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Timeline: I 10 Anni Che Cambiarono I Giornali (Cronologia Multimediale)

Un racconto con testi, foto e video dei 10 anni di cambiamenti nei giornali degli Stati Uniti. Una timeline, una cronologia multimediale. Per ricevere chiavi di lettura sul presente di quotidiani, riviste, media digitali. Valide anche per l’Italia

Ho realizzato una timeline, una cronologia multimediale sugli ultimi 10 (14) anni di cambiamenti nei periodici e nei media americani. Date, foto, video per raccontare le chiusure di Life e Gourmet, il ritorno in edicola di Newsweek, la vendita di Washington Post al padre di Amazon e l’avventura giornalistica del fondatore di eBay. Con tante chiavi di lettura uscite in 20 mesi di Futuro dei Periodici.

Ecco la schermata della timeline. Ma per vederla in funzione dovete andare a questo linkI 10 anni che cambiarono i giornali (purtroppo il programma non può essere inserito in un post di WordPress). Date un’occhiata e sappiatemi dire. E’ una cavalcata tra 22 fatti, una storia dei giornali vista dal mondo dei periodici.

Timeline: I 10 anni che cambiarono i giornali.

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Periodici Usa, L’Edicola Ancora Giù

Meno copie vendute, soprattutto in edicola. E’ la fotografia della seconda metà del 2013 per le riviste americane

Sono usciti i dati sulle vendite dei periodici statunitensi: come sappiamo, le rilevazioni sono semestrali, le ultime riguardano la seconda metà del 2013.

La circolazione cala leggermente: -2%.

Gli abbonamenti (paid subscriptions) sono scesi di appena l’1%.

Le copie vendute in edicola (single-copy sales) sono diminuite dell’11%.

Le edizioni digitali sono cresciute del 37% rispetto al secondo semestre del 2012.

I 380 periodici più diffusi del Paese vendono nell’insieme quasi 11 milioni di copie digitali.

Una (triste) curiosità: il giornale ad aver avuto il maggior incremento, quasi il 30%, è American Rifleman, organo ufficiale della National Rifle Association (quelli delle armi).

Futuro dei Periodici

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La Lettura Digitale Non Penalizza La Carta

Una ricerca del Pew Research Center. Sulla popolarità degli e-reader. E le abitudini di lettura degli americani. Gli e-book sono sempre più diffusi. Ma la carta non tramonta

Da tempo non entravo nel sito del Pew Research Center e devo dire che il Pew è sempre il Pew.

Da questa ricerca sulle abitudini di lettura emerge che cresce in modo considerevole il numero di americani che usano l’e-reader. In un anno si è passati dal 23% degli adulti al 28%. Al tempo stesso, 7 americani su 10 continuano a leggere libri di carta, in leggera risalita rispetto all’anno precedente. In altre parole, gli e-reader vanno diffondendosi sempre più. Ma si sta affermando un consumo misto. Appena il 4% dei lettori abbandona la carta e legge solo libri in formato elettronico.

La carta rimane alla base delle abitudini di lettura.

Futuro dei Periodici

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La Copertina Più Bella dell’Anno – FishbowlNY 2013

Mentre in Italia l’Espresso chiede ai propri lettori di votare la cover più bella del 2013, negli Stati Uniti è stata scelta da FishbowlNY la Miglior Copertina dell’Anno.

Vince Bloomberg Businessweek. La copertina realizza con mirabile sintesi grafica l’incontro di due epoche del giornalismo e dell’informazione: mette insieme Henry Luce, il magnate che ha fondato la casa di periodici Time Inc., e Twitter.

Nel sondaggio, seconda classificata la rivista Boston; terza, The Atlantic.

La copertina di Businessweek decretata miglior copertina del 2013 da FishbowlNY.

La copertina di Bloomberg Businessweek decretata miglior cover del 2013 da un sondaggio di FishbowlNY

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Ci Si Pensa Prima Di Chiudere un Giornale

Secondo MediaFinder, database online di Oxbridge, sorta di anagrafe con i lanci e le chiusure nella carta stampata in Stati Uniti e Canada (quotidiani, magazine, altro: 77.000 titoli), nel 2013 il rapporto tra nuove iniziative e chiusure di periodici di carta si è stabilizzato.

Il rapporto è di 3 nuovi magazine per ogni chiusura di giornale.

Complessivamente i nuovi magazine sono stati 185, il 18% in meno rispetto al 2013. Ma sono calate anche le chiusure: 56 titoli, in discesa del 30% in confronto all’anno passato. E di oltre il 60% sul 2011, un anno di grande mortalità.

C’è da ricordare che nel 2010 lanci e chiusure si erano equivalsi: 193 a 176.

Entrano in edicola, nel 2013, soprattutto periodici del food, regionali e femminili.

“Però dammi una chiave di lettura”.

Proviamo. Penso che far morire una testata non sia un’operazione che un editore compie a cuor leggero. Ne sono stati investiti di soldi ed energie in quel brand.

Penso che la chiave sia la parola “sistema”. Tieni e porti avanti quei giornali che possono non solo vivere in edicola, seppur con difficoltà rispetto al passato, ma anche avere uno sviluppo digitale e come brand, attraverso gli eventi e altre attività (il college di moda di Vogue, la scuola di economia di Forbes…).

Se questo non è possibile, perché devi concentrarti su altri giornali della casa, allora provi a vendere la testata, forse altri editori possono disporre delle risorse e dell’attenzione per ripartire.

Ma prima di uccidere un giornale, c’è da pensarci a lungo.

Futuro dei Periodici

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L’Editore Che Fa Innovazione di Prodotto. In Piena Crisi

Stati Uniti: il gruppo Bauer Media ha lanciato 3 giornali in 3 mesi. Tra cui il settimanale Closer. Un passo compiuto nel pieno della crisi: il momento giusto per fare innovazione di prodotto

Giorni fa una persona che si occupa di brevetti mi diceva che in questo periodo sta lavorando come mai prima. Proprio quando c’è la crisi, le aziende fanno la corsa per cambiare i loro prodotti e innovare. Puoi conservare la tua fetta di mercato solo se dai una ragione in più di acquisto (sarebbe sbagliato abbassare i prezzi). E nei periodici?
Ne parla il professore di giornalismo, Samir Husni, noto come Mr Magazine. Ha intervistato i boss di una grande casa editrice: Bauer Media, gruppo tedesco, presente in modo massiccio negli Stati Uniti. Quest’anno Bauer ha lanciato tre giornali negli ultimi tre mesi, tra cui il settimanale di gossip Closer (di cui avrete sentito parlare per lo scandalo delle foto di Kate Middleton nuda, un anno fa).
 
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Negli Usa Aumentano i Lettori di Periodici

Negli Usa aumentano i lettori dei periodici. Sempre più persone dicono di aver letto un giornale, sfogliato la copia digitale, visitato il sito web. Premio di consolazione per il calo di vendite in edicola? Già, perché il vecchio metro del successo delle riviste è in crisi. Un fenomeno osservato da tempo

PIÙ LETTORI Una ricerca di GfK MRI sui consumi degli americani, come riportato sul sito della rivista AdWeek, evidenzia che il numero di lettori di periodici negli Usa è aumentato dell’1,6% rispetto all’autunno del 2012. Vengono presi in considerazioni sia i lettori del giornale cartaceo sia quelli della copia digitale. Non i visitatori dei siti. Per cui il dato è in qualche modo sottostimato.

I lettori della carta sono aumentati dell’1,1%. Quelli sul digitale del 49%. Ma chiaramente le copie su tablet pesano poco come numero assoluto, seppur in vertiginosa crescita. Ci si ferma all’1,6%.

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Diminuiscono in Italia i lettori di quotidiani e periodici

Meno persone leggono i periodici italiani. Un fenomeno in controtendenza rispetto agli Stati Uniti, dove invece la readership è in leggera crescita.

READERSHIP Non parliamo di copie vendute in edicola o in abbonamento, giornali di carta o copie digitali. I numeri di questo post riguardano i lettori. Coloro che sfogliano o consumano i contenuti di una testata anche senza comprarla. I dati di Audipress mettono a confronto il periodo da aprile a giugno con i primi tre mesi del 2013.

PERDE LA CARTA STAMPATA Viene fuori che i settimanali hanno perso il 3,4% dei lettori (tenendo conto delle testate chiuse nel frattempo). I mensili hanno visto scendere i lettori del 2,4%. Complessivamente i magazine hanno “smarrito” il 4,1% del proprio pubblico. I quotidiani si limitano a un -1%. Passando alle singole testate periodiche, si nota che sono quasi tutte in negativo, le pochissime eccezioni non sono rilevanti per la comprensione del fenomeno. È il punto più basso della crisi? Le copie in edicola, stando agli ultimi dati, sono invece in ripresa.

Primaonline: dati Audipress sul lettorato dei periodici.
Primaonline

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Meno copie vendute, più lettori – Le diffusioni dei periodici negli Usa (primo semestre 2013)

Continua la caduta delle copie delle riviste vendute in edicola, tengono gli abbonamenti ma, paradossalmente, cresce l’audience: sommando edizioni cartacee, digitali e attività social, aumenta la base dei lettori dei periodici.

 

Mi ha colpito il modo in cui l’associazione degli editori americani di periodici (Mpa) ha commentato i dati sulle vendite delle riviste Usa nella prima metà del 2013.
BRUSCO CALO IN EDICOLA. La rilevazione sulle copie registrate vendute, fornita dalla Alliance for Audited Media (AAM), registra un calo delle copie vendute in edicola dell’8,2%. Ma tengono le copie in abbonamento. Così il calo complessivo è stato solo dell’1%. Se ne ricava, quindi, che le vendite in edicola sono solo il 10% del totale. E sono queste il vero indicatore dello stato di salute dei giornali. Perché vengono pagate a prezzo intero, e non fortemente scontato, “stracciato”, come gli abbonamenti. E perché vengono prese come punto di riferimento dai pubblicitari, nello stabilire gli investimenti.
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11 notizie su come è cambiato il giornalismo

Ho letto a fondo il Digital News Report 2013 del Reuters Institute, importante rapporto su come cambia il consumo di notizie  nell’era del digitale. Computer, smartphone, tablet e carta stampata messi a confronto in un’indagine condotta in Europa, Stati Uniti, Brasile, Giappone. Viene fuori anche una descrizione dell’Italia come Paese votato alla dimensione social della comunicazione.

Non ho chiuso bottega, come temeva un amico che mi ha scritto ieri. Anzi, approfittando di qualche giorno di maggiore tranquillità estiva ho trovato utile rileggere uno degli studi sul giornalismo più interessanti e approfonditi della prima parte del 2013. Fare la sintesi di qualcosa che un lettore non ha il tempo di andarsi a vedere: ecco un compito del giornalista che non sarà mai superato. Vale anche per un blogger a tempo perso.

Il Rapporto sulle news digitali del Reuters Insitute risponde ad alcune domande che tutti i giornalisti si fanno.

1) Quando si pensa al modo in cui consumiamo informazione, dobbiamo ricordare che esistono ancora grandi differenze tra Paese e Paese: la cultura nazionale, il reddito, la composizione sociale, le infrastrutture della comunicazione, la politica e la legislazione creano paesaggi diversissimi. Se ne deve ricordare anche un blogger quando è tentato di vedere in una tendenza locale un fatto globale.

2) La carta stampata sta morendo e sarà sostituita dalla distribuzione digitale? La fruizione delle notizie giornalistiche è sempre più multipiattaforma: non c’è il lettore di carta stampata o del digitale. E il 33% dei lettori che legge news digitali utilizza 2 device (es. computer e smartphone), altri (il 9%) ne usano tre (il tablet si aggiunge ai primi due).

3) Il tablet è una novità dirompente nel mondo del giornalismo o solo uno dei tanti strumenti per leggere notizie? Il numero di coloro che usano il tablet per cercare e leggere notizie è raddoppiato nel giro di dieci mesi in molti dei Paesi europei passati al setaccio dal Reuters Institute. In Danimarca siamo al 25% dei lettori complessivi.

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L’editore tedesco che negli Stati Uniti lancia tre riviste. Di carta.

La più conosciuta delle tre, tutte del gruppo editoriale tedesco Bauer Media, è Closer, settimanale di gossip che lo scorso anno ha fatto uscire con l’edizione francese le foto della principessa Kate Middleton in topless: da novembre arriverà negli Stati Uniti con un lancio da due milioni di copie in edicola (leggesi: 2 milioni).

Prezzo del giornale: 25 centesimi di dollaro, che saliranno a 3,99 $.

Closer è rivista di lifestyle, celebrity e fashion rivolta a donne tra i 30 e i 40 anni.

Ian Scott, presidente pubblicità di Bauer, dice che «Closer si rivolge a un pubblico di 50 milioni di lettrici, con un’alta possibilità di spesa, trascurato dagli editori americani».

Gli altri due titoli sono Girl’s World, per teenager, con sette uscite annuali, e Celebrate with Woman’s World, sei volte all’anno.

Noto due cose. 1) Nel mondo dei periodici in trasformazione c’è spazio per giornali non patinati, popolari. Cairo Communication e Guido Veneziani Editore non sono un’eccezione italiana. 2) La periodicità dei giornali: c’è spazio per riviste che escono con cadenza meno serrata. Un fenomeno non nuovo.

Il Punto: come leggo spesso, il futuro è ibrido. Carta e digitale. Insieme.

Ad Week: Bauer lancia tre testate negli Usa.

Adweek

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Come Hearst Usa sta aprendo una nuova strada nel digitale dei periodici

Un milioni di lettori solo digitali, non molti ma sufficienti per costruire una strategia di sviluppo delle testate di Hearst Usa nel territorio ancora inesplorato dei nuovi media, con progetti per aumentare i ricavi, far crescere la pubblicità, pensare a nuovi modelli.

Se ne parla in un articolo uscito nel sito di Nieman Lab: si spiega come l’editore americano Hearst stia esplorando una nuova strada nello sviluppo digitale dei periodici. Un modello diverso, alternativo a quello dei tedeschi di Axel Springer, gli unici ad aver passato con successo il guado che separa la carta stampata dal digitale. Springer ha pestato sull’acceleratore dell’e-commerce, Hearst coltiva lettori digitali.

L’articolo, scritto dal superconsulente Ken Doctor, esperto di carta stampata ed evoluzione digitale dei giornali, ha questi punti d’interesse:

1) Hearst è l’unico editore ad avere un discreto numero di lettori digitali negli Usa: un milione tra abbonati e acquirenti di singole copie digitali. Circa il 4% dei lettori dei 21 titoli della società.

2) L’editore di Cosmopolitan, a differenza di tutti gli altri editori di periodici, ha sviluppato una strategia che mette al centro il lettore digitale. Non chi legge carta e digitale insieme, ma solo il digitale. Come sappiamo, quasi tutti gli altri puntano invece a coccolare e a non perdere i propri lettori tradizionali, quelli della carta.
3) I lettori digitali hanno un profilo diverso dagli altri, più interessante per chi vende giornali: sono più giovani, più benestanti, disposti a spendere. Non a caso Hearst fa pagare l’abbonamento digitale più della carta. Non lo svende, come si fa di solito. Crea invece valore sulle nuove piattaforme, restituisce valore dopo anni di svendite e contenuti gratuiti.
4) La casa editrice sta elaborando nuove strategie anche nella vendita degli spazi pubblicitari. In parte se ne è già parlato su questo blog. Interessante un passaggio di questo nuovo articolo in cui si dice che Hearst è tornato a vendere spazi, lasciando alle agenzie il compito di creare spot e pubblicità per il digitale, anche con arricchimenti multimediali. Altri editori, invece, si sono trasformati anche in creatori di pubblicità. Time Inc, ad esempio. Un errore?
5) Secondo quel che si legge nell’articolo, la strategia seguita da Hearst mette questo editore in posizione di vantaggio, in vista del progressivo passaggio al digitale. Avrà competenze, lettori, conoscenze. Chi invece mira innanzitutto a tenersi stretti i propri lettori sulla carta, ha una prospettiva di breve termine, tre, cinque anni.
6) Il tablet viene visto come lo strumento su cui, in futuro, si leggeranno i periodici. Dicono un dirigente, citato nel pezzo, e l’autore dell’intervista:

“We knew when the iPad came out, we would finally be able to build our business.” The iPad revolution completely changed the magazine industry’s potential trajectory.

7) Un milione di lettori unicamente digitali sono pochi. Per il 2016 si prevede che saliranno al 10% del totale degli abbonati. Ancora poco. Ma è una strada su cui investire. Perché, per tornare a Hearst Usa, i costi di stampa e distribuzione sono il 30/40 per cento dei costi totali. Ridurli, grazie al digitale, significa far crescere i margini, il ricavo netto.

Il punto: come immaginare tempi e modi dello sviluppo digitale dei periodici.

Nieman Lab: l’esempio dei periodici americani di Hearst.

Nieman Lab

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Quanti tablet sono stati venduti negli Stati Uniti: un “adulto” su due possiede un device mobile

Più volte si è detto che il futuro digitale dei periodici passa soprattutto attraverso il tablet, l’unico strumento che, a oggi, consente di leggere un giornale con agio, senza costringere a stare seduti a un tavolo (nel caso dei computer) o a impazzire con uno smartphone dallo schermo ridotto. Un periodico richiede un formato grande, bella resa grafica, praticità.

Peccato che di tablet in circolazione se ne vedano ancora pochi.

Questa settimana è uscito negli Stati Uniti uno studio del Project for Excellence in Journalism dell’autorevole Pew Research Center sulla diffusione del tablet nel più grande mercato mondiale di periodici.

Viene fuori che un americano su tre (il 34%) possiede uno di questi device. Ma il dato più interessante dal nostro punto di vista, trascurato da chi ha riportato la notizia in Italia, riguarda le varie fasce di età. Se si considerano le persone tra i 35 e i 44 anni, si nota che è possessore di un tablet ben un americano su due.
Quindi la situazione è questa. I giovani non possono vivere senza lo smartphone, gli adulti hanno il tablet e le persone oltre i 65 anni sono devote alla carta (possiede un tablet il 18% di questa fascia).

Tra i trenta-quarantenni coloro che possiedono un tablet sono in genere persone con titolo di studio più alto e maggiore reddito. Non ci sono invece differenze significative tra uomini e donne, o tra bianchi, afroamericani, latini e altri gruppi etnici e razziali.

I risultati di questa indagine fanno ben sperare anche per l’Italia, dove la diffusione del tablet è per il momento contenuta, complice la crisi. Ma nel nostro Paese c’è un grande interesse per questi apparecchi e la maggiore disponibilità a spendere per acquistarli, come dice uno studio di Boston Consulting Group.

Pew Research Center: tablet negli Stati Uniti.

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La copertina capolavoro di Time dell’artista dissidente cinese Ai Weiwei

La copertina di Time di questa settimana è stata realizzata dall’artista e dissidente politico cinese Ai Weiwei.

Un capolavoro creato con la tecnica tradizionale della carta ritagliata. Dove la cosa più importante è la simmetria, ottenuta anche piegando il foglio durante la lavorazione in cui s’impiegano forbici o speciali coltelli.

Il managing editor di Time ha spiegato che la copertina rappresenta l’idea della centralità della Cina nel mondo, e al tempo stesso è una sfida sulla libertà e la democrazia lanciata ai leader del Paese. Il numero della rivista è uscito in coincidenza con il vertice di Sunnylands, in California, in corso oggi, sabato 8 giugno, tra il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e il suo omologo cinese, Xi Jinping, presidente della repubblica popolare cinese e segretario generale del partito comunista cinese.

Una copertina di questa qualità è un bel colpo di reni, una dimostrazione di orgoglio da parte di una rivista che, nella sua formula, appare bisognosa di un ripensamento.

Media Bistro: copertina di Time.

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Il futuro dei periodici fino al 2017 – Entertainment & Media Outlook di PwC

Una ricerca importante, l’Entertainment & Media Outlook di PricewaterhouseCoopers (PwC), descrive il futuro economico dei periodici americani da qui al 2017. Il calo dei ricavi da copie vendute, il calo della pubblicità, la crescita del digitale, non sufficiente. E qualche sorpresa.

La crisi continua. L’articolo di Adweek che sintetizza l’Outlook di PwC dice che non c’è alcuna ripresa dietro l’angolo per i periodici. Il mercato continuerà a scendere nei ricavi da copie vendute e nella raccolta pubblicitaria. Questa previsione vale per gli Stati Uniti, Paese che ha risposto meglio e più rapidamente dell’Italia alla crisi economica. Il declino dei periodici si conferma, dunque, strutturale. Non abbiamo ancora visto tutte le conseguenze. Viene confermata la “narrativa” corrente secondo cui i lettori e gli inserzionisti grandi e piccoli stanno migrando verso il digitale e verso altre modalità di accesso all’informazione.

Il mercato dei periodici consumer americani (le riviste come Time e Cosmopolitan) vale nel 2012 24 miliardi di dollari ma scende a 23 miliardi di dollari nel 2017. Dalla crisi del 2009 si è registrata una lieve ripresa, ma il mercato continuerà nel suo complesso a calare con l’abbandono della carta da parte di lettori e inserzionisti.

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Negli Stati Uniti aumentano i lettori dei periodici – Dati sulla readership primavera 2013

Negli Stati Uniti sale il numero dei lettori, l’audience dei periodici, al contrario dell’Italia, dove il lettorato dei periodici è in discesa. Vi chiedo di dare un’occhiata ai numeri ma anche al tipo di testate che ottengono le performance migliori. Incluse quelle che vendono di più in ambito digitale (tra cui Tv Guide).

Il Survey of the American Consumer di GfK MRI dice che l’audience complessiva dei periodici statunitensi è cresciuta in un anno del 3%, raggiungendo 1,2 miliardi di lettori. Ricordo che questo numero somma i lettori di tutte le riviste, sia quelli che acquistano o ricevono in abbonamento la testata, sia quelli che la trovano in casa, perché comprata dai familiari, o in luoghi pubblici (il barbiere…).

L’articolo di Adweek elenca i titoli a maggiore crescita, tra cui (tenetevi forti) Diabetes Forecast, Yoga Journal, Psychology Today. Tante testate che parlano di cibo, da Food Network Magazine a Eating Well. Ma anche The Atlantic, The Economist, New York magazine e The New Yorker.

Perdono in maniera rilevante i giornali di moda e i maschili (American Hunter, Golf Digest, Maxim).

Nel digitale si osserva che la percentuale è ancora una frazione ridotta delle letture complessive, 1,4% del totale, con crescita annuale dell’83% a 16,9 milioni di lettori. Osservo che tra i più letti in versione digitale c’è Tv Guide, con 705.000 lettori: un buon segno per le guide televisive, giornali che hanno un futuro segnato ma continuano a vendere moltissime copie e dunque sono uno degli assi portanti di qualsiasi editore abbia un titolo in quest’area. La crescita nel digitale indica una strada per queste testate.

La domanda vera, tuttavia, è questa: perché il numero di lettori aumenta e le copie vendute in edicola calano vertiginosamente? E per quale ragione si calcola la readership? Al primo quesito è arduo rispondere. Mentre il secondo mi fa venire la voglia di dire che gli editori raccolgono stime sulla audience complessiva per dimostrare che i loro giornali sono ancora efficaci a livello pubblicitario (per approfondire, guardate qui: http://www.consterdine.com/articlefiles/42/HMAW5.pdf): nonostante la crisi, continuano a raggiungere fasce larghe di popolazione.

Adweek: l’audience dei periodici statunitensi. 

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Intervallo: 7 infografiche sui trend di Internet

7 infografiche. Riassumono le tendenze di Internet nel 2013. Fanno capire cosa sia il mondo digitale. Parlano di privacy, contenuti online, comportamenti. Su pc e smartphone.

Spudoratamente riprendo alcune chart sui trend di Internet pubblicate da The Atlantic, il newsmagazine mensile, messe a punto da Mary Meeker, general partner di Kpcb.

Mi hanno aiutato a capire, con un colpo d’occhio, cosa sia oggi il mondo digitale.

1) Il tempo speso sui media e la pubblicità raccolta su ciascuno.

Qui bisogna osservare che sulla carta stampata si spende relativamente poco tempo, il 6%, rispetto agli altri media. Ma la raccolta di pubblicità su questo mezzo è enormemente più elevata, il 23%. Riprendendo, in forma interrogativa, una frase del “boss” di WPP (colosso della pubblicità): la stampa è sopravvalutata come veicolo promozionale? Se così fosse, quali altri smottamenti avverranno nei prossimi anni a vantaggio di tv, Internet, mobile?

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Per competere con Google non cercare di imitarlo, editore!

Come gli editori possono competere con Google e le grandi compagnie digitali non giornalistiche nella caccia alla pubblicità online? Un articolo uscito nel sito di Nieman Lab racconta le strategie di quattro realtà giornalistiche americane che si sono mostrate innovative.

Quel che mi colpisce della indagine di Ken Doctor, esperto di editoria di cui questo blog si è già occupato, è la messa a fuoco di un punto: gli editori di prodotti giornalistici non devono inseguire Google e le altre compagnie digitali sulla strada dei contenuti a basso prezzo. Da sempre la stampa propone contenuti premium, rivolti a fasce demografiche e sociali bene individuate, dunque appetibili per le aziende. Questo va fatto anche nel digitale. Altrimenti si è destinati a soccombere.

Sono concetti che aprono gli occhi a chi, come me, non s’intende di new media, lavora nella carta stampata e non riceve una formazione per capire le logiche del digitale.

Per dire… Facebook, che negli Usa raccoglie un quarto della pubblicità nel digitale, vende lo spazio agli inserzionisti a 80 centesimi di dollaro ogni mille impressioni, mille pagine viste. Ma a questi prezzi nessun editore può sopravvivere, perché produrre contenuti giornalistici costa molto, e non ci si sta dentro. Questo ormai mi è chiaro. Gli editori, dice Ken Doctor, vogliono, devono guadagnare da 20 a 50 volte di più.

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Periodici: il dialogo tra versione per tablet e sito web delle riviste

Un’intervista. Al guru dell’editoria digitale. Parla Lewis DVorkin, capo dei contenuti di Forbes. Si discute delle applicazioni per tablet dei periodici. E del dialogo tra queste e il sito della testata. Una catena di trasmissione che moltiplica il coinvolgimento del lettore. La circolazione dei contenuti.

Riporto uno stralcio di un’intervista a DVorkin, vecchia conoscenza di questo blog, personaggio controverso (“informazione e pubblicità devono essere sullo stesso piano, avere pari dignità nei giornali”) ma stimolante.

Gli chiedono quale sia l’importanza del tablet per i periodici.

Ci sono varie ragioni per cui le riviste possono ricevere vantaggi dalle applicazioni per iPad e tablet.

La prima è la pubblicità. Qualsiasi azienda vuole che la sua pubblicità sia bella. Sui periodici le inserzioni sono valorizzate più che altrove per qualità della carta, della stampa, il formato grande. Ma sul tablet è ancora meglio. E in più c’è, ci può essere l’interattività.

Si parla dell’app di Forbes per tablet lanciata in gennaio. Non è una semplice copia del giornale ma una finestra sui contenuti del sito, aggiornati ogni giorno. E una finestra sulla parte social (condivisione, commenti, dialogo su Facebook, Twitter etc).

L’app per tablet è stata presentata dopo un gran lavoro sullo sviluppo del sito. Esempio. Quando è stato pubblicato il numero di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo, l’applicazione per tablet aveva 1.900 link all’«underlying content on Forbes.com, both real-time and archival», 1.900 link al sito web sottostante, sia ai contenuti aggiornati di continuo sia agli archivi.

Insomma, il tablet è la superficie, il sito è la montagna nascosta. Bella immagine. Non ci avevo mai pensato. Mi fa capire qualcosa di nuovo.

Il Punto: come i periodici siano diventati realtà multipiattaforma, con espressioni diverse ma integrate.

Netnewscheck: il rapporto tra sito e tablet nei periodici.

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Quando gli utenti ne sanno più dei giornalisti, un buon giornalista che cosa dovrebbe fare?

Riprendo dal mio guru, Lewis DVorkin, capo del digitale di Forbes, personaggio vulcanico, provocatorio e perfino discutibile, una lezione sugli strumenti a disposizione  del giornalista nell’era digitale.

DVorkin fa il ritratto di alcuni giornalisti di Forbes, parte di una rete di 1000 contributors, che lavorano sia per il sito web della testata sia per la versione cartacea.

Vengono fuori modi di lavorare diversi, tutti però connessi alla realtà digitale e agli strumenti che questa offre. Perché siamo entrati nell’epoca in cui il lettore ne sa più del giornalista, di qualsiasi cosa esso si stia occupando. Ma, a differenza del passato, questo lettore può raggiungere con grande facilità l’autore degli articoli, dialogare con lui, arricchirne l’esperienza, dare spunti di lavoro e perfino criticare quel che è stato messo nero su bianco.

(Ieri sulla Lettura, inserto del Corriere della Sera, Antonio Polito ha fatto dell’ironia sui giornalisti italiani che usano Twitter come una vetrina e non come uno strumenti di scambio con il lettore, subito pronti a ritirarsi se arriva qualche critica – chiaro il riferimento a Enrico Mentana, direttore del Tg di La7, che ha da poco lasciato Twitter, appunto, perché preso di mira da alcuni follower. Sinceramente dubito che i giornalisti italiani famosi usino i social network per fare il loro mestiere. I giornalisti italiani famosi sono opinionisti, direttori, mezzibusti. Non redattori, corrispondenti, reporter, inviati. A loro serve una vetrina, non uno strumento d’indagine. E chi cerca la vetrina non accetta critiche).

Torniamo ai “ragazzi” di DVorkin, eccone tre.

George Anders, giornalista con 30 anni di esperienza alle spalle, ritiene che il toolkit digitale disponibile oggi, gli strumenti del mestiere, sarebbero stati una manna 20 anni fa. Siti web specializzati su cui trovare materiale, Skype per fare interviste in ogni parte del mondo a poco prezzo, Youtube con la sua raccolta di interviste di personaggi importanti, file wav delle proprie interviste che, negli Stati Uniti, possono essere trascritti da società specializzate per pochi dollari.

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Idee da copiare nel nuovo sito di Newsweek /2

È stato lanciato questa settimana il nuovo sito di Newsweek. Ne ho parlato qui. Torno sull’argomento perché ci sono concetti da esplorare, laggiù. Come il rifiuto della logica delle breaking news, per il sito di un newsmagazine. E la rilevanza di immagini e strumenti di condivisione.

La passione per come vengono disegnati i giornali mi fa tornare sull’argomento: c’è molto da dire sul restyling del sito di Newsweek. L’obiettivo, dicono gli autori dell’operazione, è ricreare sul digitale l’esperienza del long form content, gli articoli lunghi, un compito svolto non bene, finora. Si sostiene che sfuggire alla logica delle breaking news è, per una pubblicazione settimanale, una raison d’etre.

“We felt there was still a place in the media landscape for taking a step back, reflecting, and framing the week…this idea that there’s been a set of editorial decisions about what the most important things are to focus on.”Here he’s talking about the irritating, pageview-grabbing tactics like splitting long articles up into a dozen smaller chunks, hiding visual content behind endless, slow-moving slideshows, and throwing any and all news against your screen in the hope that some of it will stick.

Abbiamo pensato che c’era ancora uno spazio, nel panorama dell’informazione, per fare un passo indietro, riflettere, e sezionare la settimana… l’idea che una serie di valutazioni editoriali giustifichino la scelta di quali siano gli avvenimenti su cui concentrare l’attenzione. Superando le irritanti strategie che portano, per fare più pageview, a spezzare gli articoli, mortificare l’immagine con noiose foto gallery, trucchetti per far girare le news.

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Vendono solo i bookazine – I periodici americani nel primo trimestre 2013

I primi tre mesi del 2013 hanno registrato negli Stati Uniti il maggior calo di sempre nelle vendite di periodici.

Nel primo quarto dell’anno i fatturati sono scesi dell’11 per 100 e le copie vendute sono crollate del 14,5 per 100.

Soffrono i periodici più diffusi e popolari, i primi 50. Che incamerano il 97 per 100 delle perdite. Pari a 96 milioni di dollari. Tengono meglio gli altri, dal 51esimo al 1000esimo.

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Il declino della pubblicità sui quotidiani americani: in cinque anni perso il 60%.

Guardate la tabella. Indica il declino della pubblicità sui quotidiani americani. Dal 2005 a oggi il calo è stato del 60%. Sette anni, un’altra epoca.

Newspaper and ad

Nel 2012 la raccolta pubblicitaria è calata dell’8,5%, a 18,9 miliardi di dollari. Il picco era stato raggiunto nel 2005 con 47,4 miliardi di dollari. Il bello è che nel 2012 la spesa complessiva in pubblicità negli Stati Uniti è cresciuta del 3%, a 139,5 miliardi di dollari. In altre parole, la pubblicità cresce ma la carta stampata è stata superata da altri media.

E i periodici, cui questo blog è votato? Nel 2012 sono state raccolte 150.699 pagine di pubblicità contro un totale di 243.305 pagine nel 2005. In sette anni il calo è stato del 38%.

Il Punto: il crollo di una delle due grandi voci di ricavo della carta stampata.

Media Daily News: il calo della pubblicità nella carta stampata americana.

Media_Daily_News

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Ahi ahi la pubblicità nei giornali – Confronto tra Italia, Stati Uniti e Uk

Avrete letto che la pubblicità sui giornali italiani continua ad andar male. Il fatturato pubblicitario del mezzo stampa registra un calo del -25,5%. I quotidiani segnano -25,6% a fatturato e -13,2% a spazio. I periodici registrano un calo a fatturato -24,7% e a spazio -20,6%.
I settimanali vedono un andamento negativo sia a fatturato -26,3% che a spazio -16,6%. I mensili hanno indici negativi sia a fatturato -23,5% che a spazio -25,9%. Tempo fa si diceva che la situazione rispetto a un anno fa è decisamente peggiorata.

Ma qual è la situazione all’estero?

Nei giorni scorsi Magna Global ha previsto che, negli Stati Uniti, il 2013 vedrà una crescita della pubblicità nei media dello 0.4%, mentre nel 2014 la crescita sarà del 5.9%. I media digitali saliranno dell’11.5% nel 2013 e del 12.0% nel 2014. I quotidiani caleranno del 6.8% quest’anno e del 7,7% nel 2014. I periodici scendono del 6,7% quest’anno e del 5,4% nel 2014.

E la Gran Bretagna? Guardate la tabella.

Due le possibili considerazioni. Primo: i periodici perdono pubblicità ovunque, dunque ricavi. Sono costretti a trovare un equilibrio più in basso. Secondo: la situazione italiana è resa drammatica dalla crisi economica e di sistema del nostro paese.

Prima Comunicazione: pubblicità sui giornali marzo 2013.

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Quanto vendono i quotidiani americani – I dati al 31 marzo 2013

La diffusione media dei quotidiani statunitensi è diminuita su base annua dello 0,7%. Ma in questi numeri vengono spesso conteggiate le copie digitali date gratuitamente con l’abbonamento al giornale di carta. Gli abbonamenti solo digitali, invece, equivalgono al 19,3% delle diffusioni complessive, in crescita del 14,2%. Sono i dati rilasciati ieri dalla Alliance for Audited Media, l’Ads americana.

Primo quotidiano degli Usa si conferma il Wall Strett Journal con 2,4 milioni di copie, su del 12% rispetto al 31 marzo 2012.

Al secondo posto sale il New York Times, che vende 1,9 milioni di copie, in crescita del 18%. Il giornale ha le diffusioni digitali più alte con 1,1 milioni di copie.

Scivola al terzo posto il quotidiano di Gannett Co., lo Usa Today, che ha perso in un anno il 7,9% dei lettori e si ferma a 1,7 milioni di copie al giorno.

Qualche giorno fa erano usciti i conti del primo trimestre.

Wall Street Journal: quanto vendono i quotidiani Usa.

The-Wall-Street-Journal

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Come trovare video virali per i siti di news

Chi trova e verifica i video per i siti d’informazione? Negli Stati Uniti sono nate società che forniscono ogni giorno immagini selezionate, dunque interessanti per i giornali e dall’autenticità certificata. Potenzialmente virali.

È andata così con questo video sull’assalto in Birmania all’abitazione di una famiglia musulmana da parte di una folla di buddisti.

L’ho trovato in un articolo di Mediashift che parla anche di Storyful, società americana che rifornisce di video potenzialmente virali (ripresi migliaia di volte sui social media) e rigorosamente verificati circa l’autenticità. Tra i clienti, il New York Times.

Si discute degli strumenti che consentono di controllare in quale luogo sono stati girati i filmati, e se tutti i dettagli tornano. Oppure se il video è un falso. Un problema frequente, visto che su YouTube vengono caricati ogni giorno 100 mila ore di filmati e spesso i documenti di valore non vengono individuati.

Ma ci sono passaggi sul fenomeno del citizen journalism, i rischi e pericoli legati al documentare con video quel che accade in regimi totalitari o in situazioni di forte conflitto sociale. Da leggere le indicazioni su come rendere non identificabili le persone riprese, per evitar loro problemi.

PBS Mediashift: video e citizen journalism.

mediashift_logo

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Il problema della pubblicità sulla carta stampata

Leggo un post de ilGiornalaio che riguarda gli investimenti pubblicitari sulla carta stampata secondo il rapporto Global Adview Pulse di Nielsen. Il blog è uno dei migliori sul giornalismo.

Nonostante il calo, gli investimenti sulla carta stampata continuano ad attirare oltre un quarto della spesa complessiva con buona pace per i sostenitori della morte della carta. Amen!

Ma la messa non è finita.

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Forbes, modello di transizione di successo al digitale

Visita nella redazione di Forbes di un giornalista francese di Les Echos.

Due mondi s’incontrano: il giornalismo del Vecchio Continente e il dinamismo spregiudicato degli americani.

Si spiega perché Forbes sia diventato un modello tra i periodici che vogliono sopravvivere al declino della carta stampata.

Forbes ha creato un sito di grande successo con 15 milioni di visitatori unici al mese. Cresciuti del 20% in un anno. Superato il Wall Street Journal.

La redazione Web è separata da quella del giornale, “per non cadere nelle mezze misure” dice il direttore del digitale di Forbes, Lewis DVorkin.

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La pubblicità nei periodici americani (primo trimestre 2013)

Come dicevo nel post precedente, gemello di questo, è utile mettere a confronto la raccolta della pubblicità sui giornali americani e su quelli italiani. Vengono fuori due scenari diversi. Il confronto aiuta a capire se per i periodici, e quali, vi sia una prospettiva realistica di ripresa.

E come dicevo nel post gemello, spero che voi non pensiate che l’attenzione per la pubblicità sia una personale ossessione. Da come va la raccolta della pubblicità nei periodici, dunque dal numero di pagine di inserzioni raccolte e dai relativi incassi, dipende in gran parte la sopravvivenza dei giornali. E la salvezza del posto di lavoro per centinaia di giornalisti in Italia.

Avete visto qual è la situazione italiana.

Riporto ora un articolo sulla pubblicità in America.

Nei primi tre mesi del 2013 c’è stato un calo, ma di appena il -4.9%, il più basso dal 2011.

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La pubblicità nei periodici italiani (febbraio 2013)

In Italia nel febbraio del 2013 continua il crollo della pubblicità nei giornali periodici, dunque nei settimanali e nei mensili. Negli Stati Uniti, invece, rallenta la caduta e c’è la speranza di una schiarita (per l’analisi e i dati guardate il post gemello). Due scenari molto distanti.

Chi non si occupa di giornali penserà che questa sia una personale ossessione. Invece guardare i dati sulla pubblicità vuol dire preoccuparsi del futuro di settimanali e mensili, il settore in cui lavoro, in cui lavorano migliaia di giornalisti italiani.

La pubblicità è in crisi cronica. In sette anni la raccolta è scesa del 60% e questo significa che stanno venendo meno le risorse finanziarie per tenere in vita molti giornali. Non è un problema da poco: un intero settore industriale è in ginocchio e si rischia un impatto sociale dalle conseguenze incalcolabili.

Per questo riporto i dati sulla pubblicità dei giornali italiani nel febbraio 2013.

In Italia il fatturato della carta stampata (quotidiani + periodici) nel febbraio 2013 registra un calo del 25,3%. Nello stesso periodo del 2012, periodo pestifero, che sta alla base di tutti gli stati di crisi nelle case editrici di giornali italiani aperti tra l’anno scorso e quello in corso, era appena del -6,4%!!!

Passiamo ai periodici. Nel febbraio 2013 perdono il 22,5%. Nel 2012 era il – 8,4% (a valore).

I settimanali fanno nel febbraio 2013 -22,9%. Facevano nel febbraio 2012 il – 13%.

I mensili fanno quest’anno -23,2%. Nel 2012 era -1,5%.

È tutto così assurdo…

Prima on line: raccolta pubblicitaria nei periodici nel febbraio 2013.

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Chi comanda nei giornali, tra carta e digitale

Un articolo della Columbia Journalism Review fa chiarezza sulle tante sparate autopromozionali degli editori americani.

Tutti a dare risonanza alla straordinaria crescita nel digitale, soprattutto nella raccolta pubblicitaria.

Ma quanto pesa davvero il digitale nei bilanci degli editori? E chi conta di più, adesso e nella prospettiva del breve e medio termine?

La vera questione, dice il bolletino della Columbia University, è il valore assoluto dei ricavi. Ovunque nei giornali americani (e di tutto il mondo) i ricavi pubblicitari nel digitale stanno rapidamente salendo da un punto di partenza molto, molto basso. E negli Usa la raccolta complessiva ammonta nel 2012 a circa 3 miliardi di dollari. Vale a dire appena un quinto della raccolta pubblicitaria sulla carta stampata. E se un editore come Forbes, con un sito web studiato in tutto il mondo per le sue innovazioni nelle strategie e nell’organizzazione del lavoro, annuncia di fare metà dei ricavi pubblicitari con il digitale, questo è un buon segnale. Ma può essere una delle conseguenze del pauroso calo sulla carta stampata (tradotto: se calano i ricavi sulla carta stampata, crescono in valore percentuale quelli del digitale. Se ne era parlato qui). Non è un successo che fa dormire sonni tranquilli.

«But the real questions is, as always, compared to what? Digital ads everywhere in US magazines are rising from a low base, and, at about $3 billion nationally, are still a fifth that of print ad sales. That digital ads now account for half of total ads at Forbes can be good news but can also be a function of shrinking print ad sales».

Il Punto: dove fanno i soldi gli editori, tra carta e digitale.

Columbia: leggere i dati sul digitale
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Negli Usa lanciati 27 periodici da inizio 2013

Non è la prima volta che riprendo la contabilità dei lanci e delle chiusure di giornali.

Negli Stati Uniti, da inizio anno, sono comparsi 27 nuovi titoli (giornali di carta) mentre 9 testate hanno chiuso i battenti.

Mi ci soffermo perché:

1) è interessante vedere dove vanno i gusti dei lettori e gli interessi degli editori: i giornali nuovi sono, tra gli altri, Glam Bellezza Latina, una pubblicazione in lingua spagnola indirizzata al pubblico delle donne latine e prodotto da Glamour (un esempio di segmentazione, direbbe un esperto: crei un nuovo giornale mirato su un gruppo ben definito di lettori, già serviti dal giornale originario, ma che è bene distinguere perché sono lettori che, se ben serviti con una pubblicazione pensata per loro, permettono all’editore di vendere complessivamente più copie e di raccogliere più pubblicità), c’è poi The Veil, per le donne in vista di matrimonio (quelle belle cerimonie americane con i paggetti), e Politico Pro Magazine, spin off cartaceo dell’omonimo blog (una mossa non nuova: un giornale di carta che nasce da un sito o blog di successo, il contrario di quel che normalmente avviene; speriamo non faccia la fine della maggior parte dei giornali nati, invece, da trasmissioni televisive).

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Pubblicità: mentre l’Italia sprofonda, nei giornali Usa c’è un miglioramento

Segnali di ripresa per la pubblicità nei settori del lusso, bellezza, arredamento, perfino nelle auto. C’è un’inversione di tendenza nella raccolta di pagine di inserzionisti sui mensili americani. Rimane grigio lo scenario per l’Europa.

Chi segue questo blog lo sa: la crisi dei giornali è legata a un pauroso calo della pubblicità. Con i rovesci nell’economia reale e l’esplosione dei media digitali, ai quotidiani e alle riviste della carta stampata arrivano solo le briciole dei grandi investimenti in comunicazione di aziende e grandi società.

Ma l’inizio del 2013 sembra promettente negli Stati Uniti. Nel periodo da gennaio ad aprile 2013 la raccolta è scesa, ma solo dello 0,9%, secondo i dati di Media Industry Newsletter, con un indubbio miglioramento rispetto al calo del 5.6% dello stesso periodo del 2012.

I marchi globali del lusso e i brand della bellezza e cosmesi hanno ripreso a investire nel mercato americano mentre l’Europa rimane avvolta nell’incertezza e l’Asia, terreno di forte crescita negli ultimi anni, potrebbe essere alla vigilia di un ridimensionamento. Negli Usa anche la pubblicità delle auto sembra regalare qualche soddisfazione agli editori.

Certo, non bisogna dimenticare che la schiarita arriva dopo che l’industria dei periodici americani ha perso più di un quarto delle pagine pubblicitarie nel 2009.

Nell’articolo riportato qui sotto in link ci sono dati sulle pagine pubblicitarie nelle testate americane di Condé Nast e Hearst Magazines. Alcuni periodici hanno aumentato in aprile 2013 la raccolta di oltre il 6 % (con i mensili si conosce già ora il dato).

Adage.com: pubblicità in ripresa nei periodici Usa

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Sei ragioni per credere ancora nei periodici

C’è chi trova 6 ragioni per essere ottimisti sul futuro dei periodici.
Il titolo è proprio questo, nonostante le difficoltà dei giornali:

Six Reasons Why It’s A Great Time To Be In Magazine Media

Le ha elencate e argomentate, queste benedette ragioni, Mary Berner, Presidente e Ceo della Association of Magazine Media (Mpa), l’Associazione degli editori di periodici americani, alla apertura di Swipe 2.0 (swipe.magazine.org), premier digital conference di Mpa.
Leggete tutto. Non voglio neppure fare un riassunto, perché sento odore di discorso autopromozionale.
MA: tra tante affermazioni che suonano come un incoraggiamento rivolto ai propri associati, Mary Berner inserisce alcuni dati da annotare.
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Washington Post: la rivista di Red Bull è giornalismo?

«Il Red Bulletin è un bel print e web magazine». Inizia così l’articolo del Washington Post sul branded journalism, un’etichetta che indica la miriade di pubblicazioni sfornate da Red Bull, Coca Cola, Boeing, General Electric, Pepsi, American Express, Burberry e decine di altri brand e aziende. Giornali, e non foglietti promozionali, dalla prima all’ultima pagina.

Il Red Bulletin ha una bella “apertura” (l’articolo di copertina) sul batterista dei Roots, gruppo hip hop di culto, e articoli saporiti ed esclusivi.

Naturalmente lo scopo della pubblicazione è di rendere più popolare il marchio e di farlo apparire vicino, per spirito e passioni, a quello dei clienti reali o potenziali.

Ma è giornalismo?

La domanda riflette una mentalità europea. Nell’articolo del Washington Post si riponde in tutt’altro modo. Dando un saggio di pragmatismo americano, l’esperto sentito per l’articolo, l’acting director del Project for Excellence in Journalism, dice che la cosa fondamentale è la trasparenza. Chiarire chi produce i contenuti del giornale, quali possono essere i suoi interessi, chi lo finanzia. Dopodiché il lettore è libero di decidere se gli articoli sono di suo gradimento.

In fondo, conclude l’intervistato, «everyone is a media company now», oggi siamo tutti delle media company. Senza distinzione tra riviste e riviste delle aziende.

Nei vari passaggi dell’articolo si dicono un paio di cose da annotare, in vista dei cambiamenti che avverranno anche in Italia.

La prima è che i compensi per gli articoli dei freelance sui giornali delle marche variano notevolmente, e si va da 150 dollari per un post di 500 batture a 3 dollari a parola per gli articoli che hanno la qualità delle riviste. Un compenso, quest’ultimo, paragonabile a quel che pagano i giornali tradizionali (da 50 centesimi a 2 dollari a parola, a seconda della reputazione dello scrivente).

L’altra cosa riguarda le redazioni dei giornali brandizzati. La Verizon (compagnia americana che fornisce banda larga, servizi wire less e apparecchi mobile) ha messo in piedi una rivista con uno staff di 75 giornalisti a tempo pieno. Paragonabile, per organico, a quella di un quotidiano di medie dimensioni.

Ma il dubbio rimane.

Il Punto: se il futuro dei giornalisti sia quello di lavorare nei giornali delle grandi società e aziende. Ma come giornalisti, non come pr.
Washington Post: Red Bullettin

Futuro dei Periodici: branded journalism, ovvero il giornalismo della Coca Cola

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Maxim in vendita: come cambia la geografia degli editori

La parabola del mensile americano Maxim, non ancora conclusa, sembra all’autore di questo blog, giornalista digiuno di economia, marketing e comunicazione pubblicitaria, una storia che, nel suo piccolo, riflette molto dello scenario generale. Provo a spiegare perché, con parole semplici: da inviato in un Paese straniero.

1) Il mensile, pubblicato anche in Italia, con modelle ammiccanti in copertina, è al diciassettesimo posto nella classifica delle riviste più vendute negli Usa. E la seconda per copie digitali. Sottolineo: la seconda per copie digitali. Maxim è il più popolare periodico maschile. Le copie vendute nella seconda metà del 2012 sono state 2,54 milioni al mese, con un più 1,4 per cento. Di cui 259 mila digitali, con un meno 8,9 per cento.

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Teenager, smartphone e l’accesso a Internet

Per chi, come me, non conosce il pianeta dei propri figli, ecco i risultati di una nuova ricerca del Pew Research Center sui teenager, l’uso degli smartphone, l’accesso a internet e la diffusione del mobile negli Stati Uniti.
Questa una sintesi dei soli dati:

Quasi tutti gli adolescenti usano internet e il 93 per cento accede al computer da casa.

Il 74 per cento dei teenager accede a internet in modo occasionale con smartphone e tablet, e uno su quattro accede su internet principalmente attraverso apparecchio mobile.

Il78 per cento possiede un cellulare, il 47 per cento usa lo smartphone.

Il 23 per cento dei giovani ha un tablet, quasi quanto gli adulti americani.

Pew Research Center: teenager e smartphone

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Video e canali digitali per GQ e Glamour di Condé Nast

I periodici scoprono la forza dei Web video. Due testate di punta di Condé Nast, Glamour e GQ, hanno presentato negli Usa serie e format video, webisodes, sui loro siti e nei canali dedicati su YouTube. Sono il frutto del lavoro, iniziato un anno e mezzo fa, di una nuova divisione voluta dall’editore specializzato in giornali patinati e di fascia alta. Una tendenza seguita da altri editori.

L’articolo di Ad Week descrive i video delle due riviste.

GQ presenta alcune serie decicate, naturalmente, al pubblico maschile. The Ten spiega quali sono i 10 oggetti cui non possono rinunciare uomini di successo come lo chef Rocco DiSpirito o personaggi della finanza. Jogging with James è sulla preparazione di una maratona. Car Collectors sono video sui gioielli a quattro ruote delle celebrity.

Glamour è orientato invece sulla moda, la cosmesi, il sesso (i pensieri segreti dei maschi).

La qualità, si spiega nel pezzo, non è quella incerta dei video realizzati da giornalisti della carta stampata senza esperienza televisiva, ma assolutamente patinata e professionale. Degna di Condé Nast.

I video garantiscono margini (guadagno) più alti nella pubblicità, per questa ragione le media company sono interessate ad arricchire i siti delle testate giornalistiche di clip e brevi filmati concepiti per il web. Si prevede che la raccolta pubblicitaria associata a questa formula aumenti dagli attuali 4,1 a 8 miliardi di dollari entro il 2016, stando a quanto afferma la società di ricerca eMarketer.
Il Punto: i video saranno una delle forze trainanti, e un’importante fonte di ricavo, per i giornali che svilupperanno una dimensione digitale, che siano quotidiani o, come in questo caso, periodici.

Adweek: canali digitali di condé nast

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Quanto è pagata la pubblicità su periodici, versioni per tablet, siti web

Dopo la raggelante notizia sul crollo della raccolta pubblicitaria dei periodici italiani nel mese di gennaio 2013 (-25%), arriva la beffa dagli Stati Uniti: nei magazine la discesa della raccolta pubblicitaria nel 2012 è stata del 2%. In realtà i magazine consumer, quelli venduti in edicola, hanno registrato una flessione del 3%, come i quotidiani e come, a sorpresa, l’online. Mentre la tv sale dell’8%, la radio del 3%. Complessivamente la raccolta pubblicitaria vale negli Usa 140 miliardi di dollari.

Qui sotto la tabella illustra un nuovo problema che angustia gli editori di periodici. Come si sente spesso ripetere, l’editoria spera che in un futuro non troppo lontano i periodici possano migrare dalle edicole ai tablet, garantendo la sopravvivenza dei titoli più forti e innovativi. Negli Usa sono stati venduti finora oltre 64 milioni di tablet. Ma le copie digitali di periodici acquistate sono al momento meno di 8 milioni al mese. Ritardo.

Nel mobile le tariffe sono molto basse. E i pubblicitari, quando si fa loro notare che dovrebbero pagare di più, magari quanto sui periodici di carta, rispondono che non ci sono metriche, misurazioni certe, capaci di dimostrare l’efficacia della pubblicità su tablet.

Allargando il discorso, si osserva, ma non è una novità, che la transizione dei contenuti giornalistici dalla carta al digitale è accompagnata dal crollo della raccolta pubblicitaria. Un istruttivo articolo fa vedere quanto costa ancora oggi far pubblicità sulle pagine di Elle, e crea un confronto con i siti web.

Nell’edizione americana della rivista
una pagina viene pagata 155 mila dollari. Poiché ogni numero viene letto da 1,1 milioni di lettori, si può stabilire che gli inserzionisti pagano 141 dollari ogni mille lettori. Ebbene, nei siti web si pagano pochi dollari (meno di dieci) ogni mille lettori.

(La tabella mette a confronto le tariffe ogni mille lettori/impression nei vari media).

tariffe ad mobile

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Quanto guadagnano i giornalisti americani dei periodici

Vi segnalo una ghiotta infografica di foliomag.com su come sono cambiate le retribuzioni dei giornalisti americani dei periodici negli ultimi cinque anni. Va letta così. I giornalisti “come noi” lavorano nei periodici consumer. Vengono messi a confronto il direttore (editor in chief), il capo redattore (executive editor) e il capo servizio (managing/senior editor). Uomini e donne. Nelle varie aree geografiche. Un capo servizio uomo di un periodico generalista oggi guadagna in media 63 mila 600 dollari l’anno. Una ricerca di cui parlavo tempo fa dava risultati simili.

Foliomag: stipendi nei periodici americani

Folio

Folio

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Copie digitali dei periodici vendute negli Usa

Sono usciti i dati sulle copie digitali dei periodici americani. Li ha diffusi l’Alliance for Audited Media (equivalente della nostra Ads).

Il 65 per cento dei giornali ha una replica digitale, ma queste edizioni equivalgono ad appena il 2,4 per cento delle copie vendute, circa 7,9 milioni di copie.

 

Pochissimo.

In compenso alcuni titoli hanno registrato una crescita fortissima. Ecco i 25 più venduti.

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Licenziamenti a Time e People

Licenziamenti di giornalisti nei periodici americani, dove è arrivata una nuova ondata di ristrutturazioni. Ma ci sono dentro anche i quotidiani, con in prima fila il New York Times. Sono interventi che coincidono con la seconda stagione di piani di crisi in altri Paesi, tra cui l’Italia.
A Time Inc., dove da mesi si attendevano brutte notizie, i licenziamenti riguarderanno 480 dipendenti, pari al 6% degli assunti, sia a New York sia nella struttura internazionale (Adweek ricorda nell’articolo riportato alla fine di questo post che i dipendenti totali sono 8 mila), e i tagli si dovrebbero inserire in un quadro che prevede una evoluzione della società da un modello centrato sulla stampa a uno orientato in modo deciso verso il digitale.
«We continue to transform our company into one that is leaner, more nimble and more innately multiplatform» ha detto il Ceo Laura Lang.
Per ora sono stati anticipati tagli a People e Time. L’editor di People ha annunciato che sta cercando nove volontari che siano disposti a lasciare il giornale con una buonuscita. Si tratta di tre scriventi e di sei reporter. A Time invece è prevista l’uscita di un ricercatore, uno scrivente e tre copy editor. Se non dovesse farsi avanti nessuno, Time Inc. seguirà le procedure per il licenziamento concordate con il sindacato, la Guild dei giornalisti.
L’editore, che nel 2008 e 2009 aveva ridotto pesantemente il numero di giornalisti, ha di recente comunicato che nel terzo trimestre del 2012 i ricavi sono diminuiti del 6%, come risultato di una flessione del 6% negli abbonamenti e del 5% nella raccolta pubblicitaria.
Anche il New York Times, si è letto in questi giorni (Franco Abruzzo ricorda  che nel 2008 vi fu un esodo di circa 100 penne), vuole sfoltire la redazione di 30 giornalisti. Reuters invece lascia a casa 3 mila dipendenti su 50 mila. Meredith, di cui questo blog si è occupato di recente per almeno due volte, ha tagliato del 2 per cento la forza-lavoro.

Adweek: esuberi a Time Inc.

New York Times: licenziamenti a Time Inc.

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Ecco i periodici americani che perdono più pubblicità

Ancora sulla pubblicità dei magazine negli Stati Uniti. Il 2013 si chiude con un calo complessivo dell’8,2% di pagine pubblicitarie raccolte dai periodici.

La flessione nell’ultimo trimestre, ottobre-dicembre, è stata inferiore al resto dell’anno, – 7,3%. Un dirigente di una casa editrice, citato nell’articolo del Wall Street Journal Blog, riportato in link, spiega l’attenuarsi del calo verso fine anno con il fatto che ci si è resi conto, nell’industria dei media, che vale più una inserzione sulla carta che un banner online.

Le perdite maggiori, confrontando l’ultimo trimestre 2012 con il 2011, hanno riguardato queste testate: All You, Ladies Home Journal, Lucky, Maxim, Martha Stewart Living, National Geographic, Saveur e Scientific American. Tutte hanno perso più del 20% delle pagine di pubblicità.

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La crisi dei periodici vista dall’Estremo Oriente

La crisi mondiale dei periodici vista dal più diffuso quotidiano della Corea del Sud. Al primo posto c’è la chiusura di Newsweek e il declino dei settimanali d’informazione americani. Al secondo la fine delle pubblicazioni di Financial Times Deutschland. Al terzo le difficoltà della stampa in Francia. Al quarto, il brusco ridimensionamento dei magazine giapponesi, un mercato grandissimo.

VISTO DALLA COREA. Dong-a Ilbo vende ogni giorno più di un milione di copie in un Paese, la Corea, che ha una popolazione di 40 milioni di abitanti, due terzi dell’Italia, un Pil pari a due terzi di quello italiano, ma lo stesso stesso Pil per persona: 30 mila dollari. E il giornale coreano più diffuso, Dong-a, fa 1 milione di copie. Altri problemi. Ebbene, l’edizione online del giornale (che ha corrispondenti nelle principali metropoli americane, asiatiche, europee ed edizioni stampate in questi Paesi) si domanda: Is print media doomed worldwide? La stampa è destinata a morire? Risponde riportando le principali sconfitte dell’editoria nell’anno che sta finendo.

I GUAI DELL’OCCIDENTE. Dopo aver ricordato la prossima uscita di scena dalle edicole di Newsweek e le difficoltà dei newsmagazine statunitensi. Dopo aver riferito delle traumatiche chiusure in Germania di Financial Times e di Frankfurt Rundschau. Passando per i problemi di France Soir e La Tribune in Francia… l’articolo arriva alla industria dei periodici in Giappone, un tempo fiorente.

PERIODICI GIAPPONESI. In un Paese con un mercato dei periodici sterminato, 158 testate hanno sospeso le pubblicazioni in edicola o chiuso del tutto i battenti. Il fatturato complessivo del settore è calato nel 2011 del 6,6 per cento, fermandosi a 984,4 miliardi di yen, scendendo così scendendo per la prima volta dopo 27 anni al di sotto del trilione di yen (un trilione di yen equivale a 11,8 miliardi di dollari: ripeto, miliardi di dollari). Lo scorso anno è anche stato il peggiore per risultati da quando, 14 anni fa, è iniziata la contrazione nella vendita dei periodici. Il picco era stato raggiunto nel 1997, con ricavi per 1,56 trilioni di yen (18,5 miliardi di dollari: ripeto, miliardi di dollari), dopo una crescita costante iniziata nel 1951. Da quel momento, solo arretramenti.

M’interessa perché: 1) offre il punto di vista, preoccupato, sulla crisi dei periodici di un grande Paese in crescita, la Corea: non siamo ai margini del mondo, ma nel cuore del mondo, cari amici che usate gli smartphone Samsung, disegnati e progettati a Seul ma assemblati in Cina; 2) anche il Giappone vive la crisi della carta stampata.

Il punto: la crisi della carta stampata riguarda tutte le economie avanzate.

Donga.com: crisi dei magazine in Giappone

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Con la crisi dell’editoria chiudono le cartiere del Wisconsin

Ecco una bella storia, un bel reportage: Paper Cuts. Il Wisconsin è lo Stato che produce più carta per l’editoria e l’industria americane. Con la crisi dei giornali e l’arrivo degli apparecchi di plastica per la lettura, come iPad e tablet, per questa economia locale un tempo florida è iniziato un declino inarrestabile che può trovare un precedente delle stesse dimensioni solo nei giorni del downsizing dell’industria dell’auto nel Michigan, qualche decennio fa. La crisi è accelerata e aggravata dalla concorrenza massiccia e pianificata della Cina, che inonda il mercato mondiale con carta low price.

Questo accurato e curioso reportage del Milwaukee Journal Sentinel (pubblicato ieri: potete leggerlo in inglese andando al link riportato alla fine di questo post), arricchito con video e infografica (pregevole esempio di giornalismo multimediale), racconta la fine dell’Età dell’Oro della carta.

Foresta nel Wisconsin

Foresta nel Wisconsin

Nel Wisconsin chiude in media un impianto produttivo all’anno dal 2006, lasciando ogni volta a casa tra le 300 e le 600 persone, senza contare le attività collegate alle segherie e alle cartiere. Complessivamente la carta dà direttamente lavoro nello Stato a più di 12 mila persone, ma i posti in qualche modo dipendenti da questa industria sono 70 mila. Il giro d’affari complessivo della carta nel Wisconsin è di 7 miliardi e mezzo di dollari.

Infografica sull’industria della carta negli Stati Uniti

L’articolo ricostruisce una storia che risale alla seconda metà dell’Ottocento, quando rudi boscaioli rifornivano di legname industriali che, fornitura dopo fornitura, hanno costruito una fortuna. Imprenditori di successo che non hanno dimenticato di destinare parte dei profitti alle istituzioni culturali, come le università, secondo quanto prescrive la tradizione e l’etica della filantropia americana. Chi molto riceve, molto deve restituire alla società.

Chi lo racconta: «Milwaukee Journal Sentinel – Breaking news, sports, business».

Jsonline: crisi dei giornali, crisi dell’industria della carta

Milwaukee Journal Sentinel

Milwaukee Journal Sentinel

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Ricerca negli Usa/ Perché i periodici sono ancora necessari

Dicono che alla gente i settimanali e i mensili non interessano più. Dicono che la pubblicità se ne va su altri media, da internet alle televisioni digitali. E non lo sapete che i ragazzi, come mio figlio di 16 anni, non leggono più i giornali? Mentre i newsmagazine sono formule informative morte e defunte.

C’è del vero in tutto questo, come il mio blog ha chiarito (innanzitutto a me stesso) attraverso 100 e più post con notizie, studi, commenti sulla crisi della carta stampata.

Ma quando alle considerazioni delle persone preparate si somma il coro di quelli che la sanno sempre più lunga (ma non sanno niente e sono solo dei pappagalli), pronti a bastonare il corpo caduto a terra, viene voglia di reagire. Non si lincia chi è in difficoltà. E state attenti alla reazione fiera di qualcuno che ha dato molto.

Veniamo al dunque. I magazine possiedono ancora una forza di attrazione per i lettori e per i pubblicitari. La natura di questo medium è unica e non ancora eguagliata dal nuovo che avanza.

Lo ricorda e spiega uno studio pubblicato nella prima parte del 2012 dall’Association of Magazine Media (Mpa), associazione degli editori di periodici statunitensi (175 editori, 900 pubblicazioni): Magazine Media 2012/2013. C’è una componente autopromozionale nei dati e nei commenti che sto per riportare. Ma aiutano a capire che i periodici sono un prodotto che conserva caratteristiche utili a molti. Sia i giornali di carta sia i “pidieffoni” (le copie in pdf dei giornali scaricabili online) sia le versioni digitali più o meno originali.

Perché i magazine sono efficaci?

Perché il lettore spende in media 41 minuti su ciascun numero di una rivista: strabiliante. I contenuti e la pubblicità vengono “assorbiti” più in profondità che su altri mezzi.

I consumatori si fidano dei periodici e la pubblicità pubblicata su questi giornali è ritenuta più credibile di quella televisiva, radiofonica o di internet.

I magazine sono un medium universale: il 92% degli americani legge periodici, inclusi i millennials, i giovani nati negli anni Novanta o subito dopo.

Legge periodici il 92% degli adulti.

Legge periodici il 95% degli under 35.

E, udite udite, legge periodici il 96% dei giovani sotto i 25 anni. LEGGE PERIODICI.

L’età media dei lettori di periodici è vicina all’età media degli americani (45.8 anni).

Utenti di Internet: 41,4 anni.

Radio: 44,4 anni.

Periodici: 44,8 anni.

Televisione: 46,6 anni.

Quotidiani: 48,2 anni.

Ancora sui giovani. Sono coloro che consumano con maggior frequenza i periodi.

Ai pubblicitari interesserà sapere che (ma lo sanno già, anche se fanno finta di no, in questo periodo in cui si possono pretendere sconti incredibili sulle tariffe):

i 25 periodici più letti e diffusi degli Usa raggiungono più adulti e teenager della televisione; quando esce un numero del giornale, il numero di lettori che lo sfoglia continua a crescere per molti giorni (l’esperienza di lettura, e la ricezione della pubblicità, non si ferma nei primi giorni ma va avanti per almeno 10 giorni, e il messaggio produce effetti su un arco di tempo lungo); i lettori non vanno mai in vacanza e il numero rimane nei 12 mesi più costante che per la televisione, la radio, internet (i cali stagionali sono contenuti).

M’interessa perché: 1) i periodici conservano una ragione d’essere; 2) facile sparare su chi sta male, ma tante presunte verità sui periodici, entrate nei discorsi di tutti i giorni, sono forse luoghi comuni.

Il punto: capire se i periodici sopravviveranno, e conserveranno un interesse e un’utilità, dopo la crisi economica e con la transizione al digitale.

Mpa: factbook 2012/2013

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Stati Uniti/ Lascia Zinczenko, direttore di Men’s Health

Nella girandola di direttori che se ne vanno dai magazine americani (ieri riferivo dell’addio, dato per imminente, del direttore di Time), si aggiunge David Zinczenko di Men’s Health, testata del gruppo Rodale.

Il giornalista, famoso anche per le apparizioni in televisione e alcuni libri sul fitness in chiave maschile, era una colonna portante del giornale e della casa editrice, il suo passo indietro ha quindi colpito l’ambiente del giornalismo.

Commenti? Ragioni? «When the editor becomes bigger than the magazine, the owners will become concerned: Are we serving the brand or are we serving the editor? David has become bigger than the brand Men’s Health». Quanti scrupoli in the USA.

M’interessa perché: 1) la crisi accelera il ricambio di direttori.

Chi lo dice: «Minonline Media Job Center is the definitive career resource for the publishing community, serving job seekers and employers in all media».

minonline: Zinczenko lascia Men’s Health

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Time: direttore in uscita, licenziamenti in arrivo

Il potentissimo direttore periodici di Time Inc., John Huey, dovrebbe, stando a voci che trovano conferma nella società di periodici americana, lasciare a fine anno l’incarico.

La decisione cade nel momento in cui il principale rivale di Time, Newsweek, lascia l’edicola e sopravvive solo come  testata digitale (dal primo gennaio 2013). Ma anche Time Inc, principale editore statunitense di periodici, con 130 titoli in portafoglio, si trova in difficoltà: a conclusione dell’anno si prevede un risultato fortemente negativo nella raccolta pubblicitaria. I primi nove mesi del 2012 hanno segnato un -6,2% (un dramma negli Usa; nulla per l’Italia, dove quest’anno i cali dei ricavi pubblicitari sono a due cifre).

Tempi ancor più duri sono all’orizzonte e si teme un altro “giro” di licenziamenti, in numero rilevante, nei prossimi due mesi, sempre secondo una persona bene informata, sentita dal Wall Street Journal.

M’interessa perché: 1) anche negli Stati Uniti ci sono difficoltà; 2) anche negli Stati Uniti avviene un ricambio ai vertici.

Il punto: come saranno i periodici tra tre, cinque anni, dopo la crisi e con l’affermarsi del digitale.

wall street journal: in uscita direttore periodici di Time

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Francia, i ricchi preferiscono i giornali di carta

Anche in Francia i fedelissimi della carta stampata sono coloro che percepiscono un alto reddito: quadri, dirigenti, professionisti. Una buona notizia per l’editoria dell’Exagone, che deve comunque combattere con le difficoltà della crisi economica e i cambiamenti strutturali del mercato.

Se avete seguito questo blog forse ricorderete che ho già pubblicato un post su questo argomento, ma relativo agli Stati Uniti. Rileggendolo, mi sono accorto che l’istituto che ha condotto la ricerca in Francia è lo stesso che ha fatto l’indagine negli Usa. Ma procediamo con ordine.

Uno studio sull’audience della stampa intitolato Audipresse Premium, realizzato da TNS-Sofres e da Ipsos Media Ct (quello che ha fatto la ricerca in America), ha scoperto che seppur con qualche cedimento la stampa rimane il media di gran lunga preferito tra quadri, dirigenti e percettori di redditi alti, una fascia nella quale si fa rientrare il 7,7% della popolazione transalpina.

Questi ritengono che i giornali siano più affidabili (66%), credibili (63%) e più completi (62%) di televisione, radio e Internet. Sono la fonte d’informazione in cui più si riconoscono e si vedono rispecchiati (48%).

Questi lettori “premium” (termine che può provocare reazione allergica per la connotazione elitaria) sono i più interessanti da punto di vista economico e dunque particolarmente inseguiti dagli investitori pubblicitari.

Cresce anche l’apprezzamento per i tablet (+31,1% di lettori rispetto al 2011).

La ricerca condotta negli Stati Uniti da Ipsos Media aveva stabilito che tra i lettori con un reddito alto (più di 100 mila dollari all’anno) il numero di coloro che nel 2011 avevano acquistato giornali di carta era aumentato del 3,9% rispetto all’anno precedente.
M’interessa perché: 1) è un indizio del fatto che la carta si deve preparare a convivere per lungo tempo con il digitale; 2) la fascia ad alto reddito rimane la più interessante per gli editori, perché permette di raccogliere la pubblicità più “ricca” (ricordiamo che la prima causa della gravissima crisi in cui si dibatte la stampa è il crollo della pubblicità); 3) la diffusione dei tablet continua, continua…
Il punto: come sono cambiate le abitudini di lettura della gente.
Chi lo dice: «Fondé en 1908, Les Échos est un quotidien français d’information économique et financière, propriété du
Groupe Les Échos, pôle médias du groupe LVMH».

lesechos: i ricchi e la stampa

Futuro dei Periodici: i ricchi leggono carta

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Oi dialogoi/ Il digitale, la pubblicità, il New York Times (1)

A: «Bisogna fare le app dei nostri giornali. C’è la crisi dell’editoria, ma la situazione non sarebbe così preoccupante se ci fosse una crescita nel digitale e si vendessero più copie digitali dei giornali. Compenserebbero le copie perse in edicola. Guarda l’esempio del New York Times: in tre mesi sono stati sottoscritti 57 mila abbonamenti digitali. Oggi sono 566 mila i lettori del giornale nella versione per l’online, il tablet, il mobile in tutte le sue declinazioni».

B: «(Declinazioni…!) A sentire te sembra tutto facile…».

A: «Grazie alle copie digitali e a un ritocco del prezzo del giornale di carta, i ricavi diffusionali del New York Times sono aumentati del 7%».

B: «Prima mi hai interrotto. Stavo per farti notare che proprio nel giorno in cui sono usciti i dati che dici tu, il New York Times ha perso il 22% in Borsa. Un tonfo così non si vedeva dal 1980. I ricavi complessivi del giornale, copie più pubblicità, sono scesi, seppur di poco, ma sono scesi. Anche per questo c’è stato il tracollo a Wall Street».

A: «Ma l’aumento delle copie digitali è inarrestabile, stupefacente. Vedrai».

B: «Non è la soluzione a tutti i mali. Si vendono un sacco di copie digitali ma i ricavi diminuiscono. Quale futuro ci può essere?».

A: «E allora, tu che te ne intendi, come spieghi questa discrepanza?».

B: «Non me ne intendo per niente. Ma noto alcune cose. Se il New York Times arretra è per colpa, innanzitutto, della pubblicità. Il giornale perde il 9 %. Nella carta, il calo della raccolta pubblicitaria è addirittura dell’11 %».

A: «Ma il digitale sta crescendo, passata la crisi, il giornale tornerà a guadagnare».

B: «Speriamo! Il guaio è che al momento il NYT perde soldi anche nella raccolta pubblicitaria per le edizioni digitali. Il digitale va male! C’è una piccola flessione, del 2,2 %, che non fa presagire niente di buono. Vendere più copie, di carta o nel digitale, non è sufficiente».

A: «………».

B: «Non per fare il pessimista, ma questa cosa è stata studiata e misurata. Pare che per ogni dollaro guadagnato dai giornali nel digitale se ne perdano sette nel cartaceo. Ma il NYT perde anche nel digitale».

A: «Mi piacerebbe capire perché».

B: «Bisognerebbe interpellare un esperto. Come sai, io non me ne intendo, anche se cerco di tenermi informato. E su un giornale ho letto che il mondo della pubblicità sta subendo cambiamenti profondi».

Continua (1).

La Repubblica: il risiko mondiale degli spot

The Guardian: cosa sta succedendo al New York Times

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