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Il nuovo signore dei magazine in Francia

Ha acquisito Elle, il top dei magazine in Francia. E le testate del gruppo Lagardère. L’uomo d’affari ceco Daniel Kretinsky è il nuovo dominus dei periodici francesi. C’è un articolo su di lui su Le Monde (quotidiano direttamente interessato: il magnate è azionista al 49 per cento della holding che è co-azionista di maggioranza di Le Monde).

Nel pezzo si racconta dell’incontro tra Kretinsky e i giornalisti delle testate acquisite da alcuni mesi: rassicurazioni, aneddoti, una spruzzata di civismo. Perfino la smentita di essere un sovranista filo-russo.

Ma le domande sollevate da questo articolo sono più delle risposte. Riguardano il futuro dei periodici in Francia, in Italia, ovunque.

Se un imprenditore di successo, che si è affermato nel mondo dell’energia, e che ambisce a entrare nel mercato occidentale – ma che in Europa ha ancora un’immagina da outsider – decide di entrare nel mercato dei periodici, da anni in calo, che significato dobbiamo dare all’operazione?

Le domande sono più numerose delle risposte contenute nell’articolo.

  1. I periodici non iteressano più ai grandi editori nazionali?
  2. Gli editori tradizionali, ancorati con le azioni delle loro società all’andamento dei mercati finanziari, devono investire in altri settori, più redditizi?
  3. Eppure le edicole sono piene di periodici: il mercato può richiamare investitori nuovi perché dà uno strumento di pressione e, comunque, di prestigio, vista la natura editoriale del prodotto, dunque la possibilità di influenzare l’opinione pubblica e di avere peso politico?
  4. Per riuscirci bisogna però abbassare i costi di produzione esternalizzando la realizzazione dei contenuti editoriali?
  5. Quest’operazione di revisione dei costi impone interventi brutali dei quali gli editori tradizionali, società e volti noti, non vogliono assumersi la responsabilità?

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    L’uomo d’affari ceco Daniel Kretinsky nell’articolo di le Monde del 3 novembre 2018.

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Il futuro dei contenuti digitali a pagamento – Reuters Digital News Report 2014

Informazione a pagamento nel digitale: c’è un mercato. Anche in Italia. Ma al lettore bisogna offrire giornali che lo mettono al centro

Una delle domande capitali per capire se i giornali possono sopravvivere nella transizione al digitale è la seguente: i lettori/utenti sono disponibili a spendere per comprare notizie dalle piattaforme digitali (siti web, app, copie digitali)?

Una notizia incoraggiante arriva dal terzo Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism (RISJ). È stato realizzato interpellando 18.000 persone in 10 Paesi, tra cui l’Italia.
Mi voglio limitare al capitolo dedicato ai modelli di informazione a pagamento.

Viene fuori che l’Italia è tra i Paesi in cui c’è maggiore propensione a pagare per l’acquisto di notizie nel digitale, soprattutto nel caso di singoli numeri dei giornali.

Questo si sposa con altre indicazioni favorevoli al giornalismo digitale, uscite quasi due anni fa, come la disponibilità degli italiani a investire per l’acquisto di tablet e iPad.

In generale, nei Paesi esaminati, l’acquisto di prodotti giornalistici digitali riguarda una fascia della popolazione ancora molto ristretta, spesso intorno al 10%. Ma ovunque si registra un trend in crescita. E questo riguarda anche i tablet.

Ma si spiega molto bene che la chiave per vendere nel digitale è diversa da quella della carta stampata.

In passato, per riassumere con una formula, si dava un prodotto in cui ci fosse «qualcosa per ogni lettore».

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La seconda apocalisse dei media: la crescita del mobile

La pubblicità su mobile rende meno di quella su pc. E questo è un enorme problema per i media digitali. A partire da Google

Leggo questo pezzo su ZDNet (CBS Interactive) intitolato: La seconda apocalisse dell’industria dei media – La rapida ascesa del mobile.

Si spiega come il mobile sia in rapidissima crescita: la gente raggiunge i contenuti attraverso smartphone (e tablet). Il pc sta calando.

Questo ha una ricaduta sulla pubblicità che mette a rischio la sopravvivenza stessa dei media digitali.

La pubblicità su mobile, infatti, è pagata in media un decimo di quella per il desktop.

Lo sappiamo, leggere un annuncio banner o altro su schermi piccoli è un’esperienza fastidiosa. La resa è scarsissima.

La compressione verso il basso mette in difficoltà tutta l’industria dei media.

La prima apocalisse è stato il crollo del valore della pubblicità nel digitale: vale un decimo di quella su carta. E il prezzo lo stanno pagando le case editrici di quotidiani e periodici.

Ma la compressione della pubblicità su mobile rischia di giocare uno scherzo ancora più grosso ai giganti di Internet. A partire da Google, a sentire l’autore dell’articolo.

In questo gli editori che provengono dalla carta stampata sarebbero addirittura più protetti dei concorrenti digitali. Il valore della pubblicità sui giornali, infatti, scende a una velocità più bassa di quella su mobile. E si para meglio il colpo, rispetto all’industria dei media digitali.

Un argomento da approfondire.

Futuro dei Periodici

 

 

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Come Dovrebbe Essere Un Giornale Sull’iPad

L’app del quotidiano canadese Ottawa Citizen viene rilasciata ogni giorno alle 18. Per il designer Mario Garcia, coinvolto nel progetto, è uno dei primi esempi di come un giornale deve essere ripensato per l’iPad. Un “textbook” per l’industria

Il dibattito sulle app è acceso, un tema caldo anche per questo blog (flop nei periodici, finora).

Sulla scorta dei dati di vendita prevale lo scetticismo.

Ma quell’inguaribile ottimista di Mario Garcia spiega in dettaglio il progetto dell’Ottawa Citizen.

Spiega i punti di forza, le differenze con altri progetti (fallimentari).

Perché siamo ancora nell’infanzia dei giornali per tablet.

L’Ottawa Citizen non è il quotidiano di carta riformattato. Approfondisce notizie già uscite con lanci su smartphone, ma permette di vedere gli aggiornamenti.

Dà al lettore l’ingrediente grezzo e il piatto cotto a puntino.

E’ multisensoriale: un po’ di audio, di narrazione, di musica, di video ovviamente. E poi foto e testo.

Futuro dei Periodici

 

 

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Il Ritardo Dei Mensili Nel Digitale

Le copie digitali dei mensili italiani crescono lentamente. Le diffusioni a volte addirittura arretrano. Seguendo le logiche della promozione degli abbonamenti. Perché a guidare il processo è ancora la carta

Ho riassunto in una tabella gli ultimi cinque mesi di diffusioni digitali dei mensili italiani. Naturalmente molte altre testate propongono abbonamenti e singole copie digitali: ho scelto tra quelli a tiratura più alta. La fonte è Ads.

Diffusioni digitali dei mensili italiani 2013-2014 (andare al link per vedere la tabella interattiva).

Copie digitali dei mensili italiani

Analogamente a quel che si diceva ieri per le copie digitali dei settimanali, c’è un ritardo. Talmente evidente da assomigliare a un flop, come si sostiene negli Stati Uniti, quando si parla dello stesso fenomeno.

La colpa, però, non è di una scarsa propensione degli italiani a comprare tablet. Uno studio internazionale, uscito oltre un anno e mezzo fa, faceva vedere come gli italiani siano tra le nazioni più interessate all’iPad e ai tablet.

La crisi ha congelato la diffusione di questo device mobile, la prima scelta cade sullo smartphone e l’appuntamento con i giornali digitali è al momento rinviato.

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Il Flop Dei Periodici Sul Tablet

I periodici non decollano su tablet. Si vendono poche copie. E nei mesi non c’è stata una vera crescita. La caccia alle cause è aperta

Basta guardare le tabelle sulle copie digitali vendute per capire che i settimanali italiani non hanno un pubblico su tablet. Ho realizzato il grafico qui sotto caricando i dati di Ads degli ultimi 6 mesi riguardanti i 10 settimanali con la diffusione più consistente.

Copie digitali dei settimanali italiani.

Copie digitali settimanali ottobre 2013-marzo 2014

 

Le copie vendute non aumentano e in qualche caso c’è una flessione. Presumibilmente voluta o non contrastata dagli editori stessi.

Si può andare oltre.

Questi giornali non sono venduti a prezzo pieno, ma vengono offerti con piccolo sovrapprezzo insieme all’abbonamento per la carta. Molto spesso i lettori non usano la versione digitale. Più in generale, si tratta di un’operazione in parte di marketing e in parte di prospettiva, in attesa di momenti più propizi.

Come spiegare un risultato così deludente dopo le tante speranze suscitate un anno fa dall’incremento di vendite dei tablet?

C’è chi ricorda che nella maggior parte dei casi le copie digitali sono l’esatta replica del giornale di carta. E’ questa la condizione perché la copia venduta venga conteggiata e sommata da Ads alle diffusioni di un giornale. Ma è anche il motivo per cui i lettori non mostrano alcun entusiasmo per questi prodotti.

C’è poi la difficoltà nel far decollare il design dei giornali su tablet per mille ragioni produttive. Non ultima la mancanza di risorse nelle case editrici. E la necessità di concentrarle sulla carta, da cui ancora proviene il 90% dei ricavi. Un paradosso pericoloso.

 

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Mappa Interattiva Dei Lanci Di Magazine Nel Mondo 2013-2014

L’ultimo anno ha visto una raffica di lanci di testate in paesi di ogni continente: Germania, Olanda, Spagna, Stati Uniti, Messico, Repubblica Domenicana, Myanmar, India, Medio Oriente, Filippine, Australia… Un percorso da seguire attraverso una mappa interattiva. Per capire la strategia di internazionalizzazione dei grandi editori globali

 

Questa è la mappa interattiva sui principali lanci di magazine in paesi di ogni parte del mondo nel periodo aprile 2013-aprile 2014. Ecco un’immagine statica: per accedere al programma dovete andare al link. E’ stata realizzata utilizzando un programma di Knightlab, e le informazioni fornite da Fipp sul mondo dei periodici.

Mappa Lanci Periodici nel Mondo 2013-2014

Una selezione, ovviamente, perché le iniziative degli editori sono state numerose.

Vediamo come prosegue la strategia dell’internazionalizzazione per editori di tutto il mondo: americani, tedeschi, italiani. Hearst, Burda, Bauer Media, Mondadori, Rodale, Gruner + Jahr…

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Le 10 Copertine Dell’Anno Nei Magazine

Gli editori americani di periodici della American Society of Magazine Editors hanno selezionato 10 copertine per il Best Cover of the Year contest, il premio per la miglior copertina dell’anno.

10 finalisti, ciascuno in rappresentanza di una differente categoria. 

Il vincitore sarà annunciato il 30 aprile.

Colpiscono 2 delle 10 copertine che vedete nel mio post. 

La prima è quella che mostra George Clooney per W Magazine: l’attore indossa un abito di Giorgio Armani interpretato da Yayoi Kusama, un’artista giapponese nota per la sua ossessione per i punti (in Italia ha esposto opere nel 2010 al Pac di Milano).

La seconda fa breccia, va da se, nel pubblico maschile: è il numero per i 100 anni di Vanity Fair con la modella Kate Upton, più sexy che mai.

Le 10 copertine per 10 categorie di periodici sono:

1) News, politica, business: Boston Magazine.

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Notizie Dell’Ultima Ora O Contesto?… Last Week Tonight

«Viviamo in tempi turbolenti.

Abbiamo bisogno di uno show che si muova alla velocità delle notizie.

Uno show che tenga il passo del nostro mondo concitato.

Uno show che va in onda una volta alla settimana, la domenica sera, dopo le 23.

Un colpo di stato il lunedì? Crolla la Borsa di mercoledì? Il Governo dà le dimissioni il venerdì?

Ne parleremo la domenica sera dopo le 23. A meno che il fatto non avvenga all’ora della messa in onda. In questo caso…. ce ne occuparemo la prossima settimana. Di domenica».

E’ quel che dice il video di lancio di un programma d’informazione satirico del network televisivo statunistense Hbo, Last Week Tonight (ne parla con acutezza il designer Mario Garcia nel suo blog dedicato ai cambiamenti nel mondo del giornalismo).

Un titolo che fa riflettere sul nostro bisogno di avere notizie sempre aggiornate ma anche sulla richiesta  di una selezione delle notizie rilevanti, di approfondimento, di contesto per comprendere i fatti. E forse è questo il vero lusso in tempi di notizie incalzanti.

Context is the new king: oggi ci pensa la tv. Ma una volta non era il mestiere dei periodici?

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Novità Del 2014 Nei Periodici: Video, Pubblicità Nativa E Fiori

L’Huffington Post racconta le novità di un rapporto sui Magazine Media nel 2014

I consigli di BuzzFeed su come rendere la pubblicità (nativa) più efficace sui band giornalistici (tieni distinti contenuti editoriali e pubblicità, dialoga con gli inserzionisti, dimentica la pubblicità display, rendi i contenuti pubblicitari condivisibili, mescolali agli articoli giornalistici…).

Il giornale che ha semi di fiore nella propria edizione: si staccano le pagine, le si pianta in un vaso pieno di terra e dopo 5 settimane spunta un fiore.

Il boom dei video nei siti dei magazine, da produzioni ad alto costo a video girati con stile da reportage. Come questo esempio di Vice.com.

Sono alcune delle novità nel mondo dei periodici raccolte in Innovations in Magazine Media 2014 World Report” di FIPP, raccontate da Huffington Post America, che ha potuto leggere il Report.

 

Questo schema di Fipp riassume il modo in cui alcuni grandi editori si occupano di pubblicità nativa con team dedicati.

Grandi editori americani e pubblicità nativa.

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La Percentuale Di Lettori Digitali Nei giornali Francesi

Quanti lettori digitali hanno i giornali? Quanti di questi lettori sfogliano anche il prodotto di carta? E quanti guardano solo il sito del brand? Uno studio sulla Francia. Utile all’Italia

Misurare l’apporto del digitale per i giornali: ora in Francia è possibile, come spiega questo articolo di CB News.

Si può sapere quanti lettori accedono ai contenuti di un giornale esclusivamente con Internet, quanti solo su carta, e in che misura i lettorati si sovrappongono. Nel digitale, si può distinguere tra accesso da computer o da mobile (tablet, smartphone).

In media, nei brand giornalistici il 57% dei lettori si affida unicamente al prodotto di carta, il 22% solo a Internet, il 4% solo al mobile. Il restante 17% legge su più supporti.

Ecco la classifica dei brand più letti nel Paese, sommando le varie piattaforme.

Al primo posto c’è Femme Actuelle: 16 milioni 625 mila lettori, di cui 13 milioni 996 mila su carta. Il digitale pesa per il 19%.

Lettori digitali nei giornali francesi

 

Interessante vedere le differenze tra tipologie di giornali.

Nei quotidiani i lettori esclusivamente print sono, in media, il 46%, mentre Internet è porta d’accesso per il 54%.

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4 Sfide Per L’Innovazione Nei Periodici

Per capire cosa c’è nella mente degli editori di periodici, quali sono le leve su cui vogliono lavorare per recuperare ricavi e utili, basta guardare il sommario di Innovations in Magazine Media World Report, quinta edizione di un rapporto sull’innovazione nei magazine messo a punto da Fipp, la federazione mondiale degli editori di periodici.

Contiene la roadmap per costruire strategie vincenti nei magazine media.
Ci sono 4 grandi cambiamenti nei periodici:
Tablet e smartphone: il mobile come piattaforma dominante.
Big data.
Video.
Pubblicità nativa.
Le case history incluse nel Rapporto sono:
• How to build branded content
• What advertising works on mobile
• Mobile-focused publishing
• Face-to-face: the power to convene
• Monetising chats
• Paywalls that work
• Print is alive and well
• Print on demand
• Startups to watch
• Innovative use of video
• Video advertising
• Instagram, Vine and YouTube’s paid and partner channels

Futuro dei Periodici

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24 Siti Che Cambiano il Giornalismo (Cronologia Interattiva)

Una cronologia interattiva e multimediale sui 24 siti d’informazione nativi digitali che hanno cambiato il giornalismo. Da Huffington Post a Policy Mic, da Slate.com a Project X: emergono le tendenze portate dal digitale nel mondo della stampa (Usa e non solo)

La timeline di Futuro dei Periodici s’intitola: 24 Siti che hanno cambiato il giornalismo. (Per vederla, è necessario andare al link: non è possibile “inserire” il file nei post di WordPress. La consultazione è lenta su tablet).

E’ stata realizzata da Futuro dei Periodici raccogliendo informazioni nella Rete e prendendo spunto da The State of the News Media 2014 del Journalism Project (Pew Research Center).

Vengono fuori cambiamenti e tendenze del giornalismo.

Il programma è della fondazione Knightlab.

Timeline: 24 siti web che hanno cambiato il giornalismo

 

 

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Personale Ed Emotivo: Come Il Digitale Cambia Le Pratiche Giornalistiche

Il digitale sta cambiando il modo di fare i giornalisti. Il compito di informare inizia a far coppia con il coinvolgimento del lettore. Si adegua di conseguenza il linguaggio. Che diventa personale ed emotivo

Come le organizzazioni giornalistiche e i giornalisti stanno cambiando per l’arrivo del digitale: si è discusso di «Pratiche giornalistiche emergenti nell’età digitale» al 15th International Symposium for Online Journalism, che si è tenuto all’Austin campus dell’Università del Texas.

Tra le tante cose emerse, mi hanno colpito due aspetti.

Il primo riguarda l’uso ormai massiccio dei social media da parte dei professionisti dell’informazione.

Sebbene le piattaforme digitali stiano danneggiando l’industria del settore, è sempre più chiaro che l’informazione è diventata più accessibile, che il consumo è aumentato, e che di questo possono trarre vantaggio singoli giornalisti che riescono a raggiungere un pubblico ampio.

In particolare, si osserva il tentativo di costruire attraverso gli strumenti digitali un’immagine pubblica di se stessi. E questo lo si può fare sia tenendo webinars, sia twittando e riprendendo il lavoro dei colleghi, sia parlando della propria vita personale e professionale.

È il tema del personal branding e della personalizzazione dei canali d’informazione nel digitale.

Al simposio dell’Università del Texas si è spiegato che questo avviene soprattutto attraverso i social media. Twitter viene usato per far vedere che si è competenti e per guadagnare in autorevolezza.

Cambia anche il linguaggio, che diventa più personale e attento a suscitare emozioni.

In questo è fondamentale l’arrivo e il diffondersi dei tablet. Questo device mobile, è emerso, spalanca la porta del rapporto diretto con il pubblico.

Uno tra tanti modi per coinvolgere i lettori è l’infotainment, come si è spiegato riportando esempi presi da due quotidiani brasiliani,  O Globo a Mais e Estadão Noite,

«Infotainment is no longer as taboo as it used to be for many newspapers».

Naturalmente non dovrebbe essere l’ingrediente principale del piatto.

Futuro dei Periodici

 

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Giornalisti Assunti Nel Digitale – Estratto da State of the News Media 2014

I posti di lavoro giornalistici si creano solo nei giornali digitali. Per il resto l’industria americana dei media ha visto un calo drammatico nel numero degli assunti full-time. Le penne della carta stanno migrando sul web. C’è posto per pochi, giovani e famosi

Il pizzico di ottimismo che si sente per la prima volta dopo anni nei media americani va tutto a merito del digitale.

Nel rapporto State of the News Media 2014, rilasciato a fine marzo dal Pew Research Center (Progetto per il Giornalismo), si disegna un quadro sfaccettato e promettente.

Il primo punto riguarda la creazione di posti a tempo pieno (in Italia potremmo tradurre, piuttosto liberamente, posti a tempo indeterminato).

Le 468 redazioni giornalistiche del web, grandi e piccole, censite nel Rapporto 2014, hanno creato in 6 anni circa 5000 posizioni per giornalisti e creatori di contenuti editoriali. Una crescita definita “esplosiva” se ci si limita agli ultimi due anni.

Le 30 redazioni più grandi hanno 3000 giornalisti, una media di 100 ciascuna. Sono redazioni di tutto rispetto.

Nelle testate minori, 438, i giornalisti assunti in ogni redazione sono in media 4,4.

Altro punto da tenere bene a mente: l’80 % dei nuovi assunti provengono da redazioni tradizionali, quelle di quotidiani, periodici, radio e televisioni.

Il dramma si concentra, infatti, in questa parte del mondo dell’informazione, di gran lunga ancora la maggiore. Negli Stati Uniti i quotidiani davano lavoro nel 2003 a 54.000 giornalisti; nel 2013 il numero è sceso a 38.000.

Tabella. Giornalisti assunti negli Usa 2003-2014 (link per la versione interattiva creata con Datawrapper).

 

Giornalisti assunti negli Usa 2003-2012

Nei periodici il taglio è stato del 26% (su una popolazione complessiva di oltre 140.000 dieci anni fa).

Ma ci sono altre tendenze che conviene esplorare nel mondo dei digital outlet, i giornali online.

Il 2013 è stato l’anno in cui si è investito in produzione di contenuti originali e di qualità, tentando di colmare un gap ed evitare di cadere nella trappola del plagio e della aggregazione di articoli pubblicati su altre testate.

L’anno scorso, inoltre, si è registrata una migrazione di firme dai giornali più prestigiosi della stampa americana verso le realtà dell’informazione digitale. A segnare un punto di svolta: non solo il digitale crea lavoro, ma sta diventando quasi più prestigioso dei media della tradizione.

 

 

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L’Ottimismo nello “Stato Dei News Media 2014”

Leggiamo lo Stato dei News Media 2014. Un rapporto sulla salute di quotidiani, riviste, tv, media digitali negli Stati Uniti. Uno specchio di tendenze presenti anche in Italia. E c’è un briciolo di ottimismo

L’ottimismo è nei primi autorevoli commenti su The State of the News Media 2014. Si osserva, per esempio, che nel mondo dei media stanno finalmente filtrando investimenti, energie e attenzione di chi si è affermato e arricchito nel digitale. Una carica per l’industria della carta stampata, ancora in affanno nell’anno passato. E così i giornali riducono ancora del 6% le redazioni ma 500 news outlet digitali hanno assunto 5000 giornalisti e curatori di contenuti.

The State of The News Media 2014 del Pew Research Center (fondazione che sviluppa indagini statistiche sulla vita e la cultura degli statunitensi, indagini riprese sempre più spesso dalla stampa italiana) fa il punto sulle condizioni di salute di tv, quotidiani, riviste, nuovi media. E fornisce una tale quantità di informazioni, dati, tabelle, riflessioni da richiedere giorni per esaurire l’esame.

Provo ad avviare per voi il processo di assimilazione ed estrapolo alcuni highlight, validi non solo per i periodici.

1) Confusione nei cieli

Il rapporto si apre infatti con una affermazione che dà forma a qualcosa che tutti noi avvertiamo: è sempre più difficile fare una distinzione tra le varie forme di giornalismo. Appare ormai artificioso separare quotidiani, periodici, televisione, radio e media digitali. Il 2013, di fatto, ha accelerato il fenomeno della convergenza delle varie piattaforme.

2) Le giuste proporzioni

Cos’è il giornalismo a livello industriale? Il mondo dell’informazione ha un giro d’affari di circa 63 miliardi di dollari. L’industria dei video giochi vale 93 miliardi di dollari; Google 58 miliardi; Starbucks 15 miliardi.

3) Follow the money

Nei media statunitensi il 69% dei ricavi complessivi (93 miliardi di dollari) è rappresentato dalla pubblicità. Il 24% da copie vendute e abbonamenti (pensiamo alla tv). E poi…

Il 7% va sotto la voce “altro”. E’ interessante capire di cosa si tratta, perché è sempre più importante per le case editrici (vista la contrazione di pubblicità e copie). Si tratta di eventi, servizi di marketing offerti a terzi, consulenza nel web, scuole con il brand del giornale…

L’1% sono i contributi di magnati, filantropi. Come Jeff Bezos, papà di Amazon, che compra per 250 milioni di dollari il Washington Post.

4) La parte del leone

La fanno i quotidiani. Che raccolgono 38,6 miliardi di dollari. Le tv locali ne prendono 8,9 miliardi. I settimanali 3,6 miliardi. I nuovi editori digitali 0,5 miliardi di dollari.

5) Mantenere il futuro

La domanda da un milione di dollari è da anni: c’è un modello economico per i giornali o falliranno tutti? Si può ancora vivere facendo informazione?

Si parte dalla constatazione che solo il 25% dei fatturati dei news media proviene da copie vendute e abbonamenti. E nuovi sistemi di pagamento, come i paywall nei quotidiani, stanno dando finalmente frutti. Ma il sorriso muore sulle labbra quando si pensa che in 7 anni la raccolta di pubblicità, principale fonte di sostentamento, è crollata del 50%. E nell’ultimo anno è rimasta stabile in tv, è ulteriormente calata sui quotidiani, invece nel web non cresce in modo sufficientemente rapido da compensare le perdite sugli altri media.

Il futuro, si conclude, dovrà poggiare su modelli di business differenti testata per testata, editore per editore, media per media.

Futuro dei Periodici

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Investimenti Pubblicitari nei Giornali 2004-2013 (Grafico)

10 anni di pubblicità nei media italiani: tv, quotidiani, periodici, radio, Internet. E il drastico ridimensionamento degli investimenti nella carta stampata

Nel 2008, il momento di maggiore fortuna, i quotidiani hanno raccolto pubblicità per un miliardo 800 milioni di euro. Nel 2013 sono scesi a 898 milioni di euro. Dal 2004 al 2013 i periodici sono passati da 1 miliardo 171 milioni di euro a 528 milioni.

Ho creato alcuni grafici: fanno vedere gli ininvestimenti pubblicitari a valore (milioni di euro).

Sono stati inseriti i dati dell’istituto Nielsen.

Nella carta stampata (lo sapevamo) si è assistito a un crollo.

Anche Internet è stato pesantemente toccato dalla crisi. Ma in dieci anni la raccolta di pubblicità su questo media è cresciuta di quasi 5 volte.

Ho scelto l’arco temporale 2004-2013 perché, prima del 2004, non c’erano rilevazioni sugli investimenti pubblicitari su internet.

Tabella 1: investimenti pubblicitari sui media italiani 2004-2013 (link al grafico interattivo).

Pubblicità sui media 2004-2013

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Anche La Pubblicità Fugge All’Estero

Gli investimenti in pubblicità calano nella carta stampata anche perché i top spender spostano le risorse verso altri Paesi: quelli che garantiscono un ritorno superiore all’Italia

Uno degli articoli che più mi hanno colpito in queste settimane, per le chiavi di lettura che fornisce sulla crisi dei media, è uscito il 6 marzo sul Sole 24 Ore (pagina 37, a firma Andrea Biondi).

Si parla di pubblicità. E delle scelte fatte dai player più importanti del settore, i 10 top spender: le 10 aziende che più investono in spot e marketing in Italia, con una quota pari al 15% su un totale di 6,4 miliardi di euro.

Nelle parole degli intervistati, tra cui Roberto Binaghi, Ceo del centro media Mindshare, un’autorità nel campo, viene fuori un quadro preoccupante per tutti i media, ma soprattutto per la carta stampata.

Non solo un’interminabile crisi economica iniziata ormai 5 anni fa ha portato a un taglio negli investimenti.

Il fenomeno più preoccupante è nel cambiamento delle strategie. I 10 top spender sono esemplari, in questo. Non solo in un anno le società hanno ridotto complessivamente del 16% la spesa (contro il 12% circa del mercato). La cosa più grave, per chi vive nei media, è che gli investimenti maggiori si stanno spostando verso Paesi che garantiscono un ritorno maggiore.

Un cambiamento di lungo periodo.

Consiglio di recuperare l’articolo. I tagli maggiori riguardano gli investimenti nei quotidiani a pagamento.

Futuro dei Periodici

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Il Nuovo Sito Di Time (E La Vista Panoramica Di New York City)

Il nuovo sito web di Time è stato lanciato tra mercoledì e giovedì.

È solo la prima parte di un processo che proseguirà nei mesi con miglioramenti e correzioni di tiro.

C’è quello che manca al nuovo sito del Corriere.it: una chiara gerarchia delle notizie.

Sulla sinistra della home ci sono le ultime notizie.

Nella parte centrale le storie principali.

A destra gli interventi dei columnist.

Time a gennaio 2014 vantava 23 milioni di utenti unici, dei quali la metà su mobile (+118% in un anno).

Il sito è concepito in modo tale da essere perfettamente leggibile e godibile su tablet e smartphone.

C’è spazio anche per il native advertising, la pubblicità nativa di cui tanto si parla, ultima interpretazione del pubbliredazionale.

Ma l’accento batte sui contenuti giornalistici.

Il lancio era prevista per lo scorso autunno, il ritardo è stato in parte attribuito al desiderio di presentare un prodotto altamente spettacolare. Obiettivo raggiunto: l’immagine panoramica interattiva di New York City, presa dai piani più alti del 1 World Trade Center, resterà negli annali.

New York City

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Il Libro Bianco Dei Periodici 2014

Transizione al digitale dei periodici: le previsioni per i prossimi 5 anni, le aspettative degli editori, le richieste dei lettori, la reinvenzione dei giornali, le incognite. Tutto contenuto nel libro bianco della Magazine Industry 2014 di Yudu

Yudu è una società service provider per la produzione di contenuti arricchiti e interattivi per giornali e aziende (tra i clienti: Reader’s Digest, IPC Media, Emap, Time Out London) che ha appena pubblicato un whitepaper, un libro bianco intitolato Magazine Industry 2014.

Attraverso una serie di interviste a rappresentanti del mondo dei magazine, il whitepaper aiuta a chiarirsi le idee sull’industria dei periodici travolta dalla crisi, sulle prospettive più realistiche per l’immediato futuro, sullo sviluppo del digitale nei giornali. Il documento è anche l’occasione per mettere a fuoco i cambiamenti dell’ultimo quinquennio.

Faccio una sintesi per punti.

– L’arrivo del tablet aveva inizialmente fatto pensare che il nuovo device sarebbe stata la panacea dei mali dell’editoria periodica.

-Dopo 4 anni si è capito che il futuro più vicino non sarà dominato da magazine digitali ma da un mondo ibrido dove digitale e carta stampata convivono. Anche come fonti di ricavo. Per quanto? Almeno per 5 anni.

– Il digitale si potrà affermare solo a condizione che ci siano miglioramenti nell’hardware e un ripensamento dei contenuti su misura di tablet.

– Il digitale nei periodici cresce più lentamente che nei libri.

– Tuttavia, le copie digitali sono cresciute notevolmente: solo nella seconda metà del 2013 si è registrato un + 36%.

– L’edizione per tablet del giornale viene lanciata per due ragioni: catturare un nuovo pubblico di giovani e avanzare nell’e-commerce.

– Al momento, gli editori desiderano sviluppare i prodotti digitali ma senza penalizzare ulteriormente le edizioni cartacee.

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L’Editore Tradizionale Già Per Metà Digitale

Un editore tradizionale, con riviste e quotidiani, è già passato per metà al digitale. Dove ha investito in una televisione allnews. E in nuovi abbonati ai suoi contenuti a pagamento

L’editore tedesco Axel Springer è un modello per tanti concorrenti europei e italiani.
La società, infatti, ha imboccato con decisione il passaggio al digitale: i ricavi di quest’area equivalgono, nel 2013, al 47,9% dei ricavi della società, dal 44,6% del 2012.
I conti mostrano la differenza con chi è rimasto indietro: Axel Springer ha chiuso l’anno con utili di gruppo pari al 16,2%. Pagherà un dividendo di 1,80 euro per azione.
Merito della crescita del business digitale e dell’offerta di contenuti a pagamento nelle nuove piattaforme.
Nell’ultimo anno l’editore tedesco ha fatto due mosse:
1) ha ceduto a Funke Mediengruppe una serie di quotidiani locali e alcune riviste televisive e femminili (manca ancora il via libera definitivo dell’Antitrust tedesco). Obiettivo, concentrare investimenti e attenzione sui brand più importanti, i quotidiani Bild e Die Welt, per trasformarli in realtà multimediali.
2) ha fatto acquisizioni in campo digitale e allargato l’offerta di contenuti a pagamento. Tra queste operazioni, l’acquisizione della stazione televisiva di news N24, completata a febbraio. Obiettivo, fondere la stazione tv con il quotidiano Die Welt per creare  una news company multimediale leader di mercato nel mondo che parla tedesco. La televisione inoltre fornirà contenuti a tutti i brand di Axel Springer, tra cui numerose riviste. 
Infine, Mathias Döpfner, Chief Executive Officer di Axel Springer:
«For Axel Springer, 2013 was a year of transformation, transition and new beginnings. There has never been so much change! We had already announced that it would be a year of transformation, accompanied by substantial investments in the future, and consequently we were prepared to accept a decrease in our consolidated net income. We have successfully started into the future of digital journalism».
«Per Axel Springer il 2013 è stato un anno di trasformazione, transizione e nuovi inizi. Mai si era visto un cambiamento così grande! (…). Siamo entrati con successo nel futuro del giornalismo digitale».
Letture aggiuntive:
Futuro dei Periodici
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Il Digitale Ha Ucciso L’Edicola

Le ultime ore di un’edicola famosa di Washington. One Stop, con i suoi spazi stracarichi di giornali, chiude. Schiacciata dalla concorrenza del digitale. Che sta cancellando il principale motivo per frequentare posti come questo

Non dobbiamo più scendere in strada per comprare l’ultima edizione del Corriere della Sera.

Sul tablet possiamo leggere a nostro piacere giornali di ogni parte del mondo. Time e Le nouvel observateur sono a portata di dito: hanno perso il loro sapore esotico.

E così le edicole chiudono. Come nella storia emblematica raccontata nel sito di Washington Post. Vi invito a leggerla.

Estraggo però un passaggio che va al punto. Per me è importante cogliere il succo del discorso, senza perdere tempo.

He looks at his shop, and this is about as emotional as he lets himself be: «No one comes here because they have to. They come here because they want to».

«Non c’è più nessuno che venga nella mia edicola perché DEVE farlo. Ci viene perché VUOLE».

Siamo passati dalla urgenza di essere informati al piacere di frequentare un luogo stimolante. Ma i piaceri possono essere rinviati. L’urgenza, quella no: e per soddisfarla oggi c’è il digitale.

Aggiungo altri passaggi dell’articolo, suggestivi.

Un vecchio frequentatore di One Stop dice: il bello è che quando entro in un’edicola non so cosa sto cercando (sulla possibilità di scoprire nuovi giornali).

Oggi la gente va di fretta, e su Internet c’è abbondanza di contenuti gratuiti.

La copertina di una rivista sullo schermo di un iPhone non sarà mai bella come in edicola.

Edicola One Stop di Washington

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Newsweek torna in edicola: 70 mila copie a 7,99 dollari l’una

Proprio così.

Il prodotto di carta è un lusso. E in quanto tale deve costare molto. Esattamente 7,99 dollari a copia.

Si capisce. Il ritorno di Newsweek in edicola avviene all’insegna della modestia: saranno stampate solo 70 mila copie a numero, contro i 3,3 milioni, ogni settimana, di 20 anni fa. Bisogna rientrare dei costi.

«You would pay only if you don’t want to read anything on a backlit screen. It is a luxury product».

«Uno è disposto a pagare questa somma solo se non vuole leggere un articolo su uno schermo retroilluminato: Newsweek è un prodotto di lusso» ha spiegato Etienne Uzac, 30 anni, uno dei fondatori di IBT Media, l’editore che ha comprato Newsweek per farlo rivivere nel digitale. E ora anche in edicola.

Futuro dei Periodici

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La Guerra Della Pubblicità

La pubblicità su internet vale poco. E sfugge a misurazioni affidabili. Tra frodi e zone grigie

C’è questo interessante articoletto di Quartz sulle mosse di Google e un recente acquisto fatto dal gigante di Internet. Nei giorni scorsi ha comprato una società, Spider.io, che si occupa di pubblicità.

E’ l’occasione per capire meglio la guerra della pubblicità. E in che modo può riguardare la carta stampata.

Si parte dalla notizia, molto commentata, che metà della pubblicità su Internet non viene vista da nessuno. La parte rimanente, in parte non viene vista da esseri umani, ma da macchine.

Ci sono computer che guardano miliardi di pubblicità (come ha rivelato un anno fa proprio Spider.io).

Da qui la scarsa affidabilità delle misurazioni su Internet. Una mancanza di credibilità che comprime verso il basso i prezzi, mettendo in difficoltà chiunque cerchi di far ricavi nel digitale, editori compresi.

Anche per questo, si spiega, il brand advertising, cioè la pubblicità di maggior qualità e valore (contrapposta ai piccoli annunci), rimane ancora in tv e, in misura non disprezzabile, sulla carta stampata.

In Italia il 50% della pubblicità va ancora alla tv, il 20% ai giornali, il 17% (stime) a Internet.

Invece negli Usa la situazione è questa.

Pubblicità negli Stati Uniti

 

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Nuove Riviste Dimostrano Che La Stampa Non È Morta

Una ondata di nuove riviste. Più simili a piccoli capolavori dell’artigianato che a giornali. Senza pubblicità. Realizzate con il crowdfunding. Con foto artistiche, carta di pregio, materiali scelti

Riempiono gli scaffali delle librerie, sia a Londra, come racconta The Guardian, sia a Roma e Milano.

L’articolo del quotidiano britannico descrive il fenomeno. Che per qualcuno sarebbe la dimostrazione della resistenza della carta stampata.

In realtà si tratta di prodotti lontani dalle logiche industriali che governano i periodici come li conosciamo.

E non è una gran consolazione sapere che l’artigianato subentra alla produzione di massa: è un fenomeno di nicchia che non salva posti di lavoro e non garantisce lettori.

Ma è bello lasciarsi ispirare. Perché queste riviste mostrano come può cambiare la stampa nell’epoca di Internet.

The Guardian fa riferimento a nuovi modelli economici, al crowdfunding, alla vendita in Rete.

E alla creatività messa in moto. Senza celebrity in ogni pagina, pubblicità, calendari promozionali.

Non è solo un capitolo del revival dei prodotti fatti a mano, artigianali, che ci compensano della progressiva smaterializzazione della vita nel mondo digitale.

Dal Guardian: nuovi magazine 1.

 

 

Dal Guardian, nuovi magazine 3.

Dal Guardian, nuovi magazine 2

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Periodici, Internet E “Verticali” (Sui Mag Di First Look Media)

Rivisti e ripensati. I periodici trovano una nuova vita nella Rete. Perché c’è ancora bisogno di un giornalismo specializzato, accurato, pieno di entusiasmo. Che parli delle passioni delle persone

Molto si è parlato del lancio di magazine digitali da parte di un editore digitale americano, First Look Media.

Il 10 febbraio è uscito il primo giornale di quelli preannunciati, The Intercept. E la discussione si è spostata sul ruolo delle “firme”, dei giornalisti che ci mettono la faccia su Internet.

Ma c’è chi si è chiesto se questi siti possano davvero essere considerati i discendenti dei magazine nel digitale.

Una docente americana che si occupa di mass media ha approfondito l’argomento, riprendendo le parole dell’executive editor di First Look Media. E’ una riflessione sui “verticali”, i rami dei portali giornalistici che approfondiscono un dato argomento. Lo abbiamo sentito ripetere di recente anche in Italia, quando Rcs Mediagroup ha messo mano alla ridefinizione del sito del Corriere della Sera collegandolo alle testate periodiche e agli allegati, vecchi e nuovi.

Date un’occhiata all’articolo. Si dice che i verticali ricreano in Internet quel rapporto speciale che i periodici intrattengono con i loro lettori. Ci sono voci di giornalisti distinte, uniche, riconoscibili, che emergono nei siti specializzati e non sprofondano nell’uniformità dei portale. Con i giornalisti delle riviste si crea un rapporto di fiducia, fondato sull’entusiasmo per un soggetto, la conoscenza approfondita, l’esperienza, lo scambio.

«Magazines were doing a lot of what the Internet does, before the Internet was around. If you wanted deep expertise, if you wanted to be around people who shared a passion, you’d go to magazines… The idea that there’s a publication that exists for multiple devices and multiple platforms, with a strong editorial vision and voice, is really reminiscent of what magazines do».

«I periodici facevano molto di quel che Internet offre, prima che Internet nascesse. Se volevi competenza, se volevi sentire persone che condividevano le tue passioni, ti compravi un periodico. .. L’idea di una pubblicazione che esiste su molti device e piattaforme, con una voce e una linea editoriale forti, è davvero un’eredità di quel che facevano i periodici».

E continuano a fare.

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Modello Spotify: Un Nuovo Modo Di Leggere I Giornali

Si diffonde il modello Spotify nei giornali. Per leggere le riviste in streaming online. Senza doversi abbonare alle singole testate

La società svedese Readly lancerà dal prossimo mese un nuovo prodotto per il mercato dei periodici britannici sul modello di Spotify.

Si tratta di un servizio di distribuzione di contenuti in streaming online che consente di accedere alle riviste.

Con un abbonamento all-you-can-eat da 9,99 sterline al mese, sarà possibile leggere tutte le testate settimanali e mensili che aderiscono all’iniziativa, senza limiti per quantità e tempo.

Proprio come avviene con Spotify nella musica.

Il vantaggio per gli editori è di poter ampliare la rete di distribuzione e circolazione dei propri prodotti, e questo può avvenire senza investimenti in nuove piattaforme e infrastrutture fisiche e virtuali.

Si fa “scala”.

I contenuti dei giornali saranno gli stessi di quelli offerti sull’edizione cartacea.

Il modello Spotify inizia ad avere un certo interesse per l’industria dei giornali, inclusi i quotidiani.

Se n’è occupato la scorsa settimana il consulente globale di media Ken Doctor in uno dei suoi appuntamenti per Nieman Lab.

Doctor osserva che nell’era di Internet la tendenza è quella dell’unbundling: far circolare (e in qualche caso, vendere) i contenuti smembrando i raccoglitori tradizionali. Che si tratti di giornalismo o di musica. Lo sappiamo molto bene, le canzoni, oggi, vengono comprate su iTunes singolarmente, come ai tempi dei 45 giri.

Ma stanno emergendo servizi di distribuzione in streaming dei giornali, dice Doctor, che portano in auge, in forme inattese, una forma di smart rebundling: i contenuti tornano ad essere aggregati, tenuti insieme da un filo e una logica creativa, ma in modo nuovo, coerente con le nuove esigenze dei lettori.

«Per i quotidiani e i periodici – alle prese con cambiamenti di mentalità che riguardano anche il modo di proporre l’acquisto dei prodotti e gli abbonamenti – si apre un’epoca dalle possibilità quasi infinite».

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I Giornali Più Belli del 2014 – World’s Best Designed Newspapers Snd

Qui vedete i 5 vincitori dell’ultima edizione di World’s Best Designed Newspapers, la 35esima.

Si tratta di:

Dagens Nyheter, Stockholm, Sweden

Die Zeit, Hamburg, Germany

The Grid, Toronto, Canada

The Guardian, London, England

Welt am Sonntag, Berlin, Germany

P.S. I giornali più belli? Non proprio. Il design, nelle news come in tutte le cose belle, indica prima di tutto una organizzazione logica, razionale, ordinata, utile. Quindi bella.

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Lezioni Dalle Diffusioni Digitali Dei Giornali

Quante copie digitali vendono le riviste inglesi. E il valore dei loro lettori (lezioni per l’Italia)

Sono usciti i dati sul numero di copie vendute dai periodici britannici nella seconda metà del 2013. Per la prima volta vengono sommate copie digitali e copie print, cartacee.

Succede anche in Italia e Stati Uniti, il cambiamento procede con lo stesso passo: vengono conteggiate solo le copie “replica”, identiche (concessi minimi aggiustamenti) al prodotto dell’edicola.

Facendo il confronto con l’Italia, si vede come le copie digitali vendute in Gran Bretagna siano un numero più basso, come prevedibile viste le differenze demografiche.

Ma ci sono lezioni da trarre.

Il titolo più venduto è T3, 22.319 copie digitali (in Italia Io Donna e D di Repubblica vendono quasi 100.000 copie, Sorrisi e Canzoni oltre 30.000): rivista di gadget e tecnologia per tutti.

Segue Economist, edizione europea, con 17.000 copie.

Terzo Stuff, 15.000, anche questo giornale di tecnologia consumer.

L’editore complessivamente più proiettato verso il digitale è Condé Nast: nessuna sorpresa, è un editore americano che investe molto nel cambiamento (Vanity Fair, Glamour, GQ, Vogue, Wired).

Ma quali sono le lezioni?

Prendiamo T3. Il giornale digitale viene venduto a un prezzo di un terzo più basso della copia cartacea. E la pubblicità rende molto meno che sul mezzo tradizionale.

Nel passaggio al digitale, vanno meglio le testate specializzate, con un pubblico ben delineato.

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Anticipazioni Sulle Innovazioni Nei Magazine 2014

Le strategie globali di Condé Nast, i cambiamenti nella pubblicità dei periodici, il network internazionale di Grazia. Ne parla Magazine World, la pubblicazione della Federazione mondiale dei magazine media

Ma l’articolo di maggiore interesse riguarda le novità per i periodici nel 2014, anticipazione del rapporto Magazine Media World Report 2014 di Fipp sull’innovazione in uscita a marzo: native advertising, video, big data, mobile.

Ecco il link a una pubblicazione stimolante, seppur voce ufficiale di questo mondo.

Magazine World.

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Storytelling Delle Olimpiadi

Un nuovo modo di raccontare le Olimpiadi. I Giochi invernali di Sochi sono stati palestra di storytelling e multimedialità per Sports Illustrated, New York Times, Spiegel Online

L’esempio più bello è di Spiegel Online. Si intitola Die Straβe Nach Sotschi – Eine Olympische Winterreise, la strada per Sochi, con un tocco schubertiano.

Giornalista e fotografo hanno raccontato un viaggio dalla capitale Mosca a Sochi, sede dei Giochi, sul Mar Nero. Cartina geografica, scatti spettacolari, tanto testo: la componente “multi” non c’è (i quotidiani e i periodici sono multimediali?), ma l’impatto emotivo molto forte, tra bambini che fanno pattinaggio alle 6 del mattino, vittime della mafia, madri che hanno perso il figlio in attentati terroristici, spogliarelliste che fanno numeri ispirati alle Olimpiadi, la desolazione di svincoli stradali e strutture sportive costruiti per l’occasione a Sochi.

Altrettanto sobrio è Fourth Place del New York Times. Cosa vuol dire andare alle Olimpiadi e mancare per un soffio il podio: il quarto posto. Sono ritratti e dichiarazioni di atleti, la loro delusione, e la registrazione audio dell’intervista. Siamo lontani dalla complessità del racconto multimediale di Snow Fall. Eppure per creare Fourth Place sono stati messi all’opera 10 producer. Lussi da quotidiani globali.

Va segnalato Meet Team Usa di Sports Illustrated. Ritratti di atleti degli Stati Uniti, con profili e racconto.

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4 Modi Di Affrontare La Crisi Dei Periodici

Sono 4 gli editori di periodici tradizionali da studiare da vicino nel panorama internazionale

Mentre in Italia ci sono notizie di primo piano (pensiamo solo a Rcs Mediagroup), i cambiamenti negli editori internazionali aiutano ad avere una bussola.

Il quarto esempio, quello di stretta attualità, è Time Inc: il più grande editore americano di riviste, Time, People, Sports Illustrated, che si prepara a camminare da solo, separandosi, nella prima metà del 2014, da Time Warner.

Da seguire perché, come alcuni editori italiani,è in ritardo nel digitale, impegnata nel vincere la sfida della sopravvivenza, travolta da continui cambiamenti di strategia in questi anni, decisa a tagliare.

La notizia di questi giorni è che Time Inc. si prepara a eliminare 500 posizioni. Uscite di dipendenti, pari per numero a quelle di appena un anno fa, che corrispondono a una riorganizzazione interna, con semplificazione delle strutture: si passa da 3 a una sola divisione dei periodici. Obiettivo: poter ragionare con più chiarezza sul lancio di prodotti cross brand.

Ma dicevo che sono 4 le società da tenere a mente.

Le altre sono:

Axel Springer, primo editore europeo ad aver trovato una strada nel digitale (con sviluppo multimediale e multipiattaforma dei brand e cessione ad altri editori di quotidiani locali e riviste non più centrali).

Forbes: ha reinventato in chiave iperliberista il lavoro della redazione e il rapporto con 1000 contributors (visto che nel digitale è necessario pubblicare moltissimo, giocare sulla quantità, fare massa).

The Atlantic Media: ha trasformato il venerando ma vetusto mensile liberal in un prodotto digitale multicanale all’avanguardia, un esempio per tutti gli editori; ha lanciato un giornale online di economia, Quartz, diventato un modello di news pensate per mobile: sviluppo rapidissimo e di grande successo.

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Personal Franchise Model Nel giornalismo Digitale

Siti d’informazione costruiti intorno a personalità carismatiche. Giornalisti che diventano il marchio di una testata. Se ne parla nel giorno del lancio di nuovi periodici digitali negli Stati Uniti

Qualche ora fa è stato presentato il primo dei magazine digitali di First Look Media, la “casa editrice” del papà di eBay.

Il giornale si chiama Intercept, è un “verticale” che si occupa di sicurezza, privacy ed è ritagliato intorno alla figura del giornalista che lo dirige, Glenn Greenwald, ex Washington Post.

Non sarà la prima creazione di questo tipo per First Look Media. Yahoo! sta seguendo la stessa strada.

E sulla stampa americana si dà spazio alla lezione di un professore di giornalismo, Jay Rosen, su quello che lui chiama “personal franchise model” applicato ai siti. Un esempio che tutti conosciamo: Andrew Sullivan.

Il personal franchise model è questo:

Caratteristiche

Redazioni costruite intorno a figure carismatiche di giornalisti che hanno una voce unica e un seguito online.

Il controllo editoriale è del fondatore, anche se la proprietà passa di mano.

Il modello si contrappone a quello istituzionalizzato degli editori tradizionali, dove le persone vanno e vengono mentre restano invariati i brand, i prodotti, il logo.

La testata non sopravvive senza il suo creatore.

L’approccio è di nicchia, riguarda un pubblico circoscritto. Non si danno news generaliste per tutti i gusti e palati.

Il modello economico è estremamente vario e unico per ogni esperienza.

Cosa lo ha fatto nascere

Il pubblico si lega più facilmente a una persona, che a un brand.

Con una figura carismatica, è facile sapere se c’è qualcosa di nuovo da leggere e seguire.

Nel tempo, è diventato più facile aver fiducia nella persona che nell’istituzione.

Nelle grandi aziende c’è meno propensione al rischio e all’innovazione, rispetto alle inizialmente individuali.

Le divisioni tra i generi del giornalismo, le convenzioni fruste, le barriere artificiali tra news e opinioni, le strutture piramidali, la debolezza tecnologica sono fonte di frustrazione per i giornalisti di maggior talento.

continua… leggete il link al professor Rosen!

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Periodici Usa, L’Edicola Ancora Giù

Meno copie vendute, soprattutto in edicola. E’ la fotografia della seconda metà del 2013 per le riviste americane

Sono usciti i dati sulle vendite dei periodici statunitensi: come sappiamo, le rilevazioni sono semestrali, le ultime riguardano la seconda metà del 2013.

La circolazione cala leggermente: -2%.

Gli abbonamenti (paid subscriptions) sono scesi di appena l’1%.

Le copie vendute in edicola (single-copy sales) sono diminuite dell’11%.

Le edizioni digitali sono cresciute del 37% rispetto al secondo semestre del 2012.

I 380 periodici più diffusi del Paese vendono nell’insieme quasi 11 milioni di copie digitali.

Una (triste) curiosità: il giornale ad aver avuto il maggior incremento, quasi il 30%, è American Rifleman, organo ufficiale della National Rifle Association (quelli delle armi).

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La Copertina Che Fa impazzire Twitter

E’ la copertina dell’Hollywood Issue di Vanity Fair Us, marzo 2014. Va alla grande su Twitter.

 

Vanity su Twitter

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Perché Facebook Non Affonda I Giornali

Fa notizia il lancio di Paper, l’applicazione di Facebook per leggere notizie online. Ma è davvero un attacco mortale allo sviluppo digitale dei giornali?

Paper di Facebook seleziona notizie e le raccoglie tenendo conto delle indicazioni dei lettori, i loro interessi, le comunità di cui fanno parte, gli acquisti. Ok, bellissimo.

Ma questo è un surrogato dei magazine? Ed è questa la pietra che sbarra la strada dello sviluppo digitale dei periodici?

Per capire quale rapporto può nascere tra questi sofisticati aggregatori, molto belli, e le testate tradizionali, consiglio di leggere questo post su Vogue e l’aggregatore Flipboard.

Si spiega che:

1) E’ Vogue a decidere quali articoli mettere a disposizione di Flipboard.

2) Lo scambio è interessante per entrambi i partner. Vogue accede allo sterminato bacino di utenti di Flipboard (100 milioni contro 3,4 milioni). E questo accede ai contenuti di pregevole fattura di Vogue, di cui sarebbe altrimenti privo.

3) Vogue trae un enorme vantaggio pubblicitario: grazie all’alleanza con Flipboard aumentano in modo esponenziale i clic sulle pagine pubblicitarie digitali.

L’interesse è comune.

Al riguardo, un anno fa ho pubblicato il post: Cos’è un periodico. Una ricerca mi aveva aperto gli occhi.

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3 Link Sulla Pubblicità Nativa Nei Periodici

Se ne fa un gran parlare. Ma la pubblicità nativa sta davvero prendendo piede nei giornali. Dopo il grande passo del New York Times, altre testate seguono l’esempio. Solo ieri si sono lette 3 notizie

Teen Vogue lancia un piano di pubblicità nativa su Instagram, dove è il brand leader negli Stati Uniti (tra i periodici) con 625.000 follower.

Bauer Media, che in Gran Bretagna pubblica decine di riviste tra cui Grazia e Closer, presenta The Debrief, rivista digitale multipiattaforma, destinata a giovani donne, che viene finanziata con native advertising in partnership con Bacardi ed H&M.

In Italia Condé Nast e Manzoni, concessionaria di pubblicità del Gruppo L’Espresso, mettono al mondo nelle prossime settimane Multi-Mag, il primo periodico multimediale e nativo digitale italiano che ospita pubblicità… nativa.

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Periodici E Banda Larga

L’arrivo della banda larga di ultima generazione. La diffusione del tablet. La ripresa economica. Ecco perché in Gran Bretagna c’è ottimismo sul futuro dei “customer magazines”

Un lettore di questo blog commentava ieri un post sullo sviluppo delle app di news per tablet. Osservava che a oggi le copie digitali dei nostri giornali equivalgono a non più del 5%. A che pro, dunque, parlare di digitale nei periodici?

L’emergenza del momento è sostenere i giornali di carta. Ma lo sguardo va spostato più avanti. Perché i cambiamenti sono iniziati e non c’è ritorno al passato.

Serve un po’ di prospettiva.

In un articolo come questo, sui customer magazine britannici, i giornali dei grandi brand non giornalistici (tipo Coca Cola e Tesco), c’è la capacità di guardare più lontano. Oltre la crisi, per dire.

Il  “Customer Magazines Market Report Plus 2014”aiuta ad avere un quadro di riferimento valido per tutte le riviste, incluse quelle vendute in edicola.

In sintesi, si dice che:

1) Anche in Gran Bretagna il digitale vale il 5, 15% del mercato.

2) Ma il digitale sta crescendo velocemente. Metà della popolazione ha uno smartphone, il possesso di tablet riguarda il 24% degli adulti.

3) Ma il salto definitivo avverrà tra poco. Entro il 2015, infatti, la maggioranza dei Britons sarà raggiunta dalla banda larga per mobile con tecnologia di quarta generazione (4G), con download più rapidi e accesso a maggiori contenuti online.

Non a caso (4) si prevede che gli editori di customer magazine vedranno crescere i loro ricavi di oltre il 10% tra 2015 e 2018. Una crescita dovuta in gran parte alla ripresa economica e all’aumento dei budget destinati dalle aziende alla pubblicità, al content marketing, alla comunicazione anche digitale.

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La Corsa Ai Contenuti: Facebook Entra Nelle News

Indiscrezioni. Facebook lancerà una app di news, un aggregatore curato da giornalisti: una serie di canali monotematici (verticali, in gergo) che raccoglierebbero, si dice, articoli e contenuti di qualità messi in rete dai quotidiani e dai magazine. Si dovrebbe chiamare Paper, e viene descritto come un aggregatore “intelligente”, non affidato a un algoritmo, a un automatismo, ma alla capacità di selezione e confezionamento di persone esperte.

Segue breve e incompleta cronologia delle società tecnologiche entrate nel… giornalismo:

Il patron di Amazon, Jeff Bezos, ha comprato l’estate scorsa il Washington Post.

Yahoo! è entrato a gennaio nell’informazione e ha lanciato, tra l’altro, alcuni magazine digitali. Assunti giornalisti con curriculum di tutto riguardo, ad esempio l’ex columnist di tecnologia del sito del New York Times.

Il fondatore di Ebay ha annunciato lunedì di voler aprire alcuni magazine digitali; a fine 2013 aveva fondato la società che li pubblicherà, First Media, con un investimento di 50 milioni di euro.

Loro si danno da fare. C’è invece chi ha il pane e non ha i denti per mangiarlo.

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5 Giornali Che Hanno Accettato Il Cambiamento

Un viaggio nei giornali che cambiano. Attraverso le parole di un grande designer di media. Per capire in quale direzione devono andare quotidiani e periodici. Cogliendo il meglio di una stagione tra le più eccitanti (e rischiose) del giornalismo

The Wall Street Journal (Usa), El Tiempo (Colombia), Die Zeit (Germania), Aftenposten (Norvegia), Paris Match (Francia).

Mario Garcia ha ridisegnato centinaia di giornali ma questi sono i progetti che meglio illustrano la sfida del cambiamento.
Garcia lo ha spiegato a una lezione a studenti universitari di giornalismo: come promuovere il cambiamento e trarne vantaggio. Garcia, americano di origini cubane, è il più famoso designer al mondo di giornali e media. Maestro nella carta stampata, 41 anni di lavoro, centinaia di progetti alle spalle per i principali quotidiani (Italia inclusa), ora crede nella strategia del digital first, il ripensamento dei giornali a partire dall’edizione per smartphone e tablet. E ha scritto un manuale, il suo primo ebook, sulla grafica dei giornali digitali.

Ascoltarlo è come fare un tuffo in quel che c’è di più entusiasmante, creativo, coinvolgente del giornalismo, quello che ne fa uno dei mestieri più belli.

Il cambiamento è ora l’imperativo a causa della … disperazione. Ma il cambiamento va fatto per trarne beneficio, non per amore del cambiamento.

Sintetizzo alcuni passaggi, partendo dai 5 progetti.

L’introduzione del colore sul Wall street Journal, sfidando una tradizione considerata intoccabile.La redazione era contraria: il colore sul wsj? «Perderemo la credibilità»…

La ridefinizione della formula del quotidiano El Tiempo di Bogotà: eliminate le sezioni (politica, economia, esteri) e introdotta una scansione più intuitiva e naturale: Cosa sapere, Cosa fare, Cosa imparare. Il concetto è filtrato ovunque nell’editoria, viene applicato anche dai newsmagazine italiani.

L’approccio digital first in un grande quotidiano norvegese, disegnato partendo dal mobile. Deve essere letto sugli smartphone e sui tablet, poi si passa alla carta. Non il processo inverso, di adattamento del prodotto di grande formato ai piccoli schermi. La lezione è che il lavoro giornalistico non è più un lavoro per «solo numbers» (numeri primi), ma collettivo. Si parte da un’idea (un tweet) e su questo si costruiscono testo scritto, parte grafica, video, tutto il resto.

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Il Valore Di Mercato Di Un Giornale Tradizionale

Giornali ed editori tradizionali in difficoltà. Ascesa dei concorrenti nati nel Web. Qual è il valore di mercato di una testata storica? Qualche risposta dagli utenti

Ce lo chiediamo in molti. Soprattutto dopo aver visto, la scorsa estate, Jeff Bezos pagare 250 milioni di dollari per l’acquisizione del glorioso Washington Post.

In questi giorni in Francia Le Monde ha messo le mani sul 68% del settimanale Le Nouvel Observateur con appena 13 milioni e rotti di euro (in realtà, 10 milioni).

E proprio in Francia due vecchie volpi del giornalismo (anche digitale) si sono chieste quale sia il valore di mercato delle legacy company, gli editori tradizionali.

Per rispondere hanno preso il risultato di un’indagine fatta intervistando lettori e utenti di giornali e di siti web di varia natura, dai social media a quelli d’informazione.

Già, quanto è disposto a pagare un lettore per accedere ai contenuti di un certo brand?

Valore dei brand giornalistici e online

E’ una risposta. Manca però l’interpretazione. Colpa dei contenuti svenduti o dati gratuitamente? Colpa dell’arretratezza dei marchi storici? O di nuovi modi di passare il tempo libero?

Il Papà Di Ebay Lancia Periodici Digitali

Periodici digitali. Lanciati dal papà di ebay. Per restituire al giornalismo quel che ha smarrito online: contenuti di qualità, con una voce originale, diretti da professionisti

Pierre Omidyar è il fondatore di ebay e dalla fine del 2013 ha investito 50 milioni di dollari nella creazione di una media company, una società che mescola editoria e tecnologia, chiamata First Media. Obiettivo: creare una nuova forma di giornalismo nel digitale.

Ha richiamato giornalisti del Guardian, di Rolling Stone e di altre testate prestigiose.

E ieri ha diffuso con un video i dettagli del suo progetto, creando grande attesa nella stampa americana.

Riporto alcune delle frasi che sentirete nel filmato. Sono dichiarazioni d’intenti:

1) Restituire al giornalismo quel che ha perso nel digitale: redazioni che sfornino prodotti di qualità.

2) Lanciare una serie di magazine, ciascuno dedicato a uno specifico argomento, con una voce distinta e riconoscibile, diretto da un giornalista.

3) Creare una nuova redazione, nella quale collaborino figure diverse, solo in parte giornalistiche: esperti nell’elaborazione di dati, fact chechers, visual designer, esperti di tecnologia, giornalisti e scrittori.

«(the effort will) bring back to journalism what’s been lost — the critical but expensive support that’s often neglected in the digital age. In our model, teams of data analysts, fact checkers, visual designers, editors and trechnologists will work together with writers reporters and producers to create powerful stories presented in compelling packages. We’ll give our journalists everything they need to do their jobs well».

Un’osservazione: il padre di ebay, il patron di Amazon, Yahoo.. tutti i grandi della tecnologia digitale stanno investendo in contenuti e giornalismo.

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I Periodici Vanno Alla Grande Nell’iTunes Store

I periodici americani sono in testa nelle classifiche delle app più vendute nell’iTunes Store di Apple. Una buona notizia per chi spera che lo sviluppo digitale dei brand possa dare un futuro a queste pubblicazioni

I dati sono contenuti in uno studio della Mpa, l’associazione dei magazine media, Stati Uniti.

Tutte le 15 app di lifestyle più vendute nell’iTunes Store sono brand dei periodici.

6 delle 10 app di news più vendute sono di periodici.

6 delle 10 app di fitness più redditizie sono di periodici.

7 su 10 app sulla cucina più vendute sono dei periodici.

7 su 10 delle app di viaggi che vendono di più sono di brand dei periodici.

Vi consiglio di leggere tutto l’articolo di technologytell.com.

Continua a leggere

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Tornare A Crescere Nei Media: Parlano 350 Top Manager

Non solo tagli: nei media bisogna tornare a crescere. Come? Lo dicono 350 dirigenti e top manager di società leader nel mondo

La ricerca, intitolata 2014 Media Growth Study, è stata fatta da Ecoconsultancy in collaborazione con The Jordan, Edmiston Group, Inc. (JEGI) di New York, principale banca d’affari indipendente nei settori media, marketing, tecnologia, informatica: la società ha seguito alcune tra le maggiori operazioni di acquisizione fatte da gruppi globali e locali (tra i clienti, ICP Media, GlaxoSmithKline, Deloitte, Penguin, Random House, Royal Bank of Scotland).

Riporto alcuni dei risultati perché spostano l’attenzione anche sul campo dei media: la stagione degli stati di crisi e dei tagli sta mostrando tutti i suoi limiti e sono gli stessi dirigenti delle principali aziende del settore a indicare la crescita (di ricavi, quote di mercato, prodotto) come unica strada per i prossimi 24 mesi. Insomma, nel mondo anglosassone, dove si avvertono già alcuni segnali di ripresa, si prova a voltar pagina dopo 4 anni di austerity.

Il rapporto è facilmente consultabile. Riporto solo alcuni spunti.

1) Per molte società è prioritario aumentare fatturati, profitti, efficienza, piuttosto che scoprire altri canali per il business. È come se nel mondo anglosassone si dicesse: «Abbiamo aperto negli scorsi anni le nuove strade da battere, ora bisogna farle fruttare».

2) Eppure la maggior parte dei dirigenti sentiti ammette che il loro settore è ancora in piena e rapida trasformazione. Concetto che si condensa in questa osservazione: il nostro prodotto vincente (top selling) del 2017 non è ancora stato inventato.

3) Solo le società di grandi dimensioni (fatturati superiori al miliardo di dollari) puntano davvero sulle acquisizioni di altre realtà per allargare il loro giro d’affari. Le altre mettono al primo posto il lancio di nuovi prodotti e la conquista di quote di mercato (facendo meglio della concorrenza e approfittando delle disgrazie altrui).

4) Il principale ostacolo alla crescita esterna è dato dall’avanzare di nuovi concorrenti (nel mondo dei media si tratta delle technology company) e dall’arrivo di prodotti gratuiti e a basso prezzo.

5) Il principale ostacolo interno è dato dalla mancanza, in azienda, di competenze nelle aree più innovative.

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La Lettura Digitale Non Penalizza La Carta

Una ricerca del Pew Research Center. Sulla popolarità degli e-reader. E le abitudini di lettura degli americani. Gli e-book sono sempre più diffusi. Ma la carta non tramonta

Da tempo non entravo nel sito del Pew Research Center e devo dire che il Pew è sempre il Pew.

Da questa ricerca sulle abitudini di lettura emerge che cresce in modo considerevole il numero di americani che usano l’e-reader. In un anno si è passati dal 23% degli adulti al 28%. Al tempo stesso, 7 americani su 10 continuano a leggere libri di carta, in leggera risalita rispetto all’anno precedente. In altre parole, gli e-reader vanno diffondendosi sempre più. Ma si sta affermando un consumo misto. Appena il 4% dei lettori abbandona la carta e legge solo libri in formato elettronico.

La carta rimane alla base delle abitudini di lettura.

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L’Editore Che Investe Sia Nella Carta Sia Nel Digitale – Prisma Media

Nuovi progetti, lancio di giornali e di allegati per i titoli esistenti, investimento nei video e nel digitale. In Francia Prisma Media va all’attacco

È l’editore di Geo, Capital, Voici, Télé Loisir: 25 titoli tra i più venduti in Francia. E da poco la versione transalpina dell’elitario Harvard Business Review (17.000 copie a 17,90 euro).

Ma Prisma Media, in questa intervista di Le Figaro al presidente Rolf Heinz (guida anche Gruner + Jahr International), dichiara soprattutto di credere ancora nei periodici, di voler investire nel corso dell’anno e di avere un piano di espansione in cui il digitale non si sostituisce ai giornali ma ne è un volano di diffusione.

(Una controffensiva mediatica per rispondere al colpaccio di una rivista della concorrenza, quel Closer che ha rivelato la relazione tra il presidente Hollande e l’attrice Julie Gayet?)

Per il 2014 si prepara il lancio di, almeno, una nuova testata, mentre sono 3 i progetti in cantiere.

Prisma ha acquisito una quota maggioritaria della più grande società di produzione di video in Francia (AdVideum).

Si costruisce un’offerta integrata, carta e digitale insieme, per le principali aree di interesse della società: economia, femminili, televisione e intrattenimento, scienze.

«La mia ambizione è di concepire un nuovo genere mediatico ibrido, consultabile sul tablet, che amplia la ricchezza del testo, delle foto, dei video, della community, del servizio, del gioco.

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Perché Il Digitale Ti Allunga La Vita: Fenomeno Multihomers

I giornali sono in declino. Ma le testate con una presenza digitale riescono ad attrarre più pubblicità. Come spiega uno studio dell’università di Toronto. Che aiuta a capire i cambiamenti nel mondo della pubblicità e di chi la gestisce. Anche in Italia

Sono notizie che sembrano la scoperta dell’acqua calda. Se invece ci rifletti sopra, con umiltà, porti a casa un pezzetto di conoscenza. Acquisisci una chiave di lettura che ti aiuta a capire perché una concessionaria italiana di pubblicità prende anche la raccolta sulle radio, le tv. O compra riviste che altrimenti chiuderebbero.

La ricerca dell’università di Toronto Scarborough (condotta sulla stampa tedesca, con la collaborazione di docenti europei dell’università di Zurigo) spiega fino in fondo le conseguenze, per la pubblicità, di avere a che fare con lettori che si cibano di contenuti su più piattaforme: la loro “dieta mediatica” (come dicono gli esperti) include la lettura del giornale di carta, navigazione e ricerca su Internet, social media, tablet e tanto smartphone. Si chiamano “multihomers” (ma in italiano la esse del plurale va cassata, giusto?).

L’attenzione del lettore/consumatore è parcellizzata. La comunicazione delle aziende, la pubblicità, non può più avvenire solo su un canale. La carta non basta, ma neppure il digitale da solo. Bisogna seguire il potenziale cliente nei suoi spostamenti e conquistare ovunque la sua attenzione. Non c’è dunque il “passaggio al digitale”, ma siamo su un terreno misto.

Torniamo ai multihomer. Tracciarli non è facile. I giornali che ci riescono, che selezionano un pubblico di lettori con interessi molto focalizzati e omogenei, e presenti su carta ma anche sulle estensioni in radio, tv e digitale, possono vendere a un prezzo più alto gli “spazi” pubblicitari. Possiedono qualcosa di grande valore.

Per questo è importante sviluppare una presenza a tutto tondo. Non solo perché si perdono lettori e copie dei giornali.

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Quel Vecchio Modo Di Gestire Le Redazioni

Una frase. Sull’organizzazione dei giornali. Sulla gestione delle persone nelle redazioni. Tira fuori qualcosa che abbiamo tutti in testa

Leggevo ieri dei progetti di Pier Luca Santoro, l’autore del blog Il Giornalaio, esperto di media, che insieme ad altri professionisti della comunicazione si appresta a lanciare DataMediaHub, sito che si dà il compito di raccogliere e analizzare informazioni e dati sul mondo, tra l’altro, di quotidiani, periodici, social media, comunicazione aziendale (il sito sarà attivo nei prossimi giorni).

Santoro, che non è giornalista, racconta di essere stato nominato “temporary manager” de La Stampa con il ruolo di social media editor (ne ha parlato anche il direttore del quotidiano torinese, Mario Calabresi). Spiega che il mondo delle redazioni appare bisognoso di aggiornamenti. E aggiunge un’annotazione che qualsiasi giornalista interessato al buon funzionamento dei giornali, al lavoro come piena espressione delle proprie possibilità professionali (e non come status e potere), non può che condividere. Si va al punto.

«Quando circa 7 anni fa ho iniziato a conoscere da vicino il settore editoriale sono rimasto letteralmente esterrefatto nel constatare come sia caratterizzato, in buona parte ancor oggi, da logiche organizzative e gestionali che in altri settori/mercati sono state abbandonate almeno dalla metà degli anni ’90».

In questo periodo si parla molto della parte organizzativa (prendete il caso Wired Italia). Non va dimenticata quella gestionale.

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Trend Nei Periodici 2013-2014 (Rapporto Fipp)

Per capire come stiano cambiando i rapporti di forza nel mondo dei media basta vedere le considerazioni sulla pubblicità contenute nel World Magazine Trends 2013/14 di Fipp, la federazione mondiale dei media magazine (si trova a Londra). Un rapporto di 444 pagine, descritto in un articolo dell’Huffington Post (della ricerca vengono rilasciati gratuitamente solo alcuni estratti).

Perché la pubblicità è presto detto: è la benzina con cui si alimentano i giornali, a corto di ricavi per la caduta nelle copie vendute.

Nel 2013 la pubblicità raccolta su Internet ha superato per la prima volta quella dei quotidiani: è un dato mondiale.

Nel 2015 la raccolta su Internet supererà quella di quotidiani e periodici insieme.

È utile specificare che entro il 2015 un quarto della pubblicità su Internet riguarderà il mobile: smartphone ma soprattutto tablet.

Non in tutto il mondo la carta stampata boccheggia. Regala ancora soddisfazioni nelle economie in forte crescita e in Africa e Medio Oriente. L’Europa, definita un mercato maturo, anzi “vecchio”, fatica a riprendersi dalla crisi.

Gli editori stanno investendo nel digitale e un quinto della pubblicità raccolta su Internet riguarda i siti e le pubblicazioni digitali.

Ma questa crescita non compensa le perdite della carta. Un problema ampiamente delineato e approfondito.

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«Il Primo Passo Verso i Periodici Del Futuro» – Yahoo Lancia 2 Magazine Digitali

Yahoo lancia 2 magazine digitali, uno sul cibo, l’altro sulla tecnologia: un gigante di Internet inizia a produrre contenuti giornalistici di qualità. Un pericolo mortale per gli editori tradizionali

Ho letto 2 notizie.

Una buona: l’informazione giornalistica è su Internet il contenuto che coinvolge maggiormente i lettori, facendo passare più tempo sulle pagine: è il concetto di engagement. Nel post del Giornalaio, uscito ieri, si riferisce come l’informazione sia prima per capacità di coinvolgimento in 8 nazioni su 10 analizzate dalla piattaforma Outbrain, che prende in esame migliaia di pubblicazioni. L’Italia, però, fa eccezione. Per arretratezza degli abitanti o del giornalismo?

L’altra notizia è cattiva (ma contiene opportunità). Yahoo ha lanciato una serie di nuovi prodotti, quasi tutti incentrati sull’offerta di contenuti informativi, tra cui 2 magazine, 2 riviste digitali: una di gadget e cultura tecnologica (Yahoo Tech News), l’altra di cucina (Yahoo Food: da vedere entrambe, molto belle). Un big dell’online entra con passo deciso nel cerchio dei media.

Mi hanno colpito questi aspetti:

1) Pare sia la prima volta che un Titano delle tecnologie digitali punti in modo così forte sulla produzione di contenuti informativi originali. Non generati dagli utenti.
2) Per realizzarli, sono stati assunti giornalisti di primo piano. L’ex responsabile del canale tecnologia del New York Times; ex giornalisti della rivista Bon Appétit e Huffington Post Food.
3) Il taglio dei contenuti giornalistici sarà popolare e di servizio. Roba tipo: come arrotolare il caricatore del Mac, come scattare un fantastico selfie, ecco il rasoio da 500 dollari che dura per sempre. In questo Yahoo è maestro di titolazione catchy anche in Italia. L’informazione di base, se fatta bene, non è commodity. È qualità (e ti porta via la pubblicità di cui vivi).
4) Yahoo farà fruttare le news e i magazine con la pubblicità, in particolare quella nativa, oggi tanto discussa e analizzata.
Con sintesi, uno dei boss di Yahoo, Mike Kerns, ha detto che Yahoo Food e Yahoo Tech sono «il primo passo verso la prossima generazione di media product».
Mi sembra che gli editori tradizionali abbiano la fortuna di essere i possessori di contenuti di alta qualità. Ma corrono il rischio di essere scavalcati da chi ha creato e sviluppato le nuove autostrade dell’informazione.

P.S. A proposito di subentri simbolici: Google Italia prende in affitto mezzo palazzo nell’ area residenziale milanese apripista dello sviluppo urbanistico cittadino. A poche centinaia di metri di distanza sorge lo storico edificio venduto pochi giorni fa dalla società che edita il principale quotidiano italiano.

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