Archivio mensile:gennaio 2013

I periodici e il sito di Men’s Health

Segnalo l’intervista su Folio Mag al direttore di Men’s Health (Usa), Bill Phillips, fino a novembre era alla guida del sito web del giornale.

L’argomento: come Phillips sia riuscito a creare un sito che stia in piedi da solo, senza esaurire la sua funzione in un ruolo ancillare rispetto al giornale. La storia a mio parere ha un interesse per tutti coloro che lavorano nei periodici, è paradigmatica.

Più il sito è autonomo, dice il direttore, maggiori sono le possibilità di crescita e di successo, questo è il succo dell’esperienza di Phillips, una prospettiva che rovescia l’impostazione solitamente data ai siti nel mondo dei magazine. Un punto di vista tra tanti, certo, ma da tenere in conto.

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Intervista: le strategie del Guardian

Siti dei quotidiani, il modello Guardian, contenuti a pagamento o gratuiti, la crescita internazionale degli editori, le opportunità offerte dal mobile (smartphone e tablet): tutto questo viene discusso nell’intervista ad Andrew Miller, Ceo e guida di una delle società editoriali più “fighe” al mondo: quella che pubblica The Guardian.

Come ormai molti sanno, The Guardian non è soltanto un quotidiano inglese liberal ma il simbolo di una strategia per la crescita digitale dei giornali tradizionali. Nel mondo i due modelli contrapposti sono: The Guardian e il sito gratuito e The New York Times con il suo sito a pagamento. Due filosofie, due fazioni che si fronteggiano a volte in modo partigiano, prevedendo disastri per l’altra parte. The Guardian e la sua montagna di debiti, il New York Times e i licenziamenti nelle redazioni.

L’intervista approfondisce questi temi.

1) La strategia internazionale. The Guardian era una pubblicazione inglese, fino a pochi anni fa. Oggi, grazie al digitale e grazie alla lingua in cui è scritto il giornale, la più globale di tutte, The Guardian è un media internazionale con milioni di lettori negli Stati Uniti. I confini sono saltati e a breve l’editore ci proverà anche in Australia. C’è da essere invidiosi. L’italiano è parlato solo nel nostro Paese e questo è un insormontabile ostacolo all’espansione dei nostri giornali, un limite all’abbattimento dei costi fissi e alle economie di scala.

2) Miller, Ceo della casa editrice, torna sulla filosofia del sito ad accesso gratuito. Spiega che per raccogliere pubblicità bisogna avere una base molto ampia di visitatori. Se si mette uno sbarramento, un paywall, se si fa pagare, il numero dei visitatori crolla istantaneamente e restano solo il 15%, 20% degli utenti. A meno di non essere un giornale finanziario, ad alto contenuto aggiunto, il gioco non paga.

Ma c’è altro ancora. Buona lettura.

Il Punto: le strategie dei grandi editori internazionali e la trasformazione delle case editrici in media company.

Nieman Lab: parla il Ceo del Guardian

Nieman Lab

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Licenziamenti a Time e People

Licenziamenti di giornalisti nei periodici americani, dove è arrivata una nuova ondata di ristrutturazioni. Ma ci sono dentro anche i quotidiani, con in prima fila il New York Times. Sono interventi che coincidono con la seconda stagione di piani di crisi in altri Paesi, tra cui l’Italia.
A Time Inc., dove da mesi si attendevano brutte notizie, i licenziamenti riguarderanno 480 dipendenti, pari al 6% degli assunti, sia a New York sia nella struttura internazionale (Adweek ricorda nell’articolo riportato alla fine di questo post che i dipendenti totali sono 8 mila), e i tagli si dovrebbero inserire in un quadro che prevede una evoluzione della società da un modello centrato sulla stampa a uno orientato in modo deciso verso il digitale.
«We continue to transform our company into one that is leaner, more nimble and more innately multiplatform» ha detto il Ceo Laura Lang.
Per ora sono stati anticipati tagli a People e Time. L’editor di People ha annunciato che sta cercando nove volontari che siano disposti a lasciare il giornale con una buonuscita. Si tratta di tre scriventi e di sei reporter. A Time invece è prevista l’uscita di un ricercatore, uno scrivente e tre copy editor. Se non dovesse farsi avanti nessuno, Time Inc. seguirà le procedure per il licenziamento concordate con il sindacato, la Guild dei giornalisti.
L’editore, che nel 2008 e 2009 aveva ridotto pesantemente il numero di giornalisti, ha di recente comunicato che nel terzo trimestre del 2012 i ricavi sono diminuiti del 6%, come risultato di una flessione del 6% negli abbonamenti e del 5% nella raccolta pubblicitaria.
Anche il New York Times, si è letto in questi giorni (Franco Abruzzo ricorda  che nel 2008 vi fu un esodo di circa 100 penne), vuole sfoltire la redazione di 30 giornalisti. Reuters invece lascia a casa 3 mila dipendenti su 50 mila. Meredith, di cui questo blog si è occupato di recente per almeno due volte, ha tagliato del 2 per cento la forza-lavoro.

Adweek: esuberi a Time Inc.

New York Times: licenziamenti a Time Inc.

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Quanto guadagna un giornalista Usa

Redattori, reporter, corrispondenti, uno studio dice qual è il salario medio annuale negli Stati Uniti. Si scopre che la retribuzione varia molto a seconda dell’area geografica. I giornalisti meglio pagati lavorano a New York City, Washington DC e in California. Ma dai tweed di commento alla notizia di Poynter si capisce che anche negli Usa i giovani denunciano disuguaglianze e sfruttamento.

I dati sono quelli raccolti ed elaborati dal Bureau of Labor Statistics (BLS). Un giornalista che lavori in quotidiani, periodici o libri (negli Stati Uniti è possibile) ha uno stipendio annuale che varia dai 78 mila ai 36 mila dollari. Ma la media è di 60 mila 490 dollari.

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Chi lo dice: «Poynter. Helps journalists do their jobs better and to serve their communities. Updated daily, it provides journalists with reliable information and useful tools».

poynter: quanto guadagna un giornalista americano

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Periodici e digitale, Burda fa i soldi così

Con l’e-commerce di prodotti per animali domestici e siti di dating, così fa i soldi sul digitale Hebert Burda Media, gigante tedesco dell’editoria che pubblica 250 periodici nel mondo. Metà del fatturato della società proviene dalla presenza online, ma non si tratta di attività giornalistica. Attraverso una serie di acquisizioni Burda ha puntato sulle vendite e i servizi.

È una cosa diversa da quella crescita organica (così si dice in gergo) desiderata da noi giornalisti: testate che si affermano nel digitale attraverso lo sviluppo di siti d’informazione, la creazione di versioni per iPad dei giornali, le news da leggere sullo smartphone, al più un po’ di attività social su Facebook.

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Sarà lento il passaggio dei periodici al digitale

La transizione dei periodici al digitale? Sarà più lenta del previsto. Lo dice uno dei principali editori australiani. Che riporta al centro del processo il lettore.

Una doccia fredda per gli entusiasti del passaggio al digitale. Peter Zavecs, Direttore commerciale di Pacific Magazines, editore che pubblica tra gli altri Marie Claire, InStyle, Men’s Health, prevede che le versioni digitali delle proprie testate saranno solo il 10% del venduto entro cinque anni (del 10% entro il 2015 parla invece il Wall Street Journal, ripreso alcuni giorni fa da questo blog). Meno di quanto si augurano altre case editrici. L’obiettivo del digital-only, giornali che esistono solo in formato digitale, si allontana.

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Video: giornalista intellettuale, giornalista digitale

Ci ho pensato su molto prima di scrivere questo post. Distinguere tra giornalisti vecchi e giovani è, di questi tempi, argomento delicato. Ma è un tema che attraversa l’ambiente giornalistico.

Il video di questo post è stato pubblicato sul blog di Forbes. Parla Lewis DVorkin, Chief product officer della testata americana, prestigiosa, con una storia, ma molto cambiata in questi anni. Ne trovate una descrizione su «Breaking News» del professore Clayton M. Christensen della Harvard Business School (ampiamente ripreso da Futuro dei Periodici).

Forbes ha ancora una redazione, ma ogni giornalista coordina un gran numero di freelance, che fanno parte di una rete di 1000 contributors, tra scrittori, docenti universitari, giornalisti, esperti vari, businessmen, tutti specializzati in determinati soggetti. Postano le loro storie e rispondono dei risultati in termini di utenti e pagine viste (individual metrics). Il 25 per cento del budget della testata viene speso in collaboratori, i quali scrivono ogni anno circa 100 mila post.

Arrivo al dunque.

DVorkin descrive la differenza tra i giornalisti tradizionali, quelli che oggi hanno approssimativamente dai 50 anni in su, e la nuova ondata di giornalisti. Dice di aver partecipato qualche tempo fa a una rimpatriata tra ex colleghi di Newsweek, penne famose negli anni Ottanta, e di essere rimasto colpito come da uno schiaffo per la differenza tangibile tra questa generazione, che continua a lavorare come se nulla fosse cambiato, e i giovani di Forbes. 

«Very few “star” journalists of that time and space have made the trip to the digital world. Most of those I spoke with and saware pretty much doing what they did 20 and 30 years ago. They’re doing it for traditional media companies that haven’t changed much either, although executives at each have convinced themselves otherwise. Those no longer working romanticized about the past».

Parental advisory: questo video potrebbe essere ritenuto offensivo. I giovani potrebbero veder mascherato, sotto il tono elogiativo, lo sfruttamento che avviene in tante realtà giornalistiche. I «vecchi» potrebbero avvertire un implicito invito a farsi da parte. Condivido le preoccupazioni di entrambi.

Tutto questo e altro ancora emerge dal video di Lewis Dvorkin sulla nuova generazione di Forbes. Ma la sostanza è buona, anche se ampiamente irrorata di succo autopromozionale: il modo di lavorare in molte redazioni è cambiato.

Il Punto: com’è cambiato il mestiere di giornalista.

Forbes: la new wave di giornalisti

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Video: Hearst e il futuro dei periodici

I periodici sono stati i primi social media e s’integrano bene con Facebook e Twitter. Parola di David Carey, presidente di Hearst Magazines. Che in un’intervista a Bloomber spiega come i periodici possano rafforzare il legame con i lettori grazie ai tablet, ai siti, ai contenuti di alta qualità.

Riprendo un’intervista a David Carey, ex Condé Nast ed ex publisher del New Yorker, di cui questo blog si è spesso occupato. È stata realizzata 10 mesi fa ma conserva una sua attualità perché la situazione in cui si trovavano allora i magazine americani coincide con la situazione della stampa in Italia adesso. Vediamo giornali storici lottare per la sopravvivenza, dice la giornalista che intervista Carey, come potranno i periodici adattarsi al futuro?

Nelle risposte di Carey noto questi punti.

1) Il tablet ha dato ai lettori un’idea di dove andranno i periodici nel futuro. Mi par di capire che lo stesso effetto i tablet lo abbiano sui giornalisti: magari le copie digitali non compenseranno nell’immediato le perdite in edicola ma sappiamo qual è la strada da percorrere per ritrovare un senso come prodotto editoriale.

2) Nell’era di Facebook i periodici devono riscoprire una loro caratteristica originaria: essere stati i primi social media. Con argomenti che vengono letti e condivisi, discussi con gli amici, pagine strappate e fatte girare, raccolte, conservate. Social media e magazine stanno bene insieme.

3) La pubblicità non vuole abbandonare la carta. Ma chiede di poter fare campagne promozionali su tutti i mezzi, carta e digitale insieme.

4) Con i tanti contenuti gratuiti disponibili nella Rete i periodici, spiega Carey, hanno il coraggio di proporre applicazioni a pagamento al lettore. Questo è possibile perché le applicazioni dei magazine sono prodotti premium, di alta qualità, arricchiti con video, animazioni, grafica (leggete anche questo post di Futuro). Ma l’accesso ai siti resterà gratuito.

5) Tra cinque, dieci anni ci saranno ancora i giornali di carta? Guardate il video.

Il Punto: cosa pensano del futuro dei magazine i protagonisti dell’editoria periodica.

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Hearst, Elle e l’espansione internazionale

Hearst lancia Elle in Australia. L’ultima mossa dell’editore americano con il più grande impero internazionale di periodici. Il presidente e Ceo Duncan Edwards spiega la logica e gli obiettivi dell’espansione nei mercati esteri, l’insolita alleanza di tre editori per portare Elle in Australia (sono coinvolte Hearst, Lagardère e Bauer Media), i prossimi obiettivi, tra cui la crescita in Europa Occidentale, nonostante il mercato dei periodici sia maturo e la crisi metta in difficoltà la carta stampata.

Duncan conclude con la frase con cui voglio iniziare: la presenza di Hearst in Europa Occidentale, Australia, Bric e altri Paesi (tra cui Pakistan, Egitto, Iran, Indonesia) non è solo una questione di carta stampata. L’investimento riguarda il business tradizionale ma anche il digitale.

It will be a mixture of print but also digital businesses that we’re engaged in—it’s not going to just be a print business that we’re building around the world.

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Chicche di digital: cos’è la redazione social?

1) Tweet tweet: cos’è la redazione social della Gazzetta dello Sport?

Italia Oggi ne fa cenno in un trafiletto.

La costituzione della redazione social rientrerebbe nell’accordo che i giornalisti della Gazzetta starebbero per siglare con l’editore per garantire maggiore efficienza e contenimento dei costi redazionali.

2) Tweet tweet: Gruner / Mondadori, dopo aver chiuso con il sindacato dei giornalisti un accordo biennale di stato di crisi, annuncia, per bocca dell’amministratore delegato, di voler investire nello sviluppo multimediale dei propri brand.

Il Punto: gli editori italiani investono finalmente nel digital, ne fanno uno dei punti qualificanti per l’immediato futuro (insieme al tagli dei costi e dei giornalisti). Se ne era parlato un mese fa commentando il piano industriale di Rcs Mediagroup.

ItaliaOggiTestata

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Le sfide di Bauer, editore di periodici leader in UK

Bauer Media è il principale editore di periodici (consumer magazine) in Gran Bretagna. Un pezzo di The Guardian, che riporto in link alla fine di questo post, fa il ritratto della società. E aggiunge alcune annotazioni saporite anche per il lettore italiano. Si capisce sulla base di quali parametri deve essere giudicato oggi un editore di periodici.

Bauer, editore tedesco che gioca su una scacchiera mondiale, tanto da aver acquistato la scorsa estate il principale editore di periodici dell’Australia, brilla in Gram Bretagna per due titoli: Closer, lanciato nel 2002, fatturato 9 milioni di sterline; Grazia Uk, pubblicato dal 2005, settimanale che ha ricavi, si stima, per 4/5 milioni di steline.

Complessivamente la società, che ha il quartier generale ad Amburgo, edita 56 periodici e raggiunge 19 milioni di lettori ogni settimana.

Paul Keenan, chief executive di Bauer Media in inghilterra, ha dichiarato che la priorità per il Gruppo è lo sviluppo digitale per i brand  principali. A partire dalla app di Grazia.

«La carta stampata continuerà a essere un media che coinvolge la gente con degli interessi, delle passioni. Svilupperemo i nostri prodotti di carta ma li circonderemo con estensioni digitali che li rendano ancora più coinvolgenti e completi».

Invece Douglas McCabe, un analista dei media, ha commentato in questo modo, per The Guardian: «Il principale problema per Bauer è come intendono affrontare la partita del mobile in un mondo in cui la diffusione di smartphone, tablet ed e-reader, cresce proprio nel territorio in cui Bauer è più forte: il mass market».

Nell’articolo c’è una scheda con i principali dati di bilancio di Bauer.

Il punto: cosa deve fare un editore di periodici per restare a galla e prosperare nel mondo digitale.

The Guardian: Bauer, editore di Grazia Uk

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Periodici che hanno successo sul tablet

Quali periodici hanno successo sul tablet.

È uno dei temi che più mi appassionano: la possibilità di adattare i periodici al tablet. O la creazione di nuovi prodotti pensati per la lettura nel digitale.

Perché i giornali di carta sono in declino e nulla sembra indicare non dico un’inversione di tendenza ma un rallentamento della caduta. E i media digitali, che stanno rubando lettori alla carta, sono l’unica via di fuga.

Riprendo un pezzo uscito su Techvibes. Riguarda il Canada.

L’autore introduce l’argomento ricordando che l’orizzonte è grigio anche per i giornali concepiti per il tablet. The Daily, creatura di Rupert Murdoch, ha chiuso dopo neppure due anni di vita. Lo stesso Huffington Post, sito di successo, non è riuscito a decollare quando si è tentato di farne un magazine da scaricare a pagamento, ed è presto tornato a essere un prodotto gratuito.

Ma Techvibes spiega che in Canada lo scenario è più promettente. Le pubblicazioni per tablet stanno andando “ragionevolmente” bene.
I periodici, infatti, rappresentano la seconda categoria di app più acquistate dai possessori di iPad. Nella classifica delle 100 applicazioni più vendute nell’Apple Store ci sono dieci giornali. Tra le 200 app più vendute, il 15% è costituito da giornali. Di questi, il 77% sono periodici, il 20% quotidiani.
Ma di quali giornali parliamo? Il 30% sono femminili. Il 27% giornali di attualità. Il 13% riguarda l’intrattenimento. Il 10% cucina e viaggi.
Val la pena di guardare le slide di Techvibes.
Il punto: se i periodici hanno un futuro sul tablet. E quale tipo di periodici.

Chi lo dice: «Techvibes is Canada’s leading technology media property. Originally founded in 2002, Techvibes is dedicated to covering social, mobile, and startup news that impacts Canadians».

techvibes
 app di periodici
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I limiti delle app dei periodici

In questo pezzo di Techvibes si spiega perché la maggior parte degli editori di periodici crea copie digitali che sono l’esatta replica del giornale di carta.

Senza multimedialità, a basso tasso di interattività, con pochi elementi aggiuntivi, come i video.

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L’informazione gratis su Internet? No, per i media digitali si spende di più

Un editorialista e blogger del New York Times, Nick Bilton, si è messo a fare i conti di quanto ha speso nel 2012. E si è accorto con sorpresa di aver sborsato 2 mila 403 dollari per una sola categoria di acquisti.

No, non è l’abbigliamento. E neppure l’ultima vacanza alle Hawaii.

Bilton ha speso 2 mila 403 dollari in media digitali.

Per un decennio abbiamo sentito ripetere il mantra della gratuità di Internet. Amico, non dovrai più spendere niente, dal web potrai scaricare gratis e a volontà film, programmi tv, libri, notizie, articoli, musica, giochi.

Non era vero. Queste previsioni apocalittiche erano sbagliate.

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Hearst e i contenuti giornalistici a pagamento nel digitale

La sorpresa per i lettori di Cosmopolitan su tablet è che l’abbonamento annuale alla edizione digitale costa 19,99 dollari, mentre lo stesso abbonamento, ma per il giornale di carta, è di 10 dollari.

La tendenza tra gli editori americani, primo Hearst, è infatti di far salire il prezzo degli abbonamenti sulle nuove piattaforme digitali. Approfittando della novità del supporto tecnologico, si va a mettere in discussione uno dei pilastri dell’industria dei periodici. Tradizionalmente i giornali venivano dati in abbonamento a prezzi stracciati.

Un lusso che non ci si può più permettere.

I ricavi da pubblicità sono calati in modo drammatico, oltre l’8% solo nel 2012, il 32% dal 2008, e questi ricavi costituivano il 75% del fatturato dei periodici americani. Bisogna dunque tentare di ottenere di più dai lettori.

Cambiano le fonti di ricavo, cambia il modello di business.

La strada di Cosmopolitan e dell’editore Hearst è stata seguita, seppur con differenze, da altri. Economist fa pagare 160 dollari l’abbonamento al giornale di carta associato all’abbonamento digitale. Condé Nast non dà più il giornale digitale gratuitamente ai propri sottoscrittori, ma ha alzato il prezzo. Un esempio è il New Yorker: l’abbonamento che abbina carta e digitale costa 99 dollari, contro i 69 della sola carta. Due anni fa la carta era a 39 dollari, ma i tablet e le edizioni digitali non esistevano ancora.

Con il digitale si fa pagare di più anche la carta. Il contrario di quel che si temeva: che i contenuti giornalistici diventassero contenuti gratuiti nel web, che le notizie fossero commodity.

Un problema simile si pone per i quotidiani, che però hanno affrontato il tema delle diffusioni attravero i siti a pagamento (con il sistema del paywall).

Il tablet è interessante, promettente: il lettore medio del tablet è più giovane, benestante e con titolo di studio più alto del lettore medio. Due terzi sono maschi, il 54% Millennial (tra i 18 e 35 anni) e il 36% ha un reddito di oltre 100 mila dollari annui.

Unica nota negativa: oggi le diffusioni digitali dei periodici valgono pochi punti percentuali della copie vendute, si prevede che per il 2015 saranno il 10% del totale. Ancora poco.

Il punto: come gli editori provano a far pagare i contenuti giornalistici digitali. Non è vero che le notizie diventano prodotti gratuiti per colpa del web.

Wall Street Journal: l’abbonamento per tablet costa più della carta

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I giornali di Hearst escono in anticipo sull’iPad

Negli Stati Uniti i possessori di iPad potranno leggere prima di altri le edizioni digitali dei periodici con il marchio Hearst. In altre parole, Apple offre a chi ha comprato il suo tablet il benefit di poter acquistare 20 testate, tra cui Cosmopolitan, Harper’s Bazaar, Elle, Marie Claire, Esquire, prima che queste vengano messe in vendita in altre edicole online. E prima che i giornali escano in edicola.

Il vantaggio è per l’edicola di Apple, il famoso Newsstand, che anticipa la concorrenza: Zino, Google, Amazon. E per Hearst, che riceve maggiore visibilità nell’edicola digitale. Come per le edicole tradizionali, infatti, avere una posizione di favore, in prima fila, sotto gli occhi dell’acquirente, rappresenta un vantaggio competitivo. Io che vado a comprare il giornale, magari compro anche un altro titolo, ma lo devo poter vedere e apprezzare. E i giornali messi sotto il naso vendono di più. Lo stesso problema si presenta nelle edicole virtuali. I giornali posizionati in alto, vendono. Gli altri, vai a trovarli.

Sono strategie commerciali che, dal punto di vista degli editori, dovrebbero aiutare a incrementare le vendite delle copie digitali. Hearst, negli Usa, afferma di avere circa 800 mila abbonati ai giornali digitali. Ma Cosmopolitan vende oltre 3 milioni di copie cartacee, nell’edicola vera. Ce n’è ancora molta di strada da fare.

Ma c’è un aspetto che merita un maggiore approfondimento: far uscire le versioni digitali in anticipo rispetto alla carta. Su questo ho scritto oggi un altro post. Buona lettura.

Mashable: i giornali di Hearst escono prima nell’edicola di Apple

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Wired (Usa) sposa la filosofia del digital first

Wired Usa, mensile su tecnologia e internet, sta sviluppando una strategia editoriale che mette al primo posto il digitale. Il tentativo, attraverso le nuove piattaforme e la carta, è di dare al lettore contenuti diversificati e sempre aggiornati.

Questo di Ad Week è un pezzo che mostra come possono cambiare le strategie di pubblicazione di un pezzo quando un editore possiede piattaforme e tecnologie diverse per diffondere i contenuti giornalistici. Si capisce anche che diventa rilevante scegliere dove fare uscire prima un articolo. Web, edizione per tablet, facebook o giornale di carta? È come suonare sulla tastiera di un pianoforte.

In passato gli editori di periodici hanno pubblicato su carta. Poi, magari dopo aver ritirato dalle edicole i giornali, facevano uscire il pezzo sul sito. Fruizione gratuita. Ma da qualche tempo c’è la possibilità di dare al lettore una copia digitale del giornale, che è la replica della carta. Ma si possono fare scelte diverse, come ha deciso Wired, mensile di tecnologia e stile di vita digitale di Condé Nast, nella edizione americana.

Nel caso preso a esempio da Ad Week, Wired vuole raccontare la presentazione di un nuovo strumento messo a punto da Facebook per i suoi social utenti, un nuovo elemento per la ricerca degli amici chiamato Graph Search, su cui è stato sollevato il velo in un evento promozionale.

Anziché attendere un mese per dare ai propri lettori un articolo sul giornale in edicola, Wired ha fatto uscire il pezzo sul sito del giornale non appena si è concluso l’evento organizzato da Facebook. Una versione interamente concepita per il digitale dell’articolo sarà inoltre presente nel numero di febbraio della edizione per tablet del giornale, che uscirà martedì 22 Febbraio, inaugurando un nuovo calendario di pubblicazione che vede Wired per tablet rilasciato con cinque giorni di anticipo rispetto all’edicola. L’articolo non sarà invece contenuto nel giornale di carta.

Questa nuova strategia editoriale – rilasciare articoli legati all’attualità sulle piattaforme digitali, piuttosto che dare la precedenza alla carta – è portata avanti dal nuovo direttore di Wired, Scott Dadich. Il quale non è preoccupato dal pensiero di non fare uscire certi articoli nel giornale per l’edicola.

«We’re really focused on delivering more content wherever we’re able to, and when there is a physical limitation (perché il giornale è appena stato stampato) we think digital presents a value proposition for our readers».

«Siamo interessati a fornire più contenuti ovunque sia possibile e se c’è una limitazione fisica, perché siamo in ritardo con la carta, pensiamo che il digitale sia una creazione di valore per il lettore».

Non preoccupa neppure che l’edizione per tablet esca con cinque giorni di anticipo e danneggi la carta: semplicemente si dà di più ai lettori che, attraverso la sottoscrizione di un abbonamento digitale, si dimostrano più impegnati e fedeli al giornale».

  «This is really about giving more value to the readers who commit to us in the form of a subscription».

Il direttore di Wired vuole insistere in questa direzione, conservare la filosofia del digital-first, anche quando si tratta di pubblicare articoli “stand-alone”, acquistabili separatamente, come se fossero degli e-book; o quando si aggiorna una storia nell’edizione per tablet dopo che è stata rilasciata (avvisando i lettori con l’invio di un messaggio).

Il punto: come i periodici possono continuare a fare approfondimento senza essere “bruciati” dalla velocità dell’informazione digitale.

adweek: Wired sposa la linea digital first

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Mondadori chiude testate

Leggo su Lettera 43 che Mondadori chiuderà quattro mensili: Men’s Health, Casa Viva, Ville e Giardini, Travel. A questi si aggiunge la Uor televisiva: le unità organizzative redazionali sono una novità dell’ultimo contratto giornalistico e vengono equiparate a testate. Dunque Mondadori vuole chiudere 5 testate. Ma ho come l’impressione che Lettera 43 dia un numero sbagliato dei colleghi in eccedenza: loro dicono 28 ma a occhio e croce sono una quarantina (in casa ho una raccolta di giornali da fare invidia a Mr Magazine).

È dunque arrivato uno dei momenti di cui si parlava da tempo nel mondo dei periodici. Mondadori si aggiunge allo Stato di crisi in Gruner, in Hearst, in altre case editrici. Alle dimissioni incentivate di Condé Nast. E alla previsione di un nuovo Stato di crisi in Rcs Mediagroup.

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Qual è il tablet che fa per voi, lettori di giornali

In questo utile articolo del New York Times, un pezzo di servizio sulla scelta del tablet, c’è un paragrafo dedicato a chi usa questo apparecchio (un device mobile) per leggere giornali e periodici. Si spiega che la maggior parte delle testate ha versioni digitali che sono l’esatta copia del prodotto di carta. È dunque impossibile leggerli con agio senza usare in continuazione lo zoom.

Quindi il consiglio è di comprare un tablet con lo schermo grande. L’eccezione è data da Condé Nast che ha ridisegnato le edizioni digitali delle proprie riviste, come GQ e Traveler, in modo da avere, sulle pagine da scorrere, testi con caratteri più grandi.

New York Times: quale tablet comprare

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La pubblicità nei magazine australiani

In Australia la raccolta pubblicitaria su quotidiani e periodici è scesa rispettivamente del 17% e 15%. Il motivo? Gli inserzionisti si spostano dai media tradizionali al digitale.

Complessivamente nel 2012 il mercato della pubblicità australiano è sceso dell’1%. Ma ci sono versanti in luce e versanti in ombra. La pubblicità nel digitale è cresciuta del 36% rispetto al 2011.

Perché m’interessa: 1) questo non è un post ma un flash che aiuta a capire se tutto il mondo è paese; 2) ma non è così. Ogni paese assorbe in modo diverso il calo strutturale della carta stampata; 3) ci sono altri flash, o post, in questo blog. Sugli Usa, il Giappone, l’Estremo Oriente, il Canada.

fool.com: come va il mercato australiano

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Con il tablet si fa più e-commerce

Non c’entra nulla con i periodici, ma uno studio americano di Adobe Systems pubblicato da Mediapost, dice che i possessori di tablet sono più propensi a fare acquistri on line con il loro device rispetto a chi ha uno smartphone (il cellulare intelligente che permette di navigare su internet). Dalla ricerca risulta che il 55% dei proprietari di tablet usa l’apparecchio per fare acquisti, contro il 28% degli smartphone.

Ma sappiamo che lo sviluppo digitale dei periodici permette di attingere a nuovi ricavi per gli editori attraverso l’e-commerce. Siamo proprio sicuri che i risultati di questa ricerca non abbiano niente a che fare con i giornali, visto il fiorire di versioni digitali delle testate da leggere su tablet?

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Donna Moderna: il nuovo direttore sarà Annalisa Monfreda

Leggo che il nuovo direttore di Donna Moderna e Confidenze sarà Annalisa Monfreda, oggi alla guida di Cosmopolitan. È un direttore giovane, di 34 anni. La società italiana penalizza i trentenni? Lei lo spazio se l’è creato con i risultati. È già stata direttore di Top Girl, Geo, Cosmopolitan, le prime due testate in Gruner und Jahr, Cosmo in Mondadori e poi in Hearst, la casa editrice americana di periodici, la più grande a livello planetario, che nel 2011 è arrivata in Italia, acquisendo i periodici di Hachette Rusconi, ovvero Lagardere, e riprendendo il pieno controllo del suo gioiello editoriale, Cosmopolitan appunto.

Con Monfreda, Cosmopolitan si è risollevato, il mensile vende 116 mila copie in edicola e in abbonamento, dunque più di due anni fa, quando la crisi economica e dell’editoria non flagellavano come oggi i giornali.

Corriere.it: Annalisa Monfreda direttore di Donna Moderna e Confidenze

annalisa monfredaCosmopolitan

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La crisi dei giornali vista dal Giappone

Sulla scia della chiusura di Newsweek, il quotidiano giapponese Japan Times, fondato nel 1897 e scritto in lingua inglese, si interroga sullo stato di salute della stampa nazionale.

L’edizione giapponese di Newsweek, lanciata nel 1986, non chiuderà. Le diffusioni della testata sono scese da 54 mila nel 2009 a 39 mila nel 2012.

Ma tutte le testate sono in sofferenza: tabloid, newsmagazines (settimanali dedicati alle hard news: politica e cronaca), periodici economici e i cosiddetti jōhō-shi, giornali di intrattenimento. Gli unici che sembrano passare indenni attraverso la crisi sono le pubblicazioni patinate legate alla moda e rivolte prevalentemente a un pubblico di donne giovani. Reggono anche le guide televisive.

Inoltre il numero di periodici che ha chiuso le pubblicazioni prevale dal 2006 su quello dei lanci.

Nessun periodico supera il mezzo milione di copie. Shukan Gendai dell’editore Kodansha è cresciuto di 55 mila copie rispetto al 2009. Gli altri perdono. 

Nell’articolo, il calo dei magazine viene messo in rapporto con il crollo nella vendita dei libri e la chiusura di librerie. La casa editrice Takeda Random House è in bancarotta. Si prevede una riduzione del 30 per cento dei titoli stampati. In Giappone chiudono in media mille librerie all’anno.

Nei primi dieci mesi del 2012 i periodici hanno perso il 3,9% delle diffusioni. I ricavi sono scesi del 6,6%, sotto la soglia psicologica del trilione di yen.

Si cita un articolo intitolato: «Il futuro dell’industria dei periodici, per cui è arrivato l’inverno» (titolo molto giapponese). L’autore osserva che da tempo alcuni grandi editori sostengono i magazine con i profitti della vendita di fumetti. Altra importante stampella è stata la pubblicazione a puntate di racconti di scrittori famosi, poi raccolti e riproposti come libri.

La domanda conclusiva è:

“Isn’t there anything else publishers can do but sit there and contemplate the demise of magazine culture?”

M’interessa perché: 1) in tutto il mondo ci si fa le stesse domande; 2) aiuta ad avere un quadro più ampio ancora della crisi dei periodici; 3) c’è la curiosità di scoprire che in Giappone i magazine vengono sostenuti con la pubblicazione di romanzi a puntate. A ciascuno il suo, l’Italia allega ai giornali cd, libri, dvd, borsette, bustine di thè.

Japan Times: la crisi dei giornali vista dal Giappone

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Periodici, il calo della pubblicità e delle copie vendute

Non è il dato finale dell’anno, ma quasi ci siamo. Ieri l’Osservatorio stampa delle Concessionarie di pubblicita’ (Fcp) ha disegnato il quadro della raccolta pubblicitaria sulla carta stampata nei primi 11 mesi del 2012. Complessivamente il calo è del 17 % a fatturato. I periodici, però, vanno meno bene della media. Complessivamente perdono 17,2% a fatturato e il 13,2% come spazio (le pagine di pubblicità). Con questa differenziazione. I settimanali vanno peggio, con fatturato a -19,9% e spazio a -12%. I mensili fanno -14,1% a fatturato e -15% a spazio. Nel complesso, i quotidiani riportano meno danni della media, i quotidiani gratuiti sono crollati, i periodici si trovano nel mezzo.

Sono dati da affiancare a quelli delle copie vendute e degli abbonamenti, usciti qualche giorno fa su Prima comunicazione online. Anche di questo lascio il link.

Borsa italiana: male la pubblicità nella stampa

Prima Comunicazione: vendite giornali Ads

 

 

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Studio sulla sostenibilità dei giornali digitali

Una analisi di 69 startup giornalistiche in dieci Paesi, tra cui l’Italia, per capire come riescano a stare in piedi e a far soldi i giornali digitali. Non sono i lettori a sostenere finanziariamente le testate ma la pubblicità e una varietà di altre fonti di ricavo. Lo spiega uno studio intitolato «Chasing sustainability on the net» ripreso oggi da Nieman Journalism Lab

L’analisi, frutto di un progetto chiamato Submojour (sustainable business models for journalism), condotto da un gruppo di ricercatori, prova a spiegare come i giornali delle startup, società nate di recente con lo scopo di farsi largo nel digitale, riescano a sostenersi da soli, senza sovvenzioni, senza contributi per la carta, etc etc (è uno sberleffo, scusate), grazie a specifiche fonti di guadagno.

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Wall Street Journal lancia Money, rivista per ricchi

Il Wall Street Journal lancerà il 9 marzo un trimestrale di lifestyle pensato per i ricchi e la pubblicità del lusso. Si chiamerà Money, avrà 50 pagine, di cui 30 di articoli e 20 di pubblicità, e sarà distribuita negli Stati Uniti con l’edizione del weekend del Journal, che fa 2 milioni 300 mila copie. La testata è uno spinoff del Wall Street Journal Magazine.

Money non parlerà di finanza e investimenti, non avrà un taglio di servizio, seppur alto, ma racconterà storie di businessman che hanno raggiunto il successo, le loro idee vincenti, i loro più grandi errori.

wsj-money-redesign-hed-2013

 

M’interessa perché: 1) si fanno ancora lanci di periodici; 2) hanno grande successo gli allegati; 3) il lusso rimane una nicchia interessante per la raccolta di pubblicità. Anche su carta.

Ad Week: Wall Street Journal lancia rivista per i ricchi

adweek

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Mondadori France, Condé Nast e i periodici su tablet

In Francia cresce la vendita di tablet, che a Natale 2012 avrebbe superato per la prima volta quella degli smartphone. Le aspettative degli editori sono grandi, come dice Mondadori France: è alle porte una Rivoluzione copernicana dei periodici. C’è interesse per le edizioni dei giornali create appositamente per le tavolette, diverse dalle solite copie digitali che replicano il giornale di carta.

Alla luce di questi dati di vendita gli editori francesi sono in fermento. È noto infatti che i possessori di tablet cercano informazione con i loro apparecchi mobili: dopo la messaggistica e i giochi, le notizie sono la principale ragione d’uso dei tablet. Apparecchi che, si badi bene, vengono usati soprattutto a casa e da tutta la famiglia.

Inoltre le versioni dei giornali per tavoletta sono diverse dalle solite copie replica dei giornali, i pdf, o pidieffoni, come li chiamano i giornalisti tra simpatia e compatimento, e aprono spazio alla sperimentazione e alla vendita di pubblicità.

In Francia, si ricorda nell’articolo di Le Figaro (che potete leggere attraverso il link riportato alla fine di questo post), si prevede che per la fine del 2013 saranno in circolazione 4 milioni e mezzo di tablet, contro i 3 milioni venduti fino a questo momento.

Le Figaro

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Andrew Sullivan, i blog e la qualità dei giornali

Uno dei più noti blogger degli Stati Uniti, Andrew Sullivan, lascia The Daily Beast/Newsweek, torna in proprio e adotta il paywall. Paghino i miei lettori, dice, perché avere pubblicità è più un problema che un vantaggio. Secondo Ken Doctor, autore di Newsonomics, la scelta di Sullivan conferma che i giornali digitali devono vivere soprattutto dei ricavi da abbonamenti e copie vendute.

Ken Doctor, Andrew Sullivan, sono due nomi noti per chi si occupa di editoria negli Stati Uniti.

Il primo è un ex giornalista, consulente, esperto di media e autore di un citatissimo studio sull’editoria dell’era digitale, Newsonomics. Scrive anche per il prestigioso Nieman Journalism Lab, da dove riprendo alcune riflessioni per questo post.

Il secondo, Sullivan, è il blogger del momento. Il suo The Dish mescola politica, commenti alle notizie del giorno, riflessioni sulla società americana, suggestioni culturali, concorsi per i lettori (famoso View from my Window, foto scattate dalla finestra di casa) e momenti di relax. Una formula di straordinario successo, una voce unica, una mente stimolante, di un inglese trapiantato negli States, studi a Oxford, coinvolto in politica già nell’Inghilterra della Thatcher, cattolico, omosessuale dichiarato, voce repubblicana fuori dai ranghi in America, penna prima del New York Times Magazine, poi di Atlantic, infine blogger seguitissimo che entra nella eccentrica casa editrice che mette insieme Newsweek e The Daily Beast. Date un’occhiata ai suoi post, a volte anche un’infografica, una delle numerose che potere vedere ogni giorno, aiuta a inquadrare un tema. Anche le foto colpiscono.

Andrew Sullivan, lo staff di Daily Dish e i beagle simbolo del blog

Andrew Sullivan, lo staff del Dish e i beagle simbolo del blog

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Periodici e digitale di Meredith, per la donna americana della classe media

Torno sulla formula di Meredith, l’editore che con i suoi periodici si rivolge alla donna americana della classe media. Un esempio di rilievo di come un editore possa resistere alle difficoltà del periodo, dunque calo delle diffusioni e della pubblicità, e affiancare con successo l’attività su carta a quella nel digitale.

Di tutto questo ha parlato il presidente di Meredith National Media Group, Tom Harty, alla sessione conclusiva della conferenza annuale della rivista Folio: Media Next Show (questa settimana a New York, rinviata di due mesi a causa del ciclone Sandy).

Harty ha spiegato, e questo è il passaggio centrale, che un editore di periodici deve innovare e restare rilevante per i lettori. Attraverso una serie di investimenti Meredith si è trasformata da una tradizionale casa editrice a una società che fa marketing e comunicazione a livello nazionale. Capace di raggiungere 100 milioni di donne americane, metà delle quali su canali digitali. Ecco cosa vuol dire restare rilevanti.

I quattro principi da seguire nell’era del digitale sono:

1. Focus on your core business.

2. Leverage technology, but not at the expense of your core business.

3. Stay relevant. Keep innovating.

4. Be accountable. Capitalize on the power of magazines.

«Non siamo una società di prodotti tecnologici, siamo un editore e una società che si occupa di comunicazione e marketing. Non bisogna perderlo di vista, anche quando si parla di innovazione» ha detto in più passaggi il presidente di Meredith.

L’espansione digitale deve avvenire per via organica (esempio: le versioni digitali dei giornali esistenti. NdR) e attraverso acquisizioni. Meredith ha comprato il portale di cucina Allrecipes.com, il più grosso a livello mondiale. Questo sito aveva messo sotto pressione Meredith, anche se la casa editrice non ha molti brand nell’area del cibo, e Meredith l’ha comprato, raddoppiando la presenza nel digitale.

Ci sono altri passaggi interessanti che vi consiglio di leggere nel link all’articolo, qui sotto. Quel che mi piace è l’aria di relativa ordinarietà con cui le cose avvengono in Meredith. Non c’è l’esaltazione del futuro digitale, il feticismo della tecnologia, il vagheggiare un cambiamento di pelle della azienda. C’è invece un editore che si trasforma senza buttare via i suoi prodotti ma, anzi, valorizzandoli, una crescita coerente, decisa ma senza colpi di testa, una evoluzione della attività. Va tenuto presente, anche se qualcuno li considera giornali «per donne», cari amici, anche se non è il prestigioso mondo di Time, Newsweek, Economist. Banalmente, si tratta del mondo dei periodici, fatto soprattutto di femminili, testate di moda, cucina, arredamento, tempo libero, interessi dell’uomo e della donna, sport.

Il punto: un editore americano di periodici che continua a crescere nonostante la crisi. Allora si può.

Chi lo dice: «The magazine industry’s source for news, careers, suppliers, education, features, video, multimedia and more».

foliomag: come prosperare nell’età della trasformazione

Meredith Mags

Folio

Folio

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La prima copertina animata di Newsweek

Gli abbonati a Newsweek hanno avuto una sorpresa scaricando il numero dell’11 gennaio. Luce blu, immagini in movimento, sono 4 secondi di un video che mostra la discesa verso il fondo del mare del sommergibile Pisces IV. Per la prima volta in 80 anni di storia il newsmagazine, che dall’1 gennaio 2013 esiste solo in versione digitale, ha creato una copertina animata.

adweek: la prima copertina animata di Newsweek

 

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L’offerta digitale di Economist

Economist vende 1 milione e mezzo di copie. Ma prevede un calo delle diffusioni. Cresce dunque l’attenzione all’offerta digitale della testata. Che oggi conta 150 mila abbonati digital-only.

Parla il direttore del digitale di Economist, Tom Standage, per il quale il calo delle diffusioni cartacee del giornale, circa un milione e mezzo di copie, è inevitabile. Va messa in conto e anticipata con mosse di sviluppo nel digitale.

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Time licenzia 700 dipendenti nei periodici e nel digitale

L’editore di Time taglia 700 posti nei periodici e nei siti web. Obiettivo: risparmiare quest’anno 100 milioni di dollari. I licenziamenti iniziano a febbraio.

Il Ceo di Time Inc., Laura Lang, ha spiegato che l’azienda sta cambiando e si sta adeguando ai nuovi tempi, ma in questa fase rimangono difficoltà. Per non perdere l’opportunità di crescere nel futuro bisogna tenere sotto controllo i costi.

Di qui la decisione di lasciare a casa 700 dipendenti dell’area periodici e digitale e l’annuncio che non ci saranno gli attesi aumenti di stipendio per 8 mila dipendenti.

L’articolo di Fox Business, che potete leggere andando al link riportato in fondo a questo post, si conclude con una sintetica descrizione del contorno in cui si inserisce la notizia, secondo i canoni delle news d’agenzia. Si dice che l’industria della carta stampata sta soffrendo cali nelle diffusioni e nella pubblicità perché lettori e pubblicità stanno migrando verso il digitale.

M’interessa perché: 1) spiega come il principale editore americano di periodici stia affrontando la crisi della carta stampata; 2) ormai anche la portinaia di Indro Montanelli, ma americana, sa che lettori e pubblicità si spostano sul digitale.

Fox Business: Time Inc. taglia 700 posti, e giornalisti

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Ecco i periodici americani che perdono più pubblicità

Ancora sulla pubblicità dei magazine negli Stati Uniti. Il 2013 si chiude con un calo complessivo dell’8,2% di pagine pubblicitarie raccolte dai periodici.

La flessione nell’ultimo trimestre, ottobre-dicembre, è stata inferiore al resto dell’anno, – 7,3%. Un dirigente di una casa editrice, citato nell’articolo del Wall Street Journal Blog, riportato in link, spiega l’attenuarsi del calo verso fine anno con il fatto che ci si è resi conto, nell’industria dei media, che vale più una inserzione sulla carta che un banner online.

Le perdite maggiori, confrontando l’ultimo trimestre 2012 con il 2011, hanno riguardato queste testate: All You, Ladies Home Journal, Lucky, Maxim, Martha Stewart Living, National Geographic, Saveur e Scientific American. Tutte hanno perso più del 20% delle pagine di pubblicità.

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Come cambieranno i giornali e le redazioni

Finora si è discusso delle cause della crisi dei giornali, della caduta dei ricavi, dei risultati della prima ondata di ristrutturazioni. Ma tutto questo viene ora visto in una luce diversa. La crisi della stampa, pochi non lo capiscono, non è ciclica ma strutturale. Dunque è destinata a cambiare per sempre l’editoria. Vengono messi in discussione gli elementi costitutivi di questo mondo: l’organizzazione aziendale, il funzionamento delle redazioni, i contenuti dei quotidiani e dei periodici. E il modo in cui si raccoglie la pubblicità. Come scrive Bain & Company.

Se ne parla sui giornali, se ne parla nelle redazioni. E se ne sono occupate società di consulenza come Bain & Company, che qualche tempo fa ha presentato uno studio dal titolo «Il panorama della distribuzione editoriale». L’ho trovato in un post come sempre informatissimo de ilgiornalaio dedicato però a un altro tema, la riorganizzazione delle edicole (con una chiave diversa se ne è occupato nei giorni scorsi anche questo blog). Seppur vecchio di qualche mese, lo studio rimane attualissimo. Anzi, anticipatorio.

La prima parte affronta una serie di temi che da qualche mese sono diventati argomento di riflessione tra i maggiori editori italiani, come si è letto sulla stampa di settore. L’area dei periodici ci entra in pieno.

Riporto alcune schede.

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Le cinque qualità del giornalista digitale

Cosa deve saper fare un giornalista nell’era digitale? Le stesse cose di prima. E molto altro. L’approccio pragmatico di un giornalista della Bbc, il direttore delle news online Steve Herrmann, si traduce in cinque qualità, cinque competenze, che vengono richieste ai candidati che si presentano ai colloqui per entrare nella testata del servizio pubblico del Regno Unito (detto per inciso: alla Bbc si entra attraverso selezioni trasparenti e continue. Non è la Rai, con l’infinito precariato per i comuni mortali e le scorciatoie dei predestinati). Ho sempre amato il senso pratico degli inglesi. Nell’articolo di Journalism.co.uk, riportato in link alla fine di questo post, trovate anche un podcast con i consigli della Bbc.

Ecco i cinque skill più apprezzati da Steve Herrmann.

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Edicole, abbonamenti dei periodici e lo US Postal Service

Con la consegna degli abbonamenti nelle edicole e l’informatizzazione dei punti vendita gli editori e i giornalai cercano di conservare la rilevanza dei prodotti di carta. Da cui si continua a fare il 90% del fatturato. La carta rimane un’àncora di salvezza anche per le Poste degli Stati Uniti. Nell’attesa che si compia il passaggio dei giornali al digitale.

È naturale parlar molto delle edicole virtuali, dei newsstand, ma nel corso di questa incerta transizione al digitale dei giornali, fase dalla durata indefinibile, il luogo dove si continua a vendere il numero di gran lunga più grande di quotidiani e periodici rimane l’edicola sotto casa.

A metà novembre gli editori italiani aderenti alla Fieg (la federazione che raccoglie i principali gruppi) hanno concluso un accordo con alcune delle principali associzioni sindacali dei giornalai (accordo, dico subito, contestato da una parte degli edicolanti) che prevede la distribuzione degli abbonamenti in edicola. I lettori che si abbonano alle testate italiane dovranno raggiungere l’edicola di riferimento per ritirare la loro copia del giornale. Il piano prevede una sperimentazione di un anno, poi si valuteranno i risultati. In Italia vengono distribuiti 230 milioni di copie in abbonamento per un valore, dicono gli editori Fieg, di 400 milioni di euro.

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Le copertine di The Atlantic e i newsmagazine

Non riesco a tenere per me l’entusiasmo di aver scoperto The Atlantic. Di questo mensile americano con 155 anni di storia, che dal 2008 ha fatto una svolta decisa verso il digitale, ho parlato nel post di ieri. Subito dopo mi sono guardato un po’ di numeri arretrati e sono rimasto colpito (folgorato) dalla forza delle copertine. Ho avuto l’impressione che, parlando di newsmagazine (periodici che si occupano dell’attualità nel campo della politica, degli esteri, della società, dell’economia, della cultura: l’Espresso e Panorama, due settimanali), solo un mensile abbia il respiro per approfondire come si deve i temi del momento. Lo so, sembra un’assurdità, nell’era dell’informazione aggiornata minuto per minuto. Abbiate la pazienza di scorrere alcune copertine di The Atlantic degli ultimi due anni. E poi ritorno sull’argomento. Eccole.

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Periodici/ The Atlantic torna al paywall, il sito a pagamento

The Atlantic, mensile americano con 155 anni di storia che è stato rifondato mettendo il digitale al primo posto, potrebbe chiedere ai proprio lettori di pagare per accedere ai contenuti on line. Sarebbe un rovesciamento di quella linea, adottata nel 2008, che ha permesso alla testata di fare per la prima volta utili nel 2010.

La notizia, che riprendo da Forbes (il link all’articolo in inglese è alla fine di questo post), è interessante non tanto per il giro d’affari di The Atlantic, che nel 2010 portò a casa un utile di appena un milione 800 mila dollari, ma per gli spunti di riflessione sul modo in cui carta e digitale pesano negli equilibri di una casa editrice di periodici e su come affrontare la spinosa questione dei contenuti giornalistici a pagamento nei magazine.

PERIODICI E DIGITALE. I siti di magazine e quotidiani hanno infatti caratteristiche molto diverse e quindi richiedono soluzioni ad hoc. Finora aveva senso parlare di sito a pagamento soprattutto per i quotidiani (e anche su questo ci sono scuole di pensiero contrapposte). Ha molto meno senso, si pensava, ha un paywall per i magazine. Ma le cose sembrano cambiate sulla scia della chiusura di Newsweek e delle trasformazioni del mercato, arrivo dei tablet incluso.

The Atlantic è un giornale che mi incuriosice, già il nome è altamente evocativo, e infatti questo blog ne ha raccontato la storia un paio di mesi fa. La casa editrice che pubblica questo periodico vecchio di 155 anni ha diffuso l’altro giorno dati sull’andamento delle attività digitali. Ricordo che fino al 2008 il magazine, che si occupa di politica, esteri, economia, cultura, aveva un sito a pagamento. Aver abbattuto il paywall e puntato sul digitale ha permesso di far tornare in attivo la testata.

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Dal digitale metà della pubblicità raccolta da Wired (Usa)

La pubblicità raccolta sul digitale da Wired è il 50% del totale. In tutto il 2012 la media è stata del 45%. Un segnale incoraggiante per gli editori che guardano ai siti delle testate e alle edizioni per tablet come una fonte per bilanciare le perdite sulla carta.

La notizia è uscita ieri su Advertising Age (l’articolo è riportato in link alla fine di questo post) ed è contornata da altri dati importanti per portare avanti una riflessione sulla transizione al digitale nei periodici. Dunque Wired raccoglie metà della pubblicità sul digitale negli ultimi tre mesi del 2012, la media dell’anno è stata 45%. Era solo il 10% nel 2006.

Altri dettagli interessantissimi. Il 90% della pubblicità digitale è sul sito di Wired e dal tablet proviene solo una piccola quota. Troppo presto. E le pagine di pubblicità sul giornale di carta sono diminuite del 5,7% nel 2012. Ma Condé Nast precisa che la crescita nel digitale non deriva dal calo sulla carta, non è una illusione contabile.

Allargando il campo, Ad Age riferisce che The Atlantic, testata di cui si è parlato in Futuro dei Periodici per la coraggiosa scelta nel digitale, ha fatto meglio di Wired, arrivando al 59% della raccolta pubblicitaria sul digitale. Ma quest’ultimo, magazine del gigante dell’editoria Condé Nast, ha numeri più grandi dell’Atlantic, con diffusioni da 800 mila copie e 885 pagine complessive di pubblicità, contro le 450 mila copie e 463 pagine dell’Atlantic.

Howard Mittman, VP-publisher di WiredMittman, usa una metafora eloquente e raccapricciante insieme: «Possedere un giornale di carta non significa necessariamente che ci sia un peso analogico legato intorno al tuo collo tecnologico». Un quadro più ampio è stato tracciato nel pubblicato oggi su Futuro dei Periodici.

Advertising Age: metà pubblicità Wired è digitale.

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Usa, calo senza fine delle pagine di pubblicità nei periodici

La caduta non si ferma. Nei primi nove mesi del 2012 le pagine di pubblicità sui periodici americani sono diminuite dell’8,6%. Il calo in sei anni è stato del 38,4%. Ma è sempre meglio di quel che fanno i quotidiani. Questo negli Stati Uniti. In Italia la situazione è diversa.

L’ho letto a Natale, val la pena di rileggerlo. L’articolo di Media Post (che trovate in link alla fine di questo post) inizia così: il 2009 è stato triste, il 2010 non molto migliore, il 2011 un poco peggiore, il 2012 di cacca.

Si parla delle pagine di pubblicità raccolte dai periodici americani. Il calo, secondo il Publishers Information Bureau, è stato dell’8,6% nei primi nove mesi del 2012, confrontati con lo stesso periodo del 2011. Anno in cui la flessione era stata del 3,2%. Nel 2010 era andata magnificamente: 0 (zero). E via risalendo il corso del tempo. Tanto che l’editorialista del New York Times David Carr, citato nel pezzo, ha commentato: «Ora, come i quotidiani, anche i periodici sembrano arrivati sull’orlo del precipizio».
In Italia, se si vuole, la situazione vede i protagonisti in parti rovesciate, con i quotidiani che tolgono pubblicità ai periodici perfino nel settore della moda.

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Nel 2012 pubblicati 870 nuovi periodici negli Usa. Quasi tutti di nicchia.

Per gli editori statunitensi quello che abbiamo lasciato alle spalle è stato un anno di lanci. Complessivamente si contano 870 nuovi periodici. Per trovare un’annata altrettanto prolifica bisogna tornare al 2007. Ma si tratta di pubblicazioni spesso di nicchia. E i grandi editori sono rimasti ai margini del gioco.

Questo post è anche l’occasione per presentare un personaggio interessante e curioso, il professore Samir Husni, direttore del Magazine Innovation Center della School of Journalism all’Università del Mississipi. Il professor Husni, bizzarro e simpatico perché si vanta di possedere 28 mila prime edizioni di periodici e mille cravatte, è l’autore del popolare sito Mr. Magazine, e da 24 anni si occupa di lanci di periodici. Viene spesso intervistato, citato e invitato a eventi dai maggiori editori americani.

Nel 2012 il numero complessivo è stato di 870 lanci. Parliamo di settimanali, quindicinali, mensili, bimestrali, speciali, prodotti dalla periodicità più dilatata, irregolare, o di book-a-zine, libri realizzati utilizzando in parte articoli già usciti. Sono prodotti editoriali tutti rigorosamente di carta e distribuiti in edicola. Delle 870 pubblicazioni, 242 escono con frequenza regolare.

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Ogni mese Hearst vende 800 mila copie digitali di periodici

I periodici di Hearst vendono negli Stati Uniti 800 mila copie digitali al mese. Il miglior risultato nell’industria dei magazine. Dopo 24 mesi, l’investimento dell’editore nel digitale inizia a produrre profitti. 

Lo ha scritto in una lettera d’auguri ai dipendenti per il nuovo anno il presidente di Hearst Magazines, David Carey. Hearst, per chi non segue i periodici, è il più grande editore mondiale, proprietario negli Usa di 304 edizioni, 284 delle quali vengono pubblicate anche fuori dagli Stati Uniti. Le testate più note sono: Cosmopolitan, Harper’s Bazaar, Esquire, Elle e Marie Claire (questi ultimi acquistati nel 2011 dall’editore francese Lagardère).

Dunque ogni mese Hearst ha 800 mila subscribers digitali, tra abbonati e acquirenti di singole copie dei giornali per iPad, Nooks, Kindle Fire e apparecchi mobili Android. E l’80 per cento di essi è nuovo e non acquistava in passato prodotti di Hearst.

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