Perché il digital affonda media e industria della pubblicità

Le aziende non investono in pubblicità. Preferiscono fare comunicazione in proprio. E tagliare i budget per i media tradizionali. Con i social e il digital salta la mediazione dei giornali.

Lo dice uno studio per il mercato australiano di PwC, che oltre all’outlook annuale con le previsioni fino al 2018 aggiornate, ha fatto una ricerca con l’Australian Marketing Institute per vedere come impatta sui media la diversa allocazione dei budget pubblicitari. Invito a leggere l’articolo di Adnews Australia.

I media tradizionali sono alle prese con la frammentazione dell’audience, a causa di social media e digitale, e assistono alla contrazione del proprio lettorato.

Diventa urgente trovare nuove fonti di ricavo per compensare il calo nelle diffusioni e della pubblicità.

Un solo esempio delle insidie per i giornali: il 69% delle aziende sta spostando la spesa di marketing dall’acquisto di pubblicità a comunicazione fatta in proprio. E una fetta dal 20 al 30 % del budget per la comunicazione viene investito nella costruzione di canali informativi di proprietà delle aziende/società. Non si comprano spazi sui giornali.

L’outlook di PwC prevede calo per quotidiani e magazine, crescita per digital, radio, tv, outdoor.

 

The reorientation of marketing spend will have the greatest impact on the media, entertainment, and advertising industries, with deteriorating spending on traditional platforms prompting greater urgency to embrace new revenue models.

“Digital and social media channels have driven this trend by diluting the reach of traditional platforms, and making it easier for brands to access their audience directly.”

 

La ridefinizione della spesa per il marketing avrà l’impatto maggiore su media, entertainment e industria pubblicitaria, con una contrazione della spesa sulle piattaforme tradizionali, rendendo urgente la ricerca di nuove forme di ricavo.

I social e il digital rendono più facile per i brand il contatto diretto con il pubblico

 

Futuro dei Periodici

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«Vox Media, la Condé Nast del futuro»

Siti specializzati, con una voce distinta, capaci di attrarre milioni di utenti unici con i social: Vox Media si candida a diventare la nuova Condé Nast

Consiglio di guardare il video di Bloomberg con l’intervista al Ceo di Vox Media,la media company americana che crea media brand: Verge (tecnologie), SB Nation (sport), Vox (news spiegate in modo semplice), Polygon (videogame).

Video intervista a James Bankoff, Ceo di Vox Media

James Bankoff crede che gli editori digitali diventeranno i nuovi Time Inc, Condé Nast, Disney.

La strada seguita è quella dei verticali: non siti che siano dei portali, dei siti  generalisti, ma prodotti indirizzati a un pubblico ben definito, con temi specifici.

Contano di più gli argomenti trattati o il taglio con cui li si affronta? Per Bankoff conta di più la scelta dell’argomento, l’essere un “verticale” piuttosto che fare come BuzzFeed, che tratta di tutto ma con modalità originali (anche se Bankoff non vuole rinunciare ad avere una voce unica).

Il Ceo prevede una crescita di Vox Media soprattutto organica, cioè poco basata su acquisizioni di altre società e molto sulla crescita dei prodotti e siti pensati e lanciati in casa (Vox.com, per dire, ha pochi mesi di vita e conta già 7 milioni di utenti unici).

I video, al momento, sono una piccola parte dell’offerta. Ma cresceranno. Tra qualche tempo, Vox Media assomiglierà più a una cable tv che a una magazine company.

I social come Facebook servono ad ampliare il pubblico, a portar gente nei siti di Vox Media. Ma un sito è più autorevole se la gente va direttamente alla home page. E questo accade, dopo un primo incontro avvenuto grazie alla condivisione di post e i commenti sui social.

 

Futuro dei Periodici

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5 Giornali che Cambiano

E’ ancora valido (vedi gennaio 2014)

Un viaggio nei giornali che cambiano. Attraverso le parole di un grande designer di media. Per capire in quale direzione devono andare quotidiani e periodici. Cogliendo il meglio di una stagione tra le più eccitanti (e rischiose) del giornalismo

The Wall Street Journal (Usa), El Tiempo (Colombia), Die Zeit (Germania), Aftenposten (Norvegia), Paris Match (Francia).

Mario Garcia ha ridisegnato centinaia di giornali ma questi sono i progetti che meglio illustrano la sfida del cambiamento.
Garcia lo ha spiegato a una lezione a studenti universitari di giornalismo: come promuovere il cambiamento e trarne vantaggio. Garcia, americano di origini cubane, è il più famoso designer al mondo di giornali e media. Maestro nella carta stampata, 41 anni di lavoro, centinaia di progetti alle spalle per i principali quotidiani (Italia inclusa), ora crede nella strategia del digital first, il ripensamento dei giornali a partire dall’edizione per smartphone e tablet. E ha scritto un manuale, il suo primo ebook, sulla grafica dei giornali digitali.

Ascoltarlo è come fare un tuffo in quel che c’è di più entusiasmante, creativo, coinvolgente del giornalismo, quello che ne fa uno dei mestieri più belli.

Il cambiamento è ora l’imperativo a causa della … disperazione. Ma il cambiamento va fatto per trarne beneficio, non per amore del cambiamento.

Sintetizzo alcuni passaggi, partendo dai 5 progetti.

L’introduzione del colore sul Wall street Journal, sfidando una tradizione considerata intoccabile.La redazione era contraria: il colore sul wsj? «Perderemo la credibilità»…

La ridefinizione della formula del quotidiano El Tiempo di Bogotà: eliminate le sezioni (politica, economia, esteri) e introdotta una scansione più intuitiva e naturale: Cosa sapere, Cosa fare, Cosa imparare. Il concetto è filtrato ovunque nell’editoria, viene applicato anche dai newsmagazine italiani.

L’approccio digital first in un grande quotidiano norvegese, disegnato partendo dal mobile. Deve essere letto sugli smartphone e sui tablet, poi si passa alla carta. Non il processo inverso, di adattamento del prodotto di grande formato ai piccoli schermi. La lezione è che il lavoro giornalistico non è più un lavoro per «solo numbers» (numeri primi), ma collettivo. Si parte da un’idea (un tweet) e su questo si costruiscono testo scritto, parte grafica, video, tutto il resto.

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Il sogno di Jeff Bezos: un quotidiano digitale mondiale

Sogno del proprietario di Amazon o incubo per tutti (gli altri)? Di sicuro l’idea è nell’aria. Perché Amazon, Google, Yahoo, Huffinghton Post, New York Times, Guardian possono avere un’audience di 500 milioni di lettori

Pare che Jeff Bezos, il fondatore di Amazon che un anno fa ha comprato il Washington Post, voglia lanciare un quotidiano digitale globale. Da leggere su Kindle.

Diciamo la verità: lo avevano sospettato in molti, quando nell’estate del 2013 la domanda più frequente nel mondo dei media era perché Bezos avesse comprato il Washington Post.

E da tempo si sostiene che in futuro nasceranno giornali (o cresceranno quelli esistenti) con un pubblico internazionale di centinaia di milioni di utenti unici.

Per ora non ci sono notizie confermate, ne ha solo parlato il rettore della Columbia University School of Journalism.

Ma molti stanno facendo un esercizio di fantasia per immaginare come potrebbe essere questo giornale.

Globale, certo. Ma anche iperlocale.

Resterà solo un sogno (o un incubo)?

 

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Sports Illustrated: il periodico passato dalla carta al digitale

Non è proprio così: la rivista rimane. Ma il sito diventa il prodotto centrale. Almeno a giudicare dal progetto lanciato in queste ore

Vale la pena di dare un’occhiata: non è neppure un sito ma una piattaforma digitale pensata anche per smartphone e tablet.

Quello che era un periodico di carta si trasforma in un prodotto di breaking news, dirette in streaming, una rete di siti alleati, storytelling che utilizza tutti gli strumenti offerti oggi dal digitale ai giornalisti: foto, infografiche, video, podcast…

Un’evoluzione da studiare, che inietta fiducia sul futuro degli editori di periodici come Time.

Sports Illustrated

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Gli Editori Tradizionali Nella Morsa Del Debito

Gli editori tradizionali combattono nella morsa del debito. Una situazione che rende difficile investire nel digitale. Anche attraverso acquisizioni

Gli editori digitali italiani (i cosiddetti pure player) sono in rosso, come ha riportato Italia Oggi, ripresa da Data Media Hub.

Gli editori tradizionali italiani sono in rosso (ma vediamo se le semestrali, in arrivo nelle prossime settimane, riservano qualche sorpresa).

Non c’è differenza, dunque, tra i due mondi, tra vecchio e nuovo?

No, una differenza c’è, grande come una casa: è il debito.

Da una parte abbiamo piccole realtà nate digitali che aumentano il fatturato ma rimangono in rosso. Lottano per trovare la sostenibilità.

Dall’altra ci sono grandi editori, nati nella carta, che hanno fatturati in contrazione (prima differenza) e lottano per ripagare il debito (seconda differenza).

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Time: Editore di Periodici? No, Content Company

 

«Nel momento in cui dici di essere nel business dei periodici, ti infili in una scatola. No, io non sono più in quel business. Sono nel business dei contenuti. Perché ho i migliori produttori di contenuti degli Stati Uniti e, probabilmente, del mondo. Facciamo contenuti video, contenuti digitale e, naturalmente, magazine».

Parla Joe Ripp, l’amministratore delegato di Time Inc, la società di magazine che pubblica Time e oltre 90 brand tra carta e digitale: il più grande editore degli Stati Uniti.

Due settimane fa Time ha separato i magazine dalle altre attività del gruppo: cinema, televisione. E ha imposto ai giornali di correre e stare in piedi da soli, entrando in Borsa come una società separata, senza scaricare i debiti e i conti in rosso sugli altri business.

Ma è interessante questa intervista a Ripp fatta da Bloomberg. Ascoltatela, perché in questo modo presto ragioneranno anche gli editori italiani di periodici.

E-commerce. Separazione tra giornalismo e pubblicità. Acquisizioni di altre società. Qui c’è tutto: intervista a Joe Ripp, Ceo di Time Inc.

 

CEO TIME INC

 

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Scrivere per una redazione rimasta senza giornalisti

Il contrastato rapporto tra giornalisti che scrivono e giornalisti del desk. Se ne parla negli Stati Uniti dove i tagli hanno ridotto all’osso le redazioni. Ma dinamiche simili si vedono in Italia. Dove il confronto è inesistente

Sono idee che mi vengono in mente leggendo un articolo pubblicato dal Poynter Institute, una scuola di giornalismo degli Stati Uniti (molto più di una scuola, in realtà).

Il confronto sul rapporto tra chi scrive i pezzi e chi fa editing nel nostro Paese è inesistente perché avviene su un altro piano, quello delle tutele per i precari. Uno degli argomenti scottanti nei giorni in cui sembra vicino il nuovo contratto dei giornalisti.

Invece se ne può discutere da molteplici punti di vista. Collaboratori versus redattori, scriventi versus desk (soprattutto nei quotidiani), esecuzione versus concepimento del pezzo, confronto con la realtà versus confronto con i risultati di mercato.

del Poynter Institute, un esperto di formazione, si chiede come sia possibile costruire un rapporto migliore tra chi scrive e chi fa desk.

Date un’occhiata. Mi limito a riportare gli aspetti  positivi di un rapporto sano, professionale, non mortificante. Non di potere ma di collaborazione. Di rispetto.

Clark spiega che il coaching sugli scriventi si distingue dal mero correggere i pezzi.

Ecco le differenze, che io ho riassunto introducendo la definizione di “penna rossa”.

Il coach c’è dall’inizio alla fine / La penna rossa si fa viva quando bisogna chiudere la pagina

Il coach forma lo scrivente / La penna rossa corregge lo scrivente

Il coach fa crescere lo scrivente / La penna rossa mette il pezzo in pagina

Il coach crea fiducia / La penna rossa mortifica chi scrive

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Le Categorie Di Video Più Visti Online

Vale la pena di fare video per il web? Quale tipo di video viene guardato fino in fondo nell’online? A che punto conviene mettere la pubblicità? E gli utenti torneranno a vedere altri video e altra pubblicità sul sito?

Prova a rispondere la start-up britannica Coull, che ha studiato oltre 12 milioni di video nel web in 60 paesi (lo racconta, tra gli altri, il sito theMediaBriefing.com).

Con un obiettivo: scoprire quale tipo di video viene visto fino alla fine.

Un’analisi costruita su un indice specifico, il completion rate (quanti utenti rimangono fino al completamento).

Quale categoria prevale tra notizie “serie”, video di automobili, how to do, animali, blog, viaggi, celebrity… ?

Ecco la tabella che riassume i risultati:

Video Completion Rate

Bisogna precisare che nei risultati ci sono differenze tra Paese e Paese. E rimangono dubbi da chiarire su un tipo di misurazione che mette a confronto, probabilmente, video dalla durata diversa.

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Touchpoint: perché un magazine deve essere su tutte le piattaforme

Una ricerca di un grande editore britannico mostra come i periodici siano obbligati a essere presenti su tutte le piattaforme. Perché tutte queste, seppur in modo diverso, soddisfano 3 momenti e svolgono 4 funzioni. Cui non si può più rinunciare

IPC, che in Gran Bretagna pubblica Marie Claire, RealSimple e Nuts, ha commissionato una ricerca, Connected Consumers, con 3500 interviste, per mostrare l’efficacia dei magazine nella pubblicità.

La ricerca è appena stata premiata da Fipp, l’organizzazione internazionale dei magazine media.

Ecco alcuni estratti, la ricerca invece è qui.

 

QUANDO I magazine non sono più visti dai lettori come prodotti da guardare solo quando ci si vuole rilassare (“Me Time”). Si cerca invece un brand in molti momenti della giornata, per diversi tipi di contenuto. Sono 3 le fasi cronologiche e mentali:

- Catch up Time Il mattino, aggiornarsi rapidamente con fonti attendibili.

- Focus Time Al lavoro, con i minuti contati, per trovare quel che serve, che interessa, che si vuole, e si sa esattamente dove cercarlo.

- Down Time La sera, con i figli a letto, un momento tradizionalmente dedicato alla lettura. Si è più ricettivi anche verso la pubblicità.

I vari canali e piattaforme sono touchpoint, punti di contatto.

 

COSA Cosa si chiede a un periodico, e quale piattaforma soddisfa più ampiamente quel bisogno (anche se in modo non esclusivo).

Le piattaforme dei magazine

- Spark (ispira) I magazine danno idee ai lettori su tutte le piattaforme. Ma gli utenti, interpellati, dicono che la carta, quando si tratta di ricevere ispirazione, rimane lo strumento preferito nell’89% dei casi (81% online, 77% sito, 70 % social).

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The Social Side of Elle – I Social Media nei Periodici

Come la rivista di fashion Elle, marchio globale, utilizza con successo i social media

Facebook? Serve a portare lettori sul sito del giornale.

Twitter? Elle ha una “lista segreta” di celebrity, che le lettrici del giornale sentono come vicine, le “Elle girls”, che aiutano a diffondere il marchio di testata su Twitter.

Instagram? Ma anche Pinterest e Tumblr… Enfatizzano la forza dell’immagine in Elle. Perché questa rivista è un generatore di “belle immagini”. Su Elle praticamente puoi toccare una gonna che solo un centinaio di donne al mondo indosserà e acquisterà.

Ecco in tre punti la funzione dei social media per Elle e come vengono utilizzati per far girare il marchio della maggiore rivista di moda al mondo. O, almeno, la più prestigiosa.

Lo spiega un post di socialmediatoday.com interamente dedicato alla strategia social del magazine. Parla Kate Winick, social media editor del giornale.

Spiega che i social funzionano come una specie di “second screen”: le lettrici trovano su Facebook, Twitter, Instagram & Co. contenuti aggiuntivi che integrano l’offerta della rivista, senza duplicare, cannibalizzare e danneggiare il prodotto per l’edicola.

Ma cosa vuol dire redazione social in un marchio di questa importanza? Significa solo una “giornalista” assunta, Kate Winick appunto, e una squadra di blogger che posta dalle 20 alle 25 volte al giorno. Mai la sera. Ma, durante il giorno, si mantiene un ritmo serrato.

Per chi non lo sapesse, Elle è oggi, la rivista di moda più conosciuta, con 43 edizioni in 60 paesi, un account Facebook in lingua inglese con 2,2 milioni di like, e su Twitter 2,28 milioni di follower. Nel maggio 2014 (leggo nel post di socialmediatoday.com) il sito elle.com ha contato 8 milioni di visitatori unici.

Bisognerebbe aggiungere che anche l’Italia ha storie di successo nei magazine ed esperti di social di notevole spessore. Solo che un’ingiustificata esterofilia ci spinge sempre a cercar oltre confine. Di chi parlo? Per farsene un’idea basta dare un’occhiata alla classifica dei Media Specialist più apprezzati d’Italia uscita su datamediahub.it.

 

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Top Football Stories You Can’t Miss In Multimedia Journalism: England, Italy and Mr Balotelli

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Il futuro dei contenuti digitali a pagamento – Reuters Digital News Report 2014

Informazione a pagamento nel digitale: c’è un mercato. Anche in Italia. Ma al lettore bisogna offrire giornali che lo mettono al centro

Una delle domande capitali per capire se i giornali possono sopravvivere nella transizione al digitale è la seguente: i lettori/utenti sono disponibili a spendere per comprare notizie dalle piattaforme digitali (siti web, app, copie digitali)?

Una notizia incoraggiante arriva dal terzo Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism (RISJ). È stato realizzato interpellando 18.000 persone in 10 Paesi, tra cui l’Italia.
Mi voglio limitare al capitolo dedicato ai modelli di informazione a pagamento.

Viene fuori che l’Italia è tra i Paesi in cui c’è maggiore propensione a pagare per l’acquisto di notizie nel digitale, soprattutto nel caso di singoli numeri dei giornali.

Questo si sposa con altre indicazioni favorevoli al giornalismo digitale, uscite quasi due anni fa, come la disponibilità degli italiani a investire per l’acquisto di tablet e iPad.

In generale, nei Paesi esaminati, l’acquisto di prodotti giornalistici digitali riguarda una fascia della popolazione ancora molto ristretta, spesso intorno al 10%. Ma ovunque si registra un trend in crescita. E questo riguarda anche i tablet.

Ma si spiega molto bene che la chiave per vendere nel digitale è diversa da quella della carta stampata.

In passato, per riassumere con una formula, si dava un prodotto in cui ci fosse «qualcosa per ogni lettore».

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7 Grandi Storie Multimediali di Calcio

 

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Periodici e shopping online: 8 siti molto shoppable

Slideshow e descrizione di 8 siti di e-commerce di editori e riviste internazionali. La moda la fa da padrona. Perché ha la vocazione più shoppable

Gli editori di periodici investono nello shopping online della moda. Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e da ultimo in Italia, vengono creati siti di e-commerce delle griffe, legati a singole testate, a grappoli di giornali delle case editrici o a network internazionali dei brand, come Harper’s Bazaar e Grazia.

La moda va avanti per prima, ma ci sono molti esempi di portali per l’usato delle auto, le comprevendite immobiliari, i megastore di libri, elettronica, cd.

L’e-commerce è solo l’ultimo, più serio dei tentativi per trovare nuove fonti di ricavo e sostituire quelle ormai inaridite.

La vendita di oggettistica, come le monografie d’arte dei quotidiani, è stata una voce importante negli ultimi anni. Un discorso generale, che va visto editore per editore.

Ci sono giornali che da sempre puntano sulle vendite associate di oggetti. Altri per cui la pubblicità pesa per l’80%. Altri ancora fermamente agganciati ai ricavi dalle diffusioni.

L’unico problema legato all’e-commerce della moda è la resistenza delle griffe a vendere online: per i grandi stilisti il digitale è ancora il mondo del low cost e dei discount.

 

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Futuro o muerte: la svolta di Time Inc., primo editore di periodici Usa

Le riviste da venerdì sono state separate dal resto della società. E affrontano in solitudine – in Borsa – le incognite dell’era digitale. Gli editori di periodici del mondo stanno a guardare, nello specchio del loro destino

E’ un passaggio epocale per il mondo dei periodici. Come preannunciato da questo blog, anche riportando analisi di natura tecnica, Time Inc. si è separata dalle altre attività del gruppo.

Il grattacielo di Manhattan conserverà il nome, ma dentro ci si occuperà di cinema e tv. Che da tempo fanno il 95% dei soldi del gruppo.

I giornali, che sono all’origine di una storia iniziata 90 anni fa, saranno raccolti in una public company, che cerca capitali, azionisti e fortuna in Borsa.

I magazine (di Time) hanno un futuro?

Il primo punto, come spiega un superesperto Usa (Ken Doctor), è il debito. Su Time Inc. sono stati scaricati 1,3 miliardi di dollari di debiti. Tanti, per una società in crisi strutturale, con ricavi in calo, costretta a investire, comprare e trattenere i migliori talenti. In Borsa ieri il titolo ha perso. Per l’altro superesperto, Mathew Ingram di Gigaom, butta male.

Il secondo punto è l’offerta: 95 titoli sembrano troppi. I soldi non arrivano più da Time, Fortune, Sports Illustrated, Entertainment Weekly. Bensì da People, InStyle, Real Simple, Southern Living.

Terzo punto, la sfida digitale.

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La seconda apocalisse dei media: la crescita del mobile

La pubblicità su mobile rende meno di quella su pc. E questo è un enorme problema per i media digitali. A partire da Google

Leggo questo pezzo su ZDNet (CBS Interactive) intitolato: La seconda apocalisse dell’industria dei media – La rapida ascesa del mobile.

Si spiega come il mobile sia in rapidissima crescita: la gente raggiunge i contenuti attraverso smartphone (e tablet). Il pc sta calando.

Questo ha una ricaduta sulla pubblicità che mette a rischio la sopravvivenza stessa dei media digitali.

La pubblicità su mobile, infatti, è pagata in media un decimo di quella per il desktop.

Lo sappiamo, leggere un annuncio banner o altro su schermi piccoli è un’esperienza fastidiosa. La resa è scarsissima.

La compressione verso il basso mette in difficoltà tutta l’industria dei media.

La prima apocalisse è stato il crollo del valore della pubblicità nel digitale: vale un decimo di quella su carta. E il prezzo lo stanno pagando le case editrici di quotidiani e periodici.

Ma la compressione della pubblicità su mobile rischia di giocare uno scherzo ancora più grosso ai giganti di Internet. A partire da Google, a sentire l’autore dell’articolo.

In questo gli editori che provengono dalla carta stampata sarebbero addirittura più protetti dei concorrenti digitali. Il valore della pubblicità sui giornali, infatti, scende a una velocità più bassa di quella su mobile. E si para meglio il colpo, rispetto all’industria dei media digitali.

Un argomento da approfondire.

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Fondo per l’editoria e posti di lavoro da salvare

Creare posti di lavoro o salvare quelli esistenti? Una domanda per raccontare tutta la verità

In Italia il sottosegretario all’Editoria, Luca Lotti, prevede la creazione di 1000 nuovi posti da giornalista nei prossimi anni. Nelle stesse ore, in Gran Bretagna, la Bbc annuncia il licenziamento di 500 redattori (1 su 16).

In Italia Lotti ha impresso un’accelerazione importante: l’esponente del Governo ha garantito che i 120 milioni di euro del fondo per l’editoria, creato a fine anno, saranno presto resi disponibili. E anticipa le linee guida per la ripartizione dei finanziamenti tra varie voci: ristrutturazioni, prepensionamenti, investimenti nel digitale, nuove assunzioni di giornalisti tra i 18 e i 25 anni.

Ma i prepensionamenti non saranno sufficienti a parare il colpo. La crisi va avanti e non ha ancora mostrato tutti gli effetti sull’occupazione. Come dimostra la decisione della Bbc, organizzazione che ha base in Gran Bretagna, paese dall’economia più reattiva di quella italiana.

Che le prospettive non siano rosee per la carta stampata lo dicono mille indicatori, tra cui le previsioni sugli investimenti pubblicitari di Pwc, usciti ieri (entro il 2018 cresce la raccolta in tutti i settori tranne che nei quotidiani e nei magazine). C’è una rivoluzione da realizzare.

Creare posti di lavoro? La cruda verità è che bisogna salvare quelli esistenti. Anche per il bene di chi, in futuro, vorrà essere assunto.

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Il Tramonto dell’Organizzazione A Silos Nei Giornali

Nuova struttura, nuovo modo di lavorare, di scambiare conoscenze, nuovo modo di comunicare con i lettori (utenti/clienti)?

Ne ho sentito parlare spesso: le aziende di molti i settori, non solo dell’editoria, stanno cambiando il loro modo di funzionare. Stanno abbandonando strutture, organizzazioni diventate silos per passare a strutture aperte, organizzazioni che qualcuno definisce ad alveare. Un rimescolamento portato dal digitale.

Il pensiero mi è venuto leggendo una notizia di queste settimane, apparentemente molto, molto lontana dall’argomento: negli Stati Uniti l’editore Condé Nast ha lanciato un nuovo sito, House, su arredamento, cibo, stili di vita.

Un sito che la società definisce come un’evoluzione dei siti di due riviste esistenti, House & Garden e Easy Living. House, leggo, mescola ai contenuti di House&Garden nuovi articoli su cibo, viaggio, design. I lettori di Easy Living saranno reindirizzati nel nuovo portale.

Ecco, mi sono detto, l’evoluzione di certi magazine su altre piattaforme: anziché conservare le testate cartacee come prodotti distinti anche nel digitale, si va verso una convergenza dei contenuti, una condivisione, un allargamento all’interno di un nuovo media.

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Direttori Si Nasce O Si Diventa?

Direttori di giornali: perché serve fare formazione, individuare i talenti, dare strumenti per guidare le redazioni. Più che mai nel passaggio al digitale

Fioccano le riflessioni sul ruolo dei direttori nei giornali dopo la doppia e contemporanea defenestrazione del direttore del New York Times, Jill Abramson, e di Le Monde, Natalie Nougayrède.

A questo blog non interessa il caso specifico, bensì riprendere alcuni spunti usciti in questi giorni che propongono un taglio diverso dal solito, di cui non si discute mai: cosa fa di un bravo giornalista un bravo direttore.

Riprendo un post di Carl Sessions Stepp, ex reporter e docente di giornalismo all’Università del Maryland, autore di un manuale della professione (tradizione pragmatica anglosassone) intitolato: Editing for Today’s Newroom. E’ uscito nel 1989. Vi si legge:

Too many editors are forced to learn on the job, relying on hunch and guesswork, rather than proper preparation….This tends to produce excellent drill sergeants, but not necessarily the best long-term managers

Troppi direttori sono forzati a imparare sul posto di lavoro, contando sull’intuizione e andando per tentativi, piuttosto che facendo tesoro di un’adeguata preparazione…

Il pezzo è interessante, tutto dalla parte dei direttori e delle sfide che devono affrontare ogni giorno.

Pochi sono venuti su con il sogno di guidare una redazione, la maggior parte non ha una formazione ad hoc.

Ma gestire persone richiede skill diversi da quelli del reporter rompighiaccio.

Da leggere questa citazione:

Most of us are not trained to be executives….One day I looked around and I was metropolitan editor. I had never been in charge of anything except a part-time secretary in Japan and all of a sudden I was in charge of hundreds and hundreds of people

La maggior parte di noi non è stata preparata per fare il manager. Un giorno mi sono guardato intorno e ho scoperto di essere un direttore di prima grandezza. Non avevo mai comandato nessuno tranne una segretaria part-time in Giappone e improvvisamente mi sono trovato alla guida di centinaia e centinaia di persone

Lo ha scritto “A.M.” Rosenthal, storico direttore del New York Times.

 

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Giornalisti e Cambiamento Dopo lo Scandalo del New York Times

Le redazioni sono passate attraverso una tempesta. Riduzioni di posti, aumento di lavoro, trasferimento all’esterno di compiti. E c’è l’incertezza del futuro: il pericolo di altri tagli, il passaggio al digitale. In più: la svalutazione di quel che si sa fare. Una situazione da gestire nei giornali

Un problema che serpeggia nei giornali, di cui si è occupato il sito di Nieman Lab.

Probabilmente è il problema numero uno.

Se ne parla perché l’Innovation Report del New York Times denuncia la mancanza di guida nelle redazioni.

Nel post di Nieman Lab leggo:

A significant portion of your newsroom is hiding from you. They’re not openly resisting the push toward “digital first,” or even disagreeing with it. They simply don’t know how to proactively step out of their comfort zone.

Una parte significativa della redazione si nasconde da te. Loro non resistono consapevolmente alla spinta verso la trasformazione digitale (del digital-first) e forse non sono neppure contrari. Essi semplicemente non sanno come venir fuori in modo propositivo dalla loro confort-zone.

Vari i punti toccati da Nieman Lab (invito a leggere il post in inglese). Tra questi, la necessità di riconoscere i meriti di chi rende al massimo, la gestione del cambiamento nell’incertezza, la diversità di genere (nel giornalismo c’è una netta maggioranza maschile).

Infine:

The best way to bring newsroom staff out of hiding is to engage them in a very personal dialogue about how your organization’s needs and priorities mesh with their own performance and career path.

Il modo migliore per evitare che i redattori si “nascondano” è di coinvolgerli in un confronto molto personale sui bisogni e le priorità della vostra organizzazione…

Ecco una trasformazione più profonda del digitale (perché intacca i meccanismi del potere, opachi per natura).

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Come Dovrebbe Essere Un Giornale Sull’iPad

L’app del quotidiano canadese Ottawa Citizen viene rilasciata ogni giorno alle 18. Per il designer Mario Garcia, coinvolto nel progetto, è uno dei primi esempi di come un giornale deve essere ripensato per l’iPad. Un “textbook” per l’industria

Il dibattito sulle app è acceso, un tema caldo anche per questo blog (flop nei periodici, finora).

Sulla scorta dei dati di vendita prevale lo scetticismo.

Ma quell’inguaribile ottimista di Mario Garcia spiega in dettaglio il progetto dell’Ottawa Citizen.

Spiega i punti di forza, le differenze con altri progetti (fallimentari).

Perché siamo ancora nell’infanzia dei giornali per tablet.

L’Ottawa Citizen non è il quotidiano di carta riformattato. Approfondisce notizie già uscite con lanci su smartphone, ma permette di vedere gli aggiornamenti.

Dà al lettore l’ingrediente grezzo e il piatto cotto a puntino.

E’ multisensoriale: un po’ di audio, di narrazione, di musica, di video ovviamente. E poi foto e testo.

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Trend Of The Week: Perché Tutti Gli Editori Vanno In India

La domanda rimbalza tra i siti americani che seguono l’evoluzione del giornalismo nell’era della big disruption. Una curiosità esotica per il mondo chiuso dei giornali italiani? Non molto, visto che espansione internazionale e power brand sono parole d’ordine anche da noi

 

Segnalo tre articoli che hanno analizzato il fenomeno della corsa verso l’India di tante testate tradizionali e digital first internazionali.

1) Themediabriefing.com pubblica: 4 grafici che mostrano perché gli editori lanciano giornali in India. I media sono Quartz, Business Insider India e BuzzFeed India.

Risposta: lanciano giornali in India perché questo sterminato Paese ha 125 milioni di abitanti che parlano perfettamente l’Inglese, perché l’uso e la penetrazione di Internet stanno crescendo, così come la classe media indiana.

2) Nieman Journalism Lab scrive: Perché tutti stanno lanciando siti in India. Si ricorda che gli editori britannici hanno scelto di espandersi in Australia (The Guardian), gli americani in India, con un presidio anche di The New York Times (India Ink) e The Wall Street Journal (Mint).

E l’Italia? Gli editori italiani talvolta investono in India (vedi Editoriale Domus e Mondadori).

Perché è importante creare power brand, testate presenti in decine di Paesi, quelle ricche, emergenti, booming. Anche allo scopo di creare piattaforme per l’e-commerce e raccogliere pubblicità di marchi globali.

Come fa vede la mappa interattivacreataalcunesettimane fa daFuturo deiPeriodici suilanci dirivisteinternazionali tra 2013 e 2014.

Mappa Lanci Periodici nel Mondo 2013-2014

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Storytelling della settimana: The Case For Reparations (The Atlantic)

La storia multimediale della settimana è “The case for reparations” dell’Atlantic. Racconta come l’eredità dello schiavismo e della segregazione razziale siano ancora presenti nella società americana. Il video di lancio è stato visto 20.000 volte su YouTube

Multimediale, con vari capitoli, un testo di 16.000 battute, video, foto d’epoca, strumenti grafici per ripercorrere la storia, mappe interattive. L’autore, Ta-Nehisi ha lavorato due anni per le interviste e la documentazione.

E il giornale ha fatto promozione senza precedenti della storia, con interviste su altri media, trailer e video, martellamento sul sito web della testata.

Ta-Nehisi
Ta-Nehisi
Ta-Nehisi

Qui il link alla storia sull’Atlatic, sotto il trailer per You Tube.

The case for reparations

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La Pubblicità Sulla Copertina Di Time

Time mette la pubblicità in copertina: è la prima volta in  91 anni di storia. Succede alla vigilia dello scorporo dei periodici dalle altre attività di Time Warner. Non viene rispettata una linea guida condivisa da tutta l’industria sulla distinzione tra contenuti giornalistici e promozionali. Ma l’editore dice che questo è solo un piccolo cambiamento rispetto ai rivolgimenti nel mondo dell’informazione

La pubblicità di Verizon Wireless compare in basso a sinistra sulla copertina di Time e su un altro titolo della casa, Sports Illustrated, riferisce il sito della rivista Adage.

Il fatto che questo avvenga nella principale case editrice di periodici negli Usa spinge a pensare che presto altri seguiranno l’esempio. Un fatto che suscita preoccupazione e sconcerto. Time annuncia di voler ripetere l’operazione anche nella pagina del sommario, altro luogo finora considerato inviolabile nella distinzione tra giornalismo e pubblicità.

Time

Casi simili si son verificati raramente in passato. Qualche volta anche in Italia.

Spiega Time Inc.

We want to be entrepreneurial. We want to be creative. We want to do things that make sense for all of our stakeholders, including readers, viewers in digital space, advertisers and others.

Vogliamo essere imprenditoriali. Vogliamo fare cose che abbiano senso per gli azionisti, i lettori, gli utenti nel digitale, gli inserzionisti.

La pubblicità in copertina fa parte di un pacchetto, offerto solo ai maggiori inserzionisti di Time, che comprende anche una pagina di pubblicità dentro il giornale.

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Copia, Aggiungi, Trasforma: 3 Approcci Al Giornalismo Digitale

Sull’onda dell’Innovation Report del New York Times, documento riservato diventato di pubblico dominio, fioriscono ragionamenti su come i giornali devono condurre la transizione al digitale. Journalism.co.uk spiega che finora si sono viste tre strade: additiva, conservativa, trasformativa. I risultati sono diseguali

 

Additiva: significa che il prodotto di carta viene riproposto sul sito web, nella app per tablet, sullo smartphone con arricchimenti multimediali. Dal video all’infografica, dall’animazione alla timeline… Il vantato digital-first è solo una facciata.

Conservativa: è il mantra della “copia replica”. Sì, riproporre il giornale cartaceo tale e quale nel digitale è una tattica finora perdente. Le copie replica per app raccolgono appena il 3% dei lettori negli Stati Uniti. In Italia questa versione viene … regalata in abbonamento. Il limite: non dai al lettore un’esperienza di lettura nuova e stimolante.

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Wired Ha Creato Lo Snow Fall Della Pubblicità Digitale

Wired Usa ha realizzato un racconto multimediale sponsorizzato per il provider di video in streaming Netflix: Tv Got Better descrive la nuova età dell’oro della televisione. E’ un esempio di evoluzione del native advertising, la pubblicità su misura per gli ambienti giornalistici digitali

Un antropologo è stato consultato da Wired per la creazione di un racconto su come è cambiato il nostro modo di guardare la televisione. I contenuti multimediali (testo, infografiche, video) sono rifiniti e ricchi di informazioni, tanto da spingere la rivista Adage a definire Tv Got Better un equivalente nella pubblicità di Snow Fall, il pluripremiato prodotto giornalistico digitale.

Colpiscono queste caratteristiche:

1)  La pubblicità nativa, pensata per mimetizzarsi con i contenuti editoriali (in questo caso è bene evidenziata l’etichetta: “sponsor content”), può essere interessante quanto un prodotto giornalistico.

2) Tv Got Better è stato realizzato all’interno di Condé Nast, l’editore di Wired: è un prodotto in-house, elemento non secondario quando bisogna garantire una perfetta integrazione con i contenuti giornalistici.

3) L’investimento di risorse nel racconto multimediale è stato rilevante.

4) Wired si prepara a promuovere questa pubblicità sui social media e sulle property digitali della casa. Vale la pena di ricordare che circa un anno fa Condé Nast ha creato una divisione interna, Amplifi, dedicata allo sviluppo di contenuti nativi per i brand associati all’editore. Per Amplifi lavorano scrittori, registi e, nel caso di Tv Got Better, un antropologo.

5) E’ un passo avanti nella strategia di sviluppo nel digitale che vede Condé Nast, e Wired in particolare, in prima fila tra gli editori di periodici. Wired fa il 50% dei ricavi pubblicitari con il digitale, di questi circa il 30% ha una componente nativa.

 

Tv Got Better

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Riflessioni sull’Innovation Report del New York Times

L’Innovation report è uno studio riservato di 96 pagine sull’innovazione digitale al New York Times inviato la scorsa settimana ai top executive del quotidiano. E finito nelle mani e pubblicato dal sito BuzzFeed. Contiene critiche all’organizzazione giornalistica centrata sulla carta. E offre spunti di riflessioni validi per qualsiasi quotidiano e periodico

La domanda fondamentale, contenuta in modo implicito nel rapporto, a cui tutti gli editori devono rispondere, anche in Italia, è questa: come è possibile accantonare la carta, dedicare meno risorse, tempo, attenzione, investimenti alla versione ancora oggi più amata, letta, diffusa, pagata del giornale per riversare tutto ciò su prodotti digitali ancora tutti da sviluppare? Affronta a fondo la questione Vox.com in questo pezzo, che contiene il link diretto a scribd per la lettura dell’intero report del New York Times (di Vox.com si è parlato in questo post di Futuro dei periodici).

Ecco una delle charts di Vox che illustrano il dilemma del prigioniero, il paradosso che può condannare a morte i giornali:

fa vedere come oltre tre quarti dei ricavi del quotidiano Usa provengano ancora oggi dalla carta.

Siamochiamati a difendere con il sangue e finoall’ultimouomo un fortino che (losappiamogià) dovremoabbandonareall’alba :-).

 

times_revenue

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Mappa Interattiva: Le App Dei Giornali Hanno Un Futuro?

Le applicazioni dei giornali e dei periodici hanno futuro? Se lo chiedono alcuni dei designer ed esperti di magazine più conosciuti. Perché le app sono state un flop? Cosa non piace ai lettori? Quali le migliori? Come cambierà la situazione entro un anno?La risposta su Mattermap

Il confronto a 5 voci è avvenuto sul blog di Robert Newman, designer di Reader’s Digest e, in passato, di Entertainment Weekly, New York, Vibe… e consulente per O, the Oprah magazine.

Partecipano 5 superesperti di giornali, media digitali e design.

Ho realizzato una sintesi con l’applicazione olandese Mattermap (utilizzata anche da CNN): intorno a ogni domanda compaiono le risposte dei 5 esperti. Cliccando su ciascuna, potete leggere per intero la citazione. Ma la tavola rotonda virtuale va letta, e gustata, nel sito di Mr Robert Newman.

Per vedere la mappa interattiva è necessario cliccare sul titolo con link (non sull’immagine), WordPress non consente l’embed.

Mappa interattiva: le app dei periodici hanno un futuro?

Mattermap: app dei periodici

 

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Come cambia la lettura dei giornali: NRC Q in Olanda

Cambia la lettura dei giornali. Notizie brevi la mattina, aggiornamenti nel pomeriggio, pezzi lunghi la sera. E i social media. Come mostra un video

Un’idea su come cambia la lettura dei giornali è nel video promozionale dell’olandese NRC Q, un quotidiano economico che ha sviluppato un’offerta di informazione per smartphone, tablet, pc.

Risponde ai bisogni di un pubblico indaffarato, benestante, sempre connesso.

 

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Il Ritardo Dei Mensili Nel Digitale

Le copie digitali dei mensili italiani crescono lentamente. Le diffusioni a volte addirittura arretrano. Seguendo le logiche della promozione degli abbonamenti. Perché a guidare il processo è ancora la carta

Ho riassunto in una tabella gli ultimi cinque mesi di diffusioni digitali dei mensili italiani. Naturalmente molte altre testate propongono abbonamenti e singole copie digitali: ho scelto tra quelli a tiratura più alta. La fonte è Ads.

Diffusioni digitali dei mensili italiani 2013-2014 (andare al link per vedere la tabella interattiva).

Copie digitali dei mensili italiani

Analogamente a quel che si diceva ieri per le copie digitali dei settimanali, c’è un ritardo. Talmente evidente da assomigliare a un flop, come si sostiene negli Stati Uniti, quando si parla dello stesso fenomeno.

La colpa, però, non è di una scarsa propensione degli italiani a comprare tablet. Uno studio internazionale, uscito oltre un anno e mezzo fa, faceva vedere come gli italiani siano tra le nazioni più interessate all’iPad e ai tablet.

La crisi ha congelato la diffusione di questo device mobile, la prima scelta cade sullo smartphone e l’appuntamento con i giornali digitali è al momento rinviato.

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Il Flop Dei Periodici Sul Tablet

I periodici non decollano su tablet. Si vendono poche copie. E nei mesi non c’è stata una vera crescita. La caccia alle cause è aperta

Basta guardare le tabelle sulle copie digitali vendute per capire che i settimanali italiani non hanno un pubblico su tablet. Ho realizzato il grafico qui sotto caricando i dati di Ads degli ultimi 6 mesi riguardanti i 10 settimanali con la diffusione più consistente.

Copie digitali dei settimanali italiani.

Copie digitali settimanali ottobre 2013-marzo 2014

 

Le copie vendute non aumentano e in qualche caso c’è una flessione. Presumibilmente voluta o non contrastata dagli editori stessi.

Si può andare oltre.

Questi giornali non sono venduti a prezzo pieno, ma vengono offerti con piccolo sovrapprezzo insieme all’abbonamento per la carta. Molto spesso i lettori non usano la versione digitale. Più in generale, si tratta di un’operazione in parte di marketing e in parte di prospettiva, in attesa di momenti più propizi.

Come spiegare un risultato così deludente dopo le tante speranze suscitate un anno fa dall’incremento di vendite dei tablet?

C’è chi ricorda che nella maggior parte dei casi le copie digitali sono l’esatta replica del giornale di carta. E’ questa la condizione perché la copia venduta venga conteggiata e sommata da Ads alle diffusioni di un giornale. Ma è anche il motivo per cui i lettori non mostrano alcun entusiasmo per questi prodotti.

C’è poi la difficoltà nel far decollare il design dei giornali su tablet per mille ragioni produttive. Non ultima la mancanza di risorse nelle case editrici. E la necessità di concentrarle sulla carta, da cui ancora proviene il 90% dei ricavi. Un paradosso pericoloso.

 

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Lo Spin-Off Dei Periodici di Time Inc

Va seguita la traiettoria del principale editore di periodici negli Usa. Time Inc pubblica 95 testate. E il 6 giugno questa divisione del Gruppo Time si separerà, farà uno spin-off dalle altre attività (tv e cinema). Per correre da sola in Borsa. Una manovra difensiva

Seguo da tempo la parabola di Time perché è uno specchio per capire quel che accade in Italia (mutatis mutandis). La preannunciata separazione è stata messa in calendario: la casa editrice di Time, con i suoi 95 giornali (23 negli Usa), si separerà il prossimo 6 giugno dalle altre attività del gigante dei media, Time Warner.

Un cambiamento epocale. Una rivoluzione che getta luce sulla nuova condizione della carta stampata periodica.

La scelta, secondo Usa Today, è stata fatta per evitare che il declino della carta stampata possa trascinare verso il basso il valore di una società che si occupa di entertainment, cinema, televisione. Attività, queste, che garantiscono margini di guadagno superiori e prospettive di crescita o tenuta. Mentre sul futuro dei periodici pendono mille incognite. E di sicuro c’è la sfida del passaggio a un mondo dei media in cui il digitale impone una ridefinizione del business.

In Time Inc si giustifica l’operazione dicendo che essa garantirà una maggiore flessibilità nel gestire la crisi e la capacità di focalizzarsi meglio sul business.

Ricapitolando le vicende della società.

In febbraio sono stati annunciati 500 licenziamenti nel settore dei periodici di Time.

Poco più di un anno fa è finito in un nulla di fatto il tentativo di vendere una parte delle riviste della casa a Meredith, editore di femminili e giornali di cucina e di servizio ora in grande evoluzione e di successo.

Time ha chiuso il primo trimestre con fatturato in crescita dell’1%, ma solo grazie all’acquisizione di alcune testate non presenti un anno fa nel portafoglio. La raccolta pubblicitaria è rimasta piatta.

Le perdite operative sono passate da 9 milioni di dollari a 120 milioni di dollari.

La società spiega in questo modo lo spin-off del 6 giugno:

We are exposed to risks associated with the current challenging conditions in the magazine publishing industry. We have experienced declines in our print advertising revenues due to both shifts by advertisers from print to digital and weak domestic and global economic conditions, which have also adversely affected our circulation revenues.

Siamo esposti ai rischi associati con la difficile congiuntura del mercato dei periodici. Abbiamo registrato un calo nei ricavi pubblicitari dei giornali dovuti sia al passaggio della pubblicità dalla carta al digitale sia alla crisi economica nazionale e globale, che ha intaccato i ricavi dalle diffusioni.

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Giornalismo Digitale: Il Racconto di Due Scuole

Semplice ed efficace: è Tale of two schools del New York Times. La multimedialità sfrutta la forza delle immagini e del racconto, senza inutili orpelli. Senza tecnologia fine a se stessa. Un’idea da copiare, tutti noi possiamo farlo

Il Racconto di due scuole mette a confronto le storie degli studenti di due importanti istituti di New York. Scuole diversissime per retta da pagare, reddito delle famiglie che iscrivono i figli, per qualità e sicurezza dell’ambiente urbano che le circonda.

Si tratta della University Heights, nel South Bronx, e di Fieldstone, dove l’iscrizione costa 40 mila dollari all’anno e i ragazzi sono spesso figli di star dello spettacolo e di imprenditori.

La storia è una raccolta di interviste, fatte a due a due, uno studente del Bronx e uno studente benestante appaiati. Testo e foto. Essenziale. E digitale.

Racconto di due scuole.

Il Racconto di due scuole - The New York TimesIl racconto di due scuole

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Mappa Interattiva Dei Lanci Di Magazine Nel Mondo 2013-2014

L’ultimo anno ha visto una raffica di lanci di testate in paesi di ogni continente: Germania, Olanda, Spagna, Stati Uniti, Messico, Repubblica Domenicana, Myanmar, India, Medio Oriente, Filippine, Australia… Un percorso da seguire attraverso una mappa interattiva. Per capire la strategia di internazionalizzazione dei grandi editori globali

 

Questa è la mappa interattiva sui principali lanci di magazine in paesi di ogni parte del mondo nel periodo aprile 2013-aprile 2014. Ecco un’immagine statica: per accedere al programma dovete andare al link. E’ stata realizzata utilizzando un programma di Knightlab, e le informazioni fornite da Fipp sul mondo dei periodici.

Mappa Lanci Periodici nel Mondo 2013-2014

Una selezione, ovviamente, perché le iniziative degli editori sono state numerose.

Vediamo come prosegue la strategia dell’internazionalizzazione per editori di tutto il mondo: americani, tedeschi, italiani. Hearst, Burda, Bauer Media, Mondadori, Rodale, Gruner + Jahr…

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La Stampa Va Giù, I Media Vanno Su (Il Rilancio Dei Periodici In Francia)

Tutti a dire che la stampa è in crisi. Ma pochi marchi scompaiono dalle edicole. I giornali molto più spesso passano di mano. E c’è chi ha progetti di rilancio. Come in Francia

Alcune delle 10 riviste messe in vendita mesi fa dal (l’ex?) grande editore Lagardère son state comprate da Reworld Media, società finanziata da tre fondi d’investimento, uno dei quali asiatico. Brutto segnale? Non si direbbe, ad ascoltare le parole di Pascal Chevalier, presidente del gruppo, intervistato da Le Figaro.

Chevalier annuncia l’acquisizione di questi giornali: Be, Maison & Travaux, Mon jardin ma maison , Le Journal de la maison, Campagne décoration, Pariscope, Auto Moto e Union.

In passato, si spiega, ha ridato smalto ad altri acquisti: Marie France e Gourmand.

L’editore racconta che:

1) vuole creare un grande gruppo media da 300 milioni di euro entro il 2016. Oggi siamo a 80 grazie ai nuovi giornali. Per la serie: piccoli editori crescono, come in Italia.

2) la stampa ha ancora potenzialità e la forza risiede nei brand: è più facile rilanciare un marchio esistente che farne nascere uno nuovo. E si fa l’esempio di Marie France. Un titolo affermato ma con un pubblico che invecchia e non va su internet. Per cui l’operazione intrapresa dall’editore consiste nel fare un’estensione del brand andando nel web, lanciando applicazioni, facendo eventi con al centro il brand. Risultato: il vecchio lettorato è rimasto ma è raddoppiato con nuovi utenti, più giovani, attratti dal digitale. Il marchio diventa occasione di e-commerce e sono nati negozi in varie città francesi che lo valorizzano.

3) ma gli editori, per aver successo, devono muoversi rapidamente, riposizionare i brand e rilanciare, innanzitutto, la carta (da cui continuerà ad arrivare metà dei ricavi).

Un’intervista da leggere per intero sul sito di Le Figaro.
Futuro dei Periodici

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I 2 Tempi Della Notizia: «Ora» E «Più Tardi»

La notizia viene elaborata secondo la scansione temporale di: ORA e PIÙ TARDI. Due momenti a cui viene associato un diverso strumento di lettura: smartphone/sito web versus carta/applicazione

 

Una cadenza in due tempi plasma oggi l’informazione.

Ne parla ancora una volta quella formidabile fonte di riflessione che è il blog di Mario Garcia, designer e professore di giornalismo.

Garcia in una magistrale lezione online, visibile anche in video (Hearst digital media lecture), spiega che l’informazione viene ritmata su due tempi.

C’è il materiale grezzo, lo strillo, la breaking news. Che arriva attraverso smartphone, o con la ricerca su Google.

E c’è il momento della cottura prolungata, del racconto ben realizzato, dell’approfondimento. Per cui la carta rimane, forse, lo strumento ancora oggi più adatto.

Il punto è che ogni pubblicazione deve avere molto chiara – raccomanda Garcia – la visione di come deve essere elaborato e cadenzato il flusso temporale dell’informazione per il proprio pubblico.

Seguono gli esempi di Circa, Breaking News, Yahoo News Digest, New York Times Now, Guardian.

Siamo lontani dall’angosciante idea di doversi precipitare verso una non meglio definita transizione al digitale. Ma è chiaro che non c’è spazio per chi dovesse ignorare il nuovo ciclo della notizia.

Non è tempo per strumenti solisti. Se ne era già parlato a proposito di un concetto musicale passato al giornalismo: quello di media quartet.

Futuro dei Periodici

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Le 10 Copertine Dell’Anno Nei Magazine

Gli editori americani di periodici della American Society of Magazine Editors hanno selezionato 10 copertine per il Best Cover of the Year contest, il premio per la miglior copertina dell’anno.

10 finalisti, ciascuno in rappresentanza di una differente categoria. 

Il vincitore sarà annunciato il 30 aprile.

Colpiscono 2 delle 10 copertine che vedete nel mio post. 

La prima è quella che mostra George Clooney per W Magazine: l’attore indossa un abito di Giorgio Armani interpretato da Yayoi Kusama, un’artista giapponese nota per la sua ossessione per i punti (in Italia ha esposto opere nel 2010 al Pac di Milano).

La seconda fa breccia, va da se, nel pubblico maschile: è il numero per i 100 anni di Vanity Fair con la modella Kate Upton, più sexy che mai.

Le 10 copertine per 10 categorie di periodici sono:

1) News, politica, business: Boston Magazine.

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15 Segnali Di Vita Del Giornalismo Che Cambia

Le tendenze nel giornalismo. Legate allo sviluppo digitale. Dal lancio di startup alla pubblicità nativa, dai video alle app, dagli e-book ai compensi legati al traffico dei siti

Ne parla il responsabile della redazione digitale di Forbes, la media company nota non solo per il periodico economico e finanziario ma anche per le attività online, considerate un modello del next journalism: il nuovo che avanza.

Lewis DVorkin, con il consueto sarcasmo indirizzato contro i giornalisti, individua 15 blips, 15 puntini sullo schermo del (suo) radar del giornalismo.

In sintesi, vediamo quali sono e perché. Ma conviene leggere per intero l’articolo di DVorkin.

1) STARTUP: i tycoon del digitale iniziano a investire in startup votate al giornalismo.

2) NATIVE ADVERTISING: il pubbliredazionale, in forma rivista e corretta per il digitale, sta prendendo piede anche nei siti dei media tradizionali. Tra gli ultimi, il New York Times.

3) PIATTAFORME: da Medium a Tumblr, fanno vedere come sarà la comunicazione tutta a base di immagini e grafica della prossima generazione di lettori.

4) GIORNALISMO LONG-FORM: una parola del gergo internettiano, molto di moda, che indica articoli lunghi più di 3000 battute, comuni nei media tradizionali, diventati una formula nobilitante per quei siti che vogliono entrare nel giornalismo di qualità.

5) VERTICALI: si è scoperto che nel digitale c’è posto per siti d’informazione o ecosistemi giornalistici che si rivolgono a comunità circoscritte di utenti, nicchie di lettori diverse da quelle dei brand dal taglio generalista.

6) DATA: parola magica, soprattutto nella variante “big data”. Internet è tutto dati, a partire dal modo in cui si misura il successo di un articolo o una pubblicità online. Presto, dice DVorkin, sentiremo parlar meno di pageview o utenti unici e molto più di viewability: quante volte una pubblicità entra davvero nello spettro visivo di chi legge.

7) APP: la grande promessa per il futuro dei periodici sta deludendo le attese. Ma ci sono strategie per dare alla lettura dei giornali su tablet una seconda chance.

8) VIDEO: tutti gli editori della carta stampata corrono verso la produzione e distribuzione di video sulle piattaforme digitali dei loro brand. Ma per il momento i lettori sembrano preferire il testo scritto, più facile da scorrere, valutare, selezionare.

9) E-BOOK: una bella fonte di guadagno per i giornalisti che hanno trovato temi d’attualità di grande interesse, un ferro caldo da battere sul momento.

10) COMMENTI: vengono inventati sistemi sempre nuovi per dare spazio ai commenti dei lettori. Perché offrono un aggancio alla monetizzazione: tradurre le pagine viste e la partecipazione dell’utente in moneta sonante per i pubblicitari.

11) MOBILE: la pubblicità più basic, il banner (il vecchio annuncio), rende poco, ma si adatta alla versione per smartphone di tanti siti di news. Una risorsa da non perdere.

12) EVENTI: organizzati dai giornali, usando il loro brand, per guadagnare notorietà, conquistare pubblico, aumentare i ricavi.

13) NUOVA PUBBLICITÀ: anziché chiedere al lettore di pagare per accedere ai contenuti di un sito giornalistico, gli si chiede di pazientare un momento e guardare un video pubblicitario. Una formula, molto vista in Italia, che fa pensare al modello economico della tv commerciale.

14) NEWSLETTER: ci sono utenti disposti a pagare per newsletter di approfondimento su temi sensibili e rilevanti, soprattutto in ambito finanziario.

15) INCENTIVI: i giornalisti che aderiscono a “compensation program” vengono in parte premiati e retribuiti sulla base del traffico generato, dei lettori conquistati. Un tema spinoso, controverso, che vede Forbes schierato tra i “cattivi”. Sul versante dei “buoni” ci sono invece giornalisti (ed editori) che continuano a credere che chi scrive non deve essere condizionato dai risultati di traffico. Anzi, non dovrebbe neppure esserne messo a conoscenza. Per la qualità dell’informazione, non per restare attaccati a privilegi.

Futuro dei Periodici

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L’Età Dell’Oro Del Giornalismo: 5 Riflessioni

The golden age: l’età dell’oro del giornalismo. Un’espressione che ritorna spesso nelle riflessioni sui destini dell’informazione e della stampa nell’era digitale. Esiste un futuro? E per quanti giornalisti?

Una nuova età dell’oro dei media? Scritto per The Atlantic da un executive editor della Harvard Business Review, l’articolo risponde alla domanda: il giornalismo tornerà ad essere un’industria articolata e ricca come era fino a pochi anni fa? Un excursus storico vede le varie età del giornalismo in rapporto al modello economico che le guidava.

Una nuova età dell’oro (digitale) per i magazine? Sul sito del quotidiano canadese National Post si risponde alla domanda se la cultura digitale abbia migliorato i periodici. Si citano gli esempi di The New Yorker, The Atlantic, Bloomberg Businessweek. E New Republic.

Siamo in una nuova età dell’oro del giornalismo? Tom Engelhardt vede pro e contro dell’età digitale per lettori e qualità del giornalismo.

Questa non è l’età dell’oro della stampa, si legge sulla Columbia Journalism Review. E vengono riportati i dati sull’industria, indicatori tutti in calo. Ma si osserva che, dal punto di vista dei contenuti, la sensibilità dei magazine ha vinto la sua battaglia: l’informazione su Internet ha assunto come tono di fondo quello dei periodici piuttosto che quello dei quotidiani.

L’età dell’oro dei settimanali in Australia. Una rievocazione della età d’oro dei giornali patinati tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta. Quando un settimanale poteva avere 3 milioni e mezzo di lettori.

Futuro dei Periodici

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L’Arte Funzionale Dell’Infografica: Blog E Manuali Di Alberto Cairo

L’infografica è un prodotto di punta del giornalismo digitale. Fonte inesauribile di sorpresa. Ecco un blog e manuali molto utili

Ci sono blog che sono una scoperta. thefunctionalart.com è uno di questi. Lo scrive Alberto Cairo, docente di Information Graphics e Visualization alla School of Communication dell’Università di Miami. Ma è anche un giornalista: ha guidato la redazione specializzata in infografica di El Mundo, in Spagna.

 

Nel blog, che ha lo stesso titolo di un manuale di grafica e infografica di Cairo, si discutono ogni giorno casi concreti apparsi sui giornali. E si affina l’arte di trasformare i dati in comunicazione giornalistica tutta visuale.

Penso possa essere utile, come probabilmente è stato il manuale di Mario Garcia per il design giornalistico su iPad, citato in un post molto letto di questo blog.

Futuro dei Periodici

 

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Notizie Dell’Ultima Ora O Contesto?… Last Week Tonight

«Viviamo in tempi turbolenti.

Abbiamo bisogno di uno show che si muova alla velocità delle notizie.

Uno show che tenga il passo del nostro mondo concitato.

Uno show che va in onda una volta alla settimana, la domenica sera, dopo le 23.

Un colpo di stato il lunedì? Crolla la Borsa di mercoledì? Il Governo dà le dimissioni il venerdì?

Ne parleremo la domenica sera dopo le 23. A meno che il fatto non avvenga all’ora della messa in onda. In questo caso…. ce ne occuparemo la prossima settimana. Di domenica».

E’ quel che dice il video di lancio di un programma d’informazione satirico del network televisivo statunistense Hbo, Last Week Tonight (ne parla con acutezza il designer Mario Garcia nel suo blog dedicato ai cambiamenti nel mondo del giornalismo).

Un titolo che fa riflettere sul nostro bisogno di avere notizie sempre aggiornate ma anche sulla richiesta  di una selezione delle notizie rilevanti, di approfondimento, di contesto per comprendere i fatti. E forse è questo il vero lusso in tempi di notizie incalzanti.

Context is the new king: oggi ci pensa la tv. Ma una volta non era il mestiere dei periodici?

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Novità Del 2014 Nei Periodici: Video, Pubblicità Nativa E Fiori

L’Huffington Post racconta le novità di un rapporto sui Magazine Media nel 2014

I consigli di BuzzFeed su come rendere la pubblicità (nativa) più efficace sui band giornalistici (tieni distinti contenuti editoriali e pubblicità, dialoga con gli inserzionisti, dimentica la pubblicità display, rendi i contenuti pubblicitari condivisibili, mescolali agli articoli giornalistici…).

Il giornale che ha semi di fiore nella propria edizione: si staccano le pagine, le si pianta in un vaso pieno di terra e dopo 5 settimane spunta un fiore.

Il boom dei video nei siti dei magazine, da produzioni ad alto costo a video girati con stile da reportage. Come questo esempio di Vice.com.

Sono alcune delle novità nel mondo dei periodici raccolte in Innovations in Magazine Media 2014 World Report” di FIPP, raccontate da Huffington Post America, che ha potuto leggere il Report.

 

Questo schema di Fipp riassume il modo in cui alcuni grandi editori si occupano di pubblicità nativa con team dedicati.

Grandi editori americani e pubblicità nativa.

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La Percentuale Di Lettori Digitali Nei giornali Francesi

Quanti lettori digitali hanno i giornali? Quanti di questi lettori sfogliano anche il prodotto di carta? E quanti guardano solo il sito del brand? Uno studio sulla Francia. Utile all’Italia

Misurare l’apporto del digitale per i giornali: ora in Francia è possibile, come spiega questo articolo di CB News.

Si può sapere quanti lettori accedono ai contenuti di un giornale esclusivamente con Internet, quanti solo su carta, e in che misura i lettorati si sovrappongono. Nel digitale, si può distinguere tra accesso da computer o da mobile (tablet, smartphone).

In media, nei brand giornalistici il 57% dei lettori si affida unicamente al prodotto di carta, il 22% solo a Internet, il 4% solo al mobile. Il restante 17% legge su più supporti.

Ecco la classifica dei brand più letti nel Paese, sommando le varie piattaforme.

Al primo posto c’è Femme Actuelle: 16 milioni 625 mila lettori, di cui 13 milioni 996 mila su carta. Il digitale pesa per il 19%.

Lettori digitali nei giornali francesi

 

Interessante vedere le differenze tra tipologie di giornali.

Nei quotidiani i lettori esclusivamente print sono, in media, il 46%, mentre Internet è porta d’accesso per il 54%.

tableau_famaLettori digitali giornali francesiille_de_presse

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L’Universal Publishing Del Financial Times

Universal Publishing: è il modo in cui il quotidiano Financial Times diffonde i propri contenuti nel digitale.

E’ la lezione tenuta in questi giorni alla Digital Media Europe conference da Lisa MacLeod, head of operations del brand giornalistico (consiglio di guardare le foto del post di Journalism.co.uk, da cui ho tratto questi contenuti).

Il sito web è funzionale, spiega MacLeod. «Entri, cerchi quel che vuoi sapere, esci». Ma molti lettori odiano leggere i giornali sul sito. Perché senti di avere a disposizione una quantità infinita d’informazione. Invece sul giornale di carta, tradizionalmente, hai un senso dei confini, della misura, del limite.

Di conseguenza c’è chi si sente più a proprio agio con l’app da scaricare, arricchita o meno. Perché ti restituisce l’esperienza della lettura su carta. Pur conservando l’aggiornamento continuo delle notizie.

Per tutte queste ragioni il Financial Times è presente su una serie di piattaforme digitali e vuole svilupparsi anche verso altre direzioni, incluse le console dei videogiochi.

Si è presenti su tutte le piattaforme e tutti i device, anche se la metà del traffico di Financial Times proviene da mobile. Signori ecco a voi la strategia dell’universal publishing‘.

 

Futuro dei Periodici

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4 Sfide Per L’Innovazione Nei Periodici

Per capire cosa c’è nella mente degli editori di periodici, quali sono le leve su cui vogliono lavorare per recuperare ricavi e utili, basta guardare il sommario di Innovations in Magazine Media World Report, quinta edizione di un rapporto sull’innovazione nei magazine messo a punto da Fipp, la federazione mondiale degli editori di periodici.

Contiene la roadmap per costruire strategie vincenti nei magazine media.
Ci sono 4 grandi cambiamenti nei periodici:
Tablet e smartphone: il mobile come piattaforma dominante.
Big data.
Video.
Pubblicità nativa.
Le case history incluse nel Rapporto sono:
• How to build branded content
• What advertising works on mobile
• Mobile-focused publishing
• Face-to-face: the power to convene
• Monetising chats
• Paywalls that work
• Print is alive and well
• Print on demand
• Startups to watch
• Innovative use of video
• Video advertising
• Instagram, Vine and YouTube’s paid and partner channels

Futuro dei Periodici

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24 Siti Che Cambiano il Giornalismo (Cronologia Interattiva)

Una cronologia interattiva e multimediale sui 24 siti d’informazione nativi digitali che hanno cambiato il giornalismo. Da Huffington Post a Policy Mic, da Slate.com a Project X: emergono le tendenze portate dal digitale nel mondo della stampa (Usa e non solo)

La timeline di Futuro dei Periodici s’intitola: 24 Siti che hanno cambiato il giornalismo. (Per vederla, è necessario andare al link: non è possibile “inserire” il file nei post di WordPress. La consultazione è lenta su tablet).

E’ stata realizzata da Futuro dei Periodici raccogliendo informazioni nella Rete e prendendo spunto da The State of the News Media 2014 del Journalism Project (Pew Research Center).

Vengono fuori cambiamenti e tendenze del giornalismo.

Il programma è della fondazione Knightlab.

Timeline: 24 siti web che hanno cambiato il giornalismo

 

 

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24 Siti D’Informazione Che Hanno Cambiato Il Giornalismo

Una cronologia interattiva e multimediale sui 24 siti d’informazione nativi digitali che hanno cambiato il giornalismo. Da Huffington Post a Policy Mic, da Slate.com a Project X: emergono le tendenze portate dal digitale nel mondo della stampa (Usa e non solo)

La timeline di Futuro dei Periodici s’intitola: 24 Siti che hanno cambiato il giornalismo. (Per vederla, è necessario andare al link: non è possibile “inserire” il file nei post di WordPress. La consultazione è lenta su tablet).

E’ stata realizzata da Futuro dei Periodici raccogliendo informazioni nella Rete e prendendo spunto da The State of the News Media 2014 del Journalism Project (Pew Research Center).

Timeline: 24 siti web che hanno cambiato il giornalismo

 

Vengono fuori cambiamenti e tendenze del giornalismo.

Da segnalare:

1) Il mondo del digitale ha dimensioni ancora ridotte rispetto all’industria dell’informazione. Prendiamo i fatturati pubblicitari. Il Pew Research Center stima che i quotidiani statunitensi abbiano raccolto nel 2013 ricavi pubblicitari per 25 miliardi di dollari. I siti d’informazione for profit si fermerebbero a non più di 500 milioni di dollari.

Ma la rilevanza del mondo online sta crescendo. Time Inc, la principale casa di periodici americana, fatturava nel 2012 meno di 600 milioni di dollari. Più o meno negli stessi mesi, la media company digitale Vice Media avrebbe fatturato circa 175 milioni di dollari (100 milioni Huffington Post, 10-15 milioni Mashable, 20 milioni Business Insider).

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Personale Ed Emotivo: Come Il Digitale Cambia Le Pratiche Giornalistiche

Il digitale sta cambiando il modo di fare i giornalisti. Il compito di informare inizia a far coppia con il coinvolgimento del lettore. Si adegua di conseguenza il linguaggio. Che diventa personale ed emotivo

Come le organizzazioni giornalistiche e i giornalisti stanno cambiando per l’arrivo del digitale: si è discusso di «Pratiche giornalistiche emergenti nell’età digitale» al 15th International Symposium for Online Journalism, che si è tenuto all’Austin campus dell’Università del Texas.

Tra le tante cose emerse, mi hanno colpito due aspetti.

Il primo riguarda l’uso ormai massiccio dei social media da parte dei professionisti dell’informazione.

Sebbene le piattaforme digitali stiano danneggiando l’industria del settore, è sempre più chiaro che l’informazione è diventata più accessibile, che il consumo è aumentato, e che di questo possono trarre vantaggio singoli giornalisti che riescono a raggiungere un pubblico ampio.

In particolare, si osserva il tentativo di costruire attraverso gli strumenti digitali un’immagine pubblica di se stessi. E questo lo si può fare sia tenendo webinars, sia twittando e riprendendo il lavoro dei colleghi, sia parlando della propria vita personale e professionale.

È il tema del personal branding e della personalizzazione dei canali d’informazione nel digitale.

Al simposio dell’Università del Texas si è spiegato che questo avviene soprattutto attraverso i social media. Twitter viene usato per far vedere che si è competenti e per guadagnare in autorevolezza.

Cambia anche il linguaggio, che diventa più personale e attento a suscitare emozioni.

In questo è fondamentale l’arrivo e il diffondersi dei tablet. Questo device mobile, è emerso, spalanca la porta del rapporto diretto con il pubblico.

Uno tra tanti modi per coinvolgere i lettori è l’infotainment, come si è spiegato riportando esempi presi da due quotidiani brasiliani,  O Globo a Mais e Estadão Noite,

«Infotainment is no longer as taboo as it used to be for many newspapers».

Naturalmente non dovrebbe essere l’ingrediente principale del piatto.

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Perché I Post Più Visti Sono Diventati Virali

Non solo foto di gatti. Storie giornalistiche sono tra i post più visti online. Perché la chiave per diventare virali non è la leggerezza

Ne parla un’esperta di scienze comportamentali, la giovane responsabile del team di contenuti virali di PolicyMic, piattaforma di news dal mondo per la generazione dei millennial.

Liz Plank riporta la lista delle 15 notizie più lette su Facebook in un certo lunedì del 2013. E osserva che solo uno dei post diventati virali ha contenuto leggero, gli animali, secondo il canone introdotto da BuzzFeed. Gli altri 14 post sono di Bbc, The Guardian, The New York Times.

Guardiamo meglio.

Di cosa parlano? Di proteste popolari (Brasile), persone sfruttate in lotta per i loro diritti, insolite prese di posizione impegnate da parte di chi non te l’aspetti (Miss Utah).

Perché sono notizie molto lette, molto commentate, molto condivise?

I gatti inteneriscono e fanno sentire felici. Ma anche gli altri 14 post mettono al centro le emozioni. Le storie. Un punto di vista molto vicino ai fatti. C’è identificazione. E allora l’argomento “serio” diventa un veicolo ancor più potente delle foto dei gatti.

Liz Plank, in un altro articolo, elenca le caratteristiche del post virale.

E aggiunge questa interessante osservazione:

«Recognize the difference between optimizing for search and optimizing for social»

«Tieni conto della differenza tra ottimizzazione per Internet e ottimizzazione sui social media»

Questo post sulle proteste di piazza Taksim: “Turkey protests: Has the Arab Spring finally reached Turkey?”,  ha un titolo pensato per le ricerche su Google. Ci sono tutte le parole chiave della notizia. Eppure il post ha raccolto pochi tweet e poche condivisioni su Facebook.

Invece un post ottimizzato per i social media ha questo titolo: “Taksim Square protest: 11 images from Turkey that will give you the warm fuzzies.” La combinazione di emozioni coinvolgenti, immagini e fatti importanti si dimostra vincente. Infatti questo post ha raccolto 48 mila condivisioni su Facebook e 1.400 su Twitter.

 

 

Bonus: le lezioni apprese nel lancio della sua startup giornalistica dal cofondatore e Ceo di PolicyMic, Christopher Altchek (oltre 4 milioni 500 mila utenti unici in 2 anni di attività su temi come l’invasione russa della Crimea e l’opposizione dei Repubblicani alle nuove politiche sull’immigrazione negli Usa).

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