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The Social Side of Elle – I Social Media nei Periodici

Come la rivista di fashion Elle, marchio globale, utilizza con successo i social media

Facebook? Serve a portare lettori sul sito del giornale.

Twitter? Elle ha una “lista segreta” di celebrity, che le lettrici del giornale sentono come vicine, le “Elle girls”, che aiutano a diffondere il marchio di testata su Twitter.

Instagram? Ma anche Pinterest e Tumblr… Enfatizzano la forza dell’immagine in Elle. Perché questa rivista è un generatore di “belle immagini”. Su Elle praticamente puoi toccare una gonna che solo un centinaio di donne al mondo indosserà e acquisterà.

Ecco in tre punti la funzione dei social media per Elle e come vengono utilizzati per far girare il marchio della maggiore rivista di moda al mondo. O, almeno, la più prestigiosa.

Lo spiega un post di socialmediatoday.com interamente dedicato alla strategia social del magazine. Parla Kate Winick, social media editor del giornale.

Spiega che i social funzionano come una specie di “second screen”: le lettrici trovano su Facebook, Twitter, Instagram & Co. contenuti aggiuntivi che integrano l’offerta della rivista, senza duplicare, cannibalizzare e danneggiare il prodotto per l’edicola.

Ma cosa vuol dire redazione social in un marchio di questa importanza? Significa solo una “giornalista” assunta, Kate Winick appunto, e una squadra di blogger che posta dalle 20 alle 25 volte al giorno. Mai la sera. Ma, durante il giorno, si mantiene un ritmo serrato.

Per chi non lo sapesse, Elle è oggi, la rivista di moda più conosciuta, con 43 edizioni in 60 paesi, un account Facebook in lingua inglese con 2,2 milioni di like, e su Twitter 2,28 milioni di follower. Nel maggio 2014 (leggo nel post di socialmediatoday.com) il sito elle.com ha contato 8 milioni di visitatori unici.

Bisognerebbe aggiungere che anche l’Italia ha storie di successo nei magazine ed esperti di social di notevole spessore. Solo che un’ingiustificata esterofilia ci spinge sempre a cercar oltre confine. Di chi parlo? Per farsene un’idea basta dare un’occhiata alla classifica dei Media Specialist più apprezzati d’Italia uscita su datamediahub.it.

 

Futuro dei Periodici

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La Copertina Che Fa impazzire Twitter

E’ la copertina dell’Hollywood Issue di Vanity Fair Us, marzo 2014. Va alla grande su Twitter.

 

Vanity su Twitter

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Facebook e i Periodici Italiani

I siti dei settimanali: il numero di utenti, il ruolo dei social media, l’attaccamento e fidelizzazione dei lettori. C’è ancora molta strada da percorrere

Segnalo un post sulle performance online dei settimanali italiani scritto da Pier Luca Santoro, l’autore del sito su comunicazione ed editoria Il Giornalaio.
Santoro risponde a domande di grande interesse sul seguito online delle testate periodiche.
Attraverso uno studio fatto con uno strumento per specialisti, è possibile vedere non solo quanti utenti unici ha ciascun sito. Ma, sopratutto, capire alcune caratteristiche dei visitatori. E intuire il loro livello di soddisfazione.

Vedremo quanti lettori arrivano sul sito del giornale dai social network, per esempio. A questo riguardo, viene fuori che nei settimanali, così come nei quotidiani, pochissimi visitatori sul totale vengono “rastrellati” su Facebook e Twitter e dirottati al sito, come dovrebbe essere interesse degli editori. La parte del leone, comunque, spetta a Facebook.

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Perché i Giornalisti Usano i Social Media – Indagine in Gran Bretagna

Passano almeno 2 ore al giorno sui social media, dove vanno soprattutto per postare i loro pezzi. E per dialogare con i lettori. In appena un anno è cambiato il modo in cui i giornalisti usano Twitter e Facebook

DIGITAL FIRST Forse per i giornalisti passare le giornate su Twitter, Facebook e altri social media è il modo più diretto per essere “digital first”, termine molto usato in questi giorni in Italia.

Ma perché si va sui social e cosa si fa?

SONDAGGIO In Italia mancano indagini esaustive. Invece un pezzo uscito sul sito di Wan Ifra (l’associazione mondiale degli editori di giornali e news media) dà un quadro abbastanza completo di quel che accade in Gran Bretagna. Lo fa riprendendo una recente indagine online di Cision e Canterbury Christ Church University, cui hanno partecipato 589 giornalisti.

CI VANNO TUTTI Il 96% dei giornalisti britannici usa ogni giorno i social media come strumento professionale. Il più popolare è Twitter, ormai imprescindibile per chi lavora in quotidiani, periodici, televisione. Insomma, solo 4 giornalisti su 100 non sono sui social.

Il 63% passa su questi siti almeno 2 ore al giorno. Il 22% più di 4 ore. Rispetto al passato è aumentata la frequenza e il numero di siti visitati.

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Se il Giornalista Deve Essere un Brand

Se ne parla sempre più spesso: il giornalista deve diventare un brand. Costruire un’immagine pubblica, prendere posizione, condividere pensieri, conversare con il pubblico in modo trasparente. Non è una possibilità, sta diventando un obbligo. Perché attraverso il contatto diretto con i lettori/utenti passa l’identità del giornale. Va bene così?

TERRA DI CONQUISTA La questione viene posta sempre più spesso: se il giornalista debba essere un brand.

Vuol dire che i social media creano lo spazio per un contatto diretto tra giornalisti e audience.

Lo spazio della trasparenza.

I giornalisti sono interessati ad occuparlo, perché accarezzano il sogno di diventare dei punti di riferimento.

I giornali sono ugualmente interessati, perché attraverso la conversazione dei giornalisti con il pubblico passa la costruzione del brand della testata (o dell’editore).

Il brand, il marchio: noi siamo la rivista e i giornalisti che le celebrity le trattano così (irriverente: pensate a Vanity Fair); noi siamo la rivista e i giornalisti che la politica l’affrontano in questo modo (sfidandola: pensate al Fatto Quotidiano). Io sono il giornalista che di cucina parla così. Io sono il giornale che di moda scrive in questo modo…

PERSONALIZZAZIONE La conversazione, nei social, diventa personale. E questo tono si riversa, in vari modi, sul lavoro giornalistico.

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20 strumenti per i giornalisti digitali

20 strumenti per i giornalisti digitali. Fare ricerche sui social media, creare grafici, girare immagini, fare il montaggio di audio e video. Tutto con programmi e applicazioni a portata di mano.

Gli esempi che riporto sono di Journalism.co.uk.

A) 5 modi rapidi per costruire storie visuali che possono essere inserite in pezzi giornalistici.

1. Storify Per caricare, trascinandoli nel tuo scritto, foto, post, video, commenti dai social network e YouTube.

2. Datawrapper Carichi un foglio di Excel con numeri e il programma crea un grafico interattivo.

3. ThingLink Immagina di voler inserire in una foto delle annotazioni che compaiono quando sposti il cursore o tocchi su un volto o un oggetto. Con questo programma lo puoi fare molto facilmente.

4. Timeline JS Crea una linea del tempo che consente di seguire una storia articolata con un colpo d’occhio. Usa link, immagini, video presi dai principali social e siti popolari, esempio Wikipedia.

5. Tableau Usata anche dal Wall Street Journal. Crea grafici interattivi per raccontare i numeri dietro una storia.
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Fenomeno “second screen”: come cambia il modo di guardare la tv

Assistiamo all’esplosione del fenomeno second screen. Quando vediamo la tv, non c’è solo quello schermo. Ma spostiamo lo sguardo anche sullo smartphone e magari sul tablet e il computer portatile. Perché l’esperienza di guardare la tv è cambiata. Una opportunità o un pericolo per gli editori di periodici e guide televisive?

COME GUARDIAMO LA TV Ci penso dopo aver visto alcune ricerche che descrivono come cambia il modo di passare il tempo libero. E il boom previsto nei prossimi anni di internet come media e della pubblicità nel digitale. Hanno a che fare con i periodici? Forse sì.

Avanza il fenomeno second screen. La gente guarda un programma in tv e allo stesso tempo utilizza smartphone e tablet. Per lavorare e farsi gli affari suoi. Ma anche per condividere con altre persone quel che sta passando in tv. Ve ne accorgete quando su Facebook si giudicano con dei like i personaggi di un talent show. Quando su Twitter si sbertucciano i politici ospiti di Ballarò, e lo si fa mentre il talk show va in onda. E ancora, con i commenti a caldo delle partite di calcio e mille altre cose.

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Riptide, il grande racconto dei cambiamenti del giornalismo dal 1980 a oggi – Opera multimediale di Nieman Lab

Uno straordinario racconto multimediale con 60 interviste raccolte dal Nieman Journalism Lab dell’università di Harvard. Si intitola Riptide: è l’epica delle grandi trasformazioni provocate dalla diffusione delle tecnologie digitali dal 1980 ai giorni nostri. Parlano i vertici di Google, Aol, Twitter, Wpp, Washington Post, New York Times, Forbes, Cnn.

CAMBIAMENTO EPOCALE Riptide in inglese significa vortice d’acqua, è il punto di scontro tra maree e correnti con direzioni diverse, un fenomeno della natura drammatico e terribile. È quello che sta accadendo al mondo dei media. Questo progetto di racconto corale e multimediale mette insieme le voci dei protagonisti, positivi e negativi, vittoriosi e forse sconfitti, di questa trasformazione epocale. Iniziata nel 1980 con la diffusione del computer nel mondo dei media. Questa straordinaria impresa narrativa, di cui tutti sentivamo il bisogno, magari non consapevole, è stata portata avanti dal Joan Shorenstein Center on The Press Politics And Public Policy e dal Nieman Journalism Lab dell’università di Harvard.

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Quando gli utenti ne sanno più dei giornalisti, un buon giornalista che cosa dovrebbe fare?

Riprendo dal mio guru, Lewis DVorkin, capo del digitale di Forbes, personaggio vulcanico, provocatorio e perfino discutibile, una lezione sugli strumenti a disposizione  del giornalista nell’era digitale.

DVorkin fa il ritratto di alcuni giornalisti di Forbes, parte di una rete di 1000 contributors, che lavorano sia per il sito web della testata sia per la versione cartacea.

Vengono fuori modi di lavorare diversi, tutti però connessi alla realtà digitale e agli strumenti che questa offre. Perché siamo entrati nell’epoca in cui il lettore ne sa più del giornalista, di qualsiasi cosa esso si stia occupando. Ma, a differenza del passato, questo lettore può raggiungere con grande facilità l’autore degli articoli, dialogare con lui, arricchirne l’esperienza, dare spunti di lavoro e perfino criticare quel che è stato messo nero su bianco.

(Ieri sulla Lettura, inserto del Corriere della Sera, Antonio Polito ha fatto dell’ironia sui giornalisti italiani che usano Twitter come una vetrina e non come uno strumenti di scambio con il lettore, subito pronti a ritirarsi se arriva qualche critica – chiaro il riferimento a Enrico Mentana, direttore del Tg di La7, che ha da poco lasciato Twitter, appunto, perché preso di mira da alcuni follower. Sinceramente dubito che i giornalisti italiani famosi usino i social network per fare il loro mestiere. I giornalisti italiani famosi sono opinionisti, direttori, mezzibusti. Non redattori, corrispondenti, reporter, inviati. A loro serve una vetrina, non uno strumento d’indagine. E chi cerca la vetrina non accetta critiche).

Torniamo ai “ragazzi” di DVorkin, eccone tre.

George Anders, giornalista con 30 anni di esperienza alle spalle, ritiene che il toolkit digitale disponibile oggi, gli strumenti del mestiere, sarebbero stati una manna 20 anni fa. Siti web specializzati su cui trovare materiale, Skype per fare interviste in ogni parte del mondo a poco prezzo, Youtube con la sua raccolta di interviste di personaggi importanti, file wav delle proprie interviste che, negli Stati Uniti, possono essere trascritti da società specializzate per pochi dollari.

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L’Era di Google: dove e quanti soldi investe la pubblicità sui media digitali

Dove e quanto la pubblicità investe nei media digitali. Ovvero, l’Era di Google: presto il gigante di Mountain View supererà News Corp e diventerà il primo media per raccolta pubblicitaria nel mondo.

Sir Martin Sorrell, Ceo di una delle tre maggiori società internazionali di pubblicità, la WPP, ha spiegato mercoledì 24 aprile alla FT Digital Media Conference di Londra dove e quanto investe in pubblicità. Dove viene speso il budget di cui dispone.

Sorrell ha precisato che il digitale rappresenta il 34% degli investimenti della società da lui fondata. Pari a 72 miliardi di dollari.

«Da zero a più di un terzo degli investimenti in dieci anni: è l’Età di Google» ha commentato il Ceo di WPP.

Ma dove vanno i soldi? Vediamo i dati sugli investimenti di WPP nell’ultimo trimestre.

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L’uomo che vuole tagliare la pubblicità sulla carta stampata

Sir Martin Sorrell è una persona piuttosto influente: capo esecutivo (Ceo, in gergo) di WPP, una delle tre maggiori società di pubblicità e pubbliche relazioni a livello mondiale, quando parla gli altri ascoltano con attenzione. E magari si adeguano.

Il Guardian riporta alcune affermazioni del capo di WPP fatte mercoledì 24 aprile a FT Digital Media Conference di Londra.

Sorrell dice che gli investitori pubblicitari dovrebbero prendere seriamente in considerazione l’idea di tagliare gli investimenti nella carta stampata. E ha accusato Google, Facebook e Twitter di essere degli editori, delle media company, mascherate da società di tecnologia.

Considerazione di Sorrell n.1. C’è una grande discrepanza tra le somme investite in quotidiani e periodici e il tempo che la gente spende su questi media. Troppi investimenti in rapporto al tempo.

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L’arte dei social media: quando (e quanto) postare su Facebook e Twitter

A che ora conviene postare su Twitter per avere più retweet? Quando postare su Facebook per avere più click?

Guardate qui, questo articolo (link alla fine del post), per avere suggerimenti sull’uso dei social media, da Facebook a Twitter. E’ ripreso dal sito della The Association of Magazine Media (Mpa), l’associzione americana degli editori di periodici.

Ecco qualche esempio:

  • Momento migliore per postare su Twitter (per retweets): 5pm
  • Momento migliore per postare su Facebook (per condivisioni): 1pm
  • Numero ottimale di interventi su Twitter: 1-4 tweets all’ora
  • Numero ottimale di post su Facebook: 0.5 volte al giorno

Quando agire su Twitter

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http://www.magazine.org/industry-news/blogs/read/sticky-posts

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Due risposte sul futuro dei periodici

Come sarà il futuro della carta stampata nell’età digitale? Come il digitale è stato d’aiuto a una rivista di successo, molto conosciuta, diventata un modello della transizione alla nuova epoca dei periodici?

Riprendo un’intervista a Lewis D’Vorkin, Chief product officer di Forbes Media, la casa editrice della rivista Forbes. Non è una persona qualsiasi. D’Vorkin è alla guida dello sviluppo digitale di una rivista che è diventata un modello di reazione alla crisi della carta stampata e di espansione sulle nuove piattaforme. Non solo. Forbes è un esempio della nuova organizzazione del lavoro nelle redazioni, come spiegato nel celebre saggio «Breaking News» del professore Clayton M. Christensen della Harvard Business School (ampiamente ripreso da Futuro dei Periodici).

L’intervista, divisa in due domande, ciascuna delle quali contenuta in un video caricato su YouTube, è stata realizzata da un personaggio di cui si è parlato in questo blog, il professore Samir Husni, che si è dato il nome di Mr. Magazine, direttore del Magazine Innovation Center della School of Journalism all’Università del Mississipi.

Prima domanda: come immagina il futuro della carta stampata nell’era digitale?
(How do you see the future of print in a digital age? Listen to Mr. D’Vorkin’s answer to this question in this Mr. Magazine™ minute).

D’Vorkin spiega che c’è un futuro per le riviste che sapranno costruire un pubblico motivato, realmente interessato al contenuto, grazie a un giornale che sa essere focalizzato, sa darsi una precisa identità, sa cosa vogliono i suoi lettori. Ci saranno invece tempi difficili per le riviste troppo generaliste, ampie, confuse, poco bene indirizzate sui bisogni e le richieste dei potenziali lettori.

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Si misura dalle copie il successo di un giornale?

Le copie vendute in edicola sono ancora il metro del successo di un giornale? Lo è la somma delle copie cartacee e di quelle digitali? Oppure popolarità, vitalità e capacità di attrazione di una testata vengono portate alla luce da un nuovo mix di elementi, di rilevatori?

Le copie vendute, naturalmente, sono indice di successo perché equivalgono a soldi sonanti. E i pubblicitari guardano a questo indicatore (e al tipo di pubblico che segue una testata) per decidere dove investire.

Ma tutti sanno che oggi un giornale non esiste più soltanto in un’unica dimensione. Oltre alla carta esiste una sfaccettata realtà digitale, fatta di siti web, edizioni per tablet, discussioni su Facebook, scambi su Twitter.

Basta, tutto qui. Riporto questa frase trovata in un sito americano che commenta l’andamento di un’importante casa editrice di periodici, Time Inc., uno spunto per me nuovo di riflessione e valutazione.

«The circulation number is a metric from yesterday. More important is the integration between other dimensions of consumption: content sharing, time spent on the site, the interaction rate. What users do next is arguably more important than exposure to the content itself».

«Le diffusioni sono un metro del passato. Più importante è l’integrazione con altre dimensioni della fruizione del giornale: la condivisione dei contenuti, il tempo speso sul sito web, il livello di interazione. Quel che i lettori fanno dopo aver letto un articolo è forse più importante dell’incontro con il contenuto».

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I giornalisti digitali pagati a performance online

Giornalisti digitali pagati sulla base delle performance online.

Questo tema è nell’aria.

Su Digiday.com, media company newyorkese (contenuti, marketing, pubblicità, consulenze), vengono riportati esempi di prassi adottate da brand e siti web americani grandi e piccoli. Il più noto è Forbes. Nei casi citati la paga fissa del giornalista è solo una parte della retribuzione, cui si aggiungono bonus legati alle performance online.

Performance misurate in questo modo: quante volte l’articolo viene visto, quanti nuovi utenti si conquistano in una settimana, il numero di follower su Twitter…

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Periodici vs digitale: la vita breve della pubblicità online

Ho trovato una breve riflessione sull’utilità dei periodici. Riguarda la pubblicità.

So che oggi il mondo cade a pezzi e la pubblicità scende in picchiata soprattutto nei print media. Ma, come altre volte ho avuto l’opportunità di leggere e riferire, quasi sfidando il senso comune, le riviste sono considerate molto efficaci come veicolo pubblicitario. Guardate qui per scoprire perché. Il boom dei media digitali ha messo in discussione questa verità. Anzi, il fioccare di portali e siti web, con la velocità di produzione e distribuzione, ha fatto dimenticare il valore stesso delle inserzioni sui magazine.

Ma nell’era dei social media inizia a farsi strada qualche ripensamento.

La pubblicità su Twitter perde rapidamente efficacia. Guardate la tabella qui sotto ripresa di Minonline.com. In pochi minuti gli utenti del social media dimenticano le inserzioni viste. l'”impressione” dura poche ore, a volte pochi minuti.

Certo, Facebook aziona meccanismi di moltiplicazione, vendono creati contenuti dall’effetto “virale”, condivisi migliaia di volte. Ma la durata dell’effetto rimane insoddisfacente. Bisogna programmare campagne su campagne, martellare il lettore.

Per questo c’è chi torna alla carica sbandierando le qualità della pubblicità sulle riviste di carta (o digitali). L’impatto sul lettore è più lento, la penetrazione avviene nell’arco di una settimana o di un mese. Ma dura di più. Lascia un’impressione più forte. Si accumula nel tempo. La stessa pagina viene guardata più volte e da più persone.

I periodici riportano a terra la comunicazione, la ràdicano al suolo, diventano strumento complementare allo sfrecciare di portali, siti, social media.

Il Punto: ragioni di utilità dei giornali.

La vita di un tweet

Minonline: Half a life

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I periodici e il sito di Men’s Health

Segnalo l’intervista su Folio Mag al direttore di Men’s Health (Usa), Bill Phillips, fino a novembre era alla guida del sito web del giornale.

L’argomento: come Phillips sia riuscito a creare un sito che stia in piedi da solo, senza esaurire la sua funzione in un ruolo ancillare rispetto al giornale. La storia a mio parere ha un interesse per tutti coloro che lavorano nei periodici, è paradigmatica.

Più il sito è autonomo, dice il direttore, maggiori sono le possibilità di crescita e di successo, questo è il succo dell’esperienza di Phillips, una prospettiva che rovescia l’impostazione solitamente data ai siti nel mondo dei magazine. Un punto di vista tra tanti, certo, ma da tenere in conto.

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Video: Hearst e il futuro dei periodici

I periodici sono stati i primi social media e s’integrano bene con Facebook e Twitter. Parola di David Carey, presidente di Hearst Magazines. Che in un’intervista a Bloomber spiega come i periodici possano rafforzare il legame con i lettori grazie ai tablet, ai siti, ai contenuti di alta qualità.

Riprendo un’intervista a David Carey, ex Condé Nast ed ex publisher del New Yorker, di cui questo blog si è spesso occupato. È stata realizzata 10 mesi fa ma conserva una sua attualità perché la situazione in cui si trovavano allora i magazine americani coincide con la situazione della stampa in Italia adesso. Vediamo giornali storici lottare per la sopravvivenza, dice la giornalista che intervista Carey, come potranno i periodici adattarsi al futuro?

Nelle risposte di Carey noto questi punti.

1) Il tablet ha dato ai lettori un’idea di dove andranno i periodici nel futuro. Mi par di capire che lo stesso effetto i tablet lo abbiano sui giornalisti: magari le copie digitali non compenseranno nell’immediato le perdite in edicola ma sappiamo qual è la strada da percorrere per ritrovare un senso come prodotto editoriale.

2) Nell’era di Facebook i periodici devono riscoprire una loro caratteristica originaria: essere stati i primi social media. Con argomenti che vengono letti e condivisi, discussi con gli amici, pagine strappate e fatte girare, raccolte, conservate. Social media e magazine stanno bene insieme.

3) La pubblicità non vuole abbandonare la carta. Ma chiede di poter fare campagne promozionali su tutti i mezzi, carta e digitale insieme.

4) Con i tanti contenuti gratuiti disponibili nella Rete i periodici, spiega Carey, hanno il coraggio di proporre applicazioni a pagamento al lettore. Questo è possibile perché le applicazioni dei magazine sono prodotti premium, di alta qualità, arricchiti con video, animazioni, grafica (leggete anche questo post di Futuro). Ma l’accesso ai siti resterà gratuito.

5) Tra cinque, dieci anni ci saranno ancora i giornali di carta? Guardate il video.

Il Punto: cosa pensano del futuro dei magazine i protagonisti dell’editoria periodica.

BLOOMBERG-tv-LOGO

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I periodici e la filosofia della toilette

La gente passa sempre più tempo su internet. E quando è connessa, la gente va sui social media.

Lo dice The Social Media Report 2012 di Nielsen (il Rapporto sui social media 2012: lo potete leggere in inglese usando il link riportato in fondo a questo post, è tutto grafica), pubblicato poche ore fa.

La gente, leggo, passa più tempo online: il 21% per cento in più rispetto al 2011. E questa è una brutta notizia per quei giornali di carta che non ne vogliono sapere di avere una presenza significativa nel mondo digitale con: siti e versioni per tablet e smartphone.

Quando è connessa la gente va sui social network: Facebook (su tutti), Twitter, Pinterest, Worldpress… E questa è la seconda brutta notizia per i periodici. Perché i social network sono nuovi concorrenti della carta stampata (chi l’avrebbe mai previsto: fino a 10 anni fa i social media non esistevano e i concorrenti dei periodici erano tv, radio e quotidiani). Sono concorrenti perché: 1) tolgono tempo alla gente per la lettura dei magazine; 2) sottraggono pubblicità ai giornali di carta: gli inserzionisti vanno là dove si trova la gente e nessun obbligo di legge può imporre di fare inserzioni sui giornali.

Ma per connettersi al web la gente usa sempre meno il pc (-4%: guardate i dati del rapporto Nielsen) e sempre più i tablet e gli smartphone (il mobile, cioè i due insieme, fa +82%). E questa è una buona notizia, mio caro amico. Almeno così pensa l’autore di questo blog, che poco sa ma molto ascolta e legge.

Una volta si diceva che la gente non comprava più i giornali perché trovava le notizie gratis su internet. Ma sai che noia leggere articoli di giornale al desktop, al computer di lavoro o di casa, seduti alla scrivania, scomodi, con davanti uno schermo grande come un televisore? Lo si può fare per le news, non per aticoli di arredamento, moda, gossip, con le inchieste. E poi io sto seduto alla scrivania tutto il giorno e quando leggo il giornale che mi piace voglio stendermi su una chaise longue. I giornali si era abituati a consumarli con agio e relax. E i tablet lo consentono. Si legge a letto, si legge nel salotto (nel living, nel living, pardon). I nuovi device riproducono le condizioni di lettura dei periodici, restituiscono la stessa esperienza, e un editore può pensare di offrire copie digitali delle proprie riviste da scaricare (a pagamento e con la pubblicità) con tablet e smartphone. Promettente.

La controprova? E’ nel Rapporto di Nielsen. Un terzo dei giovani tra i 18 e i 24 anni si connette al web e usa i social media quando si accomoda in bagno. Proprio come noi facevamo con i nostri cari, vecchi giornali, a riconoscimento del massimo della intimità.

M’interessa perché: 1) spiega che i periodici se la devono vedere con nuovi competitor, assai disruptive; 2) i tablet possono essere un grande alleato dei periodici, la porta del futuro.

Nielsen: Report social media 2012

Rapporto Nielsen Soclai Media 2012

Rapporto Nielsen Soclai Media 2012

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Le parole che non mi hai detto/ Media company

Tutti continuano a chiamarli: editori. Ma loro già si preparano a guidare una: «media company». Questa espressione sbuca in alcuni articoli postati in questo blog nelle ultime settimane.

Media company: questo è diventata negli Stati Uniti la famosa Condé Nast, secondo le parole dell’amministratore delegato Charles Townsend (Futuro dei Periodici: Condé Nast dopo la crisi).

Una media company è quel che dovrebbe diventare l’editore che vuole sopravvivere alla crisi e alla transizione digitale, secondo quanto raccomanda Clayton M. Christensen, professore alla Harvard Business University (Futuro dei Periodici: Nieman Reports).

E tutte le società e aziende della moda, delle auto, del lusso e di mille altre aree sono, stanno per o dovranno diventare delle «media company» secondo quel che prevedono gli esperti del settore, perché le piattaforme digitali (dai siti web agli smartphone) richiedono a qualsiasi imprenditore moderno di non limitarsi a fare pubblicità sui vari media ma di prendere in mano la comunicazione e lanciarsi in attività editoriali e di marketing ricco di contenuti (e non sfacciatamente promozionale).

Come ha fatto Ikea con i suoi cataloghi che tutti noi abbiamo sfogliato con lo stesso piacere con cui leggiamo una rivista di arredamento. O come stanno facendo i marchi dell’abbigliamento di alta gamma, primo tra tutti Burberry (Ikea e il brand journalism).

«Media company». Ma non era la casa editrice in cui lavoravo, sai, quella che pubblicava settimanali e mensili? No, mi rispondono. Ora è qualcosa di più. La chiameremo «media company» perché usa i media per veicolare contenuti giornalistici, contenuti editoriali, e-commerce (Futuro dei Periodici: Hearst lancia ShopBazaar), eventi, pubblicità “intelligente” degli inserzionisti. Sui giornali di carta, i giornali digitali, i social network, twitter, smartphone etc. etc. Con articoli, video, grafica, animazione etc. etc.

Giornalismo e giornalisti sono solo una parte della vecchia casa editrice, a volte una piccola parte, spesso sempre più piccola.

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Cos’è un periodico? Flash dal congresso dei magazine americani

Flash e dichiarazioni sparse dal “congresso” della Association of Magazine Media, che si è appena concluso a San Francisco.

L’audience complessiva dei magazine è aumentata dal 2010 del 4 per cento (le persone che leggono i periodici, anche senza acquistarli) e il numero di marchi che hanno fatto pubblicità è cresciuto del 57 per cento sull’insieme delle piattaforme dei magazine (carta, online, tablet) dal 2010.

Si è insistito soprattutto sulla necessità di valorizzare, rafforzare, potenziare i brand. L’attenzione è andata sugli asset digitali (tablet, mobile, online, social… ) e su come queste piattaforme giocheranno una parte centrale nella crescita e sullo stato di salute dei magazine nel prossimo futuro.

Da novembre la rivista People proporrà una nuova app che consente ai lettori di accedere a contenuti speciali sulle loro star e celebrity preferite, aprendo un nuovo canale alla pubblicità.

Si fa un uso poco corretto di Twitter. I migliori periodici non fanno monologhi ma rispondono ai lettori con re-tweet e reply. «A follower is a subscriber».

Mediamente, il following su Twitter di un periodico corrisponde al 14 per cento della sua diffusione.

Twitter amplia il significato di giornalismo. Il momento in cui lo staff editoriale inizia a parlare con i lettori è un momento di verità, dove gli utenti si sentono accolti e ascoltati dal brand.

Che cos’è un periodico? è stato chiesto a Pamela Maffei McCarthy, deputy editor del New Yorker. «C’è un aspetto centrale che rimane presente in tutte le testate e in tutti i tempi. E’ una “critical mass” di scrittura e immagini, spesso su uno specifico soggetto, che ha una voce precisa. C’è stato un tempo in cui abbiamo messo assemblato tutto questo in un unico luogo e in un unico atto. Ma ora ci sono molti modi ed è 24 ore al giorno per 7 giorni. Era nostro dovere accogliere i lettori nel nostro mondo, ora è il nostro universo dove molte cose diverse avvengono».

L’originale: “There is a core that goes across all titles and all times,” she said. “It’s a critical mass of writing and pictures, very often subject specific, with a voice. There was a time we assembled it all in one place and in one time. But now there are a dozen ways and it’s 24/7. We used to welcome readers to our world, now it’s to our universe where all sorts of things are going on.”

 

La fonte: «FOLIO is the only magazine that serves the entire magazine publishing industry. Whether you’re on the front lines of editorial, sales, design, production, marketing, or emedia, our magazine keeps you up to date on the latest trends and news in the magazine publishing industry. From case studies, to interviews and articles, FOLIO magazine will provide you with the latest information and news regarding the audience development industry».

Folio Mag: il futuro dei periodici va costruito dai periodici

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Pubblicità e contenuti giornalistici sul digitale in People

La pubblicità sulla pagina Twitter del giornale. Grande, a coprire lo spazio solitamente lasciato a iniziative autopromozionali. Lo ha fatto People StyleWatch, derivazione del settimanale People.

Ma riprendo un post di Futuro dei Periodici del 16 settembre scorso. Riportava una notizia che riguarda Time Inc., il maggiore editore di periodici negli Usa. La società ha annunciato una revisione delle strategie di raccolta della pubblicità nei propri magazine. La Ceo Laura Lang spiegava che gli inserzionisti potranno utilizzare diversamente il canale digitale delle testate. E altre cose. Arriva ora questa prima cosa di People, magazine di Time Inc.

M’interessa perché: 1) mi fa pensare alle polemiche scoppiate in alcune case editrici italiane quando l’editore ha deciso di utilizzare i siti di testata innanzitutto come contenitori di iniziative autopromozionali e pubblicitarie.

Il punto: è il solito, e cioè se il digitale dei magazine sia destinato ad avere una bassa densità di contenuto giornalistico e una componente principalmente promozionale, social, pubblicitaria e votata a una funzione di raccordo con i lettori attraverso eventi, concorsi, casting.

Ad Age: come People fa pubblicità su Twitter

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Bloomberg: il nuovo digitale di Time Inc.

Laura Lang, Ceo di Time Inc. (ne ho già parlato in un post del 22 agosto di Futuro dei Periodici), è stata chiamata alla guida del gigante dei periodici americani perché ha un’esperienza di pubblicià nel web. Non di editoria. Si è messa al lavoro per ridisegnare le strategie del gruppo con attenzione soprattutto verso il passaggio al digitale e le esigenze degli inserzionisti. In questo articolo di Bloomberg si spiega quali passi sta per intraprendere. E’ un articolo chiave perché contiene molti nodi su cui stanno ragionando gli editori. E perché si riporta anche il pensiero di alcuni grandi inserzionisti relativi ai magazine, al digitale e ai lettori dei magazine.

Partiamo dalla fotografia dei magazine di Time Inc. quest’anno: il fatturato della raccolta pubblicitaria è sceso del 6 per cento, quello degli abbonamenti (rilevantissimi nel mercato Usa) del 7 per cento (guardate il post del 20 agosto di Futuro dei Periodici). Ma il gruppo editoriale conta comunque su 21 testate e una audience potenziale, tra carta e digitale, di 127 milioni di lettori. Su questo Laura Lang vuole far leva e ritrovare una presa sulla pubblicità.

“Advertisers I’ve met with have all said the same thing: ‘I love your print product, but find a way to let me do it with other channels.’”, dice la Ceo di Time Inc. «Gli inserzionisti mi dicono sempre la stessa cosa, che amano la carta ma hanno bisogno di operare anche su altri canali».

Da qui un cambio di strategia. Gli inserzionisti potranno sviuluppare le loro campagne su tutti i brand di Time e su tutti i media, carta e digitale insieme. Finora, invece, ciascun brand si muoveva da solo, spesso combattendo guerre pubblicitarie con altre testate del gruppo editoriale.

Punto secondo, delicato per noi giornalisti: gli inserzionisti, le aziende potranno comprare pagine dei giornali, articoli già usciti o in uscita intendo dire, allo scopo di ripubblicarle sulle proprie pagine Facebook e lanciarle su Twitter. Saranno articoli su commissione o almeno ispirati dalla pubblicità? Ovviamente Laura Lang dice di no. «Articles also won’t be produced at the behest of advertisers, Lang said. Given the depth of Time Inc.’s editorial well, sales executives should be able to find articles or features relevant to any campaign, she said».

I cambiamenti di Time Inc. rimandano subito alle trasformazioni avviate in queste settimane da Hearst Magazines. Qui si sta lavorando per ampliare il numero di abbonamenti alle edizioni dei giornali per tablet, arrivate già a 700,000. E la compagnia ha lanciato il sito di ecommerce ShopBazaar, un website che rinvia direttamente alle pagine di Harper’s Bazar. Quelli di Hearst (riporta l’articolo di Bloomberg) stanno rivisitando alcuni dei dogmi che per molto tempo hanno regolato i rapporti tra contenuti giornalistici e vendite di prodotti. Soprattutto nella chiave dello sviluppo digitale. Da questo punto di vista, sia a Time Inc. che ad Hearst, c’è la consapevolezza che il proprio database di lettori e clienti ha un grande valore commerciale ed è una assicurazione sul proprio futuro. Solo Time Inc. può offrire agli inserzionisti i dati su 65 milioni di abbonati, online e offline, sui quali i pubblicitari possono impostare campagne molto mirate.

Non a caso nell’articolo di Bloomberg si riporta una frase di Dionne Colvin, national media marketing manager di Toyota America: «Time Inc. ha una audience già in qualche modo selezionata, un magnifico, ricco database di potenziali clienti».
E tra i fan di Laura Lang c’è Johnson & Johnson, la multinazionale dei prodotti per l’igiene e la casa.

Bloomberg: il nuovo digitale di Time Inc.

M’interessa perché: 1) vede gli aspetti positivi delle riviste periodiche, ad esempio l’ampio lettorato, ghiotta preda degli inserzionisti; 2) riflette su come devono cambiare i confini tra informazione e pubblicità; 3) riporta il punto di vista di grandi inserzionisti, per niente negativi verso il futuro dei periodici.

Il punto: l’evoluzione della strategia sul digitale e una reale possibilità di sviluppo o almeno tenuta dei periodici.

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Sviluppo digitale? I periodici americani sono lenti

Ok, ok: il futuro dei periodici (settimanali, mensili) è legato allo sviluppo sulle piattaforme digitali. Questo ammettono ormai tutti gli editori. Ma quale sia il loro reale investimento e l’efficacia delle mosse su tablet, twitter, facebook, è ancora da verificare. Si dice che non c’è un chiaro modello di business digitale per i periodici. Ma già con quello che offre la tecnologia e con i nuovi comportamenti dei lettori si possono muovere passi importanti. A giudicare da questa ricerca, però, gli editori non hanno ancora capito la logica della comunicazione nel digitale e non si stanno impegnando a fondo. Leggete questo articolo pubblicato da Minonline che parla del lavoro di L2, Think Tank newyorkese che misura la “competenza” digitale di 80 brand mondiali dei periodici. Il secondo link permette di accedere alla classifica sulla competenza digitale di L2. Al primo posto Wired (sorpresa!), Time è al sesto, Elle al settimo posto in classifica.

 

L2: I magazine americani indietro nell’evoluzione digitale.

La classifica sulla competenza digitale dei principali magazine mondiali.

 

M’interessa perché: 1) al di là delle dichiarazioni di principio, gli editori investono poco e male sul digitale; 2) c’è una classifica divertente.

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