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Nuove Riviste Dimostrano Che La Stampa Non È Morta

Una ondata di nuove riviste. Più simili a piccoli capolavori dell’artigianato che a giornali. Senza pubblicità. Realizzate con il crowdfunding. Con foto artistiche, carta di pregio, materiali scelti

Riempiono gli scaffali delle librerie, sia a Londra, come racconta The Guardian, sia a Roma e Milano.

L’articolo del quotidiano britannico descrive il fenomeno. Che per qualcuno sarebbe la dimostrazione della resistenza della carta stampata.

In realtà si tratta di prodotti lontani dalle logiche industriali che governano i periodici come li conosciamo.

E non è una gran consolazione sapere che l’artigianato subentra alla produzione di massa: è un fenomeno di nicchia che non salva posti di lavoro e non garantisce lettori.

Ma è bello lasciarsi ispirare. Perché queste riviste mostrano come può cambiare la stampa nell’epoca di Internet.

The Guardian fa riferimento a nuovi modelli economici, al crowdfunding, alla vendita in Rete.

E alla creatività messa in moto. Senza celebrity in ogni pagina, pubblicità, calendari promozionali.

Non è solo un capitolo del revival dei prodotti fatti a mano, artigianali, che ci compensano della progressiva smaterializzazione della vita nel mondo digitale.

Dal Guardian: nuovi magazine 1.

 

 

Dal Guardian, nuovi magazine 3.

Dal Guardian, nuovi magazine 2

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L’Editore da 500 Milioni di Utenti Unici

Il giornalismo del futuro appartiene a mass media digitali? Grandi editori nati nel web, capaci di raccogliere sotto un unico ombrello centinaia di siti e blog. Con l’obiettivo di 500 milioni di utenti unici. E una sola piattaforma, una sola tecnologia, una sola, grande vetrina pubblicitaria. L’utopia di un Internet libero sbiadisce un po’ di più

DIGITAL COMPANY CRESCONO Proprio mentre in Italia fa notizia l’intervista dell’Espresso a Wolfgang Blau (del Guardian) sul futuro del web dominato da grandi media company come The Guardian, The New York Times, BBC, negli Usa si discute di uno scenario simile. Però con protagonisti diversi. Non gli editori tradizionali, ma compagnie digitali che possono controllare l’informazione e la pubblicità su Internet.

Lo spunto: una grande società di siti web, Vox Media, con centinaia di titoli e giornalisti, sarebbe sul punto di comprare un’altra media company digitale, proprietaria di molti siti e blog, Curbed Network. Per un prezzo, pare, di 25/30 milioni di dollari (viene da sorridere, con “questi” americani, pensando che l’editore tedesco Axel Springer ha pagato nel 2011 oltre 600 milioni di euro per l’acquisto del portale francese di annunci immobiliari SeLoger).

Tanto è bastato per aprire un vivace confronto. Commentatori di primo piano del mondo digitale, come Mathew Ingram (è stato ospite d’onore al Festival internazionale del giornalismo, a Perugia) e voci del New York Times e di Reuters, hanno subito proiettato in avanti le conseguenze di questa acquisizione, immaginandola come il primo esempio di una serie di fusioni che porteranno alla nascita di giganti digitali del giornalismo.

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Quotidiani, copiate i periodici – Consigli per il Washington Post

Sviluppare prodotti digitali che cambino la veste grafica vetusta dei quotidiani. Spezzare la schiavitù delle copie replica in Pdf. Imitare la freschezza dei periodici nello sperimentare nuove forme di design. Sono i consigli di un veterano dell’industria a Jeff Bezos, fondatore di Amazon e nuovo proprietario del Washington Post

CONSIGLI AI QUOTIDIANI I consigli vengono dispensati da uno che se lo può permettere, quel Frédéric Filloux, collaboratore del Guardian, che guida il consorzio francese ePress. Sulla Monday Note per il quotidiano britannico, Filloux si rivolge a Bezos, fondatore di Amazon, per ragionare sulle possibili strategie per il Washington Post, comprato a inizio agosto da Bezos. Una riflessione che vale la pena riprendere perché tocca tutti i quotidiani, incerti sul passaggio al digitale.

I PERIODICI SONO PIU’ INNOVATIVI Riporto solo un passaggio, riguarda il design e il taglio dei contenuti del Washington Post. Come svecchiare un quotidiano che sfida la pazienza del lettore quanto a veste grafica? Filloux addita il mondo dei periodici. Sono sempre stati all’avanguardia, dice. Le innovazioni grafiche, nella carta stampata, sono sempre arrivate dalle riviste, per passare poi ai quotidiani.

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A che ora vengono “letti” i siti dei giornali

Potrebbe servire anche a chi ha un sito o un blog: come avviene il consumo di notizie nel digitale? A che ora si visita un sito d’informazione? C’è differenza tra utenti che usano un computer e quelli con tablet?

Riprendo da Press Gazette, giornale sulla stampa e i media britannici, alcune infografiche messe a punto dal quotidiano Guardian e da Anthony Sullivan, product manager del quotidiano inglese.

A che ora la gente legge o va a guardare i contenuti del Guardian?

1) La prima slide riguarda il consumo del quotidiano di carta. Si legge al mattino, quando si compra il giornale, e nel pomeriggio. Poco la sera, ma si capisce: gli inglesi vanno a letto presto. (Cliccate sull’immagine per ingrandirla).

Quotidiano di carta

2) La seconda riguarda l’accesso al sito web del Guardian, notoriamente ad accesso gratuito.

Lettura del sito Continua a leggere

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Provocazioni/ I quotidiani a lezione di scrittura dai blog e dai periodici

Bisogna cambiare e rinfrescare il modo di scrivere gli articoli dei nostri giornali se non si vuole apparire vecchi e superati nell’era digitale.

L’esempio potrebbe venire dai blog e dai periodici, per inaugurare una stagione che si ispiri al movimento del New Journalism degli anni Sessanta e Settanta, quello predicato dallo scrittore americano Tom Wolfe (autore del Falò delle vanità).
Ne parla il sito Lsdi (Libertà di stampa, diritto d’informazione) che ha tradotto articolo di Frederic Filloux pubblicato, tra gli altri, da The Guardian: potete leggere qui oppure qui, in originale. Riporto una sintesi della traduzione di Lsdi. Interessante soprattutto il passaggio sui periodici. Naturalmente l’autore (Filloux) ha in mente il giornalismo anglosassone quello, lo sappiamo, ossessionato dall’andamento oggettivo del racconto, dalla secchezza da agenzia stampa delle frasi, dalle citazioni esatte e un po’ noiose (non parlo del Sun, naturalmente). Da un punto di vista italiano, abituati come siamo al giornalismo narrato di La Repubblica, la lezione anglosassone conserva un certo fascino.

The Need for a Digital “New Journalism”
di Frederic Filloux

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Come finire in cima alle news di Google

In altre parole sto parlando dell’algoritmo, della formula con cui Google News sceglie quali siti e notizie valorizzare, rispetto a tutto il resto. O, forse è più interessante, a cosa (un blogger deve) prestare attenzione se si vuole finire nella parte alta delle ricerche fatte con Google. Il tema è dunque il posizionamento.

La settimana scorsa, spiega Frederic Filloux sul Guardian, il gigante di Internet ha aggiornato il documento che descrive le 13 metriche con cui il motore di ricerca fa la classifica delle news.

Vi invito a leggere l’articolo. Non voglio copiarlo, faccio il mediatore e mi limito a riportare l’elenco delle 13 metriche: numero di articoli pubblicati; lunghezza degli articoli; grado di copertura di determinati argomenti; la velocità nell’aggiornamento; il numero di volte in cui si viene citati; la reputazione, stando al giudizio di fonti autorevoli; i dati di traffico; le dimensioni della redazione; originalità e numero delle fonti citate; l’ampiezza degli argomenti trattati; la dimensione internazionale di un sito/blog; la correttezza grammaticale e varietà del lessico.

Buona lettura.

The Guardian: la formula segreta di Google News

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Ipc Media: tagli anche per il grande editore inglese

Ipc Media è il principale editore di settimanali e mensili in Gran Bretagna, 60 titoli tra cui Marie Claire, InStyle, e prodotti molto di nicchia, da Country Life alle riviste sulle fotocamere digitali, al giardinaggio.

The Guardian ne parla nella rubrica settimanale sui media perché la casa editrice che ha gli headquarters sulle rive londinesi del Tamigi fa parte del network internazionale di Time Inc., il colosso americano dei magazine che starebbe trattando la vendita di 21 testate, praticamente tutte tranne Time, Fortune e Sport Illustrated. Un affare da oltre 2 miliardi di dollari che vede come potenziale acquirente Meredith.

I dipendenti inglesi, che già due settimane fa hanno ricevuto l’annuncio che l’azienda vuole tagliare 150 posti, equivalenti all’8% dei giornalisti, temono altri interventi. Ma la cosa più interessante dell’articolo riguarda l’analisi di come va il business della casa editrice, e il giudizio che se ne dà.

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Intervista: le strategie del Guardian

Siti dei quotidiani, il modello Guardian, contenuti a pagamento o gratuiti, la crescita internazionale degli editori, le opportunità offerte dal mobile (smartphone e tablet): tutto questo viene discusso nell’intervista ad Andrew Miller, Ceo e guida di una delle società editoriali più “fighe” al mondo: quella che pubblica The Guardian.

Come ormai molti sanno, The Guardian non è soltanto un quotidiano inglese liberal ma il simbolo di una strategia per la crescita digitale dei giornali tradizionali. Nel mondo i due modelli contrapposti sono: The Guardian e il sito gratuito e The New York Times con il suo sito a pagamento. Due filosofie, due fazioni che si fronteggiano a volte in modo partigiano, prevedendo disastri per l’altra parte. The Guardian e la sua montagna di debiti, il New York Times e i licenziamenti nelle redazioni.

L’intervista approfondisce questi temi.

1) La strategia internazionale. The Guardian era una pubblicazione inglese, fino a pochi anni fa. Oggi, grazie al digitale e grazie alla lingua in cui è scritto il giornale, la più globale di tutte, The Guardian è un media internazionale con milioni di lettori negli Stati Uniti. I confini sono saltati e a breve l’editore ci proverà anche in Australia. C’è da essere invidiosi. L’italiano è parlato solo nel nostro Paese e questo è un insormontabile ostacolo all’espansione dei nostri giornali, un limite all’abbattimento dei costi fissi e alle economie di scala.

2) Miller, Ceo della casa editrice, torna sulla filosofia del sito ad accesso gratuito. Spiega che per raccogliere pubblicità bisogna avere una base molto ampia di visitatori. Se si mette uno sbarramento, un paywall, se si fa pagare, il numero dei visitatori crolla istantaneamente e restano solo il 15%, 20% degli utenti. A meno di non essere un giornale finanziario, ad alto contenuto aggiunto, il gioco non paga.

Ma c’è altro ancora. Buona lettura.

Il Punto: le strategie dei grandi editori internazionali e la trasformazione delle case editrici in media company.

Nieman Lab: parla il Ceo del Guardian

Nieman Lab

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2013, il crollo di Google e il boom dei media digitali

Previsioni della rivista Forbes sul 2013 dei media. Smartphone e tablet veicolo numero uno per le notizie. Crescita delle app che aggregano notizie. Battuta d’arresto delle app giornalistiche. Sconfitta di Google News nella guerra con gli editori di giornali. Crescita della pubblicità nel digitale. Trionfo del “Super Blog”.

Riprendo un intervento uscito ieri sul sito di Forbes. Ashley Harrison, Ceo della piattaforma editoriale Taptu, fa le previsioni sul 2013 dei media. Potete leggerlo andando al link in inglese riportato in fondo a questo post. Harrison indica cinque punti.

MOBILE FIRST. Ormai è chiaro, il futuro di Internet è sul mobile. Smartphone (ormai sono stati venduti nel mondo 1 miliardo di cellulari intelligenti, saranno 1 miliardo 200 milioni nel 2013) e tablet saranno la principale porta di accesso al digitale, visto che il pc ormai cresce lentamente o arretra. Il 30 per cento del traffico (digitale) di The Guardian proviene da mobile. Le Figaro, sito numero uno di informazione in Francia, arriva addirittura al 50 per cento. Quindi, dice la previsione, la pubblicità si sposterà sul mobile.

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The Guardian taglia costi, giornalisti e spera nel tablet

The Guardian, quotiano britannico di grande successo sul web ma contrario finora alla politica dei contenuti a pagamento, affronta con taglio dei costi e di 68 giornalisti il problema ormai cronico delle perdite in bilancio. La speranza? Il boom dei tablet nel 2013.

Le perdite di Guardian ammontavano qualche tempo fa a 44,2 milioni di sterline, con la revisione dei costi si pensa di recuperare almeno 7 milioni. Al tempo stesso è necessario investire, dicono gli analisti sentiti in questo articolo pubblicato dallo stesso The Guardian.

In Gran Bretagna si prevede un calo nel mercato dei magazine del 7% e non c’è crescita dal 2005. In dieci anni i top 100 tra i periodici inglesi sono crollati nelle diffusioni del 31%, da 31 milioni di copie a 21 milioni. Anche i magazine devono sviluppare il digitale, al pari dei quotidiani.

Come? I tablet possono essere la chiave, ma bisogna capire come far soldi con questi device mobili. Così dicono gli analisti ed esperti di media sentiti nell’articolo riportato qui sotto in link. Buona lettura.

The Guardian: tagli ai costi e speranze nel tablet

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Oi dialogoi/ Il digitale, la pubblicità e il New York Times (2)

Continua (vedi la prima parte).

A: «Passata la crisi torneranno anche le pagine di pubblicità, magari sul digitale».

B: «Non capisci. Ti sto dicendo che i cambiamenti sono strutturali, destinati a durare. Digitale o non digitale. Tu continui a immaginare che la pubblicità sia come un lago artificiale che alimenta alcuni canali, sempre e solo quelli. Qualcosa di statico. Passata la crisi, si torna come prima. Ma chi te lo garantisce?».

A: «Eh eh, sei un disfattista. Grazie per l’iniezione di fiducia».

B: «No. Io mi sforzo di capire. Altrimenti come fai a raddrizzare la situazione? Leggevo che i grandi gruppi internazionali, come Unilever, L’Oreal, Mercedes-Benz, preferiscono investire nei Paesi emergenti, quelli dove la crescita economica avanza a doppia cifra. Turchia, Argentina, Nuova Zelanda, Brasile, Filippine, Hong Kong… Tu continui a considerarli dei poveracci! Ma con la crisi economica del 2008 il mondo è cambiato! La ricchezza si è spostata, l’Europa è il malato dell’economia mondiale e alle grandi società e alle multinazionali conviene mettere un dollaro in uno dei paesi che ti dicevo piuttosto che nella parte declinante del pianeta. Torneranno? Sì, in parte torneranno, leggo. Ma una parte consistente degli investimenti andrà dove ti dicevo e la parte destinata a noi si dividerà tra mille rivoli, perché non ci sono solo tv, periodici, quotidiani, radio e cinema in cui fare pubblicità ma anche nuove “vetrine”. I media digitali, gli aggregatori di news, i social network, i canali televisivi digitali, i videogiochi e le aziende stesse, che possono farsi pubblicità da sole attraverso nuove modalità, meno propagandistiche e più “informative”….. Ecco perché la raccolta pubblicitaria del New York Times è calata, per la prima volta, del 2,2%».

A: «Wow, che bella spiegazione. Ma quando si parla di digitale non ci sono certezze. Le cose possono cambiare. Preparati a cambiare idea anche tu».

(Fine).

La Repubblica: il risiko mondiale degli spot

The Guardian: cosa sta succedendo al New York Times

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Oi dialogoi/ Il digitale, la pubblicità, il New York Times (1)

A: «Bisogna fare le app dei nostri giornali. C’è la crisi dell’editoria, ma la situazione non sarebbe così preoccupante se ci fosse una crescita nel digitale e si vendessero più copie digitali dei giornali. Compenserebbero le copie perse in edicola. Guarda l’esempio del New York Times: in tre mesi sono stati sottoscritti 57 mila abbonamenti digitali. Oggi sono 566 mila i lettori del giornale nella versione per l’online, il tablet, il mobile in tutte le sue declinazioni».

B: «(Declinazioni…!) A sentire te sembra tutto facile…».

A: «Grazie alle copie digitali e a un ritocco del prezzo del giornale di carta, i ricavi diffusionali del New York Times sono aumentati del 7%».

B: «Prima mi hai interrotto. Stavo per farti notare che proprio nel giorno in cui sono usciti i dati che dici tu, il New York Times ha perso il 22% in Borsa. Un tonfo così non si vedeva dal 1980. I ricavi complessivi del giornale, copie più pubblicità, sono scesi, seppur di poco, ma sono scesi. Anche per questo c’è stato il tracollo a Wall Street».

A: «Ma l’aumento delle copie digitali è inarrestabile, stupefacente. Vedrai».

B: «Non è la soluzione a tutti i mali. Si vendono un sacco di copie digitali ma i ricavi diminuiscono. Quale futuro ci può essere?».

A: «E allora, tu che te ne intendi, come spieghi questa discrepanza?».

B: «Non me ne intendo per niente. Ma noto alcune cose. Se il New York Times arretra è per colpa, innanzitutto, della pubblicità. Il giornale perde il 9 %. Nella carta, il calo della raccolta pubblicitaria è addirittura dell’11 %».

A: «Ma il digitale sta crescendo, passata la crisi, il giornale tornerà a guadagnare».

B: «Speriamo! Il guaio è che al momento il NYT perde soldi anche nella raccolta pubblicitaria per le edizioni digitali. Il digitale va male! C’è una piccola flessione, del 2,2 %, che non fa presagire niente di buono. Vendere più copie, di carta o nel digitale, non è sufficiente».

A: «………».

B: «Non per fare il pessimista, ma questa cosa è stata studiata e misurata. Pare che per ogni dollaro guadagnato dai giornali nel digitale se ne perdano sette nel cartaceo. Ma il NYT perde anche nel digitale».

A: «Mi piacerebbe capire perché».

B: «Bisognerebbe interpellare un esperto. Come sai, io non me ne intendo, anche se cerco di tenermi informato. E su un giornale ho letto che il mondo della pubblicità sta subendo cambiamenti profondi».

Continua (1).

La Repubblica: il risiko mondiale degli spot

The Guardian: cosa sta succedendo al New York Times

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The Guardian: licenziamento di 100 giornalisti

Si racconta di come al Guardian, prestigioso quotidiano britannico, si debbano tagliare 100 teste di giornalisti, e di come se ne siano presentati volontariamente al capestro solo 30 (non vi fa venire in mente lo Stato di crisi non dichiarato ma strisciante di Condé Nast Italia?). Qui si narra di come il gruppo editoriale abbia dato mandato a una società di tagliatori di teste di individuare quali siano i costi da eliminare, per contenere perdite pesanti. E di quali riflessioni siano state avviate con il sindacato inglese dei giornalisti. Intanto si ricorda che un senior manager del gruppo Guardian ha dichiarato pubblicamente, alcuni mesi fa, che la strategia per il prossimo futuro è quella del digital first e del coinvolgimento di giornalisti non professionisti, reporter dilettanti, fotografi non professionali nella fattura del giornale. Digital firt, la parola d’ordine che risuona ovunque in questi mesi.

Telegraph: The Guardian deve licenziare 100 giornalisti

 

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