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L’Ottimismo nello “Stato Dei News Media 2014”

Leggiamo lo Stato dei News Media 2014. Un rapporto sulla salute di quotidiani, riviste, tv, media digitali negli Stati Uniti. Uno specchio di tendenze presenti anche in Italia. E c’è un briciolo di ottimismo

L’ottimismo è nei primi autorevoli commenti su The State of the News Media 2014. Si osserva, per esempio, che nel mondo dei media stanno finalmente filtrando investimenti, energie e attenzione di chi si è affermato e arricchito nel digitale. Una carica per l’industria della carta stampata, ancora in affanno nell’anno passato. E così i giornali riducono ancora del 6% le redazioni ma 500 news outlet digitali hanno assunto 5000 giornalisti e curatori di contenuti.

The State of The News Media 2014 del Pew Research Center (fondazione che sviluppa indagini statistiche sulla vita e la cultura degli statunitensi, indagini riprese sempre più spesso dalla stampa italiana) fa il punto sulle condizioni di salute di tv, quotidiani, riviste, nuovi media. E fornisce una tale quantità di informazioni, dati, tabelle, riflessioni da richiedere giorni per esaurire l’esame.

Provo ad avviare per voi il processo di assimilazione ed estrapolo alcuni highlight, validi non solo per i periodici.

1) Confusione nei cieli

Il rapporto si apre infatti con una affermazione che dà forma a qualcosa che tutti noi avvertiamo: è sempre più difficile fare una distinzione tra le varie forme di giornalismo. Appare ormai artificioso separare quotidiani, periodici, televisione, radio e media digitali. Il 2013, di fatto, ha accelerato il fenomeno della convergenza delle varie piattaforme.

2) Le giuste proporzioni

Cos’è il giornalismo a livello industriale? Il mondo dell’informazione ha un giro d’affari di circa 63 miliardi di dollari. L’industria dei video giochi vale 93 miliardi di dollari; Google 58 miliardi; Starbucks 15 miliardi.

3) Follow the money

Nei media statunitensi il 69% dei ricavi complessivi (93 miliardi di dollari) è rappresentato dalla pubblicità. Il 24% da copie vendute e abbonamenti (pensiamo alla tv). E poi…

Il 7% va sotto la voce “altro”. E’ interessante capire di cosa si tratta, perché è sempre più importante per le case editrici (vista la contrazione di pubblicità e copie). Si tratta di eventi, servizi di marketing offerti a terzi, consulenza nel web, scuole con il brand del giornale…

L’1% sono i contributi di magnati, filantropi. Come Jeff Bezos, papà di Amazon, che compra per 250 milioni di dollari il Washington Post.

4) La parte del leone

La fanno i quotidiani. Che raccolgono 38,6 miliardi di dollari. Le tv locali ne prendono 8,9 miliardi. I settimanali 3,6 miliardi. I nuovi editori digitali 0,5 miliardi di dollari.

5) Mantenere il futuro

La domanda da un milione di dollari è da anni: c’è un modello economico per i giornali o falliranno tutti? Si può ancora vivere facendo informazione?

Si parte dalla constatazione che solo il 25% dei fatturati dei news media proviene da copie vendute e abbonamenti. E nuovi sistemi di pagamento, come i paywall nei quotidiani, stanno dando finalmente frutti. Ma il sorriso muore sulle labbra quando si pensa che in 7 anni la raccolta di pubblicità, principale fonte di sostentamento, è crollata del 50%. E nell’ultimo anno è rimasta stabile in tv, è ulteriormente calata sui quotidiani, invece nel web non cresce in modo sufficientemente rapido da compensare le perdite sugli altri media.

Il futuro, si conclude, dovrà poggiare su modelli di business differenti testata per testata, editore per editore, media per media.

Futuro dei Periodici

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Perché Tutti Creano Siti Di News

La corsa delle società nate del digitale verso i contenuti giornalistici. Il lancio di siti di news che fanno concorrenza a quotidiani e periodici. Un esperto di media analizza il fenomeno

E’ un post di Ken Doctor su Nieman Lab, punto di riferimento per chi tiene d’occhio le novità del giornalismo nel digitale.

Il superconsulente analizza in dettaglio la situazione. Le compagnie che hanno sviluppato piattaforme digitali fanno a gara nel lanciare iniziative editoriali. Creando nuovi brand e testate verticali. Assumendo giornalisti con un nome.

Ma un punto sottolineato da Ken Doctor è quello della sostenibilità economica: un sito di news può stare in piedi.

Può stare in piedi se trova un pubblico di lettori ben circoscritto, per quanto limitato nella dimensione: una nicchia.

Può nutrirsi di pubblicità nativa, diventata competitiva rispetto a quella dei banner.

Può creare redazioni piccole ma con possibilità di ampliarsi.

«Business models are maturing. New publishers are finding enough niches tolargely pay smaller-but-expanding staffs of journalists — if they can create large enough audiences. They are also seeing that native advertising, well done by BuzzFeed and Atlantic Media, for instance, offers a way to compete with programmatic advertising. Premium (Politico Pro) and events (Business Insider) strategies are giving the new publishers the sense they don’t have to wholly rely on advertising».

Futuro dei Periodici

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Tornare A Crescere Nei Media: Parlano 350 Top Manager

Non solo tagli: nei media bisogna tornare a crescere. Come? Lo dicono 350 dirigenti e top manager di società leader nel mondo

La ricerca, intitolata 2014 Media Growth Study, è stata fatta da Ecoconsultancy in collaborazione con The Jordan, Edmiston Group, Inc. (JEGI) di New York, principale banca d’affari indipendente nei settori media, marketing, tecnologia, informatica: la società ha seguito alcune tra le maggiori operazioni di acquisizione fatte da gruppi globali e locali (tra i clienti, ICP Media, GlaxoSmithKline, Deloitte, Penguin, Random House, Royal Bank of Scotland).

Riporto alcuni dei risultati perché spostano l’attenzione anche sul campo dei media: la stagione degli stati di crisi e dei tagli sta mostrando tutti i suoi limiti e sono gli stessi dirigenti delle principali aziende del settore a indicare la crescita (di ricavi, quote di mercato, prodotto) come unica strada per i prossimi 24 mesi. Insomma, nel mondo anglosassone, dove si avvertono già alcuni segnali di ripresa, si prova a voltar pagina dopo 4 anni di austerity.

Il rapporto è facilmente consultabile. Riporto solo alcuni spunti.

1) Per molte società è prioritario aumentare fatturati, profitti, efficienza, piuttosto che scoprire altri canali per il business. È come se nel mondo anglosassone si dicesse: «Abbiamo aperto negli scorsi anni le nuove strade da battere, ora bisogna farle fruttare».

2) Eppure la maggior parte dei dirigenti sentiti ammette che il loro settore è ancora in piena e rapida trasformazione. Concetto che si condensa in questa osservazione: il nostro prodotto vincente (top selling) del 2017 non è ancora stato inventato.

3) Solo le società di grandi dimensioni (fatturati superiori al miliardo di dollari) puntano davvero sulle acquisizioni di altre realtà per allargare il loro giro d’affari. Le altre mettono al primo posto il lancio di nuovi prodotti e la conquista di quote di mercato (facendo meglio della concorrenza e approfittando delle disgrazie altrui).

4) Il principale ostacolo alla crescita esterna è dato dall’avanzare di nuovi concorrenti (nel mondo dei media si tratta delle technology company) e dall’arrivo di prodotti gratuiti e a basso prezzo.

5) Il principale ostacolo interno è dato dalla mancanza, in azienda, di competenze nelle aree più innovative.

Futuro dei Periodici

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Il modello del New York Times, i periodici, i media

Tre pennellate nell’acquerello di come cambiano periodici e media.

Riprendo tre passaggi di un intervento di Ken Doctor, consulente americano che si occupa dei media, uscito su Nieman Journalism Lab, sito che per me e’ un punto di riferimento sui cambiamenti nel giornalismo (e’ un laboratorio legato alla universita’ di Harvard).

Parliamo di periodici e media, ma Ken Doctor analizza i risultati semestrali del New York Times, i ricavi, le novita’ in quella che e’ una delle testate che reggono la fiaccola del passaggio progressivo al digitale. Modello di business cercasi, come dicono gli esperti; e il Times ci sta provando, a trovare un modo per tenere in piedi il giornalismo.

Torniamo a noi.

Prima pennellata. Il New York Times cerca nuovi modi per fare ricavi stabilendo alleanze con societa’ che forniscono contenuti, thid-party, come si dice in gergo. Contenuti che non vengono prodotti dalla redazione ma comprati gia’ confezionati allo scopo di arricchire l’offerta digitale e del sito. Non e’ crescita organica. Per cui il Corriere della Sera o una rivista italiana non fa tutto in casa: compra all’esterno, stringe alleanze. Un futuro promettente per service e produzioni video. O intese tra gruppi editoriali della carta e gruppi televisivi: pronto?! In Italia ci sono per caso editori che possiedono giornali e tv, o che hanno appena fatto acquisti in tal senso?

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Perché preoccupa l’aumento dell’Iva sui collaterali delle riviste

Confermo che la decisione del Governo di aumentare l’Iva sui prodotti collaterali, venduti insieme ai giornali, portandola dal 4 al 21 %, è un grosso problema.

Dissento da chi minimizza, ignora, irride, trova scandaloso il problema dei collaterali, problema che riguarda, per chi non è dell’ambiente, i cd, dvd, libri, borsette, collane, «bamboline», venduti in edicola insieme alle riviste e ai quotidiani. Un equivoco, il pensare che si tratti di una faccenda secondaria e priva di conseguenze, in cui cade anche chi conosce a fondo il mondo dei giornali.

LA NOTIZIA. Gli editori hanno lanciato al Governo, l’altro giorno, un appello affinché l’Esecutivo torni sui suoi passi e non proceda con l’aumento dell’Iva, con un’incidenza che, su una parte di questi prodotti, dovrebbe passare dal 4 al 21%. Una iattura per editori ed edicolanti, questi ultimi convinti di perdere, se la misura non dovesse essere rivista, il 35% dei ricavi (non proprio nei ricavi, ma questa è la sostanza).

No, non è il solito pianto del commerciante.

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Come Hearst Usa sta aprendo una nuova strada nel digitale dei periodici

Un milioni di lettori solo digitali, non molti ma sufficienti per costruire una strategia di sviluppo delle testate di Hearst Usa nel territorio ancora inesplorato dei nuovi media, con progetti per aumentare i ricavi, far crescere la pubblicità, pensare a nuovi modelli.

Se ne parla in un articolo uscito nel sito di Nieman Lab: si spiega come l’editore americano Hearst stia esplorando una nuova strada nello sviluppo digitale dei periodici. Un modello diverso, alternativo a quello dei tedeschi di Axel Springer, gli unici ad aver passato con successo il guado che separa la carta stampata dal digitale. Springer ha pestato sull’acceleratore dell’e-commerce, Hearst coltiva lettori digitali.

L’articolo, scritto dal superconsulente Ken Doctor, esperto di carta stampata ed evoluzione digitale dei giornali, ha questi punti d’interesse:

1) Hearst è l’unico editore ad avere un discreto numero di lettori digitali negli Usa: un milione tra abbonati e acquirenti di singole copie digitali. Circa il 4% dei lettori dei 21 titoli della società.

2) L’editore di Cosmopolitan, a differenza di tutti gli altri editori di periodici, ha sviluppato una strategia che mette al centro il lettore digitale. Non chi legge carta e digitale insieme, ma solo il digitale. Come sappiamo, quasi tutti gli altri puntano invece a coccolare e a non perdere i propri lettori tradizionali, quelli della carta.
3) I lettori digitali hanno un profilo diverso dagli altri, più interessante per chi vende giornali: sono più giovani, più benestanti, disposti a spendere. Non a caso Hearst fa pagare l’abbonamento digitale più della carta. Non lo svende, come si fa di solito. Crea invece valore sulle nuove piattaforme, restituisce valore dopo anni di svendite e contenuti gratuiti.
4) La casa editrice sta elaborando nuove strategie anche nella vendita degli spazi pubblicitari. In parte se ne è già parlato su questo blog. Interessante un passaggio di questo nuovo articolo in cui si dice che Hearst è tornato a vendere spazi, lasciando alle agenzie il compito di creare spot e pubblicità per il digitale, anche con arricchimenti multimediali. Altri editori, invece, si sono trasformati anche in creatori di pubblicità. Time Inc, ad esempio. Un errore?
5) Secondo quel che si legge nell’articolo, la strategia seguita da Hearst mette questo editore in posizione di vantaggio, in vista del progressivo passaggio al digitale. Avrà competenze, lettori, conoscenze. Chi invece mira innanzitutto a tenersi stretti i propri lettori sulla carta, ha una prospettiva di breve termine, tre, cinque anni.
6) Il tablet viene visto come lo strumento su cui, in futuro, si leggeranno i periodici. Dicono un dirigente, citato nel pezzo, e l’autore dell’intervista:

“We knew when the iPad came out, we would finally be able to build our business.” The iPad revolution completely changed the magazine industry’s potential trajectory.

7) Un milione di lettori unicamente digitali sono pochi. Per il 2016 si prevede che saliranno al 10% del totale degli abbonati. Ancora poco. Ma è una strada su cui investire. Perché, per tornare a Hearst Usa, i costi di stampa e distribuzione sono il 30/40 per cento dei costi totali. Ridurli, grazie al digitale, significa far crescere i margini, il ricavo netto.

Il punto: come immaginare tempi e modi dello sviluppo digitale dei periodici.

Nieman Lab: l’esempio dei periodici americani di Hearst.

Nieman Lab

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Lo stato di salute dei periodici in Italia: copie vendute, ricavi, giornalisti occupati

Il rapporto «La stampa in Italia negli anni 2010-2012» diffuso ieri dalla Federazione italiana editori giornali (Fieg) scatta la fotografia del settore. I numeri sull’andamento economico dei giornali, gli indicatori riguardanti le performance delle società che li pubblicano e i dati sul numero di giornalisti che lavorano sono un punto fermo per qualsiasi riflessione si voglia sviluppare sul futuro dei giornali.

Mi concentro solo sui dati generali e quelli dei periodici.

Il 2012 ha visto per la prima volta un calo nel numero complessivo di lettori. In passato si registrava una riduzione delle copie vendute ma il numero degli italiani che leggeva quotidiani e periodici era stabile.

Lo scorso anno è stato il peggiore degli ultimi 20 nella raccolta di pubblicità sulla carta stampata. Si è infatti registrato un calo del 14,3%. Ma, come sappiamo, il 2013 sta andando ancora peggio, decisamente peggio.

La crescita del digitale nella pubblicità è stata del 5,3%, ma come in tutto il mondo questa performance non compensa affatto il calo verticale dei ricavi sulla carta, dunque gli editori sono in grande affanno.

Nel 2012 i settimanali hanno venduto 10.225.000 copie, in calo del 6,4%.

I mensili hanno venduto 9.515.000 copie, sotto dell’8,9% rispetto all’anno passato.

La raccolta pubblicitaria di questo settore è scesa del 18%: oggi la pubblicità sui periodici vale 571 milioni di euro.

Le copie vendute, invece, valgono 2.253 milioni di euro, e hanno visto un calo anno su anno del 7%.

Infine i giornalisti occupati.

Nel 2011 il calo complessivo, quotidiani e periodici insieme, è stato dell’1,4%. Nel 2012 del 4,2%.

I giornalisti che lavorano oggi nei periodici italiani sono 2.872, in calo dell’1,4% in un anno.

Ma questa slide dice tutto.

Giornalisti occupati in Italia

Prima Comunicazione: Rapporto Fieg sulla stampa italiana 2010-2012.

Primaonline

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Il futuro dei periodici fino al 2017 – Entertainment & Media Outlook di PwC

Una ricerca importante, l’Entertainment & Media Outlook di PricewaterhouseCoopers (PwC), descrive il futuro economico dei periodici americani da qui al 2017. Il calo dei ricavi da copie vendute, il calo della pubblicità, la crescita del digitale, non sufficiente. E qualche sorpresa.

La crisi continua. L’articolo di Adweek che sintetizza l’Outlook di PwC dice che non c’è alcuna ripresa dietro l’angolo per i periodici. Il mercato continuerà a scendere nei ricavi da copie vendute e nella raccolta pubblicitaria. Questa previsione vale per gli Stati Uniti, Paese che ha risposto meglio e più rapidamente dell’Italia alla crisi economica. Il declino dei periodici si conferma, dunque, strutturale. Non abbiamo ancora visto tutte le conseguenze. Viene confermata la “narrativa” corrente secondo cui i lettori e gli inserzionisti grandi e piccoli stanno migrando verso il digitale e verso altre modalità di accesso all’informazione.

Il mercato dei periodici consumer americani (le riviste come Time e Cosmopolitan) vale nel 2012 24 miliardi di dollari ma scende a 23 miliardi di dollari nel 2017. Dalla crisi del 2009 si è registrata una lieve ripresa, ma il mercato continuerà nel suo complesso a calare con l’abbandono della carta da parte di lettori e inserzionisti.

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Ripensando le riviste di attualità – Il declino di Newsweek

Le ipotesi di vendita di Newsweek, la testata americana che a fine 2012 ha chiuso l’edizione di carta. La parabola del giornale nei ricavi e nelle copie vendute. E le domande sul futuro di questa formula editoriale. Che ha bisogno di essere ripensata. In tutto il mondo.

Giorni fa un collega di un quotidiano mi parlava dei problemi dei periodici. Mi sono accorto che nella sua rappresentazione mentale i magazine coincidono con i settimanali di informazione politica. Insomma, aveva in mente l’Espresso. Ma i newsmagazine sono una componente assolutamente minoritaria delle riviste pubblicate in Italia e nel mondo. Non ci sono più l’Europeo, Epoca, e tanti altri titoli che hanno fatto la storia dell’informazione giornalistica.

Dico questo perché Newsweek, il newsmagazine per eccellenza insieme a Time, è tornato a navigare in cattivissime acque, dopo il passaggio traumatico dalla carta alla sola dimensione digitale, avvenuto lo scorso dicembre. Bisogna dare un giusto contorno a questa parabola giornalistica.

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Vendono solo i bookazine – I periodici americani nel primo trimestre 2013

I primi tre mesi del 2013 hanno registrato negli Stati Uniti il maggior calo di sempre nelle vendite di periodici.

Nel primo quarto dell’anno i fatturati sono scesi dell’11 per 100 e le copie vendute sono crollate del 14,5 per 100.

Soffrono i periodici più diffusi e popolari, i primi 50. Che incamerano il 97 per 100 delle perdite. Pari a 96 milioni di dollari. Tengono meglio gli altri, dal 51esimo al 1000esimo.

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Cosa succede se non leggi più il giornale a colazione – Lo stato dei media nel 2013

Il giornalismo sta attraversando un periodo di grandi opportunità, non solo di bilanci in rosso? Alan Murray, ex giornalista del Wall Street Journal e presidente del Pew Research Center, spiega invece qual sia l’esatta condizione dei giornali. Si va al punto: la perdita di pubblicità, l’irrilevante crescita delle copie vendute, la frammentazione dei new media.

Prima di lasciare spazio all’entusiasmo per il digitale, bisognerebbe capire cosa sta succedendo al giornalismo e quali saranno le conseguenze per le testate e per chi ci lavora. Una sintesi viene fatta da Alan Murray, per cinque anni responsabile dello sviluppo digitale del Wall Street Journal, presidente da alcuni mesi del prestigioso Pew Research Center, organizzazione no profit che ogni anno rilascia un rapporto sullo Stato dei media. Potete ascoltare l’intervento di Murray alla George Washington University School of Media and Public Affairs. Ma ho selezionato alcuni punti e li ho sintetizzati in italiano. Potete leggerli qui sotto.

Sì, anche al Wall Street Journal, grazie al digitale, l’audience complessiva non è mai stata alta come in questi anni. 10, 15 volte superiore a quella che il giornale ha avuto nel periodo d’oro. Questo significa che il Wall Street Journal è in grande salute? Purtroppo no. In tutto il mondo avanzato, a causa dell’esplosione della comunicazione digitale, non c’è più un modello di business per i giornali, non si è ancora trovato il modo per ripagare e tenere in piedi il business.

 

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L’editore tedesco che ha scoperto come superare la crisi – Primo trimestre 2013 di Axel Springer

Vorrei non fosse un post per esperti. Si snocciolano numeri ma la sostanza regala, a chi sa capire, un pizzico di emozione. Emozione per chi lavora nella carta stampata e teme di essere finito in un vicolo cieco. Invece c’è un editore tedesco di quotidiani e periodici, Axel Springer, che ha trovato la strada per cambiare, trasformarsi, adattarsi al mondo digitale. E crescere, prosperare, aprire il futuro. Forse anche a carta stampata e magazine.

Axel Springer ha presentato i conti dei primi tre mesi del 2013. Chiariamo subito che si tratta di una società più grande, per volume d’affari, di Mondadori, Rcs Mediagroup, Hearst Italia, Condé Nast Italia, Cairo Communication.

Parliamo di un editore internazionale che pubblica in tutta Europa, dalla Germania alla Repubblica Ceca, dalla Francia alla Polonia. Un gigante per dimensioni e attività. Presente da tempo nel digitale con i siti dei propri giornali, radio, tv, con applicazioni, con portali che nulla hanno a che fare con il giornalismo: siti di annunci di lavoro, case, articoli per la caccia e la pesca.

La tendenza che viene fuori in Axel è la crescita strepitosa del digitale, che ormai è la prima area aziendale per fatturati e guadagni. Ma la carta stampata non è in rosso, e anche se continua a veder decrescere i fatturati e le copie vendute, rimane ampiamente remunerativa: guadagna un sacco di soldi. C’è dunque un aggiustamento strutturale, un ridimensionamento, che però non è il cancellamento, la scomparsa. E il digitale non è un mondo alieno rispetto al giornalismo.

Ecco la parte tecnica.

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Chi comanda nei giornali, tra carta e digitale

Un articolo della Columbia Journalism Review fa chiarezza sulle tante sparate autopromozionali degli editori americani.

Tutti a dare risonanza alla straordinaria crescita nel digitale, soprattutto nella raccolta pubblicitaria.

Ma quanto pesa davvero il digitale nei bilanci degli editori? E chi conta di più, adesso e nella prospettiva del breve e medio termine?

La vera questione, dice il bolletino della Columbia University, è il valore assoluto dei ricavi. Ovunque nei giornali americani (e di tutto il mondo) i ricavi pubblicitari nel digitale stanno rapidamente salendo da un punto di partenza molto, molto basso. E negli Usa la raccolta complessiva ammonta nel 2012 a circa 3 miliardi di dollari. Vale a dire appena un quinto della raccolta pubblicitaria sulla carta stampata. E se un editore come Forbes, con un sito web studiato in tutto il mondo per le sue innovazioni nelle strategie e nell’organizzazione del lavoro, annuncia di fare metà dei ricavi pubblicitari con il digitale, questo è un buon segnale. Ma può essere una delle conseguenze del pauroso calo sulla carta stampata (tradotto: se calano i ricavi sulla carta stampata, crescono in valore percentuale quelli del digitale. Se ne era parlato qui). Non è un successo che fa dormire sonni tranquilli.

«But the real questions is, as always, compared to what? Digital ads everywhere in US magazines are rising from a low base, and, at about $3 billion nationally, are still a fifth that of print ad sales. That digital ads now account for half of total ads at Forbes can be good news but can also be a function of shrinking print ad sales».

Il Punto: dove fanno i soldi gli editori, tra carta e digitale.

Columbia: leggere i dati sul digitale
cjr

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L’altra faccia del Sole 24 Ore, primo quotidiano digitale italiano

Leggendo i conti del Sole 24 Ore viene da fare un’amara riflessione sullo sviluppo digitale dei giornali. Parto dal primo quotidiano economico italiano, ma temo che la mia considerazione abbia un valore generale.

Domanda: come si possono far crescere i ricavi digitali di un importante giornale, fino a vederli diventare il 31 per cento del fatturato, come al Sole 24 Ore nel 2012?

Risposta: basta guadagnar meno con le altre attività (pubblicità, copie cartacee, altri asset del Gruppo) e il peso del digitale aumenta nel mix complessivo.

Se il resto va male, la piccola quota di attività digitali diventa rilevante.

Infatti il Sole, “primo quotidiano digitale in Italia” (46.190 copie giornaliere), registra davvero una crescita rilevante delle copie digitali vendute, tanto da superare la concorrenza del Corriere della Sera e di Repubblica, ma chiude il 2012 con un rosso di bilancio di 45,8 milioni di euro. Colpa, in particolare, del crollo del 16 per cento dei ricavi pubblicitari (ma ci sono altre voci, come azioni straordinarie e oneri di ristrutturazione).

Con una punta di ironia potremmo dire che c’è una somiglianza con il New York Times secondo quanto messo in luce dal superesperto Ken Doctor nel sito di Nieman Lab. Anche nel caso del terzo quotidiano più venduto degli Stati Uniti si sono visti negli anni un calo vertiginoso della pubblicità e la tenuta dei ricavi da diffusioni. Fino alla presa d’atto collettiva, negli Usa, che i quotidiani, tutti i quotidiani, devono archiviare il vecchio modello che prevedeva un rapporto tra entrate pubblicitarie ed entrate da copie di 80 a 20. Si torna alla centralità del lettore (e ci si deve accontentare di fare meno ricavi). Ma il New York Times ha trovato un equilibrio economico. Il Sole24, invece, è in difficoltà. Per mille ragioni. Non il solo.
Sole 24 Ore: il Sole primo quotidiano per ricavi digitali

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Nella testa degli editori che ristrutturano i periodici – 4

Torno allo studio di Boston Consulting Group che ho riletto alla luce degli stati di crisi aperti dai maggiori editori italiani di periodici (e quotidiani). È una specie di guida per le società che vogliono provare a trasformarsi per trovare una via d’uscita dal declino.

Ieri si parlava del taglio dei costi, oggi di sviluppo dei ricavi (questa è il quarto post della serie. Se v’interessa, leggete qui la prima, la seconda e la terza parte).

Come può un editore, nel pieno della crisi economica e strutturale, sostenere i ricavi e magari incrementarli? Dopo aver fatto una ricognizione su 1600 editori a livello globale, Boston Consulting Group (Bcg), pur scartando (naturalmente) formule miracolistiche, crede che si possa intervenire sui prezzi dei giornali. In altro punto, che rinvio al prossimo, conclusivo post, l’attenzione va invece alle nuove aree su cui investire, direzione ben più corposa e promettente.

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Huffington Post/ Come immaginare il futuro dei periodici

I giornali del futuro assomiglieranno a quelli del presente. Ma bisognerà cambiare i formati per adattarli agli strumenti della lettura digitale. E i profitti saranno enormi. O è solo un sogno?

Non so se si tratta di sponsored content, contenuto sponsorizzato, ma questo intervento su The Huffington Post del boss di una piattaforma per l’editoria digitale, Yudu, ha elementi per me illuminanti sul futuro dei periodici.

Richard Stephenson, questo il nome del Ceo di Yudu, dà per scontato che i magazine continueranno a esistere, e vivranno in una dimensione digitale, come siti o app. Insomma viene messo a tacere lo psicodramma dell’Internet che manda in rovina i giornali di carta con la sua offerta di contenuti infinita (ma frammentati, disseminati, discordanti, faticosi da cercare e raggiungere).

Ma, dice Stephenson, i periodici del futuro dovranno affrontare alcuni nodi e tener conto di certe premesse.

1) Faranno guadagnare molto, perché eliminano le spese di stampa e distribuzione: i margini saranno del 60-85 %.

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Come cambia il giornalismo? Uno studio della Columbia School of Journalism

La Columbia Journalism School ha pubblicato un nuovo, voluminoso rapporto (220 pagine) intitolato «Post-Industrial Journalism: Adapting to the Present».
Devo ancora leggerlo per bene. Ma riporto i cinque punti cardine su cui il rapporto è costruito:
1) Il giornalismo è ancora rilevante.
2) Il buon giornalismo è sempre stato sostenuto finanziariamente.
3) Internet mette fine ai ricavi da pubblicità.
4) Ristrutturare è, pertanto, una mossa forzata.
5) C’è la possibilità di fare del buon giornalismo sui nuovi media.

M’interessa perché: aiuta a capire cosa sta succedendo all’industria del giornalismo. Industria, proprio così.

Buona lettura.

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«La crisi dell’editoria non esiste!»/2 – Pubblicità

E quando mi dicono che la crisi dell’editoria non c’è, penso anche ai dati sulla raccolta pubblicitaria e sulle pagine con inserzioni. Negli Stati Uniti, che, a differenza dell’Italia, appaiono più reattivi davanti alla crisi economica (gli Usa, a differenza del nostro paese, non hanno rischiato il default o di uscire dall’euro), la raccolta pubblicitaria, secondo quanto riportato dall’Associazione dei magazine media (Mpa), ammontava nel 2011 a 20 miliardi 86 milioni di dollari, in lenta ripresa rispetto al 2010 e al 2009, ma lontana dai valori di sei anni fa. Ancor più impressionanti sono i dati sulle pagine pubblicitarie pubblicate. 164 mila nel 2011: per trovare un numero inferiore bisogna tornare al 1994.

M’interessa perché: 1) facendo la differenza tra Usa e Italia si ricava un’idea, seppur approsimativa, di quanto grave sia la crisi strutturale dell’editoria, al netto della crisi economica. Anche in America i dati sono negativi, nonostante la maggior capacità di rispondere alla congiuntura non favorevole (diciamo così).

Il punto: come sopra: aprire gli occhi davanti alla realtà per cercare una via d’uscita vera.

La fonte: «La fonte: «The Association of Magazine Media (Mpa), established in 1919, represents 175 domestic magazine media companies with more than 900 titles, approximately 30 international companies and more than 100 associate members».

Magazine Usa, pubblicità dal 1960 al 2011

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Il boom del digitale in Germania

In Germania le piattaforme digitali continuano a guadagnare terreno e la crescita è trainata dagli smartphone e dalla pubblicità su internet.

Il numero di persone che si collegano alla rete con apparecchi wireless è cresciuto del 35% nel 2012, raggiungendo i 29 milioni, e dovrebbe salire a 60 milioni nel 2016.

Nello stesso periodo i ricavi dei quotidiani di carta, ora equivalenti a 8,6 miliardi di euro, dovrebbero scendere dello 0,5% ogni anno. I periodici, che oggi valgono 5,8 miliardi di euro, scenderanno dello 0,3% l’anno.

Smartphone e tablet, uniti al progressivo passaggio degli investimenti pubblicitari sulle piattaforme digitali, sono gli elementi che spiegano questi cambiamenti.

La spesa per la pubblicità online è cresciuta del 12,3% nel 2011, le tariffe dell’11,2%. Risultato, la quota di ricavi pubblcitari nell’area media ed entertainment di internet è salita al 23 % e ha superato per la prima volta quella della televisione, ferma al 20,8%.

La quota di mercato della pubblicità su internet salirà al 37% entro il 2016.

Werner Ballhaus, responsabile tecnologia, media e telecomunicazioni di PwC (società tedesca di auditing e consulenza), commenta: «Per il mercato dei media e dell’entertainment, il motto ora è: “Il digitale è la nuova norma”. La domanda non è più se includere il digitale nel modello di business, ma piuttosto come integrarlo nei processi e nelle strutture organizzative».

M’interessa perché: 1) descrive il cambiamento in atto in un paese più avanzato dell’Italia, ma simile; 2) spiega che il digitale, nel settore dei media e del giornalismo, è ormai una realtà consolidata.

Il punto: si sta componendo il puzzle.

La fonte: «WARC is a marketing information service that organises events, publishes magazines and journals, provides data (including forecasting of trends and expenditure etc)».

Gerrmania, il boom dei media digitali

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Nel 2012 Forbes fa metà dei ricavi sul digitale

Nel 2012, per la prima volta, metà dei ricavi di Forbes proviene dal digitale.

Non è il risultato di un calo nella carta. I ricavi dell’edizione cartacea stanno crescendo, grazie a un aumento del 12,5 per cento del fatturato pubblicitario.

I ricavi del digitale sono invece saliti del 27 per cento nel solo mese di agosto 2012.

I visitatori unici mensili di Forbes.com sono aumentati del 49 per cento, da 22.4 milioni in settembre 2011 a 33.4 milioni nel settembre 2012.

 

Mediapost: Forbes, metà del fatturato dal digital

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Harper’s Bazar si butta nell’e-commerce: ShopBazaar

Hearst Magazines lancia negli Usa un sito di e-commerce, ShopBazaar, che è strettamente legato alle pagine di Harper’s Bazar, con continui rimandi tra oggetti e accessori fotografati e mostrati sulle pagine del giornale e opportunità di shopping nel sito. Leggete perché troverete dettagli di un certo interesse. Hearst Magazines sta cercando di spingere sull’e-commerce e di diversificare i ricavi, vista la debacle con edicola, abbonamenti e pubblicità normale.

Ma con questa iniziativa a Hearst si dice (leggete meglio nell’articolo): “This is our brand moment. We will be a brand you read about and a brand you shop”. Lo stesso brand è un giornale da leggere e un luogo dove acquistare.

Chi se ne occupa è una manager di Hearst che ha già lanciato, in una precedente esperienza lavorativa, Elle Shop nel 2002, sul sito della rivista.

Critico il ruolo dei giornalisti in questa stretta relazione tra testi informativi e necessità di vendere. Se ne parla qui ma anche nell’altro post di Futuro dei Periodici di oggi, 16 settembre 2012, riguardante le strategie di Time Inc. per il digitale.

Harper’s Bazaar diventa ora un… bazar!

M’interessa perché: 1) fa capire che i periodici devono d-i-v-e-r-s-i-f-i-c-a-r-e; 2) il brand, ah il brand; 3) il futuro dei giornalisti: commessi intelligenti? (ma lo sono già, si parla infatti di giornalismi, da Repubblica ad Harper’s Bazaar).

Il punto: sotto il cappello del brand giornalistico, della testata, si possono far crescere attività che non hanno nulla di giornalistico ma portano ricavi. Diranno che è sempre stato così. No, non in modo così diretto.

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Condé Nast e alcune buone notizie per i giornali

Condé Nast torna a fare i muscoli esibendo i risultati in Gran Bretagna e nel Vecchio Continente. L’articolo del London Evening Standard riporta che l’anno scorso nel Regno Unito Condé Nast ha visto crescere i ricavi del 5,2 per cento a 117,9 milioni di sterline e gli utili prima delle tasse del 14 per cento a 17,3 milioni. In Europa, Condé Nast International ha fatto ancora meglio con un incremento del fatturato del 7,7 per cento a 460,2 milioni di sterline e con un margine di 43,5 milioni di sterline, incluso, BADATE BENE, un buon risultato in Spagna e Italia.

Condé Nast continua a far soldi con copie e pubblicità in Uk.

 

M’interessa perché: 1) i glossy magazines, è confermato, reggono meglio la crisi; 2) forse hanno anche un futuro.

 

Il punto è: ci sono magazine che rispondono meglio alla crisi.

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