 38 per cento per i contenuti per il Kindle… (nel Rapporto trovate i dati completi).

2) Naturalmente i contenuti a pagamento non possono essere l’unica fonte di guadagno. Perché sul digitale vi sia un modello di business, confermano gli editori sentiti per questo studio, le fonti di ricavo devono essere due: contenuti e pubblicità.

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Perché dobbiamo pagare per leggere le notizie online

Riprendo dal blog The Dish di Andrew Sullivan, che fa parte del sito di informazione giornalistica The Daily Beast (il giornale appartiene alla stessa società che edita Newsweek: The Newsweek Daily Beast Company), un post di due giorni fa sulla necessità di far pagare l’accesso ai contenuti dei siti giornalistici. Il confronto su questo tema è ripreso in questi giorni negli Stati Uniti dopo la notizia che il Washington Post si appresta a introdurre un paywall (il meccanismo per cui i visitatori del sito pagano).

La tabella che segue è la premessa di qualsiasi riflessione sull’argomento. Cliccateci sopra e ingranditela.

Ricavi pubblicitari quotidiani

Ricavi pubblicitari quotidiani

Si vede come è andata la raccolta della pubblicità nei quotidiani americani dal 1950 a oggi. Nell’ultimo tratto (gli ultimi 10 anni) viene aggiunta la curva rossa, che indica i ricavi pubblicitari complessivi dei giornali, inclusi quelli della raccolta di inserzioni nel sito della testata. La situazione non cambia di molto: è e rimane un disastro. Da questa amara constatazione, amara realtà, nasce la necessità per i quotidiani di trovare altre fonti di ricavo, pena la chiusura delle pubblicazioni. Agli editori non rimane che cercare di far pagare agli utenti di internet l’accesso al sito con le notizie. Naturalmente, come molti di voi sapranno, i meccanismi di paywall adottati sono intelligenti, e permettono ai visitatori meno assidui, o ai nuovi arrivati, di avere un assaggio dell’offerta informativa senza dover sborsare un centesimo (questo sistema si chiama meter). Per chi invece fa più di 10 o 20 visite al mese, scatta l’obbligo di sottoscrivere un abbonamento o di acquistare i “pezzi”. Questa soluzione viene oggi presa in considerazione anche da The Daily Beast.

Nel post ci sono altre considerazioni sulla pubblicità. Si riportano le parole di The Economist, nel quale si è spiegato che i dollari della pubblicità sul digitale non riusciranno mai a compensare le perdite nella raccolta dei giornali di carta. Un problema a cui gli editori non hanno saputo trovare una soluzione nei 18 anni di attività digitali fin qui portate avanti. Di conseguenza i quotidiani dovranno in futuro essere meno dipendenti dalla pubblicità. Tradizionalmente la raccolta pubblicitaria ha contribuito per l’80% ai guadagni dei giornali americani. Mentre oggi il New York Times riceve il 55% dei ricavi  dalle diffusioni (le copie vendute in edicola o abbonamento). Nel 2001 era solo il 29%. Chiaramente cambia tutto, bisogna trovare un nuovo equilibrio tra spese e ricavi, o altre fonti di ricavo.

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Come cambia il giornalismo? Uno studio della Columbia School of Journalism

La Columbia Journalism School ha pubblicato un nuovo, voluminoso rapporto (220 pagine) intitolato «Post-Industrial Journalism: Adapting to the Present».
Devo ancora leggerlo per bene. Ma riporto i cinque punti cardine su cui il rapporto è costruito:
1) Il giornalismo è ancora rilevante.
2) Il buon giornalismo è sempre stato sostenuto finanziariamente.
3) Internet mette fine ai ricavi da pubblicità.
4) Ristrutturare è, pertanto, una mossa forzata.
5) C’è la possibilità di fare del buon giornalismo sui nuovi media.

M’interessa perché: aiuta a capire cosa sta succedendo all’industria del giornalismo. Industria, proprio così.

Buona lettura.

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Il boom di The Atlantic nel digitale: una buona notizia, ogni tanto

Sarebbe una bella storia da raccontare quella di The Atlantic, rivista letteraria statunitense nata oltre 150 anni fa, gioiello editoriale fondato da un gruppo di scrittori e intellettuali “liberal” del New England, che è diventata un caso grazie al successo nel digitale e ai suoi 12 milioni e mezzo di visitatori unici nell’ottobre 2012 (+45%).
Sarebbe una bella storia, perché fa vedere come un giornale che sembrava destinato alla chiusura dopo dieci anni di conti in rosso sia invece rinato e si sia imposto come uno dei siti di informazione e riflessione politica e culturale più autorevoli e soprattutto più letti degli Stati Uniti.
Nel secondo link trovate un articolo di due anni fa del New York Times. Racconta come abbia pagato, per The Atlantic, la strategia del “digital first“, prima di tutto il digitale. La dirigenza spiega qual è stato l’approccio al digitale. In sintesi: The Atlantic ha agito come se fosse una nuova realtà editoriale, una start-up della Silicon Valley foraggiata con venture capital,  decisa ad aggredire e sconfiggere… The Atlantic. «Che cosa avremmo fatto se il nostro obiettivo fosse stato quello ci cannibalizzare noi stessi?» dice il proprietario del giornale, David Bradley.

I primi passi sono stati: fondere la redazione del giornale di carta con quella digitale; rinunciare a far pagare la lettura delle notizie sul sito (buttato via il paywall); mettere insieme la raccolta pubblicitaria, senza distinguere tra i budget dei due canali.

The Atlantic ha anche organizzato eventi con il proprio brand: conferenze con il marchio del giornale con accesso a lezioni a pagamento. Un progetto realizzato con l’Aspen Institute ha raccolto l’adesione di 1200 persone, ciascuna delle quali ha pagato 2 mila 700 dollari per quattro giorni di seminario.

Sarebbe bello raccontare questa storia.

M’interessa perché: 1) fa vedere come anche una testata tradizionale-che-più-tradizionale-non-si-può abbia una chance di restare in vita, anzi, di prosperare, nell’era digitale; 2) “ragionare come una start-up, cannibalizzare se stessi”; 3) non c’è una strada uguale per tutti, ma c’è una strada; 4) il digitale non è solo informazione da due soldi.

Il punto: trovare la strada giusta per ridare un significato editoriale ed economico alle testate di carta.

foliomag.com: The Atlantic vola sul web

nytimes: il rilancio di The Atlantic

 

 

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Sviluppo digitale? I periodici americani sono lenti

Ok, ok: il futuro dei periodici (settimanali, mensili) è legato allo sviluppo sulle piattaforme digitali. Questo ammettono ormai tutti gli editori. Ma quale sia il loro reale investimento e l’efficacia delle mosse su tablet, twitter, facebook, è ancora da verificare. Si dice che non c’è un chiaro modello di business digitale per i periodici. Ma già con quello che offre la tecnologia e con i nuovi comportamenti dei lettori si possono muovere passi importanti. A giudicare da questa ricerca, però, gli editori non hanno ancora capito la logica della comunicazione nel digitale e non si stanno impegnando a fondo. Leggete questo articolo pubblicato da Minonline che parla del lavoro di L2, Think Tank newyorkese che misura la “competenza” digitale di 80 brand mondiali dei periodici. Il secondo link permette di accedere alla classifica sulla competenza digitale di L2. Al primo posto Wired (sorpresa!), Time è al sesto, Elle al settimo posto in classifica.

 

L2: I magazine americani indietro nell’evoluzione digitale.

La classifica sulla competenza digitale dei principali magazine mondiali.

 

M’interessa perché: 1) al di là delle dichiarazioni di principio, gli editori investono poco e male sul digitale; 2) c’è una classifica divertente.

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