Archivi categoria: crisi editoria

Perché il digital affonda media e industria della pubblicità

Le aziende non investono in pubblicità. Preferiscono fare comunicazione in proprio. E tagliare i budget per i media tradizionali. Con i social e il digital salta la mediazione dei giornali.

Lo dice uno studio per il mercato australiano di PwC, che oltre all’outlook annuale con le previsioni fino al 2018 aggiornate, ha fatto una ricerca con l’Australian Marketing Institute per vedere come impatta sui media la diversa allocazione dei budget pubblicitari. Invito a leggere l’articolo di Adnews Australia.

I media tradizionali sono alle prese con la frammentazione dell’audience, a causa di social media e digitale, e assistono alla contrazione del proprio lettorato.

Diventa urgente trovare nuove fonti di ricavo per compensare il calo nelle diffusioni e della pubblicità.

Un solo esempio delle insidie per i giornali: il 69% delle aziende sta spostando la spesa di marketing dall’acquisto di pubblicità a comunicazione fatta in proprio. E una fetta dal 20 al 30 % del budget per la comunicazione viene investito nella costruzione di canali informativi di proprietà delle aziende/società. Non si comprano spazi sui giornali.

L’outlook di PwC prevede calo per quotidiani e magazine, crescita per digital, radio, tv, outdoor.

 

The reorientation of marketing spend will have the greatest impact on the media, entertainment, and advertising industries, with deteriorating spending on traditional platforms prompting greater urgency to embrace new revenue models.

“Digital and social media channels have driven this trend by diluting the reach of traditional platforms, and making it easier for brands to access their audience directly.”

 

La ridefinizione della spesa per il marketing avrà l’impatto maggiore su media, entertainment e industria pubblicitaria, con una contrazione della spesa sulle piattaforme tradizionali, rendendo urgente la ricerca di nuove forme di ricavo.

I social e il digital rendono più facile per i brand il contatto diretto con il pubblico

 

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , ,

Gli Editori Tradizionali Nella Morsa Del Debito

Gli editori tradizionali combattono nella morsa del debito. Una situazione che rende difficile investire nel digitale. Anche attraverso acquisizioni

Gli editori digitali italiani (i cosiddetti pure player) sono in rosso, come ha riportato Italia Oggi, ripresa da Data Media Hub.

Gli editori tradizionali italiani sono in rosso (ma vediamo se le semestrali, in arrivo nelle prossime settimane, riservano qualche sorpresa).

Non c’è differenza, dunque, tra i due mondi, tra vecchio e nuovo?

No, una differenza c’è, grande come una casa: è il debito.

Da una parte abbiamo piccole realtà nate digitali che aumentano il fatturato ma rimangono in rosso. Lottano per trovare la sostenibilità.

Dall’altra ci sono grandi editori, nati nella carta, che hanno fatturati in contrazione (prima differenza) e lottano per ripagare il debito (seconda differenza).

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , ,

Scrivere per una redazione rimasta senza giornalisti

Il contrastato rapporto tra giornalisti che scrivono e giornalisti del desk. Se ne parla negli Stati Uniti dove i tagli hanno ridotto all’osso le redazioni. Ma dinamiche simili si vedono in Italia. Dove il confronto è inesistente

Sono idee che mi vengono in mente leggendo un articolo pubblicato dal Poynter Institute, una scuola di giornalismo degli Stati Uniti (molto più di una scuola, in realtà).

Il confronto sul rapporto tra chi scrive i pezzi e chi fa editing nel nostro Paese è inesistente perché avviene su un altro piano, quello delle tutele per i precari. Uno degli argomenti scottanti nei giorni in cui sembra vicino il nuovo contratto dei giornalisti.

Invece se ne può discutere da molteplici punti di vista. Collaboratori versus redattori, scriventi versus desk (soprattutto nei quotidiani), esecuzione versus concepimento del pezzo, confronto con la realtà versus confronto con i risultati di mercato.

del Poynter Institute, un esperto di formazione, si chiede come sia possibile costruire un rapporto migliore tra chi scrive e chi fa desk.

Date un’occhiata. Mi limito a riportare gli aspetti  positivi di un rapporto sano, professionale, non mortificante. Non di potere ma di collaborazione. Di rispetto.

Clark spiega che il coaching sugli scriventi si distingue dal mero correggere i pezzi.

Ecco le differenze, che io ho riassunto introducendo la definizione di “penna rossa”.

Il coach c’è dall’inizio alla fine / La penna rossa si fa viva quando bisogna chiudere la pagina

Il coach forma lo scrivente / La penna rossa corregge lo scrivente

Il coach fa crescere lo scrivente / La penna rossa mette il pezzo in pagina

Il coach crea fiducia / La penna rossa mortifica chi scrive

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Riflessioni sull’Innovation Report del New York Times

L’Innovation report è uno studio riservato di 96 pagine sull’innovazione digitale al New York Times inviato la scorsa settimana ai top executive del quotidiano. E finito nelle mani e pubblicato dal sito BuzzFeed. Contiene critiche all’organizzazione giornalistica centrata sulla carta. E offre spunti di riflessioni validi per qualsiasi quotidiano e periodico

La domanda fondamentale, contenuta in modo implicito nel rapporto, a cui tutti gli editori devono rispondere, anche in Italia, è questa: come è possibile accantonare la carta, dedicare meno risorse, tempo, attenzione, investimenti alla versione ancora oggi più amata, letta, diffusa, pagata del giornale per riversare tutto ciò su prodotti digitali ancora tutti da sviluppare? Affronta a fondo la questione Vox.com in questo pezzo, che contiene il link diretto a scribd per la lettura dell’intero report del New York Times (di Vox.com si è parlato in questo post di Futuro dei periodici).

Ecco una delle charts di Vox che illustrano il dilemma del prigioniero, il paradosso che può condannare a morte i giornali:

fa vedere come oltre tre quarti dei ricavi del quotidiano Usa provengano ancora oggi dalla carta.

Siamochiamati a difendere con il sangue e finoall’ultimouomo un fortino che (losappiamogià) dovremoabbandonareall’alba :-).

 

times_revenue

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , ,

L’Età Dell’Oro Del Giornalismo: 5 Riflessioni

The golden age: l’età dell’oro del giornalismo. Un’espressione che ritorna spesso nelle riflessioni sui destini dell’informazione e della stampa nell’era digitale. Esiste un futuro? E per quanti giornalisti?

Una nuova età dell’oro dei media? Scritto per The Atlantic da un executive editor della Harvard Business Review, l’articolo risponde alla domanda: il giornalismo tornerà ad essere un’industria articolata e ricca come era fino a pochi anni fa? Un excursus storico vede le varie età del giornalismo in rapporto al modello economico che le guidava.

Una nuova età dell’oro (digitale) per i magazine? Sul sito del quotidiano canadese National Post si risponde alla domanda se la cultura digitale abbia migliorato i periodici. Si citano gli esempi di The New Yorker, The Atlantic, Bloomberg Businessweek. E New Republic.

Siamo in una nuova età dell’oro del giornalismo? Tom Engelhardt vede pro e contro dell’età digitale per lettori e qualità del giornalismo.

Questa non è l’età dell’oro della stampa, si legge sulla Columbia Journalism Review. E vengono riportati i dati sull’industria, indicatori tutti in calo. Ma si osserva che, dal punto di vista dei contenuti, la sensibilità dei magazine ha vinto la sua battaglia: l’informazione su Internet ha assunto come tono di fondo quello dei periodici piuttosto che quello dei quotidiani.

L’età dell’oro dei settimanali in Australia. Una rievocazione della età d’oro dei giornali patinati tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta. Quando un settimanale poteva avere 3 milioni e mezzo di lettori.

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Giornalisti Assunti Nel Digitale – Estratto da State of the News Media 2014

I posti di lavoro giornalistici si creano solo nei giornali digitali. Per il resto l’industria americana dei media ha visto un calo drammatico nel numero degli assunti full-time. Le penne della carta stanno migrando sul web. C’è posto per pochi, giovani e famosi

Il pizzico di ottimismo che si sente per la prima volta dopo anni nei media americani va tutto a merito del digitale.

Nel rapporto State of the News Media 2014, rilasciato a fine marzo dal Pew Research Center (Progetto per il Giornalismo), si disegna un quadro sfaccettato e promettente.

Il primo punto riguarda la creazione di posti a tempo pieno (in Italia potremmo tradurre, piuttosto liberamente, posti a tempo indeterminato).

Le 468 redazioni giornalistiche del web, grandi e piccole, censite nel Rapporto 2014, hanno creato in 6 anni circa 5000 posizioni per giornalisti e creatori di contenuti editoriali. Una crescita definita “esplosiva” se ci si limita agli ultimi due anni.

Le 30 redazioni più grandi hanno 3000 giornalisti, una media di 100 ciascuna. Sono redazioni di tutto rispetto.

Nelle testate minori, 438, i giornalisti assunti in ogni redazione sono in media 4,4.

Altro punto da tenere bene a mente: l’80 % dei nuovi assunti provengono da redazioni tradizionali, quelle di quotidiani, periodici, radio e televisioni.

Il dramma si concentra, infatti, in questa parte del mondo dell’informazione, di gran lunga ancora la maggiore. Negli Stati Uniti i quotidiani davano lavoro nel 2003 a 54.000 giornalisti; nel 2013 il numero è sceso a 38.000.

Tabella. Giornalisti assunti negli Usa 2003-2014 (link per la versione interattiva creata con Datawrapper).

 

Giornalisti assunti negli Usa 2003-2012

Nei periodici il taglio è stato del 26% (su una popolazione complessiva di oltre 140.000 dieci anni fa).

Ma ci sono altre tendenze che conviene esplorare nel mondo dei digital outlet, i giornali online.

Il 2013 è stato l’anno in cui si è investito in produzione di contenuti originali e di qualità, tentando di colmare un gap ed evitare di cadere nella trappola del plagio e della aggregazione di articoli pubblicati su altre testate.

L’anno scorso, inoltre, si è registrata una migrazione di firme dai giornali più prestigiosi della stampa americana verso le realtà dell’informazione digitale. A segnare un punto di svolta: non solo il digitale crea lavoro, ma sta diventando quasi più prestigioso dei media della tradizione.

 

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,

Timeline: I 10 Anni Che Cambiarono I Giornali (Cronologia Multimediale)

Un racconto con testi, foto e video dei 10 anni di cambiamenti nei giornali degli Stati Uniti. Una timeline, una cronologia multimediale. Per ricevere chiavi di lettura sul presente di quotidiani, riviste, media digitali. Valide anche per l’Italia

Ho realizzato una timeline, una cronologia multimediale sugli ultimi 10 (14) anni di cambiamenti nei periodici e nei media americani. Date, foto, video per raccontare le chiusure di Life e Gourmet, il ritorno in edicola di Newsweek, la vendita di Washington Post al padre di Amazon e l’avventura giornalistica del fondatore di eBay. Con tante chiavi di lettura uscite in 20 mesi di Futuro dei Periodici.

Ecco la schermata della timeline. Ma per vederla in funzione dovete andare a questo linkI 10 anni che cambiarono i giornali (purtroppo il programma non può essere inserito in un post di WordPress). Date un’occhiata e sappiatemi dire. E’ una cavalcata tra 22 fatti, una storia dei giornali vista dal mondo dei periodici.

Timeline: I 10 anni che cambiarono i giornali.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

L’Ottimismo nello “Stato Dei News Media 2014”

Leggiamo lo Stato dei News Media 2014. Un rapporto sulla salute di quotidiani, riviste, tv, media digitali negli Stati Uniti. Uno specchio di tendenze presenti anche in Italia. E c’è un briciolo di ottimismo

L’ottimismo è nei primi autorevoli commenti su The State of the News Media 2014. Si osserva, per esempio, che nel mondo dei media stanno finalmente filtrando investimenti, energie e attenzione di chi si è affermato e arricchito nel digitale. Una carica per l’industria della carta stampata, ancora in affanno nell’anno passato. E così i giornali riducono ancora del 6% le redazioni ma 500 news outlet digitali hanno assunto 5000 giornalisti e curatori di contenuti.

The State of The News Media 2014 del Pew Research Center (fondazione che sviluppa indagini statistiche sulla vita e la cultura degli statunitensi, indagini riprese sempre più spesso dalla stampa italiana) fa il punto sulle condizioni di salute di tv, quotidiani, riviste, nuovi media. E fornisce una tale quantità di informazioni, dati, tabelle, riflessioni da richiedere giorni per esaurire l’esame.

Provo ad avviare per voi il processo di assimilazione ed estrapolo alcuni highlight, validi non solo per i periodici.

1) Confusione nei cieli

Il rapporto si apre infatti con una affermazione che dà forma a qualcosa che tutti noi avvertiamo: è sempre più difficile fare una distinzione tra le varie forme di giornalismo. Appare ormai artificioso separare quotidiani, periodici, televisione, radio e media digitali. Il 2013, di fatto, ha accelerato il fenomeno della convergenza delle varie piattaforme.

2) Le giuste proporzioni

Cos’è il giornalismo a livello industriale? Il mondo dell’informazione ha un giro d’affari di circa 63 miliardi di dollari. L’industria dei video giochi vale 93 miliardi di dollari; Google 58 miliardi; Starbucks 15 miliardi.

3) Follow the money

Nei media statunitensi il 69% dei ricavi complessivi (93 miliardi di dollari) è rappresentato dalla pubblicità. Il 24% da copie vendute e abbonamenti (pensiamo alla tv). E poi…

Il 7% va sotto la voce “altro”. E’ interessante capire di cosa si tratta, perché è sempre più importante per le case editrici (vista la contrazione di pubblicità e copie). Si tratta di eventi, servizi di marketing offerti a terzi, consulenza nel web, scuole con il brand del giornale…

L’1% sono i contributi di magnati, filantropi. Come Jeff Bezos, papà di Amazon, che compra per 250 milioni di dollari il Washington Post.

4) La parte del leone

La fanno i quotidiani. Che raccolgono 38,6 miliardi di dollari. Le tv locali ne prendono 8,9 miliardi. I settimanali 3,6 miliardi. I nuovi editori digitali 0,5 miliardi di dollari.

5) Mantenere il futuro

La domanda da un milione di dollari è da anni: c’è un modello economico per i giornali o falliranno tutti? Si può ancora vivere facendo informazione?

Si parte dalla constatazione che solo il 25% dei fatturati dei news media proviene da copie vendute e abbonamenti. E nuovi sistemi di pagamento, come i paywall nei quotidiani, stanno dando finalmente frutti. Ma il sorriso muore sulle labbra quando si pensa che in 7 anni la raccolta di pubblicità, principale fonte di sostentamento, è crollata del 50%. E nell’ultimo anno è rimasta stabile in tv, è ulteriormente calata sui quotidiani, invece nel web non cresce in modo sufficientemente rapido da compensare le perdite sugli altri media.

Il futuro, si conclude, dovrà poggiare su modelli di business differenti testata per testata, editore per editore, media per media.

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Investimenti Pubblicitari nei Giornali 2004-2013 (Grafico)

10 anni di pubblicità nei media italiani: tv, quotidiani, periodici, radio, Internet. E il drastico ridimensionamento degli investimenti nella carta stampata

Nel 2008, il momento di maggiore fortuna, i quotidiani hanno raccolto pubblicità per un miliardo 800 milioni di euro. Nel 2013 sono scesi a 898 milioni di euro. Dal 2004 al 2013 i periodici sono passati da 1 miliardo 171 milioni di euro a 528 milioni.

Ho creato alcuni grafici: fanno vedere gli ininvestimenti pubblicitari a valore (milioni di euro).

Sono stati inseriti i dati dell’istituto Nielsen.

Nella carta stampata (lo sapevamo) si è assistito a un crollo.

Anche Internet è stato pesantemente toccato dalla crisi. Ma in dieci anni la raccolta di pubblicità su questo media è cresciuta di quasi 5 volte.

Ho scelto l’arco temporale 2004-2013 perché, prima del 2004, non c’erano rilevazioni sugli investimenti pubblicitari su internet.

Tabella 1: investimenti pubblicitari sui media italiani 2004-2013 (link al grafico interattivo).

Pubblicità sui media 2004-2013

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Anche La Pubblicità Fugge All’Estero

Gli investimenti in pubblicità calano nella carta stampata anche perché i top spender spostano le risorse verso altri Paesi: quelli che garantiscono un ritorno superiore all’Italia

Uno degli articoli che più mi hanno colpito in queste settimane, per le chiavi di lettura che fornisce sulla crisi dei media, è uscito il 6 marzo sul Sole 24 Ore (pagina 37, a firma Andrea Biondi).

Si parla di pubblicità. E delle scelte fatte dai player più importanti del settore, i 10 top spender: le 10 aziende che più investono in spot e marketing in Italia, con una quota pari al 15% su un totale di 6,4 miliardi di euro.

Nelle parole degli intervistati, tra cui Roberto Binaghi, Ceo del centro media Mindshare, un’autorità nel campo, viene fuori un quadro preoccupante per tutti i media, ma soprattutto per la carta stampata.

Non solo un’interminabile crisi economica iniziata ormai 5 anni fa ha portato a un taglio negli investimenti.

Il fenomeno più preoccupante è nel cambiamento delle strategie. I 10 top spender sono esemplari, in questo. Non solo in un anno le società hanno ridotto complessivamente del 16% la spesa (contro il 12% circa del mercato). La cosa più grave, per chi vive nei media, è che gli investimenti maggiori si stanno spostando verso Paesi che garantiscono un ritorno maggiore.

Un cambiamento di lungo periodo.

Consiglio di recuperare l’articolo. I tagli maggiori riguardano gli investimenti nei quotidiani a pagamento.

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Il Libro Bianco Dei Periodici 2014

Transizione al digitale dei periodici: le previsioni per i prossimi 5 anni, le aspettative degli editori, le richieste dei lettori, la reinvenzione dei giornali, le incognite. Tutto contenuto nel libro bianco della Magazine Industry 2014 di Yudu

Yudu è una società service provider per la produzione di contenuti arricchiti e interattivi per giornali e aziende (tra i clienti: Reader’s Digest, IPC Media, Emap, Time Out London) che ha appena pubblicato un whitepaper, un libro bianco intitolato Magazine Industry 2014.

Attraverso una serie di interviste a rappresentanti del mondo dei magazine, il whitepaper aiuta a chiarirsi le idee sull’industria dei periodici travolta dalla crisi, sulle prospettive più realistiche per l’immediato futuro, sullo sviluppo del digitale nei giornali. Il documento è anche l’occasione per mettere a fuoco i cambiamenti dell’ultimo quinquennio.

Faccio una sintesi per punti.

– L’arrivo del tablet aveva inizialmente fatto pensare che il nuovo device sarebbe stata la panacea dei mali dell’editoria periodica.

-Dopo 4 anni si è capito che il futuro più vicino non sarà dominato da magazine digitali ma da un mondo ibrido dove digitale e carta stampata convivono. Anche come fonti di ricavo. Per quanto? Almeno per 5 anni.

– Il digitale si potrà affermare solo a condizione che ci siano miglioramenti nell’hardware e un ripensamento dei contenuti su misura di tablet.

– Il digitale nei periodici cresce più lentamente che nei libri.

– Tuttavia, le copie digitali sono cresciute notevolmente: solo nella seconda metà del 2013 si è registrato un + 36%.

– L’edizione per tablet del giornale viene lanciata per due ragioni: catturare un nuovo pubblico di giovani e avanzare nell’e-commerce.

– Al momento, gli editori desiderano sviluppare i prodotti digitali ma senza penalizzare ulteriormente le edizioni cartacee.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,

Cosa Insegna Ai Giornali La Rivoluzione Digitale Nel Cinema

Un documentario racconta l’arrivo e l’affermarsi del digitale nel cinema e nella fotografia. E’ una storia che stimola confronti con quel che sta avvenendo nel mondo dei giornali. Rivelando un ritardo culturale

Leggo delle polemiche nate da un quesito nel corso di deontologia dell’Ordine dei giornalisti italiani, quesito che accredita l’idea secondo cui la cultura di Internet indebolirebbe la capacità di approfondimento del giornalismo (il quesito è stato eliminato dopo una segnalazione).

Carta contro digitale: la disputa mi ha fatto tornare in mente le discussioni che hanno accompagnato l’arrivo delle tecnologie digitali nel cinema.

Anche in quel caso era stato posto un problema di qualità, come ricorda un articolo di Talking New Media. Lo sappiamo, la fotografia su pellicola era, e rimane, superiore.

Il passaggio più interessante dell’articolo riguarda una riflessione su cosa ha reso possibile la transizione al digitale nell’industria dei film.

La storia è raccontata nel documentario Side by side di Christopher Kenneally, prodotto da Keanu Reeves (più sotto vedete il trailer). Ci sono interviste a Martin Scorsese, James Cameron, David Lynch.

L’affermarsi delle nuove tecnologie, guardate all’inizio con sospetto, è stato reso possibile da un’alleanza tra registi, produttori, distributori. Tutti insieme hanno spinto per il digitale. A velocità travolgente.

Un’alleanza che non si vede nell’editoria dei giornali.

Oggi nel mondo della stampa il digitale viene visto come un puntello per la carta stampata, roccaforte da difendere a ogni costo.

La creatività viene imbrigliata, sacrificata, ritardata.

Nel cinema, e nella fotografia, si è riconosciuto che la pellicola aveva già dato tutto quel che poteva. Era arrivato il momento del digitale.

Nel giornalismo ci si attende che quotidiani e periodici di carta possano ancora riservare sorprese?

Chi sparge la polvere dorata di ispirazione, creatività, voglia di sperimentare?

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Il Digitale Ha Ucciso L’Edicola

Le ultime ore di un’edicola famosa di Washington. One Stop, con i suoi spazi stracarichi di giornali, chiude. Schiacciata dalla concorrenza del digitale. Che sta cancellando il principale motivo per frequentare posti come questo

Non dobbiamo più scendere in strada per comprare l’ultima edizione del Corriere della Sera.

Sul tablet possiamo leggere a nostro piacere giornali di ogni parte del mondo. Time e Le nouvel observateur sono a portata di dito: hanno perso il loro sapore esotico.

E così le edicole chiudono. Come nella storia emblematica raccontata nel sito di Washington Post. Vi invito a leggerla.

Estraggo però un passaggio che va al punto. Per me è importante cogliere il succo del discorso, senza perdere tempo.

He looks at his shop, and this is about as emotional as he lets himself be: «No one comes here because they have to. They come here because they want to».

«Non c’è più nessuno che venga nella mia edicola perché DEVE farlo. Ci viene perché VUOLE».

Siamo passati dalla urgenza di essere informati al piacere di frequentare un luogo stimolante. Ma i piaceri possono essere rinviati. L’urgenza, quella no: e per soddisfarla oggi c’è il digitale.

Aggiungo altri passaggi dell’articolo, suggestivi.

Un vecchio frequentatore di One Stop dice: il bello è che quando entro in un’edicola non so cosa sto cercando (sulla possibilità di scoprire nuovi giornali).

Oggi la gente va di fretta, e su Internet c’è abbondanza di contenuti gratuiti.

La copertina di una rivista sullo schermo di un iPhone non sarà mai bella come in edicola.

Edicola One Stop di Washington

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Newsweek torna in edicola: 70 mila copie a 7,99 dollari l’una

Proprio così.

Il prodotto di carta è un lusso. E in quanto tale deve costare molto. Esattamente 7,99 dollari a copia.

Si capisce. Il ritorno di Newsweek in edicola avviene all’insegna della modestia: saranno stampate solo 70 mila copie a numero, contro i 3,3 milioni, ogni settimana, di 20 anni fa. Bisogna rientrare dei costi.

«You would pay only if you don’t want to read anything on a backlit screen. It is a luxury product».

«Uno è disposto a pagare questa somma solo se non vuole leggere un articolo su uno schermo retroilluminato: Newsweek è un prodotto di lusso» ha spiegato Etienne Uzac, 30 anni, uno dei fondatori di IBT Media, l’editore che ha comprato Newsweek per farlo rivivere nel digitale. E ora anche in edicola.

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , ,

La Guerra Della Pubblicità

La pubblicità su internet vale poco. E sfugge a misurazioni affidabili. Tra frodi e zone grigie

C’è questo interessante articoletto di Quartz sulle mosse di Google e un recente acquisto fatto dal gigante di Internet. Nei giorni scorsi ha comprato una società, Spider.io, che si occupa di pubblicità.

E’ l’occasione per capire meglio la guerra della pubblicità. E in che modo può riguardare la carta stampata.

Si parte dalla notizia, molto commentata, che metà della pubblicità su Internet non viene vista da nessuno. La parte rimanente, in parte non viene vista da esseri umani, ma da macchine.

Ci sono computer che guardano miliardi di pubblicità (come ha rivelato un anno fa proprio Spider.io).

Da qui la scarsa affidabilità delle misurazioni su Internet. Una mancanza di credibilità che comprime verso il basso i prezzi, mettendo in difficoltà chiunque cerchi di far ricavi nel digitale, editori compresi.

Anche per questo, si spiega, il brand advertising, cioè la pubblicità di maggior qualità e valore (contrapposta ai piccoli annunci), rimane ancora in tv e, in misura non disprezzabile, sulla carta stampata.

In Italia il 50% della pubblicità va ancora alla tv, il 20% ai giornali, il 17% (stime) a Internet.

Invece negli Usa la situazione è questa.

Pubblicità negli Stati Uniti

 

Contrassegnato da tag , , , , , ,

4 Modi Di Affrontare La Crisi Dei Periodici

Sono 4 gli editori di periodici tradizionali da studiare da vicino nel panorama internazionale

Mentre in Italia ci sono notizie di primo piano (pensiamo solo a Rcs Mediagroup), i cambiamenti negli editori internazionali aiutano ad avere una bussola.

Il quarto esempio, quello di stretta attualità, è Time Inc: il più grande editore americano di riviste, Time, People, Sports Illustrated, che si prepara a camminare da solo, separandosi, nella prima metà del 2014, da Time Warner.

Da seguire perché, come alcuni editori italiani,è in ritardo nel digitale, impegnata nel vincere la sfida della sopravvivenza, travolta da continui cambiamenti di strategia in questi anni, decisa a tagliare.

La notizia di questi giorni è che Time Inc. si prepara a eliminare 500 posizioni. Uscite di dipendenti, pari per numero a quelle di appena un anno fa, che corrispondono a una riorganizzazione interna, con semplificazione delle strutture: si passa da 3 a una sola divisione dei periodici. Obiettivo: poter ragionare con più chiarezza sul lancio di prodotti cross brand.

Ma dicevo che sono 4 le società da tenere a mente.

Le altre sono:

Axel Springer, primo editore europeo ad aver trovato una strada nel digitale (con sviluppo multimediale e multipiattaforma dei brand e cessione ad altri editori di quotidiani locali e riviste non più centrali).

Forbes: ha reinventato in chiave iperliberista il lavoro della redazione e il rapporto con 1000 contributors (visto che nel digitale è necessario pubblicare moltissimo, giocare sulla quantità, fare massa).

The Atlantic Media: ha trasformato il venerando ma vetusto mensile liberal in un prodotto digitale multicanale all’avanguardia, un esempio per tutti gli editori; ha lanciato un giornale online di economia, Quartz, diventato un modello di news pensate per mobile: sviluppo rapidissimo e di grande successo.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Periodici Usa, L’Edicola Ancora Giù

Meno copie vendute, soprattutto in edicola. E’ la fotografia della seconda metà del 2013 per le riviste americane

Sono usciti i dati sulle vendite dei periodici statunitensi: come sappiamo, le rilevazioni sono semestrali, le ultime riguardano la seconda metà del 2013.

La circolazione cala leggermente: -2%.

Gli abbonamenti (paid subscriptions) sono scesi di appena l’1%.

Le copie vendute in edicola (single-copy sales) sono diminuite dell’11%.

Le edizioni digitali sono cresciute del 37% rispetto al secondo semestre del 2012.

I 380 periodici più diffusi del Paese vendono nell’insieme quasi 11 milioni di copie digitali.

Una (triste) curiosità: il giornale ad aver avuto il maggior incremento, quasi il 30%, è American Rifleman, organo ufficiale della National Rifle Association (quelli delle armi).

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Perché Facebook Non Affonda I Giornali

Fa notizia il lancio di Paper, l’applicazione di Facebook per leggere notizie online. Ma è davvero un attacco mortale allo sviluppo digitale dei giornali?

Paper di Facebook seleziona notizie e le raccoglie tenendo conto delle indicazioni dei lettori, i loro interessi, le comunità di cui fanno parte, gli acquisti. Ok, bellissimo.

Ma questo è un surrogato dei magazine? Ed è questa la pietra che sbarra la strada dello sviluppo digitale dei periodici?

Per capire quale rapporto può nascere tra questi sofisticati aggregatori, molto belli, e le testate tradizionali, consiglio di leggere questo post su Vogue e l’aggregatore Flipboard.

Si spiega che:

1) E’ Vogue a decidere quali articoli mettere a disposizione di Flipboard.

2) Lo scambio è interessante per entrambi i partner. Vogue accede allo sterminato bacino di utenti di Flipboard (100 milioni contro 3,4 milioni). E questo accede ai contenuti di pregevole fattura di Vogue, di cui sarebbe altrimenti privo.

3) Vogue trae un enorme vantaggio pubblicitario: grazie all’alleanza con Flipboard aumentano in modo esponenziale i clic sulle pagine pubblicitarie digitali.

L’interesse è comune.

Al riguardo, un anno fa ho pubblicato il post: Cos’è un periodico. Una ricerca mi aveva aperto gli occhi.

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , ,

5 Giornali Che Hanno Accettato Il Cambiamento

Un viaggio nei giornali che cambiano. Attraverso le parole di un grande designer di media. Per capire in quale direzione devono andare quotidiani e periodici. Cogliendo il meglio di una stagione tra le più eccitanti (e rischiose) del giornalismo

The Wall Street Journal (Usa), El Tiempo (Colombia), Die Zeit (Germania), Aftenposten (Norvegia), Paris Match (Francia).

Mario Garcia ha ridisegnato centinaia di giornali ma questi sono i progetti che meglio illustrano la sfida del cambiamento.
Garcia lo ha spiegato a una lezione a studenti universitari di giornalismo: come promuovere il cambiamento e trarne vantaggio. Garcia, americano di origini cubane, è il più famoso designer al mondo di giornali e media. Maestro nella carta stampata, 41 anni di lavoro, centinaia di progetti alle spalle per i principali quotidiani (Italia inclusa), ora crede nella strategia del digital first, il ripensamento dei giornali a partire dall’edizione per smartphone e tablet. E ha scritto un manuale, il suo primo ebook, sulla grafica dei giornali digitali.

Ascoltarlo è come fare un tuffo in quel che c’è di più entusiasmante, creativo, coinvolgente del giornalismo, quello che ne fa uno dei mestieri più belli.

Il cambiamento è ora l’imperativo a causa della … disperazione. Ma il cambiamento va fatto per trarne beneficio, non per amore del cambiamento.

Sintetizzo alcuni passaggi, partendo dai 5 progetti.

L’introduzione del colore sul Wall street Journal, sfidando una tradizione considerata intoccabile.La redazione era contraria: il colore sul wsj? «Perderemo la credibilità»…

La ridefinizione della formula del quotidiano El Tiempo di Bogotà: eliminate le sezioni (politica, economia, esteri) e introdotta una scansione più intuitiva e naturale: Cosa sapere, Cosa fare, Cosa imparare. Il concetto è filtrato ovunque nell’editoria, viene applicato anche dai newsmagazine italiani.

L’approccio digital first in un grande quotidiano norvegese, disegnato partendo dal mobile. Deve essere letto sugli smartphone e sui tablet, poi si passa alla carta. Non il processo inverso, di adattamento del prodotto di grande formato ai piccoli schermi. La lezione è che il lavoro giornalistico non è più un lavoro per «solo numbers» (numeri primi), ma collettivo. Si parte da un’idea (un tweet) e su questo si costruiscono testo scritto, parte grafica, video, tutto il resto.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Il Valore Di Mercato Di Un Giornale Tradizionale

Giornali ed editori tradizionali in difficoltà. Ascesa dei concorrenti nati nel Web. Qual è il valore di mercato di una testata storica? Qualche risposta dagli utenti

Ce lo chiediamo in molti. Soprattutto dopo aver visto, la scorsa estate, Jeff Bezos pagare 250 milioni di dollari per l’acquisizione del glorioso Washington Post.

In questi giorni in Francia Le Monde ha messo le mani sul 68% del settimanale Le Nouvel Observateur con appena 13 milioni e rotti di euro (in realtà, 10 milioni).

E proprio in Francia due vecchie volpi del giornalismo (anche digitale) si sono chieste quale sia il valore di mercato delle legacy company, gli editori tradizionali.

Per rispondere hanno preso il risultato di un’indagine fatta intervistando lettori e utenti di giornali e di siti web di varia natura, dai social media a quelli d’informazione.

Già, quanto è disposto a pagare un lettore per accedere ai contenuti di un certo brand?

Valore dei brand giornalistici e online

E’ una risposta. Manca però l’interpretazione. Colpa dei contenuti svenduti o dati gratuitamente? Colpa dell’arretratezza dei marchi storici? O di nuovi modi di passare il tempo libero?

La Peggiore E La Migliore Stagione Del Giornalismo

La peggiore stagione del giornalismo. Quella delle testate che chiudono, dei giornalisti che perdono il posto, delle aziende in crisi. Ma in Rete torna con insistenza l’idea che invece stiamo attraversando un’età dell’oro

Segnalato ovunque nel mondo giornalistico anglosassone il post di Tom Engelhardt (mente del sito di informazione alternativo TomDispatch.com; motto: “un antidoto quotidiano contro i media mainstream”) intitolato Are we in a new golden age of journalism? «Siamo nella nuova età dell’oro del giornalismo?».

Naturalmente chiunque di noi sia coinvolto nelle ristrutturazioni dei giornali, con pensionamenti, licenziamenti, solidarietà, casse integrazioni, ha poca voglia di appassionarsi al tema: stiamo attraversando un periodo orribile. L’epoca più brutta. E temiamo che i tempi d’oro non ritornino mai più.

Diverso è fare una riflessione sul giornalismo come possibilità espressive: disporre delle nuove tecnologie consente a chi fa questo mestiere di inventare e imparare nuovi modi di fare informazione, in costante contatto e scambio con chi legge, disponendo di una varietà di strumenti senza pari.

«In terms of journalism, of expression, of voice, of fine reporting and superb writing, of a range of news, thoughts, views, perspectives, and opinions about places, worlds, and phenomena that I wouldn’t otherwise have known about, there has never been an experimental moment like this.  I’m in awe».

(«In termini di giornalismo, di espressione, di voce, di reporting ben fatto e scrittura superba, di varietà di notizie, pensieri, punti di vista, opinioni su luoghi, mondi e fenomeni di cui non sarei altrimenti venuto a conoscenza, non c’è mai stato un momento sperimentale come questo. Sono senza parole»).

C’è poi la posizione del lettore. Qui l’autore del post, Tom Engelhardt, è più convincente. Per gli utenti questa è una stagione ricchissima di soddisfazioni. Perché dal computer (o tablet) puoi avere accesso a qualsiasi pubblicazione del pianeta, a documenti, rapporti governativi, informazione di ogni sorta. E puoi a tua volta diventare editore. (Seppur restando esposto a forme innumerevoli di spionaggio governativo e non).

«For the first time in history, you and I have been put in the position of the newspaper editor.  We’re no longer simply passive readers at the mercy of someone else’s idea of how to “cover” or organize this planet and its many moving parts.  To one degree or another, to the extent that any of us have the time, curiosity, or energy, all of us can have a hand in shaping, reimagining, and understanding our world in new ways».

(«Per la prima volta nella storia, io e voi siamo stati messi sulla poltrona del redattore di giornale. Non siamo più semplicemente lettori passivi alla mercè delle idee di altri su come “coprire” o organizzare questo pianeta. Che sia tanto o poco, nella misura in cui ciascuno di noi ha tempo, curiosità, o energia, tutti possiamo avere una parte nel modellare, ripensare, e capire il nostro mondo in nuovi modi»).

Non dobbiamo dimenticarlo.

Futuro dei Periodici

Tornare A Crescere Nei Media: Parlano 350 Top Manager

Non solo tagli: nei media bisogna tornare a crescere. Come? Lo dicono 350 dirigenti e top manager di società leader nel mondo

La ricerca, intitolata 2014 Media Growth Study, è stata fatta da Ecoconsultancy in collaborazione con The Jordan, Edmiston Group, Inc. (JEGI) di New York, principale banca d’affari indipendente nei settori media, marketing, tecnologia, informatica: la società ha seguito alcune tra le maggiori operazioni di acquisizione fatte da gruppi globali e locali (tra i clienti, ICP Media, GlaxoSmithKline, Deloitte, Penguin, Random House, Royal Bank of Scotland).

Riporto alcuni dei risultati perché spostano l’attenzione anche sul campo dei media: la stagione degli stati di crisi e dei tagli sta mostrando tutti i suoi limiti e sono gli stessi dirigenti delle principali aziende del settore a indicare la crescita (di ricavi, quote di mercato, prodotto) come unica strada per i prossimi 24 mesi. Insomma, nel mondo anglosassone, dove si avvertono già alcuni segnali di ripresa, si prova a voltar pagina dopo 4 anni di austerity.

Il rapporto è facilmente consultabile. Riporto solo alcuni spunti.

1) Per molte società è prioritario aumentare fatturati, profitti, efficienza, piuttosto che scoprire altri canali per il business. È come se nel mondo anglosassone si dicesse: «Abbiamo aperto negli scorsi anni le nuove strade da battere, ora bisogna farle fruttare».

2) Eppure la maggior parte dei dirigenti sentiti ammette che il loro settore è ancora in piena e rapida trasformazione. Concetto che si condensa in questa osservazione: il nostro prodotto vincente (top selling) del 2017 non è ancora stato inventato.

3) Solo le società di grandi dimensioni (fatturati superiori al miliardo di dollari) puntano davvero sulle acquisizioni di altre realtà per allargare il loro giro d’affari. Le altre mettono al primo posto il lancio di nuovi prodotti e la conquista di quote di mercato (facendo meglio della concorrenza e approfittando delle disgrazie altrui).

4) Il principale ostacolo alla crescita esterna è dato dall’avanzare di nuovi concorrenti (nel mondo dei media si tratta delle technology company) e dall’arrivo di prodotti gratuiti e a basso prezzo.

5) Il principale ostacolo interno è dato dalla mancanza, in azienda, di competenze nelle aree più innovative.

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Trend Nei Periodici 2013-2014 (Rapporto Fipp)

Per capire come stiano cambiando i rapporti di forza nel mondo dei media basta vedere le considerazioni sulla pubblicità contenute nel World Magazine Trends 2013/14 di Fipp, la federazione mondiale dei media magazine (si trova a Londra). Un rapporto di 444 pagine, descritto in un articolo dell’Huffington Post (della ricerca vengono rilasciati gratuitamente solo alcuni estratti).

Perché la pubblicità è presto detto: è la benzina con cui si alimentano i giornali, a corto di ricavi per la caduta nelle copie vendute.

Nel 2013 la pubblicità raccolta su Internet ha superato per la prima volta quella dei quotidiani: è un dato mondiale.

Nel 2015 la raccolta su Internet supererà quella di quotidiani e periodici insieme.

È utile specificare che entro il 2015 un quarto della pubblicità su Internet riguarderà il mobile: smartphone ma soprattutto tablet.

Non in tutto il mondo la carta stampata boccheggia. Regala ancora soddisfazioni nelle economie in forte crescita e in Africa e Medio Oriente. L’Europa, definita un mercato maturo, anzi “vecchio”, fatica a riprendersi dalla crisi.

Gli editori stanno investendo nel digitale e un quinto della pubblicità raccolta su Internet riguarda i siti e le pubblicazioni digitali.

Ma questa crescita non compensa le perdite della carta. Un problema ampiamente delineato e approfondito.

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Ci Si Pensa Prima Di Chiudere un Giornale

Secondo MediaFinder, database online di Oxbridge, sorta di anagrafe con i lanci e le chiusure nella carta stampata in Stati Uniti e Canada (quotidiani, magazine, altro: 77.000 titoli), nel 2013 il rapporto tra nuove iniziative e chiusure di periodici di carta si è stabilizzato.

Il rapporto è di 3 nuovi magazine per ogni chiusura di giornale.

Complessivamente i nuovi magazine sono stati 185, il 18% in meno rispetto al 2013. Ma sono calate anche le chiusure: 56 titoli, in discesa del 30% in confronto all’anno passato. E di oltre il 60% sul 2011, un anno di grande mortalità.

C’è da ricordare che nel 2010 lanci e chiusure si erano equivalsi: 193 a 176.

Entrano in edicola, nel 2013, soprattutto periodici del food, regionali e femminili.

“Però dammi una chiave di lettura”.

Proviamo. Penso che far morire una testata non sia un’operazione che un editore compie a cuor leggero. Ne sono stati investiti di soldi ed energie in quel brand.

Penso che la chiave sia la parola “sistema”. Tieni e porti avanti quei giornali che possono non solo vivere in edicola, seppur con difficoltà rispetto al passato, ma anche avere uno sviluppo digitale e come brand, attraverso gli eventi e altre attività (il college di moda di Vogue, la scuola di economia di Forbes…).

Se questo non è possibile, perché devi concentrarti su altri giornali della casa, allora provi a vendere la testata, forse altri editori possono disporre delle risorse e dell’attenzione per ripartire.

Ma prima di uccidere un giornale, c’è da pensarci a lungo.

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

7 Ragioni Per Credere Ancora nei Giornali

Escono a getto continuo in questi giorni articoli e post che fanno il bilancio del 2013 e formulano previsioni per il 2014.

Tra i più citati, questo intervento del guru dei media, Ken Doctor.

In Italia ho letto con interesse Pier Luca Santoro, alias il Giornalaio.

Mi è piaciuto molto un post del designer ed esperto di media Mario Garcia. È sempre eccitante leggerlo: sparge entusiasmo, ottimismo, racconta da vero giornalista, attratto dalle novità come un ragazzo; e non parla mai ex cathedra, pur avendo un’esperienza e risultati da far impallidire chiunque nei giornali.

Nel suo bilancio del 2013, Garcia elenca 7 ragioni per brindare nel mondo dei media… L’anno è stato complicato anche negli Stati Uniti, ma:

1) Continuano a nascere giornali (di carta). Garcia cita il caso, tanto raccontato e ormai paradigmatico negli Stati Uniti, del quotidiano locale Long Beach Register. Ma potremmo aggiungere il ritorno in edicola di Newsweek. E il numero cospicuo di lanci nel 2013 (185 magazine lanciati contro 56 chiusi).

2) Il boom del mobile: quasi la maggioranza della popolazione (negli Usa, l’Italia non è da meno, come noto) possiede uno smartphone e un tablet, supporti su cui c’è un’esplosione nella lettura e ricerca di notizie. La strada è ancora lunga, il giornalismo su mobile è nella sua infanzia, ma c’è un potenziale enorme.

3) Non è vero che i giovani non leggono notizie. Ma lo fanno su smartphone e tablet. La frequenza nella lettura è la stessa delle persone di 30 e 40 anni. E i giovani molto più spesso cliccano sulla pubblicità digitale.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Da Studiare: Axel Springer Vende i Giornali nella Repubblica Ceca

Una notizia che riporto perché: 1) fa vedere come ragiona un grande editore di giornali che punta davvero sul digitale; 2) illustra quel processo di focalizzazione “solo” su certe attività, quell’azione di selezione, che vediamo anche nei periodici.

La notizia: Ringier-Axel Springer Media, società che ha per soci un editore svizzero e il gigante tedesco dei media, vende i suoi giornali nella Repubblica Ceca a due businessman locali per 170 milioni di euro.

La società è una delle più grandi del Paese: passano di mano, dunque, due quotidiani tabloid, un quotidiano sportivo, una serie di periodici.

La motivazione: la società ha scelto di concentrare forze e risorse nei media di proprietà in Polonia, Serbia, Slovacchia, dove possiede una posizione di leadership nei media digitali.

Insegnamenti (?). 1) Il digitale detta la direzione di investimenti e sviluppo; 2) non c’è una fuga dai giornali, ma si investe là dove si possiede una posizione dominante; 3) giornali sì, ma solo in un’ottica di sviluppo digitale; 4) raramente si chiudono giornali, più spesso vengono ceduti ad altri editori, piccoli, meno ricchi, concentrati su nicchie o mercati circoscritti: meno giornalisti in redazione, meno pagati, stracarichi di lavoro (ma con un posto).

Axel Springer è il primo, grande editore europeo, proprietario di importanti quotidiani e periodici, ad aver sviluppato con successo il digitale. Il fatturato digitale è il 40% di quello complessivo.

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Giornali (Digitali) Campioni Nel Marketing

Una ricerca di GlobalWebIndex fa vedere come i quotidiani e i magazine digitali siano la principale via per far scoprire i brand ai consumatori. Una prova di resistenza delle testate giornalistiche nel marketing?

Ci si chiede se anche nella nuova dimensione digitale le riviste resteranno una vetrina utile per la pubblicità. Sapete che spesso si dice che nell’online il prestigio della fonte giornalistica non conta: la gente cerca informazione facendo ricerche su Google, non entrando direttamente nei siti dei giornali. Ma è una convinzione da rivedere. Lo dico senza essere un esperto, partendo dalla lettura di quest’articolo uscito su marketingprofs.com. Il modo più efficace per la scoperta di un brand rimangono i giornali e le riviste, ma nella loro versione digitale. Soprattutto tra i giovani fino ai 24 anni: la fetta di popolazione meno interessata alla carta stampata. La fonte: uno studio di GlobalWebIndex.

brand-discovery-gwi-2013

Mi sembra una piccola notizia positiva. La raccolta di pubblicità non riguarda il giornalista. Ma è una delle fonti di guadagno per l’editore, insieme alle diffusioni. E concorre a creare quell’equilibrio economico che è condizione per tenere in vita l’industria dei periodici come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 20 anni. Un equilibrio andato in mille pezzi.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Mensili, Copie Vendute Settembre 2013

Ho visto i dati ufficiali sulle diffusioni dei mensili nel mese di settembre 2013.

Sono quasi tutti dati negativi, in calo. Tra le eccezioni di rilievo, solo Wired (+4%) e Vogue (+38%). Ma anche Al Volante, For Men, Gardenia, Gente Motori, Panoramauto.

Interessante il confronto con lo stesso mese di un anno fa.

Tra le poche testate a poter vantare un miglioramento vero rispetto al difficile 2012 c’è Wired (+23%). E, rilevanti, For Men, Gente Motori. La maggior parte degli altri mensili ha cali anche del 15, 20, 25%. E oltre.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Settimanali, Copie Vendute Ottobre 2013

Ho visto i dati sulle diffusioni dei settimanali nel mese di ottobre 2013.

Rispetto al mese prima sono quasi tutti segni negativi, che indicano un calo.

Poche le eccezioni. Tra le riviste che guadagnano o tengono ci sono alcune testate di cucina, Gente, Panorama (+15%), Sorrisi e Canzoni.

Vanno male soprattutto le testate di gossip.

Forse la cosa più interessante di questo mese è il confronto con le diffusioni del 2012.

I settimanali più conosciuti che possono vantare un miglioramento sono Gente, Chi, Vanity Fair. E l’ottobre di un anno fa era stato difficile.

La ripresa è lontana.

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , ,

«Newsweek È un Prodotto da Boutique»

Avete letto bene. Per il direttore che riporta in edicola il celebre newsmagazine, «Newsweek è un prodotto da boutique».

Lo ricorda il sito dell’Atlantic. Jim Impoco, direttore messo da IBT Media alla guida del brand uscito un anno fa dalle edicole, afferma:

«We see it as a premium product a boutique product».

Suggestivo. Il giornale di carta è un prodotto premium: per un pubblico esigente, disposto a pagare, attento al valore del giornalismo.

Certo, questo non significa che la crisi non c’è.

I giornali hanno perso quell’equilibrio economico che li ha sorretti e resi grandi per tanto tempo. Bisogna dimostrare di aver ritrovato una stabilità.

Ma la vicenda di Newsweek dice, a mio parere, un’altra cosa, positiva: i brand storici del giornalismo sono più duri a morire di quanto si pensasse. C’è del valore, in quelle riviste. In quei nomi.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Editori Che Rivedono il Business

Le notizie: in questi giorni editori di periodici in Germania e negli Usa comprano tv. O si preparano a separare il business della carta stampata da altri della casa: tv, cinema, entertainment

Il dubbio sarà venuto anche a te: c’è una corsa a sbarazzarsi dei periodici? Oppure gli editori rilanciano alla grande?

PARAGONI Me lo sono chiesto la prima volta in una certa libreria. Un posto dove non tantissimo tempo fa si vendevano libri e cd. Ma negli anni i cd, ormai offerti a prezzi stracciati, sono stati sfrattati dal piano nobile e infilati nei corridoi dell’ingresso, per gli acquisti d’impulso. I libri hanno conservato il loro spazio. E nelle aree rimaste vuote sono oggi esposti televisori, tablet, smartphone, elettronica di consumo. Prodotti che fanno guadagnare di più. Il business cambia. E una libreria diventa megastore.

Torniamo ai periodici. In questi ultimi anni abbiamo visto editori chiudere e vendere riviste. Vendere giornali locali. Per investire di più nel quotidiano della casa. Per investire nei titoli forti. Per investire nel digitale (come Axel Springer). Per investire nella tv.

LA CARTA STAMPATA Anche Time Warner Inc., il più grande editore americano di periodici, che pubblica Time, Sports Illustrated, Fortune, People, si prepara a separare la carta stampata dagli altri business (tv, cinema, entertainment). Time Inc, il ramo che fa riviste, diventerà una public company quotata in Borsa (dunque potenzialmente scalabile, acquistabile da altri).

La notizia di questi giorni è che la scissione avverrà più tardi del previsto, nella seconda parte del 2014.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Pubblicità: L’Italia Diventa Europa Periferica

3 anni che cambieranno la pubblicità (e i media, che di pubblicità vivono). Sono quelli che ci attendono. Con queste conseguenze: dopo 35 anni si ferma la crescita della televisione; la pubblicità su smartphone e tablet supera quella dei periodici; la carta stampata si gioca tutto nel digitale

Una volta le notizie sulla pubblicità non m’interessavano: pensavo le leggessero solo addetti ai lavori e giornalisti specializzati.

Ma da quando la carta stampata è in crisi, ho capito che la sopravvivenza delle testate è legata alla capacità di avere una parte nella comunicazione delle aziende (oltre che dal conservare lettori). La perdita di ruolo alimenta la crisi.

Al riguardo, ieri ho letto un importante rapporto di ZenithOptimedia, una delle società globali della pubblicità. Contiene previsioni che vengono lette da chi dirige i media, il marketing, le aziende. Ho scoperto che…

LA TV SI FERMA

La raccolta mondiale di pubblicità nella tv raggiungerà il prossimo anno il picco di crescita. Poi, entro il 2016, avverrà la prima flessione dopo 35 anni. La crescita passerà di mano, sarà del digitale.

È il segnale di una svolta.

E i periodici, e l’Italia?

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Quanto Crescono i Giornali nel Digitale (E il Ritorno di Newsweek)

Il passaggio dei periodici al digitale, lo sviluppo dei siti, l’espansione sui social, il diffondersi dell’iPad, la crescita tumultuosa delle copie per tablet, la comparsa di edicole virtuali con scaffali sempre più colmi di giornali. Ma un importante rapporto sul futuro dei magazine dice che tra 5 anni il digitale peserà solo per il 12% sui fatturati. Tutto il resto è carta

NEWSWEEK Ci pensavo leggendo la notizia del ritorno nelle edicole di Newsweek: una inversione a U, dopo la decisione, presa un anno fa, di andare avanti solo nel digitale. Tutti i giornalisti lo ricordano, è stata una notizia da tg delle 20. Ma la nuova proprietà del newsmagazine ha idee diverse dall’ex direttore Tina Brown. Una vicenda esemplare sull’incertezza e imprevedibilità con cui siamo costretti a convivere.

EDICOLA VIRTUALE Carta o nuove realtà. Al riguardo un’edicola virtuale britannica, MagVault, ha realizzaro una bella infografica sul boom delle edizioni digitali dei periodici.

Numeri impressionanti sulla crescita. I maggiori settimanali e mensili sono presenti nella classifica di vendita, tra cui Wired, Economist, Cosmopolitan, Men’s Health, GQ.

Ma una domanda deve mantenerci vigili e lucidi di fronte a notizie come questa: quanto pesa davvero il digitale nei magazine, oggi, e quanto si prevede possa pesare nei prossimi anni?

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

La Carta Non È Il Giornale – La Svolta del New York Magazine

New York Magazine, settimanale dalle copertine belle e molto premiate, riduce il numero di uscite. Ma potenzia il digitale. E assume giornalisti

La rivista americana New York, storico concorrente del New Yorker (Condé Nast), cambierà periodicità: uscirà 29 volte all’anno (26 numeri più 3 speciali) anziché 42. In sostanza, da settimanale diventa quindicinale.
Bellissime le copertine. Come questa, di un anno fa, uscita dopo il passaggio dell’uragano Sandy sulla Grande Mela:
New York Cover Sandy
ANCHE IN ITALIA Del cambio di periodicità si parla spesso anche in Italia. Wired di recente ha annunciato che nel 2014 uscirà 10 volte. Copione simile per un’altra rivista di Condé Nast Italia, Traveller.
PUBBLICITÀ Sono misure dettate dal potenziamento dell’offerta digitale. E, spesso, dal calo della pubblicità sulla carta: New York Media, la società che edita la rivista, risparmierà 3,5 milioni di dollari tra stampa e distribuzione.
Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

L’Estinzione della Pubblicità – Ottobre 2013

La pubblicità nella stampa è in profondo rosso. Da anni. Si può capire perché sia sotto esame il sistema che la raccoglie in quotidiani e periodici

Sono stati diffusi i dati sulla raccolta pubblicitaria dell’Osservatorio Stampa di Fcp.

Nei dieci mesi del 2013 la stampa ha perso il 22,2% del fatturato pubblicitario.

I periodici segnano -24,8% a fatturato rispetto al 2012.

L’anno scorso il calo dei periodici era stato del -16,4% rispetto al 2011.

L’anno prima del -2,2% rispetto al 2010.

L’anno prima del -6,7% rispetto al 2009.

L’anno prima del -30% rispetto al 2008.

Finito?

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

La Crisi di Identità di Time (e il Nuovo Sito del Giornale)

Come cambia Time nel digitale: breaking news, uscita di veterani, assunzione di giovani, riorganizzazione della redazione. Ma i critici dicono che il newsmagazine più prestigioso d’America sta sbagliando strada

Una testata resistente. A differenza di Newsweek e Us News & World Report, Time è ancora una voce ascoltata. Con 3 milioni di abbonati nel mondo. Evidentemente è utile qualcuno che sappia selezionare e approfondire le notizie della settimana. Ma le diffusioni sono in calo e la pubblicità è scesa del 4,7% nei 9 mesi del 2013. Non si sa se la testata sia ancora in attivo. Rispetto ai bei tempi andati, con internet la concorrenza è aumentata. Non c’è più il monopolio dell’informazione, sono cadute le alte barriere d’accesso al giornalismo,

Investimento nel digitale. Time si prepara a investire nel sito del giornale, considerato arretrato nel mondo dei periodici:  appena 13 milioni di utenti unici da desktop in ottobre; Huffington Post ne ha contati 61 milioni. Più foto di grandi dimensioni, video, storie.

Un direttore scafato. Un punto di forza è il nuovo direttore, nominato in settembre: Nancy Gibbs, giornalista di punta della testata, 100 storie di copertina alle spalle. Non schiava del narcisismo, ha grandi capacità manageriali e sa delegare ai capi delle sezioni, intervenendo solo con pochi cambiamenti e correzioni in fase di chiusura.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,

In Uk la Pubblicità Torna ai Livelli Pre-Crisi

La pubblicità in Gran Bretagna è tornata a livelli di prima del 2007. Quando la crisi non era ancora esplosa. Ne beneficia anche la carta stampata. Che però deve fare innovazione

Sì, in Gran Bretagna c’è il boom della pubblicità. I dati del Rapporto This Year, Next Year UK di GroupM, società che si occupa di investimenti nei media, dicono che nel 2013 la spesa dovrebbe essere del 7%, il doppio di quanto previsto a maggio.

Complessivamente, la somma spesa dovrebbe raggiungere 13,9 miliardi di sterline, superando il picco raggiunto nel 2007, prima della crisi. Ben oltre quel che si registra in altri paesi europei. Nel 2014 si prevede che gli investimenti arrivino a 14,8 miliardi: +6%. Spettacolare ma non fenomenale, è il commento di GroupM, se si considera che il prodotto interno lordo della Gran Bretagna è cresciuto del 9% dal 2008.

Il digitale pesa ormai per il 44% sugli investimenti pubblicitari nel paese. E la carta stampata? Tra crescita della tv e del digitale, i giornali lottano per ridurre le perdite temute e contenere i danni sotto il 10%: perdite in investimenti pubblicitari a una sola cifra.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

La Condanna a Essere il Numero Uno

Piccola storia istruttiva. È come la storia di un piccolo quadro di poca importanza artistica collocato in una cappella minore di una grande chiesa. Ma quel che gli succede può riguardare altri.

È la storia della chiusura di una rivista B2B, business to business, per addetti ai lavori: Fire Chief, nata nel 1957, pubblicata a Chicago, letta da manager e capi dipartimento dei vigili del fuoco. Vien quasi da sorridere.

È stata sacrificata, insieme al sito web e alle pubblicazioni satellite, nonostante vendesse 47 mila copie (da 52 mila di qualche tempo fa), non poco per un titolo di nicchia. La ragione?

Non era più la prima nel suo settore, la testata leader, la numero uno. Era solo la numero due.

A decade ago, being number two in a category was not a bad thing, there likely to be many other titles below. But today, when advertisers have so many more choices, not being the king of the hill could mean that there are few ad pages to be had.
Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Future e la Strategia della Prova ed Errore (Fast-Fail)

Fast-fail: sperimentare rapidamente e, se non funziona, chiudere. È l’approccio dell’editore britannico Future. Che porta avanti con successo il passaggio al digitale

Il gruppo editoriale britannico di periodici Future ha annunciato di avere superato il punto di svolta (“Inflection Point”: per un editore, è il momento in cui il digitale prende il sopravvento sulla carta): più di metà dei ricavi pubblicitari della società provengono dal digitale. La crescita delle nuove fonti di fatturato ha superato, nella prima metà dell’anno, le perdite nella carta. I ricavi sono saliti del 3%, a 106 milioni di sterline. In crescita il margine di guadagno.
Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Guida da Campo per Giornalisti Smarriti

E se a dirti come vanno davvero le cose, senza nascondere nulla, fosse chi ti dà il lavoro? Succede in un grande gruppo editoriale americano, il secondo del paese con 75 quotidiani. Qui l’amministratore delegato ha scritto ai dipendenti. Per spiegare due cose. La prima è l’ammissione di un errore, una cosa molto tecnica (che non mi interessa): elimineremo l’accesso a pagamento ai siti dei giornali. La seconda molto più importante: la condivisione delle strategie della società. E di tutte le incertezze e le preoccupazioni sul futuro della carta stampata. Una testimonianza del momento

Il post di John Paton, alla guida di Digital First, è stato ripreso a più non posso su Twitter. E sui siti d’informazione.

Egli dice.

Il viaggio dalla carta stampata al digitale sarà lungo. E siamo ancora nella prima parte, quella in salita.

I dollari che si guadagnavano nella carta si sono trasformati in centesimi nel digitale: lo stesso prodotto viene pagato molto meno. Ma i costi che dobbiamo sostenere per andare avanti sono ancora in dollari.
Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

«I Giornali Non Sono un Prodotto di Massa»

I giornali di carta sono prodotti di nicchia, non più di massa? (Superati dai social network. E dai siti di news)

UNA ESPRESSIONE In questo post non ci sono hard news: solo parole, vocaboli, nella foresta dei simboli (si scherza).

E dal consulente dell’editoria Ken Doctor, noto agli appassionati della materia (scrive abitualmente sul sito dedicato al futuro del giornalismo di Nieman Lab, dell’università di Harvard) riprendo una frase che mi ha chiarito le idee.

PRODOTTO DI NICCHIA Parlando del declino della carta stampata, Doctor usa un’espressione a commento di un grafico (che trovate più sotto nel post):

«Publishers are now deciding where to cut in 2014. In the meantime, we do see a number of print strategies emerging. Largely, they track the newspaper industry’s progression from mass to niche, as Google and Facebook have become that new mass, first in time spent and increasingly in digital advertising».

«Gli editori stanno ora decidendo dove tagliare nel 2014. Nel frattempo, vediamo emergere una serie di strategie nella carta. A grandi linee, evidenziano come l’industria dei quotidiani si stia muovendo da un mercato di massa a uno di nicchia, dal momento che Google e Facebook sono diventati i nuovi prodotti di massa, primi per tempo speso dagli utenti sul sito e sempre più per pubblicità digitale raccolta».

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , ,

La Formula di Axel Springer: Carta e Digitale Insieme

Basta alla divisione carta/digitale. Giornalismo di qualità. Contenuti a pagamento. Previsioni per i prossimi 5 anni. Tutto nell’intervista di Milano Finanza al Ceo di Axel Springer, la prima media company digitale europea

TROVATA LA STRADA Il sottotitolo di questo blog è: cronache da un mondo che non sa dove andare. Chiaramente se trovo qualcuno che sa dove andare, mi sento obbligato a dargli la prima pagina.

Da tempo nella mia prima pagina c’è l’editore tedesco Axel Springer, gigante dei periodici in Europa, proprietario in Germania dei maggiori quotidiani. E apripista del digitale.

Segnalo un’interessantissima intervista all’amministratore delegato del Gruppo uscita sabato su Milano Finanza. Bel colpo. La sostanza dell’articolo, intitolato «Il meglio deve venire», è già stata esposta con anticipo e in modo ampio in queste pagine: Axel fa il 40% dei ricavi con il digitale. È dunque il primo ad aver trovato una strada nel digitale che porti a risultati economici di rilievo. E ad avere individuato il tanto inseguito modello economico del digitale: un equilibrio tra costi sostenuti e ricavi.

Ma c’è dell’altro. A livello di definizioni, linguaggio, formule: scolpiscono concetti. E allora faccio una sintesi dei passaggi di maggior rilievo per un giornalista italiano.

SIATE CANNIBALI

1) La strategia di digitalizzazione della società è stata adottata con largo anticipo sulla concorrenza: già dal 2002. Nel 2004 solo il 4% dei ricavi proveniva dal digitale. Il Ceo di Axel Springer spiega che le aziende che non entrano con decisione nel digitale per timore di cannibalizzare il proprio business hanno perso in partenza: qualcuno lo farà al loro posto. Cannibalizzare significa che il digitale ruba lettori alla carta, mettendo in crisi il sistema.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

La Rivista Forbes In Vendita per 400 Milioni di Dollari (ma ne Bastano 200)

La rivista finanziaria e il sito sarebbero in vendita. La stessa società che li pubblica, Forbes Media, ammette di aver ricevuto offerte. E Deutsche Bank AG sarebbe al lavoro per trovare un possibile acquirente. Si parte da 400 milioni di dollari. Ma si potrebbe atterrare a 200 milioni

SORPRESA Trovo la notizia sorprendente. In questi mesi Forbes, la rivista che ogni anno stila la classifica degli uomini più ricchi del mondo (ma non solo: anche le rockstar più popolari), è stato indicato da molti come uno dei pochi esempi positivi di passaggio al digitale di un brand storico della carta stampata.

Naturalmente i dati sull’andamento del sito rimangono in gran parte segreti. Dunque è difficile distinguere tra comunicazione aziendale e verità. Ma le scelte fatte dal giornale, e in particolare dal responsabile del digitale, quel Lewis DVorkin diventato un guru dei nuovi tempi, sono state motivo di discussione e confronto.

Vorrà dire che Forbes è stato così in linea con la logica dell’economia di mercato, dando voce all’area più radicale, da sacrificare se stesso quando quella logica lo ha richiesto…

PERCHÉ SE NE PARLA Scherzi a parte, DVorkin in questi mesi ha fatto parlare del modello Forbes perché:

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Cosa Perdiamo Se Perdiamo le Copertine delle Riviste

Il potere delle copertine delle riviste, la loro capacità evocativa, il fermo immagine dei momenti importanti. Una presenza che stiamo perdendo. E il diluvio di notizie nel digitale lascia senza orientamento

LA FORZA DELLE COPERTINE È il tema tante volte toccato della “produzione di senso”. Una volta affidata ai mass media. Oggi appannata nella dimensione digitale. Ho letto un post sulla forza delle copertina delle riviste. Lo sappiamo, quando azzeccate, le copertine hanno il potere di rievocare i fatti più di qualsiasi altro media. Anzi, partecipano alla costruzione della memoria. Per questo si dice, con espressione ormai stereotipata, che sono iconiche. Rimangono negli occhi. Anche se trovo patetico il paragone con le copertine dei dischi di vinile. Porta … sfiga. (Soprattutto, è sbagliato).

L’ESSENZIALE Ma il post di cui parlo, dal sapore markettaro, coglie un aspetto che si perde nel diluvio quotidiano di tweet e post: la capacità di andare all’essenziale. Di fissarlo. Siamo persi in un mondo di notizie lillipuziane. La rassegna stampa permanente. E sfugge il senso di quel che avviene.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

29 Giornali Che Hanno Cambiato Sede

Quotidiani che cambiano sede, che traslocano, che lasciano palazzi storici. O che danno in affitto il luogo dove si lavora. Negli Stati Uniti se ne contano 29

SUCCEDE NEGLI USA Come in un racconto di Thomas Pynchon, la realtà presenta, in contesti diversi, singolari coincidenze che lasciano disorientati. Ma c’è una ragione: i cambiamenti cui assistiamo sono universali. Un articolo uscito sul sito di Nieman Lab (legato all’università di Harvard: si pone l’obiettivo di aiutare i giornalisti a capire il loro futuro nell’epoca di Internet), scritto da una docente della School of Media and Public Affairs alla George Washington University, racconta alcune storie emblematiche.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,

Come si Diventa il Primo Editore Digitale Europeo

Axel Springer, società tedesca che pubblica giornali, è il primo grande editore europeo nei digital media. Rimangono al primo posto i contenuti giornalistici a pagamento. Ma il peso della stampa viene circoscritto. E cresce in modo spettacolare il digitale. Che solo in parte è sinonimo di giornalismo. Un percorso che altre società potrebbero seguire

CRESCITA DIGITALE Una transizione da studiare bene. Aiuta a immaginare il futuro delle nostre case editrici di periodici e quotidiani. Axel Springer, editore tedesco presente in molti paesi europei, sembra avere trovato la strada per uscire dalla crisi. È tra le società con la più alta quota di fatturato che proviene dal digitale: a fine settembre, su 100 euro incassati, 40 euro venivano generati dai media digitali. Che contribuiscono al 46% degli utili.

LA LINEA In questi mesi la società sta cambiando forma e politica degli investimenti. La strategia consiste nello sviluppo di contenuti giornalistici a pagamento, nelle acquisizioni di attività digitali non giornalistiche, nella riduzione del peso della stampa, là dove non è più fondamentale per il Gruppo. Come avvenuto a luglio con la cessione dei quotidiani regionali, delle guide tv, dei femminili a un altro editore tedesco.

NUOVA IDENTITÀ Con il tempo cambia il mix delle attività. Il digitale, nei primi 9 mesi del 2013, ha dato ricavi per 959 milioni di euro. I quotidiani del Gruppo per 781 milioni di euro. I periodici per 331 milioni di euro. Il digitale cresce del 6,6%, i quotidiani calano del 6,6%, i periodici scendono del 2,4%.

Ma cosa vuol dire digitale? Come cambia la natura di un editore? E lo è ancora?

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , ,

Editore Piccolo Mangia Editore Grosso – Cosa ci insegnano i magazine francesi

Editori grandi mettono in vendita una parte delle loro riviste. Piccoli editori si propongono di comprarle. Altrimenti c’è la chiusura. Ma il piccolo compra. E il grande non deve licenziare. Una storia francese

EDITORE GROSSO VENDE La storia la conoscete: alcuni giorni fa l’editore Lagardère, colosso francese dei media, ha messo sul mercato 10 testate: Be, Psychologies magazine, Auto moto, Campagne et décoration, Le journal de la maison, Maison & travaux, Mon jardin ma maison, Union e la versione cartacea di Première e di Pariscope. Una riduzione non da poco su un patrimonio di 39 titoli. C’è dunque Psychologies, che proprio in questi giorni verrà lanciato in Germania: vedete i paradossi del momento? Ma proseguiamo.

Se la vendita non dovesse aver luogo, 350 dipendenti, tra cui molti giornalisti, resterebbero senza testata e lavoro.

La crisi della carta stampata colpisce duramente anche nell’Esagono. Il calo delle copie vendute e di pubblicità sono la diretta conseguenza del diffondersi dei nuovi media.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Francia, l’Editore di “Elle” Vende 10 Giornali – Lagardère ristruttura

Ancora crisi dei periodici, testate che chiudono, ancora riduzione dei posti di lavoro. Succede in Francia, dove il gruppo Lagardère, gigante dei media, che pubblica Elle, ristruttura la divisione periodici. Saranno cedute 10 testate tra cui Psychologies

VISIONE COMUNE Ricordate cosa diceva l’altro ieri l’ingegner Carlo de Benedetti a proposito della decisione del New York Times di chiudere The International Herald Tribune dopo 126 anni di storia? Diceva che gli editori devono concentrarsi su poche testate, investire su queste e rinunciare a prodotti secondari che rischiano di far ombra a quelle che hanno un potenziale di sviluppo nell’era digitale.

Proprio quello che è stato annunciato oggi dal gruppo francese Lagardère, gigante dei media, che fa un quinto del fatturato con i periodici.

I TAGLI Una prima sforbiciata, grande, era arrivata nel 2011, quando il gruppo ha ceduto le attività internazionali, dagli Stati Uniti all’Italia, per 900 milioni di dollari al gruppo americano Hearst. Nel nostro Paese, come conseguenza, Hachette-Rusconi è diventato Hearst Magazines (pubblica Cosmopolitan, Elle, Marie Claire…).

Ora il secondo colpo. Saranno vendute 10 testate su 39. Parte una ristrutturazione dell’intera area. 350 posti sono a rischio.

CRISI DELLA STAMPA Lagardère Active, questo il nome della divisione periodici, ha preso questa strada per almeno 2 ragioni. La prima è la crisi: una forte contrazione delle copie e degli abbonamenti venduti, una riduzione della pubblicità (del 7% quest’anno), anche per la concorrenza di Internet.

POWER BRAND La seconda ragione dell’operazione sta nelle prospettive di rilancio. Il mercato è cambiato, un editore non può più portare avanti un portafoglio di riviste ricco, che copra ogni segmento, dal bambino alla terza età, dalla caccia al cucito, alle notizie d’attualità, ma deve concentrarsi su alcune attività. Quali? La spiegazione del capo di Lagardère Active, Denis Olivennes, è la seguente:

«My strategy is to focus our investments on around 10 titles which are leaders in their segment and where there is a strong potential to develop them online».

«Unfortunately, this means we have to dispose of around 10 others».

«La mia strategia è di focalizzare gli investimenti su circa 10 titoli che sono leader nel loro segmento e dove c’è un potenziale di crescita online. Purtroppo questo significa rinunciare a circa 10 giornali».

GIÀ SENTITO Forse conviene rileggersi la serie di post iniziati con questo e proseguiti con questo (e altri 3): un rapporto della società di consulenza Boston Consulting, uscito un anno fa, su come ristrutturare e riorganizzare il mondo di giornali e periodici. È tutto qui.

Reuters: Lagardère cede 10 testate (su 39).

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Cosa sta succedendo alle concessionarie della pubblicità

Publikompass, Mondadori, Prs, Visibilia… Il mondo della pubblicità legato ai giornali sta cambiando. Perché i ricavi nella carta stampata sono collassati e il passaggio al digitale è pieno di incognite

CAMBIANO TUTTI Molti si chiedono cosa sta succedendo alle concessionarie di pubblicità, ovvero a quella parte delle case editrici di giornali, o società collegate, che raccolgono la pubblicità per le pagine di quotidiani e periodici.

Se lo chiedono a una settimana dalla notizia che Publikompass, una delle maggiori concessionarie italiane, si preparerebbe a lasciare a casa un’ottantina di dipendenti. Se lo chiedono all’indomani della indiscrezione secondo cui la concessionaria di un grande editore di periodici, Mondadori, dovrebbe presto essere accorpata a Publitalia di Mediaset (notizia che ha preso consistenza il 14 ottobre).

Ma movimenti nel mondo della pubblicità hanno riguardato Prs e Visibilia, entrambe in corsa, fino allo scorso giugno, per i periodici ceduti da Rcs Mediagroup.

Che cosa sta accadendo?

UN GRAFICO PER CAPIRE Mi è tornato in mente uno studio sui quotidiani italiani condotto da un’importante società di consulenza, Bain & Company, uscito nel 2012, nel quale erano ipotizzati alcuni cambiamenti che, in parte, sono avvenuti o stanno riguardando i giornali. Struttura delle case editrici, lavoro nelle redazioni, filiera della distribuzione, edicole incluse. Trovate qui un estratto. Ricordo di aver trovato questo studio nel blog il giornalaio (giornalaio.wordpress.it), sempre ricco di notizie preziose.

Nella parte dello studio dedicata alle concessionarie di pubblicità compariva questo grafico, già pubblicato in questo blog: contiene domande sul futuro della pubblicità e suggerisce ipotesi di accorpamento. Quel che sta accadendo in queste settimane a 360 gradi.

I MOTIVI Le ragioni del cambiamento, per quel che può capire un “profano”, sono: il crollo dei ricavi pubblicitari, la prospettiva di minori ricavi futuri dal mondo del digitale, il ridimensionamento del mondo dei giornali.

Futuro dei Periodici

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“I giornali hanno un nuovo concorrente: i loro inserzionisti” – Editori e pubblicità

Le aziende e i grandi marchi stanno diventando abili narratori. Ed editori in proprio, perchè, come ognuno di noi, possono pubblicare qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Ferragamo è l’ultimo esempio di storytelling multimediale

NUOVI CONCORRENTI Mi era entrata nell’orecchio, l’altro giorno, una frase pronunciata dal responsabile della strategia in News Corp (Murdoch). Questo Raju Narisetti spiegava alla World Publishing Expo di Berlino che:

Newsrooms now face a new competitor: Our advertisers – what is happening is smart brands and smart advertisers are becoming smart storytellers. «We have always had competition for our reader’s time, but this is a double-hit: you lose the readers and the advertisers».
I giornali ora si trovano ad affrontare un nuovo competitor: i nostri inserzionisti pubblicitari. Succede che i brand più sgamati e i pubblicitari più sgamati stanno diventando abili comunicatori. «Abbiamo sempre avuto contendenti per l’attenzione dei lettori, ma questo è un doppio attacco: rischiamo di perdere lettori e inserzionisti».

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,